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Totti

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Secondo un sondaggio britannico del 2011, la vita comincia intorno ai 40 anni: più acciacchi, ma anche più felicità e meno stress. Quel traguardo tondo Francesco Totti lo ha superato da nove mesi, lui che ha visto la luce il 27 settembre 1976, e che per l’ex capitano della Roma (quanto è ancora strano, definirlo così) rappresenta un necessario punto di ripartenza. Il primo da fissare senza un pallone tra i piedi, ma con il proprio futuro in mano.

Francesco Totti contrastato da Cataldi in Roma-Genoa 3-2, 28 maggio 2017
Francesco Totti contrastato da Cataldi in Roma-Genoa 3-2, 28 maggio 2017
E ora?

La mente torna necessariamente al 28 maggio 2017: Spalletti lo lancia nella mischia sul punteggio di 1-1 nella partita dell’Olimpico contro il Genoa, sfida vinta per 3-2 dai giallorossi nel finale ma che per lunghi, interminabili minuti stava risuonando come l’ennesima beffa, con un pari contro un avversario privo di obiettivi che avrebbe di fatto costretto la Lupa ai preliminari di Champions League 2017/2018. Tutto era quasi passato in secondo piano: il tempo quel giorno nella Capitale si era cristallizzato. Come se fosse necessario godersi ogni singolo istante di quei 40 minuti di Totti, gli ultimi di una carriera infinita.

E ora? Se lo sono chiesti in milioni, Francesco per primo. Ora cosa accadrà? Nei cassetti di Trigoria c’è un accordo privato: 600mila euro netti all’anno per 6 stagioni da dirigente. Ma, a due giorni dall’inizio della “seconda vita” di Totti, quella che avrà il via l’1 luglio, di questo avvenire dietro la scrivania non v’è certezza.

Francesco Totti accoglie il nuovo ds della Roma Rodriguez Verdejo Monchi a Trigoria
Francesco Totti accoglie il nuovo ds della Roma Rodriguez Verdejo Monchi a Trigoria
Pensieri Monchi?

A volte, basta una maiuscola in meno per alterare un pensiero, un’emozione.  Rodriguez Verdejo Monchi è il nuovo direttore sportivo della Roma, chiamato a Trigoria per rilanciare le ambizioni europee del club e far anche quadrare i conti: tra i suoi primi compiti, però, c’è stato anche quello di far chiarezza con Totti sul futuro del numero 10. Non in campo, ma al suo fianco: almeno, così avrebbe voluto il dirigente che a Siviglia ha fatto faville. Francesco è incuriosito dalla possibilità di apprendere la professione e i segreti del mestiere da un professionista del livello di Monchi. Al tempo stesso, però, i suoi restano pensieri…monchi, con la minuscola: incompleti, ancora galleggianti. Tra la possibilità di entrare nell’area tecnica giallorossa, con un ruolo da distinguere con chiarezza e con Eusebio Di Francesco, amico ed ex compagno di squadra, ad allenare la Prima Squadra. E la volontà di correre ancora dietro un pallone, lontano dall’Europa e dalle radici: la tentazione di un altro anno in campo, ma non con la maglia di un club italiano, è ancora forte per il 10. E dopo le proposte dell’amico Nesta da Miami, quelle degli Emirati Arabi e della Cina, ne è arrivata una dal Giappone, sponda Tokyo Verdy, nobile decaduta del calcio nipponico un tempo facente capo al colosso Kawasaki e attualmente al terzo posto della J-League 2, la serie B nostrana.

Francesco Totti indica il futuro

Dica 10

Da un lato sarei orgoglioso se la Roma dovesse ritirare la maglia numero 10, tuttavia verrebbe magari distrutto il sogno di un ragazzo di poter vestire la maglia indossata un tempo da Totti. Una cosa è certa: per portare questo numero nella Roma è necessaria una forte personalità.

