Tags Posts tagged with "ventura"

ventura

0 434

Ieri sera a San Siro il calcio italiano ha toccato probabilmente il punto più basso degli ultimi 60 anni. Una sconfitta che trascende il piano sportivo, che va a toccare le corde emotive in tutti noi.

La tristezza di Buffon, che si ritrova a chiudere un ventennio di Nazionale straordinario nel modo peggiore, la delusione di De Rossi e Barzagli, il dispiacere sui volti di tutti gli azzurri sono le stesse sensazioni provate da chiunque abbia assistito alla partita.

Non sappiamo cosa sia un Mondiale senza l’Italia, almeno una gran parte di noi. Il prossimo anno invece dovremo fare i conti con questa situazione inedita, inaspettata. Niente corse per tornare presto dal mare, niente locali addobbati a festa, niente scuse per uscire da lavoro un’ora prima “perché alle sei gioca l’Italia”. Oggi siamo tutti tristi, spaesati per questa situazione: ad ogni Mondiale sono legati ricordi, sensazioni indelebili della nostra vita.

I Mondiali di calcio hanno scandito i tempi della nostra vita e scandiranno i tempi che verranno”, dicono Federico Buffa e Carlo Pizzigoni nell’incipit di ogni puntata di Storie Mondiali. Accadranno comunque cose belle e indimenticabili nell’estate del 2018. Rideremo, resteremo svegli fino a tardi, guarderemo anche qualche partita delle squadre che al Mondiale ci sono arrivate. Ma a questo universo narrativo di ricordi mancherà un riferimento sociale, prima ancora che sportivo, un gol di Grosso o un rigore di Baggio a cui appigliarsi quando non ci ricorderemo che anno era.

Come siamo arrivati a tanto? Come è stato possibile infangare la storia di una Nazione che ha dato tanto al calcio mondiale e far indignare un intero paese? Il fallimento dell’Italia di Ventura e di Tavecchio è epocale, con pochi precedenti, ma è solamente l’apice negativo di un periodo di declino assoluto di un intero movimento, convinto che la storia gloriosa possa bastare per portare a casa risultati positivi. E invece non è così, perché intorno a noi gli altri non sono stati a guardare e pian piano ci hanno sorpassato.

Belgio, Germania, Spagna, nazionali che hanno vissuto anni difficili, sono ripartite grazie a progetti di crescita ben definiti, che hanno avuto come base il lavoro sui giovani e che negli anni hanno dato i frutti sperati. Chi dirige il calcio in questi paesi si è preso la responsabilità di cambiare la rotta di un movimento in difficoltà, di attuare riforme di lungo periodo che poi col tempo hanno portato a risultati importanti.

Noi ci ritroviamo indietro, ancorati a un passato di vittorie che diventa sempre più passato. La nostra Nazionale, dopo la straordinaria impresa del 2006, ha collezionato brutte figure sia in Sud Africa che in Brasile (con gli intermezzi degli Europei del 2012 e del 2016, in cui abbiamo ottenuto risultati superiori alle nostre possibilità grazie soprattutto al gran lavoro fatto da Prandelli e Conte), la Serie A è spaccata tra squadre deboli sempre più deboli e quelli che dovrebbero essere top club che vincono senza difficoltà contro di esse, ma che poi in Europa vengono sistematicamente battute dalle altre big europee (solo la Juventus è riuscita, in parte, a competere ad alti livelli), per i giovani che emergono con difficoltà la maglia della Nazionale maggiore sembra quasi impossibile da raggiungere.

Nel post 2006 non c’è stata lungimiranza nelle azioni di chi ha guidato il calcio.  L’era di Carlo Tavecchio ha portato al disastroso epilogo di ieri, con Ventura Ct in bambola e incapace di dare un’impronta definita alla squadra azzurra. Dopo la sconfitta con la Spagna l’ex allenatore del Torino ha dimostrato tutta la sua inadeguatezza, preferendo tornare sui suoi passi e rinnegare il 424 su cui aveva puntato per riproporre il 352 di Conte. Le sue scelte senza criterio (su tutte quella di tenere Insigne, probabilmente il miglior calciatore italiano in questo momento, in campo per 10 minuti nella gara di andata e in panchina ieri) e le dichiarazioni fuori luogo (parlare di arbitri e sfortuna dopo la sconfitta in Svezia è assurdo) parlano per lui.

