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Valencia

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Guai agli sconfitti. Ma soprattutto al Valencia, finora l’unica squadra a saper rimanere in scia del Barcellona nella Liga spagnola. I catalani hanno fin qui rischiato di fare filotto, con 10 vittorie e un pareggio, gli avversari inseguono a quattro punti e sono reduci da otto vittorie consecutive. Se dovessero salire sull’ottovolante, domenica al Mestalla, si porterebbero a un solo punto dalla formazione di Valverde. Perché quella sera c’è proprio Valencia-Barcellona, il big match del campionato spagnolo.

L’anti Barça, a sorpresa, non è infatti il Real Madrid di Zidane, e neanche l’Atletico Madrid di Simeone: è il Valencia di Marcelino (che non sarà in panchina per squalifica). Imbottito di ex giocatori che sono transitati dal campionato italiano, tutti a caccia di riscatto: da Zaza e Kondogbia a Neto e Murillo che, però, si è fatto male all’inguine nell’ultimo turno contro l’Espanyol (vittoria per 2-0 dei Pipistrelli) e salterà dunque il super match del Mestalla.

Geoffrey Kondogbia Valencia

Proprio l’ex Inter Kondogbia è uno dei trascinatori dell’undici di Marcelino. Ha già segnato tre gol – bellissimo l’ultimo – ed è lontanissimo parente del fantasma visto con la maglia nerazzurra. Contro gli azulgrana tornerà in campo pure Simone Zaza, nonostante il menisco rotto, perché serve la sua furbizia contro la difesa migliore della Liga. Sì, perché il Barcellona di Valverde è diversissimo da quelli che eravamo abituati ad ammirare, non solo perché non c’è più il brasiliano Neymar, ma perché in attacco si segna di meno (i blaugrana hanno comunque il miglior attacco del torneo iberico) e la difesa è una cassaforte. Se le reti fatte sono 33, quelle subite in 12 turni risultano essere appena 4 (meglio pure dell’Atletico Madrid che, con Simeone, ha fatto proprio del reparto arretrato il punto forte). Il Valencia di gol ne fatti finora 32, subendone però 11.

Zaza nella classifica del Pichichi segue Leo Messi: 12 gol per la Pulce in 12 partite, 9 in 11 per l’ex Juventus e Sassuolo, ma il Valencia poi può contare pure sull’attaccante Rodrigo, che si trova a quota 7 reti, e su Santi Mina, che è a 5.

Insomma, ci sono tutti i presupposti per una partita incerta anche se, per forza di cose, il Barcellona si prende il ruolo di favorita, con un Luis Suarez che, dopo la doppietta nell’ultimo turno di campionato, pare di nuovo in grande spolvero e con in mano la pistola fumante. Dall’altra parte, al posto di Murillo, ci sarà un giocatore esperto come Garay, perché il Valencia di quest’anno pare avere anche una rosa ampia, come ha dimostrato nella già citata vittoria per 2-0 a Barcellona, pur con in campo tanti rincalzi per via della sfida contro Valverde.

Luis Suárez festeggia uno dei due gol segnati in Real Madrid-Barcellona 0-4.

Un’assenza pesante, in difesa, pure per gli ospiti che domenica dovranno rinunciare a Gerard Piqué. Non solo: non ci sarà neanche Javier Mascherano e Valverde sarà obbligato ad affidarsi a Umtiti e Vermaelen. Difficile, però, parlare di emergenza per una squadra che può schierare al centro del reparto difensivo due titolari delle rispettive nazionali.

La domanda che tutti si fanno in Spagna in questi giorni è: il Valencia può veramente tenere aperto il campionato o dovremo parlare già di titolo mezzo assegnato a fine novembre? Se Messi e compagni dovessero fare bottino pieno al Mestalla, infatti, volerebbero a +7 sui diretti avversari. E con Real e Atletico a -10, la banda Valverde potrebbe iniziare ad amministrare il vantaggio.

