Giampiero Ventura è uno di quegli allenatori che devono sempre dimostrare qualcosa, da circa 30 anni. Non a se stessi, perché Mister Libidine (come lui stesso si è definito ai tempi di Bari) è un tipo particolarmente orgoglioso. Delle sue squadre, della sua origine genovese (e sampdoriana), del suo calcio, del suo modo di gestire il gruppo. E troppo spesso si è pensato a Giampiero Ventura come ad un buon allenatore, un maestro di calcio e di tecnica, mentre Giampiero Ventura è, in realtà, un signor allenatore. Non parliamo solo dell’impresa a Bilbao, che ha restituito al calcio italiano un Toro dal sapore vintage, ma all’intera gestione di questo quadriennio con Cairo. Un presidente criticato per la sua poca attitudine all’investimento, ma che di certo ha saputo trovare un allenatore capace di costruire una squadra protagonista in Europa.

Eppure ultimamente un punto debole di Ventura erano stati i secondi/ terzi anni. A Pisa, dopo un primo anno esaltante, venne esonerato a poche giornate dalla fine. Quella squadra sarebbe retrocessa e fallita nel giro di pochi mesi. Stessa sorte a Bari, dove dopo un primo anno di grandissima libidine (eccola) non riuscì a ritrovare le redini di un gruppo demotivato e distratto (eufemismo) da altre faccende. Anche quella stagione culminò con l’esonero e con la retrocessione dei pugliesi. Il fallimento arriverà solo qualche anno dopo, ma la smobilitazione era nell’aria. Ma Ventura non ha mai cercato scuse, sebbene plausibili, in fattori extra-campo. Gli resta l’amarezza di quelle annate, ma la possibilità di ripartire dalle sue idee. Un calcio spettacolare, il 4-4-2 che diventa 4-2-4, l’importanza degli uomini chiave, i trascinatori, che nel Messina erano Sullo e Di Napoli, nel Bari Almiron e Donati, nel Torino Glick e Darmian. La scommessa vinta con Cerci, reso per ben due volte (a Pisa e a Torino) un giocatore di livello internazionale, forse più di quanto lo sia effettivamente.

Torino - Sassuolo

Se dovessi leggere nella testa di Ventura e cogliere un segreto, sono convinto che sarebbe quello di tornare a vincere un derby contro la Juventus, la sua amata-odiata rivale. Quella che nel match del girone d’andata ha inchiodato il Torino al suono della sirena, quando il pareggio sembrava cosa fatta. Ma non può essere un derby squilibrato e tremendamente frustrante a fare ombra sul lavoro di Giampiero Ventura. Non puoi paragonare Gazzi con Pirlo, Maxi con Tevez, Padelli con Buffon, ma non ditelo a lui, perché è un tipo molto orgoglioso e rispettoso dei suoi calciatori. Quando esordì a San Siro contro l’Inter di Mourinho, con un Bari neopromosso in serie A, lanciò Ranocchia e Bonucci senza pensarci due volte. E andò a giocarsela a viso aperto con Sforzini, Rivas e Langella, mica Eto’o e Milito.

E proprio perché Ventura è un tipo orgoglioso non ammetterà mai che gli manca una grande squadra. Perché per blasone, tradizione e colore della maglia una grande la allena già, il Torino. Ma sarebbe bello vederlo su una panchina di una nobile italiana, magari quel Milan decaduto che da anni punta solo su allenatori fatti in casa, giovani senza esperienza, magari più belli da vedere, eleganti nei loro abiti firmati. Anche se Giampiero Ventura, prima di sfidare Mourinho dopo tanti anni di purgatorio in serie B disse “io sono più bello di lui” e sotto sotto ci credeva davvero. Ventura in una grande del calcio italiano sarebbe la risposta al mister giovane e aziendalista a tutti i costi. E se davvero il Milan decidesse di cambiare guida tecnica, sarebbe l’allenatore giusto al posto giusto. Giampiero Ventura, merita San Siro e la grande consacrazione nel calcio italiano.

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