In questa situazione assurda sia il presidente della FIGC che il Ct non sono stati ancora in grado di fare un passo indietro e dare le dimissioni, cosa che almeno fecero Prandelli e Malagò poco dopo Italia-Uruguay. Sono ancora lì, ad aspettare non si sa cosa.  Sembra che si sia sempre l’interesse personale prima della dignità, la poltrona da difendere, il milione di buonuscita da trattare.

L’indignazione di una nazione intera deve servire da stimolo a portare un profondo rinnovamento calcistico in un movimento immobile da troppi anni. Emblematiche a tal proposito le dichiarazioni rilasciate proprio oggi dal ministro per lo sport Lotti: “Le parole di Gigi Buffon sono state molto chiare: è evidente che dobbiamo tutti aiutare a far ripartire il mondo del calcio, in tutti i sensi. Non è dalla partita con la Svezia che si è capito che ci sono dei problemi, che c’è qualcosa che non va: negli ultimi due Mondiali siamo usciti al primo turno, non si riescono ad eleggere il presidente della Lega di A e di B. C’è molto da fare, credo che sia opportuno sfruttare questa occasione negativa per rifondare del tutto il calcio italiano

L’occasione di ricostruire sulle macerie un calcio nuovo, che riporti finalmente l’Italia fuori da una situazione ormai insostenibile, stavolta è troppo grande per non sfruttarla. Reiterare con gli stessi errori del passato recente significherebbe solamente condannarci a un futuro di incertezze e di sicuri insuccessi.

0 906

Entrambi hanno scelto la Puglia per prendere il largo nel mare del calcio italiano: uno dei due ci si è addirittura sposato con la sua Luciana. Venti anni li separano sulla carta d’identità, tre numeri, 4-4-2 li hanno uniti a lungo, prima che Antonio Conte virasse verso il 3-5-2. Negli occhi ci sono ancora le mani tra i capelli di Pellè, la lenta rincorsa di Zaza, l’errore di Darmian e le lacrime post-Germania, ma l’Italia è chiamata a ripartire. E a ricominciare…da sé: da una scuola che non produce più talenti sopraffini, ma operai affidabili e con qualche guizzo di classe, forgiata da maestri dei campi di periferia.

Abbiamo intrapreso una strada bella che possa riportare i nostri colori sempre più in alto per essere rispettati da tutti. Questo è l’obiettivo raggiunto tenendo testa ai campioni d’Europa e ai campioni del Mondo

Antonio Conte

L’esordio di Giampiero Ventura sulla panchina dell’Italia avverrà il prossimo 1 settembre, nella ”sua” Bari, dove due anni fa Conte aveva battezzato l’Olanda con due reti nella sua prima da Ct. Quattro giorni dopo, il 5 settembre, gli azzurri giocheranno in Israele per il primo match di qualificazione a Russia 2018. L’Italia farà parte del gruppo G con Spagna, Albania, Macedonia, Israele e Liechtenstein. La prima si qualifica, la seconda va ai playoff. Ma con quale eredità matura questo cambio al vertice?

Antonio Conte

Dallo “Stringiamoci a Co…nte” ai soldati di Ventura il passo è breve. Nonostante la ferita ancora fresca, l’Italia ha già voltato pagina e il nuovo staff, capitanato dall’ex tecnico del Toro, è già al lavoro per l’inizio del nuovo ciclo. L’età media resta elevata: ma in fondo il tecnico ligure è stato eletto per questo, lavorare sui giovani come ha sempre saputo fare nel corso della sua carriera, valorizzando talenti come Darmian, Immobile, Cerci, Ogbonna, Ranocchia, Bonucci, Benassi e Zappacosta.

La valorizzazione: in “Cattiva maestra televisione”, Karl Popper spiegava che i bambini hanno bisogno di più esperienza e meno immagini filtrate. Il maestro austriaco naturalizzato britannico non sarebbe stato fiero di Conte: in eredità lascia il detto “volere è potere” e quello straordinario gruppo, nato il 18 maggio ma di difficile persistenza nel tempo. L’amore per la maglia e l’entusiasmo per la Nazionale sono un patrimonio che l’ex allenatore della Juventus potrà inserire nella sua bacheca dei trofei “morali”, ma la ricostruzione e l’inserimento di volti nuovi passa da Ventura, chiamato a prendere il posto di un condottiero venerato da popolo e giocatori. Conte ha aperto un ciclo e l’ha chiuso? Probabile. Ma se avesse provato il contrario, mirando a un Europeo di transizione, probabilmente i 60 milioni di allenatori italiani non avrebbero gradito.

