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Udinese

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Quando, dopo l’ennesima sconfitta rimediata in casa col Cagliari l’Udinese ha scelto di esonerare Del Neri, i friulani erano impantanati in una situazione di classifica inaspettatamente negativa. 4 vittorie (3 in casa e 1 fuori) e 8 sconfitte (4 in casa e 4 fuori), con 18 gol fatti e 23 subiti, ma soprattutto l’impressione di una squadra che ancora una volta avrebbe dovuto lottare per non retrocedere. A dire il vero è dal 2012 in poi, anno in cui si classificò al terzo posto dietro la prima Juve di Conte e il Milan di Allegri, che l’Udinese è scomparsa dai piani alti della classifica, disputando una serie di campionati ai limiti della mediocrità.

La provinciale dei miracoli, quella capace di rivaleggiare con gli squadroni del nord nella lotta alle posizioni nobili del campionato e di sfornare elementi come Sanchez, Di Natale e le decine di altri calciatori lanciati verso i club più importanti d’Europa, sembrava aver perso di colpo tutta la magia che l’aveva portata ad essere una società modello in tutto il continente. Una serie di campionati mediocri (il tredicesimo posto raggiunto alla fine dello scorso campionato, con 45 punti, è il risultato migliore degli ultimi 5 anni), esoneri e la diminuita capacità di trovare diamanti grezzi e trasformarli in campioni stavano lì a certificare una mediocrità inedita per la gestione Pozzo.

Le annate negative ci sono sempre state, perché una società che fa dello scouting e delle plusvalenze la propria ragion d’essere può sbagliare una stagione, ma 5 anni di risultati negativi sono qualcosa di inedito per chi è abituato a respirare spesso l’aria delle competizioni europee. Dopo le prime 12 giornate di questo campionato nulla avrebbe fatto presagire ad un miglioramento, con i bianconeri in piena lotta per non retrocedere. Ci voleva una sterzata netta per invertire il trend, una mossa anche un po’ azzardata, e quella mossa è stata l’arrivo in panchina di Massimo Oddo.

Quando il tecnico pescarese è stato nominato nuovo allenatore lo scetticismo nei suoi confronti era chiaro. Come può un allenatore con così poca esperienza, esonerato dal Pescara già praticamente retrocesso la stagione precedente, risollevare una squadra in crisi? In pochi credevano che l’ex Campione del Mondo fosse capace di riportare sulla retta via un gruppo di calciatori in così grandi difficoltà. Oddo invece si è subito rimboccato le maniche, ha studiato a fondo la rosa e le potenzialità latenti in essa (anche di chi è stato meno impiegato da chi lo aveva preceduto sulla panchina) e ha capito che i calciatori che è stato chiamato a guidare avrebbero potuto fare molto meglio di quanto fatto fino a quel momento.

Sotto la sua gestione l’Udinese sembra tornata la squadra capace di potersi imporre con chiunque. I 15 punti in 6 partite (con 5 vittorie di fila) sono numeri che parlano chiaro, così come i 12 gol fatti e i 3 soli subiti (con una media reti che, in questo periodo, mette i friulani dietro solo a Juve e Lazio), con la ciliegina sulla torta della vittoria a San Siro contro la fino ad allora imbattuta Inter di Spalletti. E anche nelle due sconfitte rimediate (entrambe col Napoli, in campionato e in Coppa Italia) la squadra ha sempre dimostrato il giusto atteggiamento, venendo sconfitta in entrambi i casi solo di misura.

Il lavoro del tecnico ha favorito la valorizzazione di tanti degli elementi in rosa, sia di quelli giovani che dei profili più esperti. La linea difensiva a 3, con il ritrovato Danilo e la scommessa belga Nuytinck punti fermi e gli adattati Stryger Larsen e Samir a giocarsi il posto rimanente (entrambi nascono terzini), sembra aver trovato una solidità invidiabile, guidata dall’esperienza in porta del super veterano Alvaro Bizzarri (40 portati alla grandissima).

In mezzo, con Behrami a fare da schermo, stanno esplodendo definitivamente due interni come Jankto e Barak, tra i pochi a mettersi in luce anche prima dell’arrivo di Oddo. Giovani, fortissimi fisicamente, instancabili e capaci di trovare anche la porta con una certa facilità, hanno già attirato l’attenzione di grandi club. La fisicità del reparto centrale è completato poi dalla spinta sulle fasce di Adnan e del redivivo Widmer, due giocatori che per motivi diversi (l’iraniano per inutilizzo, lo svizzero a causa di un infortunio) negli ultimi tempi erano finiti ai margini e che ora sono tornati protagonisti.