Due anni fa, sulle colonne del settimanale tedesco Kicker, Totti così rispondeva a chi gli chiedeva di un ritiro della sua maglia dalla scelta di quelle indossabili in seno alla Roma. Un ritiro ufficiale, ad oggi, non c’è stato, ma il romanticismo e la moneta portano a una considerazione univoca: nessuno vestirà la 10 giallorossa, almeno nella stagione 2017/2018. Resta la più venduta del club, trend che difficilmente muterà nei prossimi mesi. Da parte sua, Totti appare disinteressato alla vicenda: dovesse arrivare un fuoriclasse, sarebbe il primo a volergliela cedere, assicurano gli amici. Tra i calciatori già in organico, invece, la destinerebbe volentieri a Dzeko. Le sue attenzioni, oggi, più che alla maglia, sono rivolte alla società: vuole avere un ruolo operativo, reale, che possa valorizzarne l’esperienza di uomo di campo e il plusvalore di uomo della Roma.

Francesco Totti e Ilary Blasi

Anno zero

Chi gli è vicino, assicura che oggi Totti si stia godendo i piccoli piaceri di una vita “normale”. Un piatto di pasta in più, un riposo senza sveglie assillanti. In una parola: relax. Come quello comunicato da Mykonos, in Grecia. Sui social l’ex capitano (aridaje, quanto è strano) della Roma ha postato una foto con sua moglie Ilary Blasi e i figli Cristian (11 anni), Chanel (10) e Isabel, un solo anno, che siede sulle ginocchia della mamma.

 

Una bellissima vacanza tra famiglia e amici in un posto stupendo! Mykonos rocks! 😎

Pubblicato da Francesco Totti su Martedì 27 giugno 2017

Un quadretto quasi simbolico del legame con le cose semplici di un campione che probabilmente non avrà repliche, dentro e fuori dal campo. Il vertice con la dirigenza della Roma è all’orizzonte, poi sarà tempo di tornare in vacanza: in ogni caso il ritiro di Pinzolo, dal 7 al 14 luglio tra le Dolomiti sarà comunque il primo senza Totti dal 1993 ad oggi. Francesco, intanto, medita e si riposa: pronto per scrivere una nuova vita. Non più da Pupone.

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Può una società blasonata che non solleva un trofeo da sei anni ripartire da un allenatore che ha raccolto numeri eccellenti in campo, pur senza trofei all’attivo e feedback a corrente alternata nello spogliatoio nella sua ultima esperienza e da un vice fresco di retrocessione dalla serie A alla serie B alla prima esperienza in panchina? Sì, se i due nomi in causa sono quelli di Luciano Spalletti e Giovanni Martusciello, con ogni probabilità prossimi timonieri di quella barca di sogni, speranze e contraddizioni che oggi l’Inter rappresenta nei marasmi del calcio italiano.

Luciano Spalletti e Francesco Totti

Dal falso nove…a un altro

Gli ultimi mesi del rapporto di Spalletti con la Roma, panchina sulla quale l’allenatore di Certaldo ha ottenuto 133 punti in 57 partite alla seconda esperienza in giallorosso, sono stati caratterizzati dal turbolento rapporto con Francesco Totti, il cui addio ha suscitato domenica scorsa le lacrime di centinaia di migliaia di appassionati di questo sport. Un tema centrale, forse troppo, negli ultimi mesi di gestione-Spalletti a Roma: ferite ancora aperte, testimoniate dalle parole dell’allenatore ai saluti.

“Con Francesco non ho avuto nessun problema, per me l’ho fatto giocare un anno in più”

Era stato Spalletti a reinventarlo falso nueve dopo l’infortunio determinato da Vanigli in un Roma-Empoli. Ora Luciano avrà accanto a sé Martusciello, che proprio a Empoli, anno 1998, aveva rappresentato il primo esempio di fantasista “prestato” al centro dell’attacco. Un episodio spesso ricordato dai due davanti alle telecamere. Per l’immediato futuro ha promosso a parole la candidatura di Eusebio Di Francesco sulla panchina della Roma, mentre nella Milano neroazzurra ripartirà da uno staff che lo conosce bene e dovrà supportarlo alle prese con un ambiente la cui voglia di risalita si è acuita con anni di digiuno.

