Una volta ho visto un mediano argentino dribblare il portiere con la sfrontatezza di un centravanti brasiliano. Diego Pablo Simeone non era uno abituato a fare gol come quelli, piuttosto a dare grosse zuccate che sfondavano la rete. Luis Nazario da Lima, al secolo semplicemente Ronaldo, aveva una grande capacità: era uno di quei giocatori che potevano far diventare fenomeni tutti quelli che correvano intorno a lui. Nell’anno di grazia 1997-1998, Ronaldo ha reso campioni dei giocatori normali come Cauet, Winter e Ze Elias.

Il dribbling di Simeone e la sicurezza con cui gioca Moriero in quella stagione, sono le cartine tornasole di un’Inter dove persino Fresi e West e Ciccio Colonnese danno il meglio di se stessi. Di quella stagione rimangono impresse almeno tre immagini: il gol di potenza contro il Parma su punizione, con Buffon che resta esterrefatto da tanta potenza; poi la danza sul fango di Mosca, una semifinale di Coppa Uefa che Ronaldo gioca in calzamaglia. Infreddolito, le punte dei piedi ghiacciate, sbaglia persino un controllo nel primo tempo. Poi prende le misure del campo e segna un gol difficile da pensare, persino su un terreno sintetico. Lui si prende il lusso di irridere tre difensori russi, la melma, il ghiaccio e pure il generale inverno. E vince, da solo, una partita che si era fatta complicatissima.

Il terzo episodio è la sublimazione del Ronaldo nerazzurro: finale di Coppa Uefa a Parigi contro la Lazio, minuto 77. Lancio in profondità di Moriero e scatto del fenomeno. Fermate il tempo. Perché la fisica non è ancora riuscita a spiegare come sia stato possibile con un solo movimento, e in meno di una frazione di secondo, far sedere Marchegiani da una parte, in maniera secca, inevitabile, e scivolare via dall’altra, senza il minimo sforzo. Poi accarezza il pallone in rete mentre un sorriso si stampa sul faccione di Moratti. Un sorriso che ho rivisto soltanto un decennio dopo, nella notte del Nou Camp, quando il presidente deve far finta di nascondere un entusiasmo da bambino, davanti al collega Laporta. 

Photo/Luca Bruno)

Ronaldo e il derby ci riporta ad pallonetto nella stessa notte in cui Simeone decide di fare il Ronaldo, ma anche un’inconsueta espulsione, sicuramente non voluta per una gomitata a Gattuso. Un paradosso: il fenomeno che dà una gomitata al mediano. Succede nell’anno di Lippi, un ciclo partito tra fanfare e proclami e finito, esattamente un anno dopo, a calci in culoL’Inter perde, qualcosa si rompe, lui e Vieri non riescono più a giocare insieme, e un giorno Bobo dirà che è questo il più grande rimpianto della sua vita. Non aver avuto abbastanza tempo per giocare con Ronaldo.  

Entrambi andranno a giocare dall’altra parte, il fenomeno dopo gli anni in chiaroscuro di Madrid: si ripresenta davanti ai suoi vecchi tifosi in un pomeriggio di primavera che per gli interisti vale lo scudetto. I suoi vecchi tifosi si presentano a San Siro con un fischietto. Sono fischi d’amore, persone innamorate che rivedono la propria ex con un’altro. Il fenomeno lo fa Cruz, ma non prima del colpo al cuore: Ronaldo fa gol, un gran gol, e si porta la mano all’orecchio. Non dirà mai di essersi pentito di quel gesto, ma nessun tifoso interista, da quel giorno ci penserà più. 

Il calcio perdona più di quanto pensiamo, e Ronaldo resterà sempre il giocatore che danza sul pallone e fa diventare campioni tutti gli altri. E se solo avesse avuto due ginocchia più resistenti e un metabolismo diverso, lui sarebbe lì, al piano di sopra, con gli altri due. Invece la sua leggenda è molto più simile a quella degli eroi dell’epica, che hanno avuto in dono una vita tanto gloriosa quanto breve. Oggi Luis Nazario da Lima divide il suo nome d’arte con un altro grandissimo campione. Ma se chiedete ad un ragazzo degli anni ’90 chi è Ronaldo, vi risponderà che di Fenomeno ne ha visto giocare solo uno.