E ancora: può una squadra che, nei pronostici della vigilia, veniva inserita tra quelle che si sarebbero accontentate di un posto nella prossima Europa League essere in grado di fermare la corazzata Barça, avvicinandosi e facendo un po’ spaventare i catalani? Gli esempi di underdog che poi hanno fatto la storia ci sono. Come dimenticare il Leicester di Claudio Ranieri?

Zaza Kondogbia Real Betis-Valencia

Ruben Urìa, vice allenatore del Valencia, dice: “Sarebbe un errore pensare che siamo candidati per il titolo”. Il sospetto che si preferisca volare bassi, di non volersi far pizzicare dai radar c’è. Ma anche la consapevolezza di non avere probabilmente la forza e l’esperienza per durare a lungo su questi ritmi. Al Mestalla, però, l’apporto del pubblico (e le fatiche di Champions del Barcellona) potrebbero pesare, se non altro per continuare a braccare da vicino i grandi favoriti della Liga. Quelli che, senza Neymar, avrebbero dovuto faticare e che invece stanno correndo più veloci degli anni passati, grazie a un modo nuovo di giocare, meno spettacolare ma più attento al risultato.

Restando in Spagna, nel 2013/2014 l’Atletico Madrid fece più o meno la stessa cosa: data per outsider in estate, a questo punto della stagione era in una situazione simile. E poi portò a casa la Liga. Pure allora c’era il Barcellona davanti, ma la seconda squadra di Madrid restò in scia finché, a febbraio e marzo, con tre inciampi consecutivi, il Barça si fece acchiappare e superare.

Marcelino come Simeone, quindi? Un po’ ci sta. Pochi fronzoli, squadra unita, sacrificio da parte di tutti. Giocatori che credono ciecamente nel loro allenatore e che sono venuti a Valencia voluti fortissimamente proprio da lui, come Gabriel Paulista, discepolo di Marcelino già al Villarreal. Ma il tecnico è riuscito a resuscitare tanti altri giocatori, non solo chi proveniva dall’Italia: Santi Mina, Rodrigo e Dani Parejo sembravano sulla via del tramonto prima di oggi.

Marcelino García Toral Valencia

Certo, resta l’incognita di una squadra che, come il Barcellona, finora vede immacolato lo score sotto la voce sconfitte: zero. Dovesse arrivare la prima, le vele si sgonfierebbero e il Valencia potrebbe crollare? Meno grave un ko del Barcellona, sia per la posizione in classifica sia per la personalità e l’abitudine a stare sotto pressione di Iniesta e compagni.

Guai ai vinti, dunque. Soprattutto se saranno quelli del Valencia.

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Marcelino García Toral Valencia

Solo sei mesi fa il Valencia era una squadra perennemente contestata dai propri tifosi, con il rischio di essere risucchiato in zona retrocessione (dove aveva fatto tutta la prima parte di stagione) e tre diversi allenatori fra cui Cesare Prandelli (per non parlare del disastro Gary Neville nel 2015-16, equivoco del proprietario Peter Lim). Ora invece l’equipo Che è imbattuto dopo otto giornate di Liga, secondo in classifica dietro solo al Barcellona: il protagonista della rinascita valenciana è senza dubbio il nuovo tecnico, Marcelino García Toral, che ha cambiato in positivo una squadra reduce da diversi anni bui.

Marcelino García Toral Valencia

RILANCIO DOPPIO

Anche Marcelino, arrivando a Valencia, è riuscito a prendersi diverse rivincite. Un anno fa aveva lasciato il Villarreal a pochi giorni dall’inizio del campionato dopo un litigio con l’attuale difensore del Milan Mateo Musacchio, per poi andare a un passo dal sostituire Frank de Boer all’Inter a novembre. I nerazzurri, dopo un colloquio avvenuto a Milano, hanno però preferito prendere Stefano Pioli (non c’è la controprova, ma forse sarebbe stato meglio puntare sullo spagnolo) e Marcelino è così rimasto senza squadra fino a maggio, quando il Valencia l’ha ingaggiato con un biennale a partire dall’1 luglio. Le sue qualità erano già note dai tempi del Villarreal, fatto risalire dalla Segunda División all’Europa League, e adesso sta provando a ripetere la stessa cosa, partendo peraltro da una base più solida visto che non ha dovuto ottenere la promozione in Liga. In poco tempo il Valencia è passato dall’essere una squadra con poche idee e senza un senso logico in campo a una macchina da gol (ventuno, solo il Barcellona ha fatto meglio) che vince e convince.

