In un anno ha fatto ciò che il 99% dei calciatori non fa durante una carriera. Si può vivere una vita intera da Principe, e un anno da Re. Si può toccare il culmine della propria carriera in una notte di inizio estate, in uno stadio magico, il Santiago Bernabeu di Madrid. E non una notte a caso, ma il 22 maggio, e sulle spalle del Principe c’è proprio quel numero, il ventidue. Non a caso Diego Milito ha scelto questa data per lasciare il calcio, sono passati sei anni dalla finale di Champions che consacrò l’Inter di Mourinho e il bomber di Bernal, Uefa Football Player del 2010. Un anno che racconta tutto Milito, perché è vero che il Principe ha fatto benissimo anche a Genova e nelle sue successive annate nerazzurre, ma a memoria ci sono pochissimi giocatori, oltre lui, che possono sintetizzare una carriera in una stagione.

Devo capire se resto, ho delle proposte”, dirà al fischio finale della partita più importante della storia nerazzurra. Non si è mai capito perché l’abbia detto, quali fossero le sue reali intenzioni. Di certo c’è che Milito si è pentito di quella frase: “Diciamo che fu un errore parlarne, ho sbagliato. Magari non era il miglior momento. C’erano contatti con certe squadre, ma non posso rivelarle“.

Nel 2010 Milito ha 30 anni, per lui l’Inter rappresenta un’incredibile opportunità di far parte di un grande club e di giocarsela in competizioni importanti che non ha mai visto prima.

Questo spiega perché Il Principe arriva con una voglia enorme. Tanto da far traslocare Eto’o, con il quale c’è un’intesa siderale, sulla fascia: Mourinho inizia il campionato con due centravanti (si gioca contro il Bari, i due si pestano un po’ i piedi e vengono di fatto annullati dagli esordienti Bonucci e Ranocchia) e Sneijder indietro, con il 4-3-1-2. Sembra funzionare benissimo, fino a una partita contro il Chelsea a San Siro, negli ottavi di finale di Champions. Mou fa entrare Balotelli e gli chiede di giocare sulla fascia destra, con Eto’o che va sulla sinistra. Da quel giorno, e fino al 22 maggio, si gioca così: Pandev a destra, Eto’o a sinistra, Milito al centro e Sneijder dietro di lui.

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Da quel giorno la coesistenza tra Milito ed Eto’o è quella di due campioni che hanno un solo obiettivo: vincere. Ascoltano gli ordini di Mou e si dividono persino i calci di rigore. Il buon attaccante ha sempre la porta e i movimenti nella testa, è istintivo. È Milito che nasce goleador e che nella stagione della vita si perfeziona. Diego è la dimostrazione che non conta solo il talento, ma il metodo e l’allenamento. E anche una buona, buonissima, stella. Quando comincia in Primera, Milito si muove sulla fascia e non segna molto. Genova lo trasforma, è in Italia che si rende conto che il calciatore più importante, alle nostre latitudini, è quello che decide il risultato.

La nemesi della sua carriera è forse la semifinale di ritorno di Champions League, Barça-Inter del 2010. La partita più lunga dalla vita di ogni interista: Thiago Motta è stato appena espulso e siamo ancora al minuto trentacinque. Milito gioca da terzino, intercetta la palla in posizione di difensore, finisce la partita con i crampi. Diego ha già trent’anni, ma disputa quella gara con la voglia di uno che si gioca tutto. Come se sapesse, insieme a molti suoi compagni, che non c’è un’altra stagione. Che non ci sarà un altro 22 maggio.

Lo capisci anche quando vedi la faccia degli interisti alle 20 del giorno della finale: nessuno ha l’espressione di chi può lasciarsi sfuggire quella occasione. Al resto ci pensa il Principe. Sul lancio di Sneijder addomestica il pallone e batte Butt in uscita. Poi nel secondo tempo, con un passo di danza, mette a sedere il suo avversario e raddoppia, dando il via all’estasi. Miiliitoooo.

È il suggello di una stagione cominciata bene e finita alla grande. La stagione che vale la storia di Milito, e dell’Inter. Prima il 5 maggio e la finale di Coppa Italia che cambia la percezione nerazzurra della disfatta. Poi il gol a Siena che vale lo scudetto più sofferto. E infine la doppietta dell’estasi, davanti ad un pubblico ebbro di gioia, ubriaco di una felicità destinata a durare per i prossimi 100 anni. El Principe, che si faceva chiamare così in onore di un’incredibile somiglianza con Enzo Francescoli, campione uruguagio, lascia il calcio da Re, riassumendo la sua carriera in un’annata, un numero, un giorno: lo stesso nel quale lascerà il calcio. È così che il 22 maggio 2010 diventa ventiduemaggio e basta. Per restare per sempre nella sua memoria e in quella di ogni interista.