Con Rodrigo De Paul a fare da jolly (a metà tra l’essere titolare e da spacca partite in corso d’opera), il calciatore che forse rappresenta al meglio la nuova Udinese però risponde al nome di Kevin Lasagna: 2 gol nelle prime 11 partite giocate, 5 nelle ultime 5 (con 2 assist). L’ex Carpi, spostato stabilmente da punta centrale, è il calciatore perfetto per il gioco impostato da Oddo, con la sua capacità di colpire in contropiede le difese avversarie e di tagliare nello spazio, oltre a favorire gli inserimenti dei centrocampisti.

La classifica dice che i bianconeri sono al momento in piena lotta per un posto nei piani alti, anche se il difficile inizia ora. Confermare la stessa continuità sarà difficile e prima o poi arriveranno periodi di minor brillantezza, ma l’Udinese con l’atteggiamento delle ultime gare può aspirare a un posto in Europa, che manca ormai in Friuli da troppi anni.

Sarebbe una grande rivincita per Massimo Oddo, bollato da molti come allenatore di scarso valore (dimenticando il campionato di Serie B vinto a Pescara) forse troppo in fretta. Proprio il tecnico, in uno status condiviso sui suoi canali social a capodanno, ha riassunto bene questo periodo (e, forse, anche quello della sua squadra): “Il lavoro paga sempre, l’importante è avere sempre la forza di rialzarsi“.

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“Quanto ci eri mancato, Sami”

Sarà stato il pensiero unanime di milioni di tifosi della Juventus alle 20 di domenica scorsa, fischio finale del match del “Friuli” nel quale la Vecchia Signora ha superato in rimonta con un rotondo 6-2 l’Udinese, elaborando nuove certezze e minando la solidità della panchina di Gigi Delneri, ex che dalle parti di Torino non ricordano per i brillanti risultati. Se un altro Gigi, Buffon, al fischio finale, ha spiegato candidamente che non è con i risultati tennistici che si vincono gli scudetti, possiamo immaginare che Khedira –il Sami in questione- si stesse godendo il ritorno alla vittoria in campionato e una tripletta inedita. O quasi.

Tre volte, la prima volta: o quasi

Già, perchè al fischio finale di Udinese-Juventus 2-6 in tanti si sono scatenati alla ricerca della statistica definitiva: per Khedira, centrocampista con il vizietto del gol si trattava di una prima quanto storica tripletta? Stando a sentire il diretto interessato, sì.

Per me è una giornata speciale perché non avevo mai fatto una tripletta in carriera, ma lo è soprattutto per la squadra e per come ha reagito dopo essere rimasta in dieci: puntiamo a vincere ancora lo scudetto, ma la stagione è lunga e dobbiamo essere sempre molto concentrati

Dichiarazioni da leader, certo, ma non assolutamente esatte dal punto di vista degli amanti di almanacchi: già, perchè Khedira una tripletta l’aveva già messa a segno. 25 marzo 2008, maglia dell’Under 21 tedesca, 6-0 al Lussemburgo: Sami segnò le reti dell’1-0, del 2-0 e del 5-0, in una nazionale completata da nomi del calibro di Ozil e Hummels, oltre all’attuale compagno di squadra Benedikt Höwedes. Il bianconero, evidentemente, porta bene a questo calciatore nato in Germania da padre tunisino emigrato per amore, che in campo così come nella vita ha sempre anteposto la conoscenza ai pregiudizi. Gli stessi che avevano accolto le sue qualità in campo al momento dell’arrivo in Italia: arrivato a Torino a costo zero per sostituire Vidal, partito in direzione Monaco, il suo primo anno in bianconero è stato condizionato molto da infortuni di natura muscolare. Khedira, da buon diesel, ha risposto a lungo termine.

Da “lavatrice” a uomo in più

Ai primi passi in maglia bianconera, nell’estate 2015, Khedira non era stato gradito da tifosi e critici: il suo acume tattico era stato scambiato per lentezza, la sua saggezza nel dosare gli inserimenti per assenza di dinamismo. I dati dicono altro: Sami è uno dei centrocampisti europei che in campo percorre il maggior numero di chilometri per partita. Tanta corsa orizzontale a coprire i buchi della mediana, altrettanti spunti verticali per far sentire il proprio contributo in zona gol. Così alla prima stagione in Italia ha messo a segno comunque ben 5 reti in campionato, mentre nella sua seconda stagione è stato un autentico trascinatore: ha giocato quasi tutte le partite senza nessun problema fisico e ha dato contribuito alla squadra a suon di assist e gol. Lo stop accusato all’alba dell’annata 2017/2018 e l’ottimo inserimento di Matuidi avevano sollevato dubbi circa l’insostituibilità del numero 6, presto fugati dal tris di Udine.