Zaza Kondogbia Real Betis-Valencia

TANTA ITALIA NELLA CRESCITA

Marcelino la Serie A l’ha solo sfiorata, ma a Valencia ora stanno facendo grandi prestazioni degli ex del campionato italiano. Il miglior marcatore è Simone Zaza, sette gol in otto presenze che lo hanno riportato in considerazione per l’Italia dopo il rigore sbagliato agli Europei, ma non va dimenticato il grande approccio di Geoffrey Kondogbia, tornato in Spagna (aveva giocato a Siviglia) dopo due anni disastrosi all’Inter e a segno al debutto nel 2-2 al Bernabéu contro il Real Madrid, oltre che domenica scorsa nel 3-6 al Real Betis. Con loro anche altri due ex nerazzurri, Martín Montoya e Jeison Murillo, più il portiere Neto preso dalla Juventus, ma il lavoro di Marcelino ha permesso di rivitalizzare anche altri giocatori: Gonçalo Guedes non stava trovando spazio al PSG, Andreas Pereira era retrocesso col Granada e soprattutto Rodrigo ha riconquistato dopo anni la convocazione nella Spagna grazie a un inizio di stagione molto positivo, nel quale ha già fatto lo stesso numero di gol di tutto lo scorso campionato (cinque). In pratica tutti hanno migliorato il rendimento sotto Marcelino, con la definitiva consacrazione del ’97 Carlos Soler e la conferma del leader Dani Parejo.

Simone Zaza Valencia

Ancora c’è qualcosa da migliorare, soprattutto in difesa dove i gol presi sono stati tanti (dieci) ma i ventuno realizzati li hanno fatti pesare poco, come domenica dove il Real Betis è passato in pochi minuti da 0-4 a 3-4 prima di crollare nel finale. Tuttavia quest’anno il Valencia sembra essere tornato ai fasti di un tempo e dopo un lungo periodo di anonimato al Mestalla ora si può tornare a pensare in grande: magari il secondo posto col passare delle giornate non verrà confermato, ma le coppe europee sono un obiettivo fattibile.

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La Liga spagnola oggi è probabilmente il campionato di calcio più interessante d’Europa, un concentrato unico di partite spettacolari e di fuoriclasse in grado di far divertire gli spettatori con numeri da spellarsi le mani. Tra una progressione palla al piede di Messi o Griezmann e una cannonata di CR7 c’è però un calciatore che sta facendo registrare numeri ai limiti di ogni umana comprensione. Diego Alves gioca in porta, precisamente nel Valencia, e da qualche anno è diventato l’incubo dei rigoristi, che ormai ogni qual volta si presentano al tiro dal dischetto sembrano quasi rassegnati a dover sbagliare, ipnotizzati dalla sua presenza e prede del suo incredibile intuito. “È bello sapere che i giocatori hanno paura di tirare un rigore contro di me – ha ammesso -. Provo sempre a temporeggiare il più possibile prima di tuffarmi e cerco di far venire qualche dubbio a chi tira

Con lui in porta segnare un rigore diventa un’impresa, e i numeri parlano da soli: con il penalty parato a Fajr nello scorso match contro il Deportivo, il portiere brasiliano è arrivato a 21 rigori parati su 46 (5 in questa stagione, tra cui 2 in una sola partita contro l’Atletico Madrid, e 6 degli ultimi 10 che sono stati assegnati contro il suo Valencia), e altri 2 sono stati sbagliati dagli avversari. In percentuale significa che Diego Alves para quasi il 50% dei rigori. Senza senso, letteralmente. Nemmeno i fenomeni citati in precedenza sono immuni dalla sua straordinaria capacità: Alves ha neutralizzato rigori a Messi, Cristiano Ronaldo e Griezmann. Nessun altro ci è riuscito prima.