Giampiero Ventura

Dai bastardi terribili, la BBC composta da Barzagli, Bonucci e Chiellini davanti a saracinesca Buffon (la cui eredità sarà raccolta da Perin e Donnarumma), si dovrà giocoforza lentamente passare ai bambini tremendi. I 22 anni di Rugani, i 21 di Romagnoli, i 20 di Calabria, sommati ai 25 di Tonelli, rappresentano una base solida in tal senso: ma a patto che si abbia voglia di rischiare, anche in un girone di qualificazione ai Mondiali 2018 che non ammette distrazioni. Ventura vorrebbe convincere Barzagli a continuare, nonostante la sua intenzione di chiudere con l’azzurro, e ci sono buone possibilità che ci riesca. Negli esterni verrà inserito Zappacosta, che faceva già parte del gruppone in ritiro pre Europeo, allenato da Ventura al Toro.

Un nuovo governo, ma Ministri che cambieranno negli anni. D’altronde il segreto del successo, nel campionato italiano ma anche a ogni altra latitudine, si annida in una difesa abbottonata. A centrocampo, cuore del rimpasto, occorreranno idee giovani, ma anche ritrovate: Verratti e Marchisio sono due nomi da cui ripartire, Pellegrini, Sensi, Benassi e Jorginho gli architetti sui quali investire. In corsia Bernardeschi e El Shaarawy cercano di trovare le giuste distanze. Infine, l’attacco. Come Conte, anche Ventura predilige le due punte abili a giocare in verticale e vicine tra loro: Pavoletti, Gabbiadini e Berardi sono alla porta, Eder, Pellè, Immobile e Zaza sono avvisati.

Antonio Conte con Italia

Da settembre il nuovo selezionatore si troverà a scalare l’Everest con una cinquecento. Intanto, però, l’onore azzurro è stato messo in salvo e l’eredità di un uomo solo al comando non è da sperperare. «Lascio una traccia importante, con il lavoro si può». Conte per Ventura è un esempio da seguire e un peso da sopportare al tempo stesso. Dovrà lottare con gli antichi vizi italiani, l’ex allenatore del Torino: l’invasione degli stranieri, l’ostracismo dei club, l’indifferenza del Paese se non quando si tratta di “grandi eventi”.

Anche il suo predecessore lo aveva ricordato: «L’inverno è stato lungo, mi sono sentito solo tranne che per il presidente Tavecchio. A novembre dopo le qualificazioni volevo restare per un altro biennio, ma non mi sono mai sentito appoggiato da nessuno». Serviranno idee innovative e vestiti tattici ritagliati su misura. L’importante è credere sempre nei propri mezzi, come dice lo stesso Giampiero Ventura: «Se vogliamo possiamo». Un training mentale che anche Conte ha sempre cercato di trasmettere ai propri ragazzi. Uomini soli. Sì. Ma al comando.

0 787

È l’allenatore perfetto per succedere a Conte, c’è continuità anche dal punto di vista dell’idea di gioco. C’è logica in questa scelta

Parole e musica di Giorgio Perinetti, attuale direttore sportivo del Venezia, navigato uomo di calcio e gran conoscitore della materia, ma soprattutto il “padre” della staffetta Ventura-Conte, che si è concretizzata anche in chiave azzurra. Del resto, all’esperto ds sono legati in gran parte gli sviluppi recenti delle carriere dei due allenatori. È stato Perinetti, infatti, a puntare con decisione su Conte in panchina, prima studiandolo come “secondo” ai tempi del Siena (alle spalle di De Canio) e poi imponendolo con decisione all’allora presidente Matarrese ai tempi del Bari, nel 2007, quando la squadra passò dal rischio retrocessione – culminato con l’esonero di Materazzi padre – alla promozione diretta in serie A davanti al Parma. E sempre lui nel 2009 non ebbe esitazioni nello scegliere Ventura, reduce dall’esperienza dai due volti di Pisa (play off il primo anno, retrocessione il secondo), per rimediare allo strappo improvviso con il tecnico salentino; una scelta che riportò l’allenatore genovese ad alti livelli, dopo gli ultimi anni spesi alla “periferia” dei grandi palcoscenici.

