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1154 giorni. Più di 3 anni senza Serie A (l’ultima partita da allenatore nel nostro campionato, prima di domenica, era il famoso Inter-Verona 2-2, quello della frase culto “poi è cominciato anche a piovere”, pronunciata nel post partita per giustificare un altro risultato negativo dei nerazzurri), alla fine il ritorno tanto agognato.

Walter Mazzarri sentiva il bisogno di ricominciare in Italia, per tanti motivi. La scelta di andare all’estero, per cambiare un po’ aria e rimettersi in discussione dopo la deludente esperienza a Milano, alla fine non ha portato i frutti che il tecnico di San Vincenzo avrebbe sperato. Non che abbia fatto così male in Inghilterra, ma quella barriera linguistica mai definitivamente abbattuta per il club alla fine ha contato molto, forse più dei risultati che alla fine non sono stati neanche così pessimi (salvezza raggiunta nonostante la stagione disastrosa di Ighalo, che l’anno prima era stato il trascinatore della squadra a suon di gol).

Si dice che il club gli avesse consigliato più volte di migliorare il suo inglese, che Mazzarri aveva studiato in quella specie di anno sabatico precedente al suo ingaggio. Un anno di preparazione sul posto, che però evidentemente non è bastato a imparare la lingua a un livello tale da renderlo autonomo nel gestire allenamenti e conferenze stampa (tanto da dover far ricorso costantemente ad un’interprete). Queste cose per gli inglesi hanno un peso importante, anche se la società è gestita dai Pozzo, e Mazzarri, che già con la  presentazione non aveva destato una buonissima impressione (il suo inglese scolastico ha reso il video virale in pochissimo tempo), ha pagato il suo scarso feeling con la lingua d’oltremanica.

Lo disse già in tempi non sospetti, l’idea era quella di fare un’esperienza diversa da quelle affrontate fino a quel momento, ma di fare ritorno nel suo paese: “Se mi mancherà? L’Italia è l’Italia, ma ora sono proiettato in questa nuova avventura; staccare dopo 15 anni fatti in Italia per poter magari rientrare un domani con ancora più voglia e stimoli”.  La chiamata del Torino è arrivata al momento giusto, per tanti motivi. Urbano Cairo stima da tempo Mazzarri, fin dai mesi che precedettero il suo arrivo alla Sampdoria (il presidente granata provò a portarlo a Torino, ma il tecnico aveva già firmato con i blucerchiati), la piazza è importante, entusiasta, pronta a sostenere una squadra che fino a questo momento ha espresso solo in parte le proprie potenzialità.

La netta vittoria col Bologna è da considerare fino a un certo punto, sia per i pochi giorni passati dall’arrivo del tecnico alla partita che per i cambiamenti tattici non ancora apportati, ma la voglia con cui i granata sono scesi in campo è quella giusta.  Aggressività bassa in fase di non possesso nella metà campo offensiva e forte in quella propria (a chiudere gli spazi agli avversari) e gioco sulle fasce si sono intravisti, ma i primi aggiustamenti veri il tecnico toscano li studierà in questi giorni di pausa dal campionato. Il passaggio alla difesa a 3, in cui a fiano a N’koulou e Burdisso potrebbe trovar spazio anche Moretti (che si gioca un posto con Lyanco) è prevedibile, così come la presenza di due mediani forti fisicamente (gli indiziati sono Rincon e Baselli, con quest’ultimo che però potrebbe essere schierato come mezz’ala offensiva per le qualità balistiche).

In attacco il tecnico toscano invece dovrà cercare gli giusti equilibri per non sprecare i talenti a disposizione, con Belotti come unica certezza e tanti altri calciatori forti da gestire. Iago Falque e Ljajic potrebbero appoggiare il Gallo, come trequartisti, oppure giocare singolarmente in alcune occasioni per aggiungere un centrocampista in determinate partite. Da non dimenticare anche la presenza di Niang, Boye, Berenguer e dell’emergente “canterano”  Edera, tutti talenti con qualità importanti pronti a dare il loro contributo. La storia dice che il tecnico toscano è capace di valorizzare al meglio proprio gli attaccanti (per rendersene conto basta guardare i numeri di Lucarelli e Protti a Livorno, Amoruso e Bianchi alla Reggina, Pazzini e Cassano alla Samp e Cavani al Napoli quando lui era in panchina) e con i granata avrà la possibilità di scegliere come forse mai prima.