Leader silenzioso

71 presenze con la Nazionale tedesca, un Mondiale vinto, tre terzi posti tra Coppa del Mondo e Europei, un campionato tedesco (2007), un campionato spagnolo (2012), 2 Coppe del Re (2011 e 2014), una Supercoppa di Spagna (2012), 2 campionati italiani (2016 e 2017), 2 Coppe Italia (2016 e 2017), una Supercoppa italiana (2015), la Champions League 2013-2014, la Supercoppa UEFA 2014 e il Mondiale per club 2014. La bacheca dei trofei conquistati dal 30enne Khedira parla da sè: oggi Sami è un centrocampista completo in grado di comandare il centrocampo sia in fase offensiva che in fase di copertura e anche in fase di realizzazione.

Lui e Mandzukic sono state le architravi sulle quali Allegri ha fondato il passaggio della Juventus al 4-2-3-1 a trazione anteriore nello scorso gennaio. Corsa, quantità, centimetri e qualità, oltre alla capacità di tollerare elevate pressioni: non a caso in due anni con lui in rosa, la Vecchia Signora ha raggiunto la finale di Cardiff, interrompendo il cammino nella Champions 2015/2016 nella sfortunata notte di Monaco di Baviera. Da 2-0 a 2-4, con un crollo acuito dalla sostituzione del centrocampista quando Morata e compagni erano avanti di una rete. Sami assapora il momento e lancia la rincorsa, in un italiano timido che lascia il posto a un convinto inglese:

Amazing feelings

Futuro negli Usa?

Domenica si è portato a casa il pallone nel modo migliore: contribuendo in maniera decisiva alla goleada bianconera, in rimonta, in una partita difficile come quella di Udine. L’infortunio è ormai alle spalle, la condizione (mancata contro la Lazio) sta tornando quella ideale. Verso una stagione nella quale Khedira si vede protagonista, che il compagno di reparto si chiami Pjanic, Matuidi, Marchisio o Bentancur. Troppo allettante l’idea di poter vincere la Champions e difendere il titolo mondiale con la Germania: tutto questo non sarebbe stato possibile andando in Usa o in Cina, sirene che avevano suonato alle sue porte nella scorsa estate. Il suo contratto con la Juventus scadrà nell’estate 2019: uno dei nomi sui quali si punterà forte per affiancarlo o fargli da successore è certamente quello di Emre Can. Progetti per un futuro troppo lontano, nel quale Sami si vede “in viaggio”. Verso gli Stati Uniti? Chissà. Per pensarci ci sarà tempo: ora è il momento di confermarsi leader 2.0, capace anche di segnare triplette. Ma non fateci l’abitudine.

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La perfezione a volta esiste: è lo stadio ‘Paolo Mazza’ di Ferrara, brulicante di entusiasmo dopo 49 anni di serie inferiori. Magari l’avversario non è stimolante come Inter, Milan e Juventus. Ma la girandola di emozioni, contro l’Udinese, fa gioire gli affezionati della Spal come se su quel campo ci si fosse giocati lo scudetto.

Gli dei del pallone, sono loro che decidono che una vittoria non è sufficiente per scatenare l’entusiasmo dei tifosi ferraresi. E allora ci mettono del loro. Prima fanno segnare Marco Borriello, recordman al pari di Nick Amoruso come vedremo più avanti. Poi fanno sì che il Var piombi pure sul ‘Mazza’ con tutta la sua suspence: il gol di Lazzari, quello del 2-0, è il primo festeggiato in differita, dopo circa 2-3 minuti, visto che all’inizio era stato annullato per fuorigioco. Spal-Udinese 2-0: ci sarebbero tutti i presupposti per andare a casa gioiosi. Quattro punti in due partite, Gomis che ancora non ha dovuto raccogliere palloni nella sua porta, miglior difesa. Ma no, questa sarebbe ‘solo’ gioia, mancherebbe l’epica dell’impresa. Un po’ come se Schnellinger quel giorno a Città del Messico non avesse fatto 1-1 in un’Italia-Germania che non sarebbe mai diventata ItaliaGermania4-3: un romanzo.