I progressi successivi delle rispettive carriere e gli incroci che il calcio sa disegnare in maniera imprevedibile li hanno poi portati ad essere protagonisti del sentito derby di Torino. Una circostanza che, alla vigilia del primo confronto, riaccese i riflettori ancora su Perinetti che in un’intervista tornò a raccontare i suoi pupilli svelando anche un curioso retroscena. “Antonio faceva vedere ai giocatori del Bari anche gli schemi del Pisa di Giampiero. Entrambi propongono un calcio molto offensivo, eppure trovano un equilibrio quasi perfetto in fase difensiva. Conte è un vecchio saggio, tanto è cresciuto in fretta, e fantastico motivatore. Ventura resta un eterno bambinone, con un meraviglioso carico di entusiasmo. Il loro gioco è a ritmo sostenuto; Antonio vuole che i calciatori ragionino a velocità folle“.

conte

E ancora: “Li conoscevo troppo bene e sapevo che non avrei sbagliato a puntare sulle loro qualità. Conte lo avevo apprezzato alla Juventus come capitano che già si muoveva da allenatore in campo, tra Zidane, Davids e Deschamps. E in seguito l’avevo visto all’opera, nel mio Siena. Nel ’92 Giampiero allenava la Pistoiese e lo raccomandai al mio amico Femiano, d.s. del Giarre. Speravo, in realtà, di portarlo poi al mio Palermo ma Ventura era bloccato dal Centro tecnico, in quanto aveva ancora il patentino di secondo livello“.

La storia, dunque, si ripete. E a livelli siderali rispetto agli inizi. Nel frattempo Conte ha rifatto grande la Juventus, vedendosi però chiudere le porte in faccia dalla Champions League (con la beffa del colpaccio quasi centrato alla prima occasione dal suo successore Allegri) e dopo ripetuti tentativi di imporre le sue idee nel movimento della Nazionale – resi vani dal sistema inveterato e molto conservatore del nostro calcio – ha preferito ributtarsi nell’esperienza da allenatore in Premier, con il Chelsea, un altro club da rilanciare. Ventura, invece, ha dimostrato a Torino di poter lavorare sul medio-lungo termine: ha riportato i granata in serie A e poi in Europa, ha fatto innamorare i tifosi del suo calcio, lanciato talenti e permesso anche al presidente Cairo di monetizzare con le loro cessioni (Immobile, Cerci, Darmian, Ogbonna solo per citarne alcuni).

ventura

Ma c’è di più sul conto di Ventura: arrivato con l’etichetta del convinto sostenitore di un unico modulo (4-2-4) ha saputo adattarsi alle caratteristiche dei giocatori e mostrato grande varietà tattica, sia pure nell’ambito di un credo calcistico consolidato nel corso della sua lunga carriera. Una caratteristica, insieme a quella di saper lavorare e bene con i giovani (si pensi agli ultimi Belotti, Zappacosta, Baselli e Benassi, solo per rimanere in territorio italiano) che ha spinto i vertici federali a puntare su di lui preferendolo ad altri profili anche più “modaioli”. Un tecnico che, peraltro, può contare su un plus-valore rispetto a Conte: ai pugni sul tavolo dell’attuale ct e alle questioni affrontate di petto e fuori dai denti, Ventura ha sempre preferito l’arma dell’ironia, del sorriso, del disincanto, di una diplomazia che qualcuno ha spesso scambiato per “paraculismo”. Servirà anche questo nel difficile percorso che dovrà affrontare per rinnovare l’Italia e condurla ai prossimi Mondiali passando per un girone tutt’altro che semplice.

0 1242

Le facce dei giocatori del grande Torino sono note a tutti gli appassionati di calcio: Mazzola, Ballarin, Loik, Ossola. I loro volti rappresentavano benissimo la gente. E infatti quei ragazzi, che per i più erano uomini, vivevano in simbiosi con i propri tifosi, li aiutavano a pagare la pigione di casa, o a trovare lavoro. Erano il simbolo dell’Italia del dopoguerra. Un popolo unito e pronto al riscatto.