Luciano Spalletti e Giovanni Martusciello

Identità di gioco

1998, ben 19 anni fa. Già allora Spalletti sperimentava continuamente. Non si accontentava di proporre un solo sistema, voleva sempre ottimizzare le risorse a disposizione con idee innovative. Bravo a esaltare le qualità dei calciatori a propria disposizione, una caratteristica che in carriera gli ha sempre permesso di proporre un’idea di gioco moderna. Sarà questo tratto del suo profilo ad aver convinto i dirigenti dell’Inter, che nell’ultima stagione hanno visto quattro allenatori alternarsi in sella (Mancini, De Boer, Pioli e Vecchi)? L’identità è stata la grande assente dalle parti della Milano nerazzurra post Mourinho. Identità, capacità di riconoscersi in una guida, come il ringraziamento a mezzo Instagram di Kevin Strootman verso il suo ex allenatore ha testimoniato…

Grazie Mister per il sostegno e la fiducia che mi hai dato sempre. In bocca al lupo!

Un post condiviso da Kevin Strootman (@kevinstrootman) in data:

Identità, da non confondersi con appartenenza: a quella ipocrita che il calcio spesso ci offre, con maglie baciate al primo gol e dichiarazioni di amore eterno, Spalletti ci ha poco creduto. Per questo, non vivrà l’esperienza all’Inter come un “tradimento”.

Luciano Spalletti conferenza

Quattro punti per ripartire

Quattro punti hanno separato a fine stagione in classifica la Roma dalla esastellata Juventus: numeri da leggere con attenzione, per comprendere la differenza reale che esiste tra i giallorossi e quella che da sei anni è la Signora del calcio italiano. Probabilmente, un solco scavato anche da una situazione ambientale delicata come quella della sponda giallorossa della Capitale, in grado di alimentare pressioni che hanno inciso sulla gestione spallettiana. Nei momenti più complicati, De Rossi e compagni sono stati capaci di ripartire e andare oltre le negatività: merito indiscusso dell’allenatore, che alla fine della fiera ha centrato un secondo posto e una qualificazione in Champions League che sanno di un mini-trofeo.

A incidere sulla valutazione dello Spalletti giallorosso, invece, sono proprio i trofei: quelli mai sollevati a Roma, quelli sfuggiti di mano tra Europa League e Coppa Italia, complice un bimestre febbraio-marzo complicato nella gestione delle forze a disposizione. Lascia una Roma forte, l’allenatore toscano, una squadra che ha delle individualità importanti, che si è comportata “quasi” totalmente da collettivo.

Luciano Spalletti icona

Evitare crisi di nervi

Parlare di tattica con Spalletti all’Inter, oggi, parrebbe prematuro. La rosa neroazzurra ha poco da invidiare a quelle dei top club del calcio italiano: occorrerà solo fare delle scelte, dote che al tecnico raramente è mancata, a costo di risultare poco popolare. Rimettersi in carreggiata è stato sempre un suo must, come gli impatti imponenti: se Roma è stata la città delle 2 Coppe Italia (4 finali consecutive) e della Supercoppa italiana, con il tricolore sfiorato nella stagione 2007/08, a soli 3 punti dall’Inter campione d’Italia, allo Zenit (2010) al primo tentativo sono arrivate subito la Coppa di Russia e subito dopo il Grande Slam, con campionato e Supercoppa.  

Ora, salvo clamorosi colpi di scena, tornerà a lavorare con Walter Sabatini all’Inter anche se lui ancora glissa: incontrerà un ambiente incline alla depressione sportiva, con l’imperativo di classificarsi tra le prime quattro. Oltre a convincere, poi dovrà anche vincere. Sommando la sua voglia di riscatto a quella dei neroazzurri, forse, sarà più facile: perchè se è vero che l’unione fa la forza, l’unità di intenti è quasi una forza inarrestabile. Inter, eccoti il tuo colpo di spalla. O di Spalletti?

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“Scusatemi se in questo periodo non ho chiarito i miei pensieri ma spegnere la luce non è facile, adesso ho paura, non è la stessa cosa che si prova davanti alla porta. Concedetemi un po’ di paura, stavolta sono io ad aver bisogno di voi e del vostro calore, quello che mi avete sempre dimostrato”

Quando hai pronunciato queste parole domenica ognuno dei 60.000 presenti all’Olimpico sarebbe sceso dagli spalti per stringerti tra le proprie braccia Francè. Come Ilary e i tuoi 3 figli, come i tuoi compagni. Tutti hanno pianto, compresi quelli che erano seduti sul divano di casa, compresi tanti di quelli che tifano per altre squadre. Anche se non sei come Baggio, che è stato un po’ giocatore di tutti, un poeta errante del pallone. Tu sei e rimarrai un simbolo, il vanto di pochi. Chi non è romanista ti ha ammirato, si è commosso, ha sospirato, ma non può capire fino in fondo cosa significa non vederti più in campo.  Ti hanno strappato via dal calcio giocato senza troppi giri di parole, lo sapevi da tempo, ma non sei riuscito comunque a fartene una ragione, perché la tua passione è la stessa di quando a 17 anni hai esultato per la prima volta dopo il gol con il Foggia.

