Le minestre riscaldate? Non funzionano. Chiedete conferme a Roberto Mancini e ai tifosi dell’Inter: quanto è lontano quel 14 novembre 2014, quando il suo ritorno fu accolto come la luce in fondo al tunnel che i colori nerazzurri avevano imboccato dopo la magica notte di Madrid. Tre scudetti, due coppe Italia e due supercoppe italiane sembravano un biglietto da visita sufficiente per tornare a sognare. Invece no: siamo a 12 giorni dal via al campionato 2016/2017, e l’Inter e il Mancio sono di nuovo perfetti sconosciuti. Nessun addio traumatico, questa volta: nessun annuncio roboante, come invece avvenne l’11 marzo 2008. Fischio finale di Inter-Liverpool, sorridono gli inglesi: Mancini annuncia che sarebbero stati “gli ultimi due mesi e mezzo sulla panchina dell’Inter”. La squadra riesce lo stesso a ricompattarsi e vincere lo scudetto sotto il diluvio di Parma ma Mancini viene esonerato con un comunicato polemico.

Roberto Mancini, Inter

La polvere, in sei anni, era tornata sotto il tappeto: accolto come “il fuoriclasse” (Thohir dixit) al posto di un immalinconito Mazzarri, beffato dalla sua tenacia sul 3-5-2 e dalla pioggia, aveva un solo compito: restituire il bel gioco all’Inter. “Pensavo fosse più facile”, ha confidato a denti stretti ai suoi amici in più occasioni. La prima stagione si era chiusa con una media punti a partita addirittura inferiore a quella del suo predecessore (1.44 contro 1.45): la fiducia, però, non era stata scalfita. Più forte dell’eliminazione prematura dall’Europa League, delle tante reti al passivo, della scarsa coesione tra un allenatore dalla personalità spesso preminente rispetto ai suoi calciatori e la squadra.

Ma i numeri, si sa, sono l’essenza della legge impietosa del dio pallone: Podolski, Shaqiri, Santon, Kondogbia, Felipe Melo, Jovetic, Ljajic, Montoya, Telles, Eder. Cos’hanno in comune? Roby-gol li ha voluti e poi ripudiati, a volte addirittura rispediti al mittente. 20 acquisti in 20 mesi, zero trofei, poco gioco: l’eredità del Mancini 2.0 resta questa. Con picchi di libido: il 3-0 contro la Juventus in Coppa Italia e il primato natalizio nello scorso campionato. Quell’Inter, però, poi ha chiuso quarta a 24 punti dalla Juve, e non soltanto perché segnava meno delle altre. Anche se certi gol, il Mancio, “li avrebbe fatti anche lui”, come spiegò bacchettando Icardi dopo un 1-1 casalingo contro il Carpi.

Mancini e Icardi, un rapporto sempre complicato.

La beffa? I saluti sono arrivati a poche ore dall’amichevole contro il Borussia Mönchengladbach, a pochi passi da Jesi, dove la leggenda del Mancio calciatore ha mosso i primi passi. Ma il divorzio era nell’aria da un mese abbondante, da quando il colosso Suning era approdato alla Pinetina: l’allenatore aveva chiesto Aubameyang, Reus, Vermaelen e Touré, gli era stato risposto quattro volte di no. In compenso sono arrivati Banega, Erkin, Ansaldi e Candreva, non noccioline.

Le 10 sberle rimediate da Bayern Monaco e Tottenham non avevano certo agevolato i piani: così, mentre l’Inter preparava le amichevoli estive, il d.s. Piero Ausilio volava a Londra con il Ceo Michael Bolingbroke per parlare con De Boer e poi fare un report tecnico a Suning. Allora il Mancio ha capito di essere rimasto solo, e soprattutto di non essere più al comando: lui che si era ritagliato un ruolo da manager, forse ancora un’incognita nel calcio italiano, ma alla fin dei conti senza portafogli.

E pensare che durante la scorsa settimana la nuova proprietà aveva mandato al tecnico un secondo segnale di grande apertura: oltre al mercato di alto profilo e senza cessioni eccellenti, era arrivata la proposta di rinnovo. Un prolungamento di due anni, fino al 2019, a cifre congrue ma con una serie di postille legate alla Champions su cui i rispettivi avvocati si stavano confrontando. Il Mancio però avrebbe chiesto una forte penale in caso di esonero anticipato e soprattutto non avrebbe accettato di non essere coinvolto sul mercato. Le penali, ora, sono quelle dell’addio dorato, valso circa 2.5 milioni di euro.

Inter-Tottenham 1-6, il momentaneo pareggio di Perisic
Inter-Tottenham 1-6, il momentaneo pareggio di Perisic

Da una punta a un libero, da Mancini a Frank De Boer (si legge De Bur). Indietro tutta? No, perché la nuova guida tecnica è maturata nel 4-3-3 dei lancieri d’Olanda, icona di bel gioco. La pazza idea era nata a Rio de Janeiro, dove Erick Thohir sta seguendo le Olimpiadi come capo delegazione dell’Indonesia, ed è diventata realtà nelle scorse ore.

Arriva un allenatore che ha l’Italia nel destino (ha esordito in panchina battendo il Milan, la sua prima da calciatore sempre con vittoria contro i rossoneri) ma che dovrà lottare per superare le diffidenze: la sua grande qualità è stata la valorizzazione del patrimonio giovanile dell’Ajax, in cui si è rivelato eccellente. Ha vinto quattro Eredivisie, è passato dal 5 maggio olandese nell’ultimo turno dello scorso campionato (1-1 con il piccolo De Graafschap e addio al primo posto nell’ultimo turno) e potrebbe essere affiancato da Cristian Chivu anche per ragioni linguistiche. Probabilmente sarà il traghettatore verso Diego Simeone, sicuramente non penserà che tutto possa essere “troppo facile”. Gli basterà guardare negli occhi Francesco Toldo, oggi consigliere di Inter Campus, per ripensare a Euro 2000 e a quei calci di rigore ancora negli occhi di tutti noi.

Olanda-Italia, Toldo para il rigore di De Boer

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