E allora, riecco le forze superiori a sferzare il ‘Mazza’, spingendo questa volta l’Udinese di Delneri alla rimonta. La zuccata di Nuytinck, uno dei nuovi stranieri arrivati in Italia a miracol mostrare, riapre la contesa al 27′. La Spal sbanda. Al 42′ ancora il Var protagonista, questa volta in versione friulana. Rigore per gli ospiti causato dal finlandese Vaisanen, fin qui quasi perfetto: Thereau freddissimo trasforma. Siamo 2-2. Vuoi vedere che l’esordio dopo 49 anni in A è agrodolce? Certo, sono comunque 2 punti in 2 partite e per una neopromossa è oro che luccica. Sì, ma dal 2-0 al 2-2…

No, gli dei del calcio non ci stanno. Perché sanno essere dolci e spietati insieme. E quindi Luca Rizzo, in pieno recupero, batte Scuffet: 3-2. Il ‘Mazza’ si abbraccia, un boato accompagna il giocatore sotto la curva. Lassù qualcuno ama la Spal, fin da subito. Ama Semplici, l’allenatore della promozione, che entra in campo sognante al fischio finale.

Il ritorno nella massima serie, dopo 49 anni, ha avuto tutto: gioia, suspence, paura, rabbia, felicità. Perché vincere nel recupero una partita che già era stata vinta è sinonimo di inebriante orgasmo. Perché, tecnicamente parlando, significa avere gli attributi.

E poi c’è Marco Borriello. Che avrà un carattere difficile e spigoloso, che non ama restare troppo nella stessa squadra, ma che proprio per questo motivo può sbattere in faccia a tutti la sua sentenza in zona gol: 12 con maglie diverse in serie A, record insieme ad Amoruso, altro giramondo del pallone. Nell’ordine, e prima della Spal, Empoli, Reggina, Sampdoria, Treviso, Milan, Genoa, Roma, Juventus, Carpi, Atalanta e Cagliari. Che siano provinciali o grossi calibri, lui una cosa sa fare: segnare. Reti spesso decisive, che portano punti importanti, che aiutano a vincere scudetti o a ottenere la salvezza. Il ‘Mazza’ ha già il suo bomber a cui affidare le sorti della sua annata tra i grandi. L’agente dell’attaccante ha detto a chiare lettere che Borriello ha un obiettivo: “Vuole giocare il Mondiale. Intanto, ha scritto la storia”. Per potersi concedere la chance di andare in Russia, Marco dovrà farne altre di queste prodezze. Molte. Il che vorrebbe dire portare in paradiso la Spal. Che però non dimentica tutti gli altri: capitan Mora, Lazzari. Vicari, Viviani. Chi c’era pochi mesi fa per la promozione, chi è arrivato sposando il progetto della Società. E ancora: il moto continuo Schiattarella, il match-winner Rizzo, entrato dalla panchina per completare il mosaico perfetto del 3-2.

Questa Spal sa di nuovo pur giocando in modo normale. Niente guru in panchina, schemi ossessivi. Semplici, un nome una garanzia, punta sulla semplicità, appunto. La stessa che ha permesso ai biancoazzurri di salire in serie A senza rulli di tamburi. Ora l’obiettivo è naturalmente la salvezza e i quattro punti già messi in cascina sono un valido aiuto. Diciamo che ne mancano circa altri 36 per esultare e che alla ripresa ci sarà l’emozionante sfida di San Siro contro l’Inter, con una finestra addirittura sul sorpasso alla Beneamata. Stiamo correndo troppo, ma è l’entusiasmo che come un filo elettrico ha scosso il ‘Mazza’ alla rete di Rizzo a parlare, probabilmente. Forse la pausa non ci voleva, dicono a Ferrara. Potrebbe asciugare proprio questo grande slancio della neopromossa. Ma siccome il campionato di serie A è una maratona, dicono sempre tra i bar e le edicole della città padana, iniziamo a prenderci questi punti e poi vedremo: niente voli pindarici, solo la sensazione, per chi era allo stadio domenica sera, di aver continuato il bellissimo sogno dell’anno scorso e di aver partecipato all’esordio perfetto in cui tutto si è incasellato proprio là dove doveva.