diego-alves

I suoi numeri già ora dicono che è il miglior pararigori della storia della Liga, di gran lunga, e forse il migliore in assoluto nella storia del calcio. Fino a poco tempo divideva il primato con Andoni Zubizarreta, ex portiere del Barcellona e dello stesso Valencia. Tanto per far capire quanto siano incredibili i numeri di Diego Alves, basti pensare che nella sua lunghissima carriera il leggendario portiere iberico è arrivato a 16 rigori parati su 102 (una percentuale del 15,68%). Il Valencia da un paio di anni naviga nel mare della mediocrità, nelle mani del discusso Presidente Peter Ling e ha svenduto alcuni dei migliori calciatori della rosa e mandato via diversi allenatori (tra cui il nostro Cesare Prandelli oltre a Gary Neville, la cui gestione rappresenta forse il punto più basso toccato dalla squadra negli anni 2000). In una situazione così difficile, con i tifosi delusi per un progetto vincente di cui finora non si vede l’ombra, Alves è una delle poche scintille in grado di accendere la passione del Mestalla.

Alla luce di tutto ciò sembra strano che non venga considerato uno dei migliori portieri attualmente in Europa e che la nazionale brasiliana non lo abbia quasi mai convocato. Nel suo palmares con i verdeoro figurano solo una medaglia di bronzo vinta a Pechino 2008 da portiere di riserva e qualche sporadica presenza in gare amichevoli, ma se una volta c’era Julio Cesar a proteggere la porta, in questi anni non si sono visti grandi fenomeni. La situazione è ancor più strana se si considera che Alves è uno che riceve complimenti dai suoi stessi colleghi e gode di grandissima stima da parte di Buffon, che lo considera da tempo il miglior portiere brasiliano. Stima ricambiata, dato che Alves vede in Gigi un idolo assoluto. Ah, il ragazzo avrebbe anche la nazionalità italiana, ma non ha mai pensato di “tradire” il Brasile candidandosi per un posto nella nazionale azzurra e mettersi in competizione col suo mito (competizione che, nonostante le sue qualità, forse non avrebbe potuto sostenere).

Il dono

Nel 2007, anno in cui vinceva il Campionato Mineiro con l’Atletico, le sue qualità erano già in evidenza anche se non era ancora conosciuto come pararigori, ma in Europa arriva da una porta di ingresso secondaria. Una porta di nome Almeria. Quando arriva nel club andaluso è il primo portiere brasiliano della Liga e non gode di grandi aspettative. All’inizio è la riserva di David Cobeno e gli fanno capire che quello è il posto che gli spetta, senza troppi giri di parole. La buona sorte, però, lo aiuta quando Cobeno, per via di una clausola, non può giocare contro il Siviglia (sua squadra precedente): un esordio casuale, inaspettato, una possibilità da sfruttare al massimo. Da lì in poi diventa titolare inamovibile e inizia a mettersi in mostra in ciò che gli riesce meglio: parare i rigori.

La sua capacità di carpire le intenzioni degli avversari e di andare loro sottopelle è un dono innato, ma guai a pensare che Alves non sia uno che si applica. “Prima delle partite guardo sempre i video dei giocatori che potrebbero calciare i rigori – ha spiegato il portiere in una dichiarazione di qualche anno fa – Anche se non sempre basta, perché l’attaccante può decidere di cambiare modo di calciare. Devi affidarti all’intuito e seguire il movimento del tiratore“. E proprio nell’intuire i movimenti degli attaccanti sta uno dei segreti del suo successo: “Gli attaccanti fanno piccoli movimenti indicatori, il mio segreto è stare tanto tranquillo da poterli vedere. Non succede sempre ma se un indizio sfugge io lo scopro. E lo uso“.  Un po’ come il protagonista della famosa serie “Lie to me”, che capisce dai micro-movimenti degli indiziati se dicono o meno la verità.

Nel corso dell’ultima sessione estiva di calciomercato è stato a un passo dal Barcellona, che aveva infatti individuato in lui l’alternativa ideale a Claudio Bravo, finito al Manchester City di Pep Guardiola. I blaugrana alla fine hanno preso Jasper Cillessen e lui è rimasto a Valencia, a vivere un’altra annata da eroe quasi solitario in una squadra mediocre. Uno che ha parato rigori a Messi, Ronaldo e Griezmann e merita decisamente di meglio.