Il Torino è pronto a ripartire con nuove ambizioni, così come il tecnico, desideroso di rifarsi anche quell’immagine di allenatore di alto livello che aveva costruito con fatica dopo la gavetta, partendo dal basso, fino ad arrivare a giocare anche la Champions e a vincere trofei come la Coppa Italia.

Ultimamente il suo nome più che altro è stato citato per ricordare le stagioni storte e le occasioni in cui ha cercato di giustificare i suoi risultati negativi con scuse un po’ rivedibili. Ora è arrivato il momento di ricordare a tutti che Walter Mazzarri non è un allenatore in declino, ma il tecnico capace di raggiungere risultati spesso inaspettati e di valorizzare al massimo il materiale umano a sua disposizione.

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Il mito è lì, a portata di mano. E si chiama Valentino Mazzola. Al ‘Gallo’ Belotti sarà sufficiente cantare ancora quattro volte, nelle sei giornate che rimangono alla fine del campionato, per raggiungere il capitano del Grande Torino con 29 reti segnate in un campionato. Entrando così definitivamente nella storia granata.

Sei giornate per prenderlo o magari superarlo. I compagni hanno già detto che giocheranno per lui: per farlo diventare capocannoniere, certo, ma anche e soprattutto per diventare il miglior bomber di sempre del Toro in una singola stagione. In 29 partite – tre le ha saltate per infortunio e squalifica – Andrea Belotti ha segnato 25 gol. Non è riuscito a guidare la squadra all’obiettivo Europa League, ora sarà la squadra a giocare per lui e per raggiungere l’obiettivo prestigioso.

Se per il trono dei bomber, ci sono Dzeko e Higuain da tenere a bada, per essere alla pari con Mazzola dipende tutto ed esclusivamente da Belotti. Valentino riuscì a segnare 29 reti in una singola stagione nel 1946/47, in piena epopea granata, in un club fortissimo. Il nostro, se ci riuscirà, lo avrà fatto in un Toro decisamente più modesto di quello che, al Filadelfia, rifilava goleade un po’ a tutti. E dire che il Gallo ha pure fallito tre calci di rigore quest’anno, contro Milan, Bologna e Fiorentina, altrimenti Mazzola sarebbe a un passo soltanto.

I numeri, in ogni caso, sono dalla sua parte. E allora si capisce anche perché Cairo abbia deciso di blindare il suo bomber con una clausola di 100 milioni. Vale oro Belotti. E dall’estero hanno fatto già sondaggi. Pare che il Chelsea di Antonio Conte abbia fatto pervenire una proposta da 60 milioni che, con i bonus, diventerebbe di 80 milioni. In Premier League stravedono per l’attaccante del Toro pure Arsenal e Manchester United, ma attenzione all’Inter che, nell’ipotesi di perdere Mauro Icardi, avrebbe intenzione di bussare alla porta granata. Certo, il ‘Gallo’ da bambino era tifoso del Milan, dunque la maglia nerazzurra la vede un po’ come quella bianconera della Juventus. Ma chissà, le vie del mercato sono infinite.

Una formazione del Grande Torino

Ai tifosi del Toro, al momento, interessa festeggiare un record. Che comparirebbe per sempre negli almanacchi di ogni buon fan granata. Con la faccia di Andrea Belotti al posto di quella di Valentino Mazzola. Il che non offuscherebbe affatto il mito del capitano dei cinque scudetti consecutivi. Ma rinfrescherebbe un po’ le pagine ingiallite delle imprese del Torino.

Il calendario può dare una mano all’attaccante della Nazionale italiana. A parte il Napoli e la Juventus, le altre sfide sono piuttosto agevoli, l’ideale per segnare. Pardon, per far segnare il ‘Gallo’. Dicevamo dei numeri che sono dalla parte di questo 23enne, che un paio di anni fa pareva un po’ sgraziato, di sicuro non in grado di diventare l’uomo su cui pure Gian Piero Ventura si affida per i Mondiali del 2018. Belotti, in ogni partita, tira in porta 3,5 volte e segna praticamente una rete a match, con una media dello 0,9. Il suo non è però solo il lavoro dell’attaccante, che se ne sta fisso in area ad aspettar palloni da sbattere in porta; assolutamente! Il Gallo lotta, pressa, si sbatte per il campo. Come un attaccante moderno deve fare.