Le tue parole sono quelle di chi è stato costretto a svegliarsi senza volerlo da un sogno lungo 28 anni chiamato Roma, un sogno talmente bello che speravi durasse per sempre o quasi. La vita però va avanti, il tempo non guarda in faccia neanche alle bandiere come te, è arrivato il momento di togliersi la maglia giallorossa e passare il testimone.

totti addio

A quarant’anni non puoi più fare il calciatore in Serie A, neanche se sei il quarantenne col fisico migliore al mondo. La domenica non sarai più il Capitano, il Pupone, l’idolo della curva, e questo ti fa paura. “Everybody’s changing and I don’t feel the same“, cantavano qualche anno fa i Keane. Tutti cambiano, ma tu non avresti mai voluto smettere di giocare con la squadra che ami. Hai paura che senza un pallone tra i piedi non sarai più protagonista, che senza il calcio, la cosa per la quale ti sei allenato quasi ogni giorno senza mai risparmiarti e per cui hai talento soprannaturale, non sarai più Totti. L’hai detto davanti a tutti, senza vergognarti, senza nessun muro tra te e chi ti ha amato per così tanto tempo.

Forse per la prima volta hai mostrato la tua fragilità, sempre nascosta dalla simpatia guascona e dal tuo carattere un po’ schivo. Ma era un momento importante, un momento di passaggio e di smarrimento. Il cambiamento spaventa sempre, chiunque di noi reagirebbe come te se un giorno gli venisse detto che non può più fare ciò che ama perché è vecchio. I soldi non c’entrano, qui si parla di essere se stessi.

totti-logo

Niente più tifosi che alzano striscioni con la tua faccia, niente più esultanze sotto la curva sud. Ma non devi aver paura Francè. Inizia col goderti di più i tuoi figli in questi mesi. Non ti piace l’idea di stare da subito dietro una scrivania a Trigoria? Gioca ancora se ti va, in qualche campionato meno impegnativo, magari in America. Vivi un’esperienza diversa, prova a imparare una nuova lingua. O allena i ragazzini che hanno il sogno di giocare con la maglia giallorossa, da uno come te possono solo imparare. O magari vai sui campi a scoprire qualche nuovo talento, tu che per il talento hai una sensibilità particolare. Nessuno ti costringe a diventare un dirigente fin da subito, il posto per te a Trigoria ci sarà sempre, ma se non vuoi la giacca e la cravatta possono aspettare.

Non farti spaventare dal cambiamento e non pensare che la vita non possa concederti altre possibilità. Non aver paura Francè, vivi e scopri cosa vuoi fare da grande, un come te può ancora dare tanto alla Roma e al calcio anche senza un pallone tra i piedi.

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ROME, ITALY - FEBRUARY 22: Francesco Totti of AS Roma during a training session at Centro Sportivo Fulvio Bernardini on February 22, 2017 in Rome, Italy. (Photo by Luciano Rossi/AS Roma via Getty Images)

E se Roma-Genoa di domenica 28 maggio non fosse l’ultima partita da calciatore di Francesco Totti? Il dubbio, forse al momento solo una suggestione, serpeggia con sempre più veemenza nelle menti dei tifosi giallorossi e degli amanti del calcio, per il quale quel numero 10 rappresenta una delle ultime stille di poesia sui campi da tramandare ai posteri. Il suo percorso nella Capitale sembra volgere inevitabilmente al termine, quello accanto al dio Eupalla…forse no.

Francesco Totti esce dal campo senza salutare in Roma-Juventus 3-1

I numeri di un addio

Domenica sera, dopo i 180 secondi “concessigli” nel recupero del 3-1 della sua Roma alla capolista Juventus, Totti è apparso immalinconito, quasi estraneo alla festa che i suoi compagni di squadra giallorossi stavano rovinando alla Vecchia Signora, convintasi dopo il temporaneo vantaggio firmato da Lemina di poter festeggiare all’Olimpico il sesto scudetto di fila, e che Salah e i suoi stavano apparecchiando per se stessi, con il secondo posto quasi blindato a due turni dal termine.