Gli dei del pallone l’avevano previsto, forse. Tanta attesa, 49 anni, non ha fatto altro che prolungare il piacere. La sosta potrebbe anche essere positiva: la Spal a 4 punti, dietro alle big, che se avesse dovuto salire a Milano già tra pochi giorni, magari finiva a centro classifica, con la fine dell’imbattibilità finiva ed un entusiasmo moderato. Così, invece, la classifica si può guardare e lustrare: 6 punti Juventus, Milan, Inter, Napoli, Sampdoria; 4 punti Spal… In zona Europa League…La perfezione di un attimo.

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Di Ronaldo, da leggersi come “Il Fenomeno” ha parte del nome ((Luis), scatto, fiuto del gol e una certa somiglianza fisica, nonchè una tendenza alla conflittualtà con la bilancia: sarà forse anche per questo che da Muriel in tanti si sono sempre aspettati la definitiva esplosione, la giocata capace di spaccare partite trascinate sui binari della sonnolenza. Un’annata da trascinatore, tecnico e morale, per dire al mondo “eccomi”, e schiacciare sul pulsante “Play” del telecomando virtuale che lo aziona, mettendo da parte le pause. Sabato sera, con la rete di classe che ha deciso il derby di Genova, l’attaccante colombiano di proprietà della Sampdoria sembra aver certificato la propria crescita: dimensione leader.

Muriel in rete nel derby

Un minuto per decidere il derby

Ancora decisivo, come all’andata. Per arrivare in doppia cifra, come a Muriel non accadeva da quattro anni (stagione 2012/2013, quando indossava la maglia dell’Udinese). Partita bloccata, nervosa, ostica come il derby della Lanterna sa essere: serviva uno spunto, ma a Luis le cose semplici non sono mai piaciute. Come ai tempi delle giovanili dell’Atlético Junior, quando segnava e faceva assist facendo però arrabbiare i compagni di squadra perchè spesso e volentieri cercava di dribblare l’intera squadra avversaria, anche contro il Genoa ha prima messo a punto la mira e solo dopo ha colpito. Traversa a Lamanna battuto sul suo potente mancino, seguita da un secco anticipo su Munoz sullo sciagurato passaggio in orizzontale di Ntcham, accelerazione e destro nell’angolo basso. Pochi secondi per ammirare un repertorio: sufficiente per permettere alla Samp di festeggiare il “double” nelle stracittadine, dato che in serie A non si verificava dalla stagione 1959-1960.

Luis Muriel con Cuadrado al Lecce

Dalla Spagna al Salento, fino al mare della Liguria

Non è stato un viaggio semplice, quello di Luis. Dalla Colombia, dove nel gennaio 2008 era passato al Deportivo Cali, con debutto in prima squadra nella massima serie nazionale, aveva portato in valigia gioie da copertina: la tripletta al Caldas del 7 marzo 2010 gli era valsa le attenzioni della famiglia Pozzo, con trasferimento sull’altra sponda dell’Atlantico. In viaggio fino a Granada, via Udinese: in Andalusia però non si ambienta e chiude la stagione con 7 presenze e nessuna gioia personale.

A destarlo è il giallorosso di Lecce, dove in asse con il connazionale Juan Cuadrado e sotto la guida del “mentore” Serse Cosmi trascina i giallorossi a una rincorsa-salvezza fallita solo all’ultima curva. È allora che l’Udinese, dopo averlo ceduto ai salentini, decide di riacquistarne il cartellino e farne il gemello di Antonio Di Natale nel reparto offensivo. Il “rien ne va plus” di Luis Muriel coincide con l’inverno 2015: dopo tre stagioni all’Udinese, condite da 57 presenze, 15 reti e tante promesse non mantenute, l’attaccante colombiano paragonato a Ronaldo passa alla Sampdoria, per espresso desiderio del presidente Massimo Ferrero.

Ballo e reti

Sempre più al centro del mondo blucerchiato, Muriel si è raccontato anche ai microfoni di Samp Tv, spiegando i suoi segreti: “Prendo la carica dalla musica, è sinonimo di allegria per me, mi accompagna sempre. Mi piace anche la pesca: quando viene a trovarmi mio padre andiamo a pescare”.

Un’infanzia non semplice, vissuta aiutando la famiglia nella vendita dei biglietti della lotteria per le strade o dei piatti che cucinava sua nonna. Giocava a calcio, poi lontano dallo sguardo andava con gli amici a giocare a basket o a baseball. La sua sfida con la sorte Luis l’ha vinta, ma ora c’è da sbancare e puntare al jackpot. A Genova ha ritrovato il mare e il calore della gente.

La Samp significa tantissimo: quando tutti mi davano per finito ha creduto in me. Ho solo parole di ringraziamento per la società e per i tifosi, mi hanno cambiato la vita.

