C’era una volta un allenatore sfrontato, che non aveva paura di parlare di “prostituzione intellettuale”, mostrarsi con le manette di fronte a un arbitro, fare muro davanti alle critiche mettendosi costantemente in discussione. E soprattutto c’era una volta un allenatore vincente, che a fine anno (o al termine di un biennio) sollevava trofei e conquistava titoli a nove colonne. Inutile girarci intorno: lo Josè Mourinho che da due mesi occupa la panchina di Old Trafford ricorda il cugino imbolsito di quello che un decennio fa meravigliava il calcio inglese a Stamford Bridge. Al fumo di Londra è subentrata la nebbia di Manchester, quella nella quale lo United si è perso ai primi freddi.

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Il rumore dei nemici? Non c’è più

E pensare che il 53enne portoghese si era presentato ai nastri di partenza con 22 titoli in bacheca, compresi tre titoli in Premier League e due Champions League, e l’etichetta di “migliore allenatore al mondo” affissagli sulle spalle dall’ad dei Red Devils Ed Woodward: solito sorriso accattivante, sufficiente per una campagna acquisti faraonica (Pogba, Ibrahimovic e Bailly su tutti) e prime prove convincenti,  compresa la vittoria del Community Shield contro l’ex “nemico” Ranieri. I nemici, altri assenti eccellenti: Mou sembra aver smarrito per strada la consueta dialettica, la capacità di creare – talvolta anche ad arte – ostacoli da superare e montagne da scalare, dati che ne hanno fatto un eccezionale motivatore. Così, tra polemiche, multe, sconfitte cocenti e un gioco che non decolla, l’ex allenatore dell’Inter è nell’occhio del ciclone in Inghilterra e in una posizione sempre più complicata.

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Peggio di Moyes e Van Gaal

A inchiodare il Mou 2.0, versione “british”, sono sin qui i numeri: 15 punti in 10 partite di Premier League, otto lunghezze di distanza dal trio di testa formato da Manchester City, Arsenal e Liverpool e un avvio di stagione peggiore di quello avuto con Moyes e Van Gaal.  Anche lo scozzese, infatti, era ottavo in classifica, ma aveva fatto due punti (15 contro 13) e quattro gol in più (17 contro 13). Il santone olandese dopo un quarto del torneo era invece decimo, con due punti in meno ma tre reti in più all’attivo. Il Manchester United non vince da ben quattro turni: 3 punti il misero bottino e in mezzo anche l’umiliante sconfitta con il Chelsea di Antonio Conte. Numeri inaccettabili anche per l’aplomb d’Oltremanica, tanto da portare alla creazione su Twitter dell’account @GetMourinhoOut, nato per unire la delusione dei tifosi e chiedere senza mezzi termini l’esonero dello Special One. Fino ad affittare un velivolo per la prossima gara casalinga, trasportando uno striscione con su scritto “Mourinho Out”.

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Pog-boh, Ibra a digiuno

Tanto fisico e pochi orpelli: Mourinho l’aveva studiata in questo modo. “Prendo dei bulldozer e magari vinco tante partite di misura”. Le vittorie di inizio stagione (tre di fila e vetta che aveva stupito anche i bookmakers), paradossalmente, avevano nascosto i reali problemi dello United. La sterilità del possesso palla è diventata sempre più costante con il passare delle partite, il pressing di Fellaini e Herrera meno efficace, la difesa un colabrodo.

Non trovare il bandolo della matassa ha mandato in confusione anche Mou. E con lui le star del mercato estivo: Pogba alterna 5 in pagella a prove efficaci, ma non ha ancora dimostrato di valere le cifre spese per lui; Ibrahimovic, deus ex machina nei piani del lusitano, non segna in Premier dal 10 settembre, il gol dell’1-2 nel derby di Manchester poi perso contro il City. Zlatan è in astinenza da 540 minuti (in cui non ha fatto né gol, né assist) malgrado 35 conclusioni in porta. Mai così male dal 2007.

Per non parlare degli “emarginati” Rooney, Darmian e Schweinsteiger, quest’ultimo riaggregato al gruppo negli scorsi giorni dopo tre mesi con le riserve, nonostante il titolo di campione del mondo in tasca.

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Ora o mai Mou

Mou è chiamato a dare la scossa. In campo e anche fuori, dove i risultati sono stati ancor più mediocri: “Vivo in un albergo e per i paparazzi è fantastico perché conoscono l’hotel e mi aspettano ad ogni ora del giorno -ha  raccontato in una recente intervista – A volte vorrei camminare, ma non posso. Vorrei solo attraversare il ponte e andare al ristorante. Ma non posso e questo è davvero pessimo. Per fortuna ho le mie app e posso farmi portare il cibo a casa”. Un uomo solo, senza famiglia, braccato dai paparazzi nel grigio di una metropoli industriale. Verlaine ne avrebbe tratto una poesia, allo Special One non resta che guardarsi indietro e pensare alle parole pronunciate allo sbarco all’Old Trafford: “Penso che si possa guardare al nostro club attraverso due prospettive. Una è considerare gli ultimi tre anni, l’altra la storia del club. Preferisco dimenticare le tre stagioni passate, e concentrarmi sulla tradizione del Manchester United”. Ma la storia passa da lui. E la sua storia passa anche dallo United. Perché c’è il rischio di passare da Special One a Special Once. Si tolga le manette, Josè. Così non la riconosciamo.

 

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