Quel “10” richiesto a gran voce dagli spalti non è più al centro della Roma: Francesco lo sa, così come lo sapeva un anno fa, quando di questi tempi risultava ancora determinante. Rivedersi la doppietta nel 3-2 al Torino del 20 aprile 2016 per credere: a voler sorridere, un altro record Totti domenica lo ha messo a referto. Ha concluso la sua prima partita senza toccare nemmeno un pallone. Più che un sorriso, una smorfia: la stessa che l’ottavo Re di Roma aveva alla sua uscita dal campo, mentre alle spalle il resto dello stadio festeggiava. Saluti da comprimario, come i numeri stagionali dipingono Totti: 323 minuti giocati in serie A, 384 in Europa League, 130 in Coppa Italia. Per un totale di 3 reti e sette assist.

Luciano Spalletti e Francesco Totti

Luciano poco lucky

C’è una figura, però, che nell’era della Brexit di Totti dall’organico romanista, ha assunto i toni del più acerrimo oppositore: è quella di Luciano Spalletti. Dal mancato ingresso in campo a San Siro contro il Milan ai tre minuti nei quali il numero 10 è stato chiamato in causa contro la Juventus, l’allenatore toscano – al passo d’addio con la Roma – ha incarnato i panni del “cattivo”. Rancoroso, indisponente, poco riconoscente: il vortice dei social ha espresso il proprio indice di gradimento nei confronti di uno degli allenatori più brillanti del calcio italiano. La sua “colpa”? Aver silurato Totti, senza neanche attendere che fosse il capitano giallorosso a farsi da parte. Un atteggiamento che popolo del web ha presto silurato:

Nessun rispetto per chi ha dato tutto per questa maglia

In effetti, veder sfilare davanti a Totti prima Grenier, poi Bruno Peres, infine Juan Jesus nella gerarchia delle sostituzioni conferma un amaro sorpasso: quello della tattica sulla poesia. Spalletti contro Totti è ormai un hashtag che nutre internet, e dire che era stato proprio il mister di Certaldo a fare della bandiera giallorossa un riferimento al suo ritorno in sella, datato gennaio 2016. Ma il calcio, si sa, è un tritacarne. Di protagonisti ed emozioni. Prima la squadra, poi il singolo.

Monchi, ds Roma

Monchi: in direzione ostinata e contraria

Il popolo ha decretato da che parte sta: come potevasi immaginare, da quella del capitano della Roma, che ha evitato la stretta di mano con il suo allenatore al fischio finale di Roma-Juventus. Ma c’era da aspettarselo: come in ogni rapporto che non funziona, a un certo punto l’incomunicabilità si trasforma nella perdita delle capacità di capire le ragioni dell’altro. Al gelo siberiano, con eco della Russia che fu per l’allenatore, che si respira tra Spalletti e Totti, fa da contraltare la figura di Verdejo Monchi, neo direttore sportivo giallorosso che già in sede di presentazione aveva chiarito di avere grande bisogno di Totti: non in campo, però, ma al suo fianco. Dall’area di rigore all’area tecnica: ma qualcuno ha chiesto al 40enne di Porta Metronia se ha intenzione di appendere realmente gli scarpini al chiodo? È l’interrogativo che nella Capitale e dintorni in tanti si stanno ponendo. La palla, virtualmente, gli è stata passata dallo stesso Monchi:

Francesco conosce la Roma meglio di chiunque altro ed io, che sono un nuovo arrivato, avrei un ottimo insegnante per scoprire tutto più il rapidamente possibile. Aspettiamo che decida lui

Francesco Totti in azione

Suggestione Usa, garantisce Nesta

Un altro dribbling, a Totti, è però riuscito domenica sera: quello ai giornalisti, evitati attraverso un’uscita secondaria dello stadio mentre la notte avvolgeva Roma e i suoi pensieri. Marcello Lippi, che lo conosce bene e con il quale ha vinto il Mondiale 2006, intanto ha assicurato che l’intenzione di smettere è tutt’altro che consolidata: di certo, Totti in Italia non potrà vestire altre maglie diverse da quelle della Roma. E all’estero? Ecco che qui viene in soccorso un’altra bandiera del calcio italiano: Alessandro Nesta. Oggi allenatore del Miami Fc, nella North American Football League, l’ex difensore di Lazio e Milan avrebbe sollecitato Totti a non mollare, vivendo nella seconda serie del calcio americano il suo canto del cigno. Nuove ambizioni e lo studio di un eventuale futuro da allenatore.