Dopo Superga sono passati tanti anni, prima di vedere un grande Toro. Lo scudetto del 1976 fu quello dei baffi di Zaccarelli, delle basette di Pulici, della chioma di Ciccio Graziani. Era un Toro combattivo, un po’ beat, come voleva l’epoca, come il carattere di Gigi Meroni, che girava in centro con una gallina al guinzaglio. Una squadra guidata da un sergente di ferro, Gigi Radice, che guardava i suoi ragazzi come rivoluzionari del pallone, da gestire come un buon padre di famiglia. Permettendo anche qualche trasgressione, ma sempre e solo al momento giusto. Quando c’era da pedalare e da fare ramanzine anche il più sessantottino di loro se la faceva addosso.

Maratona_99726_00274_Web_19760516_Scudetto_06

Giampiero Ventura è un personaggio a sé. Non ricorda nessuno dei suoi predecessori, ma di certo sta scrivendo una storia bellissima, che di granata ha tanto. Ventura è il padre di una squadra che al quinto anno assieme inizia davvero a far innamorare i tifosi. Che hanno dimenticato le polemiche verso la presunta avarizia di braccinocorto Cairo e si sono concentrati su una squadra giovane e vincente. Una squadra hipster, ancora una volta in linea con la tendenza che vuole giocatore barbuti, tatuati e un po’ fuori di testa, ma che guidati con sapienza sono certamente la rivelazione di questo campionato.

Baselli è forse la chiave di volta di una squadra che ha investito sui giovani puntando su elementi che le grandi squadre hanno lasciato andare, spendendo i loro soldi altrove. Arriva dall’Atalanta, così come Davide Zappacosta, un altro che fino ad un anno fa giocava in B, a Frosinone. Entrambi hanno quell’espressione un po’ sfrontata di chi sa che non è arrivato lì per caso. A dare esperienza ci pensano Quagliarella, mai così concreto, Padelli, finalmente più costante, e Glik, un difensore tra i più forti della Serie A, e non solo.

Ventura

Una delle chiavi del successo di Ventura è certamente la crescita del difensore polacco, divenuto ormai un centrale di caratura internazionale, grazie anche all’exploit della sua nazionale che si sta giocando la qualificazione ad Euro 2016.

Glik è leader, parla perfettamente l’italiano, conosce perfettamente i tempi dei compagni di squadra, difende, lancia e all’occorrenza sblocca le partite con un’incursione delle sue. Ma soprattutto conosce la storia del grande Torino, e si reca spesso a Superga per onorarla. Per Ventura è una sorta di allenatore in campo. A lui, Moretti e Maxi Lopez, oltre che a Quagliarella, è richiesta esperienza, pazienza, strategia. A Bruno Peres l’imprevedibilità, che resta una delle prerogative delle squadre di Ventura, un maestro di calcio che si appresta a diventare professore.

Non solo bel gioco, ma anche tanta psicologia per tirare fuori il meglio dai propri giocatori, oltre a inattese doti di management che gli hanno permesso di sostituire senza traumi il miglior giocatore delle stagioni passate.

Quel Darmian che sta facendo benissimo a Manchester, e anche questo è un gran merito di Ventura: aver fatto diventare un giocatore normale uno dei migliori terzini d’Europa. Questo ha permesso a Cairo di fare cassa e investire parte di quel tesoretto su Belotti, Zappacosta e Baselli.

Si può dire che quello del Torino è un progetto con fondamenta importanti, che cresce anno per anno e che non è destinato a chiudere nel volgere di qualche stagione. Molte perplessità su Mister Libidine (così lo chiamavano a Bari) erano dettate proprio dal fatto che spesso, alle sue squadre, sono stati fatali i secondi e i terzi anni. Vedi Pisa e Bari tanto per citare esempi recenti. Ma qui siamo già arrivati alla quinta edizione, e come dice lo stesso Ventura “Bisogna abituarsi a non considerare il Toro una sorpresa“.

E allora non chiamiamola squadra rivelazione. Chiamiamola più semplicemente la squadra più hipster di questo campionato.