Muriel e Giampaolo

La cura Giampaolo

Ora il suo talento è al servizio dei numeri: 10 reti tonde tonde in campionato, senza dimenticare i due centri in Coppa Italia e i 9 assist. E se la fortuna lo assistesse, saremmo di fronte a cifre da top player: Muriel si ritrova infatti secondo nella speciale classifica dei legni colpiti (5, dietro solo a Dzeko con 6). Decisivo, utile alla squadra e pragmatico, che sia in coppia con la classe dirompente di Schick o con l’esperienza da volpe dell’area di Quagliarella.

Sempre presente, ha messo insieme 28 caps in campionato, di cui appena 3 partendo dalla panchina: l’intesa con Marco Giampaolo è massima. L’allenatore gli ha restituito autostima, lui ricambia con dichiarazioni d’amore alla Samp, figlie di un legame particolare nato con il pubblico, con i compagni, ma soprattutto con un allenatore che ha saputo tirare fuori il meglio da lui. Ha anche ritrovato la maglia dei Cafeteros, la Nazionale colombiana, particolare che contribuisce non poco a motivarlo tantissimo.

Luis Muriel

Fedeltà o salto di qualità?

A 26 anni, Muriel è davanti a un bivio: proseguire la crescita in seno a un club blasonato ma con ridotte speranze europee o accettare la corte di pretendenti dagli obiettivi di grandeur e giocarsi una maglia con dei campioni? Restare a capo di un principato o provare a diventare re? Le logiche di mercato lascerebbero pensare a un Muriel in copertina nella prossima estate, ma il presidente blucerchiato Massimo Ferrero ha assicurato di non voler vendere nessuna delle sue stelle, anche se sembra quasi rassegnato all’idea:

È un predestinato, saprà lui quello che vorrà fare. Me lo vorrei tenere stretto, mio figlio lo adora, poi mi tocca andarlo a trovare a Barcellona o a Madrid.

 

Il contratto di Luis, legato alla Samp da una clausola di 28 miloni, scadrà nel giugno 2019. Un’eternità per un comune lavoratore, tempi ridotti per un calciatore così in vista. A Corte Lambruschini la parola d’ordine è: nessuna illusione. Il destino è nelle mani di Muriel, che ora dovrà decidere: Luis o Fenomeno?

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Juventus-Udinese è partita storica. Quando in campo ci sono Zebre e Zebrette succede quasi sempre qualcosa da regalare agli annali del calcio. Sia che si giochi a Torino, sia che si giochi in Friuli. Gioie per la Signora, lacrime per Del Piero, storici successi per la squadra che, sabato, vedrà per la prima volta in panchina Luigi Delneri, un ex. Ma pure un altro ‘evento’ dovrebbe confermare che questo è un match pieno di colpi di scena: si dovrebbe rivedere infatti in campo Claudio Marchisio, all’esordio stagionale dopo il brutto infortunio della passata stagione.

Abbiamo scelto alcune Juventus-Udinese per sottolineare come il destino spesso ci metta lo zampino quando i bianconeri piemontesi affrontano quelli friulani.

UDINESE-JUVENTUS 1-5 (2 MAGGIO 1982)

La Juve va al Friuli con un ‘nuovo’ attaccante in rosa. Che sarà decisivo in un campionato che vede la squadra di Giovanni Trapattoni in feroce lotta con la Fiorentina per lo scudetto numero 20, quello della stella. Quell’attaccante si chiama Paolo Rossi. Dopo le meraviglie con il Lanerossi Vicenza, il calcio scommesse lo ha fermato per ben due anni. A Udine, il Trap decide di rispolverarlo. E avrà ragione. Al 49′ Paolo, che non è ancora Pablito, andrà in gol, di testa addirittura; nel primo tempo, aveva già lasciato il segno, peraltro, servendo ad Antonio Cabrini l’assist dell’1-2. Sì, perché la Juve si era trovata sotto già dopo 2′ per la rete di Milano, rimontata da Marocchino (30′) e Cabrini appunto (36′). Nel secondo tempo, la Vecchia Signora dilagherà con Rossi, ancora Cabrini all’85’ e Virdis al 90′.

A metà del secondo tempo, di nuovo sorridente, Rossi lascerà il campo esausto per Bonini. Ma gli squilli di Udine aiuteranno Enzo Bearzot in una scelta che mai sarà così azzeccata: portare Rossi ai Mondiali in Spagna, dove gli Azzurri trionferanno e Pablito sarà capocannoniere con sei reti.