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30 maggio 2010: Cesare Prandelli, all’epoca 53enne sulla cresta dell’onda degli allenatori europei, firma con la Figc il contratto che lo lega alla panchina della Nazionale di calcio italiana a partire dall’estate successiva alla sciagurata spedizione nel mondiale sudafricano con Marcello Lippi alla guida.

Gennaio 2017: Cesare Prandelli inizia l’anno da disoccupato, dopo essersi dimesso dalla guida del Valencia “con la consapevolezza di aver fatto tutto il possibile”.

Per raccontare la parabola discendente di Cesare, spesso accompagnata dalla nequizia delle società che l’hanno accolto, non serve però sfogliare un album dei ricordi lungo sei anni e mezzo: è sufficiente riavvolgere il filo al Mondiale 2014, quello dell’eliminazione contro l’Uruguay e del morso di Suarez, che raggiunse Chiellini ma ferì tutti gli Azzurri.

cesare prandelli esulta con mario suarez

Dica 26

Dall’estate brasiliana, con annessa separazione dalla Figc, Prandelli ha collezionato infatti appena 26 panchine, coppe comprese, tra Galatasaray (16) e Valencia (10). L’addio agli spagnoli è maturato dopo poco meno di tre mesi, il 30 dicembre: “Non aveva senso continuare, così ho rinunciato” il manifesto, quello di Cesare, che la dirigenza ha rispedito al mittente.

“Cerca scuse per mettere in secondo piano i pochi punti conquistati: che tipo di persona è una che decide che non può fare niente di più per migliorare le prestazioni della squadra?” la replica del consigliere esecutivo del club del Mestalla, Anil Murthy, secondo il quale i due si sarebbero incontrati 24 ore prima che l’allenatore rassegnasse le dimissioni. Una dose rincarata dal direttore sportivo, Jesus Garcia Pitarch: “Non ha mai dato nomi, ma ha chiesto solo cinque giocatori sotto i 26 anni”. La matematica certo non aiuta il nostro: sei punti in tre mesi, una sola vittoria nella Liga – all’esordio il 16 ottobre, 2-1 sul campo dello Sporting Gijon – e due successi nei sedicesimi di Copa del Rey alla voce “gioie”.

cesare prandelli ai tempi dell'italia

Dove sta Zaza?

La decisione è stata comunicata alla presidentessa del Valencia Layhoon Chan e al ds Suso García Pitarch, e le ragioni dell’addio sono da individuare in garanzie sul mercato pretese da Prandelli ma non rispettate dalla società. Aveva chiesto almeno quattro o cinque innesti di esperienza, tra cui Simone Zaza per l’attacco, ma dopo aver capito che i suoi desideri non sarebbero stati esauditi, ha detto addio.

Al 27 dicembre, le prime avvisaglie che qualcosa non andava: di Zaza, uno di quei giocatori “di carattere che in organico non abbiamo” (Cesare dixit) nemmeno l’ombra. Anzi. A spiegarlo è stato lo stesso Prandelli in conferenza stampa: “Il 29 Zaza non c’era ancora, ma non è tutto perché lo stesso giorno la società mi ha chiesto di scegliere tra un attaccante e un centrocampista, dimenticando i quattro che mi erano stati promessi”. Zaza, lo stesso calciatore che con Prandelli Ct aveva assaporato i colori azzurri in due stage tra marzo a aprile 2014.

cesare prandelli galatasaray

“Quien no esté aquí con ganas, ¡fuera!”

È il tormentone che ha accompagnato gli ultimi 21 giorni di Cesare sulla panchina del club presieduto da Peter Lim, la cui longa manus si agitava da Singapore. “Fuori chi non ha voglia e amore per la maglia”: un appello urlato a gran voce nella conferenza stampa successiva alla sconfitta contro la Real Sociedad. Quello sfogo resterà l’ultima immagine della sua avventura spagnola. Un’accusa manifesta di scarso impegno all’indirizzo di alcuni calciatori: avrebbe voluto fare piazza pulita, Prandelli, nello spirito prima ancora che nel gioco, missione difficile per una società alla ricerca d’identità da anni, in una corsa iniziata nel 2008, quando la crisi finanziaria iniziò a farsi sentire dalle parti del “Mestalla”.

