Si annusarono nel 1968, ad Ascoli Piceno. Pietro Mennea ancora non era la ‘freccia del sud’, Carlo Vittori ancora doveva legare indissolubilmente il suo nome a quello dello sprinter azzurro. “Lo vidi correre sui 300 metri ai Campionato italiani giovanili e lì capii che era una talento naturale, una forza della natura”.

Due anni dopo, nel 1970, l’incontro fatale che cambierà due vite. Il professore (che da pochi giorni ci ha lasciato) e il “bianco che corre come un nero”. “Il suo primo allenatore, Franco Mascolo, lo portò a Formia. Pietro ha dimostrato che, allenandosi in maniera meticolosa, uno sprinter dotato da madre natura di tantissimo talento si può migliorare”.

Chi è stato Carlo Vittori

Nato ad Ascoli Piceno il 10 marzo del 1931, da ragazzo Vittori corre con buoni risultati, Nello sprint, veste la maglia azzurra otto volte, tra il 1951 e il 1954; nel 1952 partecipa alle Olimpiadi di Helsinki, nel 1952 e nel 1953 è campione italiano dei 100 metri piani. Non sono pagine memorabili per l’atletica azzurra, queste, lo saranno quelle che il professor Carlo Vittori scriverà da bordo pista, come responsabile tecnico della Nazionale azzurra di velocità dal 1969 al 1986. E nella sua carriera, seppure in larghissima parte occupata dal velocista di Barletta, c’è pure il lancio di Marcello Fiasconaro, che farà segnare il record del mondo sugli 800 piani, di Donato Sabia e Pier Francesco Pavoni, per un certo periodo considerato l’erede di Mennea. Vittori ha potuto contare anche su un’equipe impeccabile e preparatissima, ma è stato lui in prima persona a curare i minimi dettagli nella preparazione di Pietro: dai filmati del mitico Placanica alle agende in cui spiegava al suo atleta cosa avrebbe dovuto fare ogni giorno, anche nelle vacanze.

Mennea–Vittori: il mondo si inchina

Nel 1970, dunque, Mennea e Vittori iniziano a lavorare insieme. E pensare che solo un anno prima, al trofeo Bravin di Roma, il professore inizierà con le sue frasi famose e di sprone al campione: “Ne deve mangiare di bistecche”. Tra i due, però, si instaura feeling: il professore applica un approccio metodologico innovativo agli allenamenti e grandissimo rigore. Mennea lo asseconda. Suo il record italiano sui 100 metri piani (10”01), suo il record del mondo (poi superato) e quello europeo sui 200 (19”72) a Città del Messico. Ai Mondiali di Helsinki 1983, la staffetta italiana conquista l’argento nella 4X100 (Tilli, Simionato, Pavoni, Mennea), subito dietro agli americani di Carl Lewis e davanti ai russi.

Poche settimane fa, l’atletica italiana aveva conferito a Vittori la Quercia al merito di III grado, la sua onorificenza più alta, per ringraziarlo di quei successi. Un uomo che ha portato a casa 46 medaglie nella velocità italiana. E scusate se è poco.

La morte di Mennea

Il suo atleta lo ha preceduto in Paradiso – e non c’erano dubbi vista la velocità della freccia del Sud – il 21 marzo del 2013. Vittori così ha commentano questo tragico evento: “Di Pietro ho un ricordo lungo una vita, che non posso dimenticare”. Non può che essere così dopo aver visto il suo ragazzo vincere le Olimpiadi di Mosca 1980 nei 200 metri, ai Giochi del boicottaggio occidentale. Dopo aver assistito a quell’incredibile 19”72 realizzato nel 1979 e intoccabile fino al 1996.

Le frasi di Vittori

“Mennea aveva un eccesso di senso della responsabilità: secondo me questa era addirittura una debolezza, che lo spingeva ad andare oltre”.

“Pietro è stata una macchina umana nel vero senso della parola, nel periodo in cui i tempi passavano dal rilevamento manuale a quello elettronico”.

“Le doti che gli riconosco sono l’impegno e la testardaggine: era davvero un martello pneumatico”.

“Pietro era sempre atterrito, assaliva se stesso, aveva sensi di colpa che si generavano uno dall’altro, anche per colpa della madre, fervente cattolica. Non gli stava mai bene niente e niente gli bastava. Era sempre in cerca di un’immaginaria perfezione. Ma la verità è che era proprio questa la sua magica benzina: la più assoluta devozione al dovere e alla fatica”.

“Lui era capace di affrontare qualunque sfida, fisicamente parlando. L’importante era che non gli si chiedesse di alterare il suo stile di vita, che nessuno lo costringesse a fare anche una minima bisboccia. O a sorridere a comando”.

Infine: “Pietro aveva quasi una personalità sdoppiata. Era diffidente, ma anche molto responsabile. Aveva paura, ma era spietato. L’oro olimpico ne sbloccò i traumi, antichissimi e ben radicati. Il suo grande terrore era: gareggio da primatista del mondo e posso perdere. Non l’accettava”.

Vittori e il doping

Durissimo contro ogni forma di doping Vittori. Recentemente, al deferimento dei 26 atleti italiani per mancati controlli, aveva detto: “Bisognerebbe squalificare a vita alla prima infrazione, non alla terza. Se gli atleti squalificati si fermassero subito, Gatlin avrebbe smesso di correre. Io mi fido solo di Bolt, a occhi chiusi. Ai Mondiali non era obbligato a correre i 200, ma lo ha fatto lo stesso per dimostrare di essere superiore a Gatlin. Bisogna essere intransigenti, la Wada non dà più alcuna sicurezza”.

Vittori e l’atletica italiana

“Non esiste più da un pezzo. Già a Pechino, nessun risultato. È dai tempi del generale Gola, fino a oggi, che i risultati sono andati sempre peggio. Ma quando lo cacciano il presidente federale Giomi?”. Personaggio senza peli sulla lingua, sempre, il professor Carlo Vittori è apparso in alcuni momenti un personaggio scomodo per le alte gerarchie del Coni e della Federazione italiana atletica leggera. Ma alla fine hanno dovuto concludere tutti che aveva ragione lui. I risultati parlano per lui.

Vittori e… Baggio

Se l’atletica e il centro federale di Formia possono essere chiamati con una parola sola, Vittori, non va dimenticato che il prof. ha seguito anche il recupero di un certo Roberto Baggio dopo il grave infortunio che aveva colpito il Divin Codino. Insomma, dici grandissimi campioni e pensi a lui, l’uomo di Ascoli Piceno, rappresentato pure in un film che, naturalmente, era incentrato sulla vita di Mennea.

Vittori e il libro

Pochi mesi fa, Carlo Vittori aveva pubblicato ‘Nervi e cuore saldi”. Non un libro, ma un saggio. Qui difende le sue convinzioni tecniche e il culto della “resistenza alla velocità”, pezzo forte dei suoi allenamenti per gli sprinter italiani. Ovvero: ripetute su brevi distanze, con recuperi cortissimi, due volte alla settimana. Qui affronta il tema delle “motivazioni”: “Nessun grande impegno e grande prestazione possono essere prodotti senza un particolare stato d’animo, propenso all’entusiasmo e a una condizione dello spirito rivolto all’attrazione per la cosa oggetto di interesse”.

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