JUVENTUS-UDINESE 3-2 (21 APRILE 1984)

È duello con la Roma che, prima di questa giornata, insegue la capolista. Paolo Rossi apre le marcature dopo un quarto d’ora, ma i friulani possono contare su un ex al veleno, Franco Causio, che dà la palla del pareggio a Massimo Mauro al 41′. L’Udinese, soprattutto, ha Zico che sfrutta un errore di Claudio Gentile per mettere la freccia 60 secondi dopo. La Roma è adesso a un solo punto di distanza.

Trapattoni si gioca la carta Beniamino Vignola al posto di Boniek. E Vignola diventa ‘Vignolì’: prima pareggia al 51′, poi sorpassa al 67′. La Roma viene ricacciata indietro. I bianconeri scoprono di avere un giocatore che può sopperire alle giornate sonnacchiose di ‘Le Roi’ Michel Platini.

UDINESE-JUVENTUS 2-2 (8 NOVEMBRE 1998)


Meno felice Udine per la Juventus di Marcello Lippi l’8 novembre del 1998. La squadra arriva al Friuli da prima in classifica e pare tutto facile: Zinedine Zidane apre le marcature al 43′, Filippo Inzaghi raddoppia al 49′. Al 65′ Bachini la riapre, ma la capolista gestisce il risultato. Al 92′ Alessandro Del Piero sulla linea di fondo va in contrasto, si fa male. Si capisce subito che non è infortunio da poco. Con la Juve sotto choc, al 94′ i friulani trovano addirittura l’insperato pareggio grazie a Sosa.

La diagnosi per Pinturicchio è la peggiore possibile: rottura del legamento crociato anteriore e posteriore. Il giocatore viene operato negli Stati Uniti e rimane fermo addirittura nove mesi. Quella Juve non vincerà il campionato (chiuderà addirittura settima, ma arrivando in semifinale in Champions) e ritroverà il suo numero 10 soltanto l’anno dopo, in Intertoto. Il 4 agosto Del Piero va infatti in gol contro il Rostov; poi, per lui, soltanto reti su rigore quell’anno. Prima della rinascita.

UDINESE-JUVENTUS 0-2 (5 MAGGIO 2002)

Juve 5 maggio

Quasi a voler restituire a Del Piero e alla Juve la gioia tolta quattro anni prima, il 5 maggio 2002 il destino ci mette ancora la zampa e di nuovo quando in campo ci sono l’Udinese e la Signora. Con l’Inter che festeggia già prima di scendere in campo a Roma con la Lazio, la squadra di Lippi rende subito in discesa il match con i gol di Trezeguet e Del Piero in undici minuti. E poi ascolta. L’Inter di Cuper e di Ronaldo va due volte in vantaggio con i biancocelesti, ma subisce una clamorosa rimonta, perdendo 4-2. Lo scudetto va alla Juve, con una grande e inattesa festa sul prato del Friuli di Udine.

JUVENTUS-UDINESE 0-1 (23 AGOSTO 2015)

Storica anche la sconfitta dello Stadium. È la prima giornata del campionato 2015-2016 e la Juve di Massimiliano Allegri si fa superare in casa dall’Udinese, che trova nel finale con Cyril Thereau la rete del successo di misura. La Juve non aveva mai perso in un debutto casalingo (34 vittorie e 7 pareggi) e non perdeva con il tricolore cucito sul petto dal 1982, contro la neopromossa Sampdoria, a Genova. L’Udinese è la terza squadra a espugnare lo Stadium in campionato, dopo Inter e ancora una volta Sampdoria, alla fine di una serie di 47 partite senza l’onta di una sconfitta in casa per Madama.

E ancora: era dal primo settembre 1991 che i campioni d’Italia non finivano ko all’inizio della nuova stagione (Cagliari-Sampdoria 3-2). La Juve aveva, quel giorno, la possibilità di superare il record di giornate trascorse consecutivamente in testa alla classifica (le 64 del Milan). Insomma, una serie di record storici. Perché quando in campo ci sono la Juventus e l’Udinese è meglio non pensare a una partita qualunque.

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Gli stadi senza recinti bisogna meritarseli. Se li devono meritare i tifosi, gli addetti ai lavori, gli stessi calciatori ai cui è richiesto di giocare e dare l’anima in campo, non di intrattenersi a chiacchierare alla fine di un match, con l’adrenalina ancora in corpo. Questa non è un’accusa al civilissimo pubblico di Udine, tutt’altro. È una constatazione di un’abitudine che in Italia ha preso piede da tempo, a qualunque latitudine, e che i nuovi stadi, come quello dell’Udinese, mettono a nudo ancor di più.