La fallimentare campagna acquisti allestita in estate, con l’addio di Paco Alcacer e l’arrivo di un manipolo di buoni calciatori in cerca d’autore (da Mangala a Mario Suarez, passando per Nani) ha snaturato l’anima di una squadra che da ormai un anno ha preso residenza nella parte destra della classifica.  E che ora sarà affidata alle mani di Salvador “Voro” Gonzalez, chiamato alla terza esperienza da allenatore ad interim sulla panchina dei Los Murciélagos (i pipistrelli): non è partito al meglio, 1-4 in Copa del Rey contro il Celta Vigo.

cesare prandelli galatasaray

Ave atque vale

E sin qui abbiamo raccontato delle difficoltà del Valencia, inteso come società e organico. Sarebbe però poco onesto non ricordare quelle di Prandelli: il suo calcio frizzante, quello che aveva fatto innamorare i tifosi di Parma e Fiorentina, capace di aggredire le fasce e avvolgere l’avversario, nell’anno ha ceduto il passo a un gioco compassato, spesso prevedibile. Quasi che gli manchi sempre una lira per fare un soldo, come quando da calciatore in sei anni con la maglia della Juventus era stato capace di vincere tre scudetti, una Coppa Italia, una Coppa dei Campioni, una Coppa delle Coppe ed una Supercoppa Uefa, senza però mai giocare con continuità. “Me ne vado emozionato, ma anche triste, perché si è chiuso un sogno. Avevo accettato una sfida difficile, ma sono venuto qui con la convinzione di poter aiutare il Valencia a uscire dalle difficoltà, purtroppo non è andata così” ha spiegato emozionato nel giorno dell’addio: salute e addio. Ma solo per ora.

cesare prandelli esordio con valencia

E ora?

Non c’è due senza tre, dicono. Così, dopo l’Italia, la Turchia e la Spagna, per Cesare sarà tempo di scegliere con attenzione il prossimo porto nel quale attraccare. L’aria di provincia gli ha sempre fatto bene, da Verona a Venezia fino a Parma. Chissà che un ritorno in quella dimensione non possa essere salvifico: radiomercato ha accarezzato una suggestione, quella di un clamoroso ritorno alla Fiorentina, dove l’esperienza di Paulo Sousa non sembra destinata a protrarsi oltre l’estate 2017. Il rapporto con i Della Valle è sempre stato all’insegna dell’odi et amo. Già nel 2010, anno di separazione tra le parti, Diego Della Valle attaccò Prandelli tirando fuori la storia di una presunta trattativa con la Juventus da parte del tecnico, il quale rispose dicendosi pronto a firmare in bianco in ogni momento.

Vendetta verbale rafforzata al tramonto del Mondiale 2014: “Riesce a costruire rapporti mediatici molto forti, ma quando c’è da dimostrare i fatti con la sostanza vera, manca sempre all’appello” spiegò il patron viola. Prandelli ha spesso scelto la via del silenzio come migliore replica. Ora tocca tornare a produrre: con i fatti. Quelli che a Orzinuovi, provincia bresciana nella quale Cesare è cresciuto, fanno rima con classe operaia. Ansiosa di tornare in Paradiso, dopo due anni e mezzo calcistici d’inferno.

