Uno sta per dare l’addio e non verrà troppo rimpianto, l’altro sta per dire addio e ci sarà invece un moto di tristezza e di lacrime a non vederlo più in pantaloncini e maglietta. Ma in realtà entrambi potrebbero anche restare, anche se la convivenza è compromessa. Non con gli stessi ruoli, però. O meglio, uno rimarrebbe a fare l’allenatore – ma dopo mille e mille rassicurazioni e programmi vincenti – mentre l’altro indosserebbe giacca e cravatta per entrare a far parte del mondo dirigenziale. E sarebbe un nuovo inizio.

Nel frattempo, da qui al 28 maggio, possiamo solo immaginare che andrà così. Ovvero che Luciano Spalletti lascerà la panchina della Roma per accasarsi da un’altra parte (Inter forse), che Francesco Totti saluterà tutti all’Olimpico e, dovesse ancora avere fame di pallone, emigrerà in qualche campionato esotico per gli ultimi scampoli di carriera. Oppure, visto che esiste già un contratto di sei anni da dirigente, presterebbe più faccia e idee che piedi e testa alla ‘sua’ Roma.

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Due addii vicini, dunque, ma tanto diversi. Da una parte c’è Spalletti, che ha fatto fatica fin dal suo ritorno a gestire un Totti a fine carriera, ma ancora voglioso di giocare. Che a gennaio ha detto che se ne sarebbe andato via senza vincere neanche un trofeo (lo scudetto è l’ultimo rimasto, ma le speranze sono ridotte al lumicino). Uomo di parola, il toscano, si presume abbia già preparato le valigie. E forse anche con un sospiro di sollievo visto che ogni partita è il solito refrain: “Perché Totti ha fatto solo cinque minuti? Perché a Totti ha negato anche solo cinque minuti?”. Quando dice che si sente un po’ preso per i fondelli, c’ha anche ragione.

L’anno scorso, aveva gestito meglio Totti. Trovando anche magie dal numero 10. Ma l’estate scorsa bisognava fare qualcosa per evitare la tristezza di un capitano seduto perennemente in panchina e di un allenatore che non sa che pesci pigliare con l’ex Pupone. Dire chiaro e tondo alla piazza che il Capitano sarebbe stato una sorta di ministro senza portafoglio (e senza campo), se non in occasioni particolari. Nessuno dei dirigenti l’ha fatto. Spalletti si è ritrovato con la solita patata bollente che, tra l’altro, si son ritrovati sul fornello pure altri tecnici. Pure quando Totti era nel fiore degli anni. Chiaro che adesso il buon Luciano la pazienza l’abbia un po’ persa, anche leggendo gli striscioni dei nemici (non il rumore dei nemici), ultimi quelli del Milan, che salutavano Francesco Totti dalla curva, pensando probabilmente di vederlo in campo. E lo applaudivano mentre si scaldava a bordo campo. Inutilmente.

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Tutto vero. Ma Totti sarebbe rimasto un altro anno sapendo che non avrebbe praticamente mai giocato? Da uomo intelligente, se glielo avessero spiegato nel modo giusto, forse sì. Se avesse deciso di andarsene dodici mesi fa, avrebbe dovuto essere lui a spiegare alla gente che era stata una sua scelta. Mentre lui continua a non parlare neanche quest’anno, lascia che siano gli altri a pensionarlo. E sinceramente è un po’ triste che accada a una delle ultime bandiere rimaste.

Francesco Totti ha sempre unito i cuori romanisti. Ma ha pure sempre fatto parlare gli esterni: tra chi dice che sia lui il vero presidente, da sempre, e che abbia deciso più di una volta quale tecnico mandare via e quale portare a Roma. Tra chi sostiene che invece uno con il suo talento, sia stato sprecato nella capitale, dove ha portato a casa un solo scudetto. Mentre a Madrid o a Torino, magari, ne avrebbe potuti collezionare molti di più. Totti negli ultimi anni ha diviso più del solito: troppo vecchio per giocare ancora ad alti livelli. Anzi no, ancora troppo forte per stare in panchina. Insomma, un vero e proprio cruccio per allenatori e tifosi.

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Addii così diversi quelli di Spalletti e Totti. Il primo, in fondo, se ne andrà alla chetichella: tante promesse e nessun successo, ma anche tante parole in questa stagione. Troppe, probabilmente. Spalletti si è messo alla porta da solo, prima parlando e poi non vincendo. Il secondo se ne andrà facendo tanto tanto rumore, pur stando zitto, messo alla porta dalla dirigenza. Giusto, sbagliato? Forse era lui, Francesco, che doveva decidere come e quando. Oppure avrebbe dovuto smettere prima, quando ancora non se ne stava tra giovanotti e sostituti. Come un qualsiasi panchinaro. Avrebbe dovuto lasciare la Roma e giocare gli ultimi spiccioli di voglia e pallone in India. Oppure negli Stati Uniti. O da qualche sceicco. Per poi tornare nella capitale, dopo aver magari studiato un anno da dirigente. Discorsi che lasciano il tempo che trovano se confrontati con l’amore viscerale di Totti per Roma e per la Roma: non si è mai visto con un’altra maglietta. Giusto, dunque, che nasca e muoia – calcisticamente – con quelli stessi colori addosso: il giallo e il rosso.

L’eleganza, permettete, non c’è stata da nessuna parte in questa vicenda. Non in Spalletti che, come un vulcano, ha eruttato lava, lapilli e pure un po’ di fango proprio negli ultimi mesi; non in Totti, che poteva – da leader e capataz qual è a Trigoria – dire ai tifosi che la scelta di chiudere era sua e solo sua. Non in Pallotta e negli altri dirigenti, che hanno deciso di parlare per e in nome del capitano. Non in Monchi, che rappresenta il nuovo corso, e alla prima conferenza stampa ha subito fatto sapere che sì, che Totti avrebbe rispettato il contratto da giocatore senza rinnovo. Non nei tifosi, anche. Perché il troppo amore per il numero 10 ha spesso offuscato il loro amore per la squadra. Non solo adesso. Non solo quest’anno.

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Tra un po’ lo celebreremo Francesco Totti. Per i record, per le prodezze, per essere rimasto fedele a una e una sola squadra. Ma in queste ultime settimane un po’ tutto non è andato come doveva andare sotto il Cupolone. Altrimenti, forse, Roma-Juventus di domenica avrebbe ancora il sapore di tricolore. Altrimenti, forse, Spalletti potrebbe ancora costruire qualcosa. Altrimenti, forse, il capitano potrebbe giocarsi queste ultime settimane senza dubbi e incertezze. Altrimenti, forse, la Curva Sud canterebbe ancora per entrambi i suoi amori: Totti e la Roma. Altrimenti, forse, la squadra di calcio che porta il nome della capitale italiana non avrebbe in bacheca pochi trofei, anche a causa di baruffe ‘trigoriane’ che hanno coinvolto tutti da queste parti, sempre: le radio private, i giornalisti, i calciatori, gli allenatori, la dirigenza, i giocatori. Il Giocatore.

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