Francesco Totti e Alessandro Del Piero

Rivolgersi al passato per decidere il futuro

È la ricetta alla quale Francesco potrebbe ricorrere. Magari chiedendo consigli ad Alessandro Del Piero, anche lui salutato senza cerimonie dalla Juventus nell’estate 2012. Bandiere accomunate da carriere gloriose e addii polemici, più per mano degli altri che per causa loro, che alla grancassa mediatica hanno spesso preferito il silenzio. Domenica sera, l’abbraccio tra i due poco prima del fischio finale ha scosso le corde di milioni di cuori, memori di un calcio che fu. Così, mentre la Roma guarda alla classifica che con una vittoria sabato a Verona contro il Chievo potrebbe portarla a -1 dalla Juventus in attesa della sfida tra i bianconeri e il Crotone, Roma si interroga sulle sorti del suo simbolo più prezioso: un Colosseo del calcio.

Nella partita contro il Genoa, per la quale i biglietti di accesso all’Olimpico sono già andati a ruba, Spalletti gli riserverà come di consueto i minuti finali o lo inserirà nella formazione titolare per concedergli la merita standing ovation del suo pubblico? È questa la vera domanda che riecheggia per Roma oggi, 16 maggio 2017. Nello stesso giorno, 13 anni fa, salutava il calcio italiano Roberto Baggio. Accadeva tra gli applausi di San Siro, la stessa Scala del Calcio che due domeniche fa acclamava Totti: e che non vuole vederlo congedarsi triste y solitario.

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“Ma quanto tempo è passato?”

La domanda, più che lecita, viene spontanea se si pensa ai rimbrotti della piazza di Roma, alle vignette che ironizzavano sull’assonanza tra il cognome di Edin e l’aggettivo “cieco”, ai fotomontaggi che ritraevano il lungagnone di Sarajevo con al guinzaglio un cane pastore nel mezzo di un campo di calcio. Oggi Dzeko fa paura solo ai suoi avversari, e i suoi numeri lo confermano. Il “bomber buono” è diventato cattivo al punto giusto e sta dimostrando di meritare la maglia numero 9 della Roma.

L'1-0 di Dzeko al Pescara

Edin-uovo lui

8 reti in 31 partite di campionato. I numeri con i quali Edin aveva archiviato la prima annata in giallorosso avevano addensato i cieli della Capitale di dubbi: il ritiro estivo lo ha consegnato a Spalletti tirato a lucido, l’eliminazione cocente incassata contro il Porto nei preliminari di Champions ne aveva ridestato gli interrogativi. “Reggerà le pressioni?” era la domanda più ricorrente a Trigoria e dintorni. La risposta, a tre mesi dall’avvio della stagione, è “sì”. Sarà merito della fiducia del mister o di un nuovo regime alimentare: di fatto, la Roma oggi non può fare a meno di Dzeko. Le sconfitte, sin qui (a Firenze, Torino sponda granata e Bergamo) son coincise sempre con giornate in cui il bosniaco è andato a secco.

Dzeko e Totti

A caccia di record

Del contributo di Edin, oltre alla classifica cannonieri e al monte-reti giallorosso, ora beneficiano anche i compagni di squadra: gli assist all’attivo sono già 4. A impressionare, però, è la freddezza davanti al portiere avversario: 17 reti in 20 apparizioni stagionali. Dopo 14 giornate di Serie A l’ex Manchester City conta già 12 gol, di cui ben 10 maturati quando la Roma ha portato a casa i tre punti. Tanti centri quanti ne aveva realizzato Gonzalo Higuain nella scorsa stagione, valsi il nuovo primato di gol in una sola stagione di Serie A dopo 56 lunghi anni: alla fine il Pipita arrivò a 36, numeri da record.