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E adesso fuori (davvero) i secondi come nella boxe, ma anche i terzi, i quarti e chiunque voglia intromettersi e rendersi protagonista di una battaglia non sua. Che siano rispettati i valori dello sport di lealtà e correttezza. Che vinca lo spettacolo, qualunque sia il risultato finale che il campo…pardon, l’asfalto decreterà. L’ultimo atto del Motomondiale 2015 è ormai alle porte. Domenica, sul circuito di Valencia, Valentino Rossi e Jorge Lorenzo si contenderanno il successo finale. I due piloti Yamaha, mai stati amici, ma fino a qualche settimana fa reciprocamente rispettosi, hanno gettato la maschera. L’alta posta in palio ha spinto soprattutto lo spagnolo allo scoperto e sono venuti a galla sentimenti di antipatia, mal celati da manovre scomposte (vedi la richiesta – respinta – di essere parte in causa nel ricorso presentato al Tas da Rossi contro il provvedimento post-caduta di Marquez in Malesia) che hanno fatto saltare sulla sedia anche i vertici della casa motociclistica giapponese.

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Si riparte dai sette punti di vantaggio del Dottore, ma arrivati a questo punto e dopo gli ultimi venti giorni trascorsi – a cominciare dal dopo gara di Philip Island – il distacco in classifica è forse l’elemento di minor rilievo in questa partita. Gli effetti della battaglia di Sepang saranno ben visibili sin dai box (tensione e imbarazzo si taglieranno col coltello) e non mancheranno scorie e cicatrici. In griglia di partenza Valentino dovrà accomodarsi in ultima posizione (avendo il Tas confermato la decisione dei commissari sportivi della FIM) e sarà necessaria un’impresa se vorrà cucirsi al petto il decimo titolo di una strepitosa carriera. Un’impresa alla Rossi. Già in passato il campione di Tavullia è riuscito in portentose rimonte (proprio a Valencia nel 2005 dal 15° al 3° posto, o in Australia 2008 dal 12° al 2°), in nessun caso però si è trovato a dover partire con una ventina di posizioni da scalare.

Sì perché l’imperativo sarà: arrivare a ridosso dello spagnolo. Se Lorenzo si aggiudicasse la vittoria, Rossi non potrebbe andare oltre il secondo posto per mantenere due punti di vantaggio in classifica, idem in caso di seconda posizione. Discorso diverso se Jorge arrivasse terzo, con Vale infatti che potrebbe accontentarsi del sesto posto; del nono con l’avversario quarto e così via sino al quindicesimo piazzamento sempre con non più di cinque piloti frapposti tra loro. In tutto questo c’è da considerare la distanza siderale che separerà i due piloti al momento delle luci verdi dello start. Quanto impiegherà Rossi a portarsi all’inseguimento del gruppo di testa? E come si comporteranno gli altri piloti?

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Alla vigilia c’è chi si è azzardato a ipotizzare schieramenti pro-Rossi, pro-Marquez, pro-Lorenzo e neutrali. La battaglia di Valencia sarà tutt’altro che a due. Il coinvolgimento dello spagnolo della Honda è stato ben visibile già dall’Australia: un atteggiamento tale da spingere Rossi a denunciare comportamenti scorretti e sollevare un polverone, poi sfociato in quell’incredibile duello rusticano al via della gara di Sepang e concluso con la caduta di Marquez. Calcio sì o calcio no? Le riletture dell’episodio si sono susseguite e moltiplicate e anche Honda e Yamaha sono scese in singolar tenzone: la prima che afferma che i dati della moto di Marquez confermano l’azione scorretta del rivale, la seconda che va in difesa di Vale (“L’indagine della Direzione di gara non ha accertato alcun calcio“).

In tutto questo non sono da trascurare le condizioni degli altri piloti, a cominciare da quel Pedrosa che sta chiudendo in crescendo la stagione e ha dimostrato una forma invidiabile; c’è Iannone poi che, sia pure senza nascondere il suo appoggio a Rossi (ha subito pubblicato sulla sua pagina Facebook una foto in cui è abbracciato al Dottore nella festa post-podio), non ha mai concesso nulla puntando con decisione all’obiettivo del terzo posto in classifica generale; infine tutti gli altri, che Valentino per una volta dovrà incontrare e affrontare sul suo cammino. Insomma una sfida a 360 gradi che si preannuncia ricca di ingredienti e con tante variabili impazzite pronte a far saltare il banco.

Per una volta, però, che salti solo quello, insieme ai tifosi sulle poltrone e sugli spalti, trascinati dallo spettacolo dello sport. Quello vero.