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Quello che in molti chiamano “confronto” tra squadra e tifosi è in realtà una resa incondizionata dei giocatori davanti agli ultras che da tifosi si trasformano in investitori. È un peccato constatare che l’inaugurazione di un impianto bello e funzionale come il Dacia Stadium di Udine, contro quella che è probabilmente la compagine più in forma del momento, sia finito con una contestazione ad una squadra che, ad oggi sarebbe salva. Forse dietro questa contestazione ci sono motivazioni che non risiedono tanto nell’impegno di chi è sceso in campo ma nelle scelte di una società che ha interessi in Inghilterra e in Spagna e che quest’anno ha investito meno sulla squadra della propria città.

Ma questa società è la stessa che ha portato Udine in Europa e che è riuscita persino a costruire uno stadio che a qualche tifoso già fa storcere il naso per via del nome che ha rimpiazzato il “Friuli” e non è poco, quando senti di avere un’identità così forte. Il problema resta un altro. Finché si penserà che chi paga il biglietto può fare quello che vuole il calcio italiano non sarà mai maturo e gli stadi senza recinzioni saranno solo un’ipocrisia o un lusso che può permettersi la Juventus che vince tra le mura amiche nove partite su dieci. Sono in molti a sostenere che i calciatori, in quanto lavoratori molto ben pagati, debbano accettare insulti e ramanzine dai propri ultras a fine partite, ma questo ragionamento ha dei grossi limiti.

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In primo luogo si vedono scene di questo tipo anche in Lega Pro (vedi quello che è successo al Foggia qualche settimana fa), in Serie D e persino in campionati regionali. Questo perché il calciatore viene considerato un privilegiato in ogni serie, anche se guadagna poco o se non percepisce soldi da mesi. La ragione dell’ingaggio non regge, altrimenti questo ragionamento varrebbe anche per altri sport dove questa pratica non mi risulta così diffusa. E poi perché i giocatori si dovrebbero scusare solo con la curva, e per di più a un metro di distanza, quando a pagare per quello spettacolo c’è anche il resto dello stadio?

Perché in Italia viene continuamente messo in discussione l’impegno. Cosa rimproverano i tifosi dell’Udinese ai loro giocatori? Una sconfitta di misura contro la Roma? Certamente siamo privi di quella che Arrigo Sacchi definiva la cultura della sconfitta. Non è un discorso generalista, basti pensare ai tifosi della Sampdoria che applaudono la propria squadra appena retrocessa o a quelli del Verona che esultano per un pareggio in casa della Fiorentina che certamente non varrà la salvezza. Ma forse sarebbe il caso di rivedere questa abitudine di andare a colloquiare con gli ultras dopo una sconfitta. L’anno scorso, sempre in uno stadio senza recinzioni, Guarin e Icardi per poco non arrivavano alle mani con i supporter dell’Inter.

Qualche anno fa i giocatori del Genoa furono costretti addirittura a consegnare le proprie maglie, in un umiliante delegittimazione di quanto di più caro un calciatore possa avere: la difesa dei colori di una squadra. I nuovi impianti che stanno nascendo in Italia ci impongono un diverso modo di pensare il calcio. Il contatto tra giocatori e tifosi deve essere un’esperienza di sport e passione. Come a Glasgow, dove Samaras, dopo aver vinto il titolo, prese in braccio un bambino diversamente abile e gli fece fare il giro d’onore. O come in Bundesliga dove un giocatore reo di aver commesso l’errore decisivo viene abbracciato e consolato dalla curva, prima ancora che dai compagni.

A Udine non è successo niente di particolarmente grave. Qualche tifoso più agitato di altri ha preteso di entrare in campo, qualcun altro si è limitato a scagliare la propria delusione in faccia a gente come Di Natale. Ci sono momenti però in cui anche i calciatori devono capire quando è il caso di andare ad un faccia a faccia con una curva e quando no. Perché vale anche il discorso contrario. Negli occhi di qualche giocatore friulano non c’era tanto la delusione, quanto la voglia di sfidare il pubblico a testa alta. Ecco, ci sono momenti in cui chiedere scusa da lontano e imboccare la via degli spogliatoi a testa bassa, dopo 90 minuti di adrenalina, è molto più indicato. Se vogliamo goderci stadi senza recinzioni è ora di meritarceli.