Edin li ha messi sicuramente nel mirino, ma lo tiene per sé: “squadra” è la parola d’ordine per il centravanti 30enne. Per ora, però, la stagione gli ha consegnato già una importante soddisfazione: quasi un centro a partita, per un avvio che non era riuscito nemmeno a Gabriel Omar Batistuta nell’anno del terzo scudetto giallorosso. Quell’anno, infatti, il Re Leone si fermò a 16. Davanti a tutti, ma non davanti a Totti: il capitano, ieri come oggi, c’è ancora e pennella palloni incantevoli per le sue punte.

D come diesel

D come Dzeko, D come diesel. Tende a carburare con il tempo, l’attaccante timido e riservato che ama postare su Instagram foto con la figlia Una, avuta in febbraio dalla compagna Amra, e limitare al minimo le incursioni nella vita mondana della Capitale. Il cigno timido e un po’ impacciato dello scorso anno ha ormai da tempo lasciato il posto a un avvoltoio con l’animo da killer, che non conosce differenze tra coppa e campionato, tra casa e trasferta. Un film già visto nella carriera di Edin: a Wolfsburg, 9 reti nella prima stagione  e 36 (26 in campionato, record in carriera) nell’anno successivo, quello del Meisterschale.

Di lì il volo in direzione Manchester, maglia City: la progressione delle reti, tra il 2011 e il 2015, segue la stessa crescita. 19, 15, 26.  E se due indizi non fanno una prova, Roma rappresenta l’evidenza, il noumeno: se a questo ci aggiungiamo che storicamente Dzeko carbura nella seconda parte della stagione, per i tifosi giallorossi (forse) il meglio deve ancora venire…

Dzeko e Pjanic in nazionale

Amico, ti tengo d’occhio

Domenica sera, la sua doppietta contro il Pescara ha permesso alla Roma di riagganciare il Milan al secondo posto ma soprattutto di avvicinare ulteriormente la Juventus, oggi distante soltanto quattro punti. Il tutto con un dicembre di fuoco all’orizzonte: Lazio, Milan e bianconeri sono i prossimi ostacoli nel cammino giallorosso.

E la sfida alla Juventus coincide con quella all’amico fraterno Miralem Pjanic, che non ha mai nascosto il suo ruolo di mediatore nell’arrivo di Edin in Italia. “Per una squadra un giocatore come lui fa bene: ha vinto tanto e mi farebbe piacere averlo sempre vicino” raccontava il centrocampista un anno e mezzo fa. Uniti in campo, compagni in nazionale, amici nella vita di tutti i giorni. A prova di questo il fatto che il figlio di Miralem si chiama Edin, come l’amico di papà. Ma in amore e in gioco tutto  è concesso: e chissà che Dzeko non voglia far rimpiangere all’amico di tante battaglie, che ha scelto Torino per “vincere di più”, la scelta fatta.

Luciano Spalletti con Dzeko a fine match

Leader da derby

Se un allenatore potesse creare al computer il prototipo di un attaccante, lo farebbe identico a Dzeko. Lui è perfetto: forte, alto, veloce per la sua taglia, combattivo, aggressivo e dotato di buona tecnica. Tuttavia “…manca ancora di cattiveria in fase realizzativa e deve dimostrare queste caratteristiche in campo…”. Parole di Luciano Spalletti in un’intervista concessa al portale bosniaco Oslobodjenje.

Probabilmente il suo attaccante lo ha ascoltato e nel post-partita del sofferto 3-2 sul Pescara ha ricordato davanti a microfoni e telecamere che giocando così non si vince un derby. Parole da leader, con la Lazio alle porte (si gioca domenica alle 15). E Spalletti? Ha risposto con il sorriso sornione da toscanaccio doc: “Beh, cominci a giocare meglio lui, così ci dà una mano”.

I compagni di squadra lo hanno accettato come un membro della famiglia quando in estate ha deciso di rimanere, lui sta ripagando con i gol. Raggiungere le vette toccate da Higuain non sarà facile. Ma una partita di calcio è come la vita: ci sono dei momenti in cui bisogna afferrare le opportunità che capitano con entrambe le mani. Ed Edin, che dalla Bosnia ne ha fatta di strada, lo sa bene. Ora sì che l’amore è Dzeko.

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Dopo aver trasformato il calcio di rigore con cui la Roma ha vinto la partita di domenica contro la Sampdoria, Francesco Totti è volato, come di consueto, sotto la curva. La sua curva. Quella del selfie dopo il gol alla Lazio, quella delle lacrime di gioia dopo lo scudetto del 2001. La stessa curva che forse, da tifoso, non ha mai fatto in tempo a vedere, perché a 16 anni era già nel giro della prima squadra. Francesco ha fatto un gesto che molti calciatori fanno, ma in un attimo ci ha riportato in una dimensione diversa da quella attuale, quella di un’altra generazione.

Quando Francesco Totti si è sfilato la maglia, ed ha mostrato il fisico, ci ha spiegato come si fa, a 40 anni, ad essere ancora decisivi in Serie A. Immediatamente ho pensato ad Antonio Cassano, alla sua pigrizia, al suo talento. Uno dei più splendenti mai visti in Italia. Alla sua indolenza, al suo essere così reticente all’allenamento, alla dieta, al sacrificio. Alla sua amicizia con Totti. Un’amicizia che ad un certo punto diventa indifferenza, poi di nuovo stima, ma nulla di più. Francesco esulta mostrando i pettorali, i bicipiti, e una definizione molto simile a quella di Cristiano Ronaldo, un maniaco dell’alimentazione e della cura del corpo.

Spesso si dice che dopo i trenta il fisico è inevitabilmente portato a peggiorare, ma Francesco Totti, fuori dall’epica, dal romanzo e dalla mitologia, dimostra esattamente il contrario. E forse è per questo che emoziona, che diventa idolo anche fuori dai confini romanisti. Perché dimostra che la vita degli eroi non deve essere per forza gloriosa ma breve, come quella del Pelide Achille. Totti è il primo ad arrivare all’allenamento e l’ultimo ad andare via, si sottopone a sedute di stretching lunghissime, è diventato meticoloso come non lo era mai stato. Ha cambiato la sua alimentazione, oggi pratica la dieta dissociata e mangia carboidrati a colazione e a pranzo, e solo proteine la sera.

Gli allenatori possono ovviamente scegliere di centellinarne le presenze (come fa giustamente Spalletti), ma non di farne a meno, perché anche nelle dichiarazioni alla stampa e nel rapporto con lo spogliatoio, Francesco ha imparato ad essere impeccabile, lavorando tantissimo su un aspetto che a molti giocatori della sua età è stato fatale: la comunicazione. Totti non comunica con le parole, e se proprio deve farlo lo fa con i gol e gli assist, con un sorriso o scaldandosi sotto la pioggia torrenziale mentre gli altri sono già rientrati negli spogliatoi. Come Noè che aspetta solo di salvare l’Arca. Il fisico di Totti è un messaggio per tutti, senza paura di cadere nella demagogia è una pubblicità per lo sport. Ecco perché ci piace tanto vederlo esultare.

Perché se per molti la percezione del calcio cambia il giorno che esordisce in prima squadra quel giocatore che è nato proprio nell’anno in cui sei nato tu (ricordo la perplessità quando vidi esordire in serie A Andrea Pirlo, nato come me nel 1979), tutto il resto del tempo, più disilluso, si sospende quando vedi andare in gol un ragazzo che di anni ne ha più di te. E allora quel magnifico quarantenne, con un tatuaggio così diverso da quelli dei ventenni di oggi, così old style, eppure esibito con orgoglio, come solo un romanaccio saprebbe fare con un gladiatore sul braccio, diventa il tuo idolo, a prescindere dalla squadra per cui fai il tifo.

Il 27 settembre Francesco Totti compirà 40 anni, due giorni dopo la partita contro il Torino. Non indosserà la maglietta con scritto Francesco, perché quella special edition è stata usata soltanto in occasione dell’amichevole contro il San Lorenzo, in onore (manco a dirlo) di Papa Bergoglio. Ma in un certo senso quella maglia ha rappresentato il passaggio di Totti da una dimensione temporale ad una più spirituale e, come lo stesso Bergoglio ha fatto scegliendo un nome semplice, l‘abbattimento definitivo del confine tra il calciatore e l’uomo. Sarebbe bello vederla ancora, magari per celebrare questa ricorrenza. Perché in fondo non occorre essere Achille, per essere un eroe. Basta chiamarsi Francesco, ragazzo.