Andrea Belotti Italia

Se poi credete alle coincidenze o alle stelle, per lo zodiaco cinese il 2017 è proprio l’anno del Gallo. Non solo delle acquisizioni di club milanesi. Che sia dunque un anno di grazia per il ‘Gallo’ granata? Sta di fatto che di testa o con entrambi i piedi, Andrea Belotti è letale. Immarcabile quando ha la palla tra i piedi, vede la porta benissimo. Negli ultimi 25 anni di serie A, prima del torinista, solo in quattro attaccanti italiani hanno raggiunto i 25 gol in un singolo campionato: Luca Toni, Francesco Totti, Beppe Signori e Antonio Di Natale. E scusate se è poco.

Insomma, guardarsi da Dzeko e Higuain per il trono di bomber dell’anno. E sarebbe l’undicesima volta che un giocatore del Torino diventerebbe capocannoniere in serie A. Prima di lui, l’onore è toccato a Schonfeld (1923/24), Libonatti (1927/28), Rossetti (1928/29), Gabetto (1945/46), Mazzola (1946/47), Pulici tre volte (72/73, 74/75 e 75/76), Graziani (76/77), Immobile (2013/2014). Ma puntare a Valentino, anche per ricordare chi ha scritto la gloriosa storia granata. Proprio nell’anno in cui il Filadelfia sta per tornare agibile (cerimonia d’inaugurazione il 25 maggio). Altra coincidenza, forse, di un destino che con il Toro spesso è stato cinico e baro.

Uomo dei record, dunque, Belotti è l’unico under 24 – a parte Shevchenko – ad aver segnato più di 20 gol in serie A. Nel solo 2017, ha messo la firma su 13 segnature. Ma il record più grande è lì, a quattro gradini di distanza. Se poi dovesse arrivare, vedi caso, nel derby contro la Juventus, la festa granata sarebbe davvero completa. In fondo, in una stagione di coincidenze, questa sarebbe la prova provata che lassù qualcuno è tornato ad amare il Toro dopo tante vicissitudini.

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Se non avete avuto la possibilità di vedere gli highlights di Lazio-Chievo di sabato cercate pure su Youtube. Una partita a senso unico, dominata dalla squadra di Simone Inzaghi ma vinta dagli ospiti grazie a un gol di Inglese. Non ce ne voglia però l’ottimo attaccante di Lucera, ma se il Chievo è riuscito in qualche modo a portare a casa i 3 punti lo deve soprattutto alle parate di un fenomeno di 37 anni di nome Stefano Sorrentino. Colpi di testa, tiri da fuori e dentro l’area di rigore, nulla è riuscito a scalfire l’inviolabilità della porta del numero uno gialloblu.

Il pallone sembrava quasi legato a un elastico: ogni qual volta uno tra Parolo, Felipe Anderson e Milinkovic-Savic ha provato a indirizzarlo verso la porta avversaria lo ha visto tornare indietro senza troppi compimenti. Una giornata di grazia, di quelle che ogni tanto capitano a tutti i portieri? No, non in questo caso. Anzi, per Sorrentino l’anormalità (in senso positivo) delle prestazioni è quasi diventata una regola. Anche a Milano contro l’Inter, qualche giornata fa, ha respinto l’impossibile e solo negli ultimi minuti è crollato sotto i colpi dell’attacco nerazzurro.

A Palermo, nella disastrata annata 2015/2016, le sue parate sono state decisive per arrivare a una salvezza che sembrava quasi impossibile vista la situazione societaria e gli allenatori defenestrati continuamente da Zamparini. Le medie voto parlano per lui: 6.48 nelle 35 partite giocate nella stagione scorsa, 6.44 (e ancora nessuna insufficienza) nella stagione attuale. Nonostante i 38 anni da compiere a fine marzo non ha perso un briciolo della reattività, del senso della posizione e della carica che mette in campo (quella che esplode quando lo si vede esultare dopo una parata decisiva), che forse è il segreto che gli permette di tenere alta la concentrazione per tutti i 90 minuti.

sorrentino perisic

Sono anni che ormai va così, ma nessuno sembra farci caso più di tanto. Si è dato quasi per scontato il fatto che il portiere nativo di Cava dei Tirreni dovesse essere quasi infallibile e che, nonostante tutto, non potesse essere adatto a giocare in una squadra in lotta per qualcosa in più della salvezza o di un posto a centro classifica. O che non potesse essere un ottimo rincalzo di Buffon in Nazionale, visto che dietro l’immortale Gigi in questi anni non si sono visti grossi fenomeni (a parte Donnarumma, che però è diventato quello che è da poco più di un anno). Una specie di maledizione che lo ha visto relegato nel girone dei portieri di provincia, in lotta ogni anno per guadagnarsi un altro anno nella massima categoria, senza possibilità di un salto di qualità o di un’affermazione a livelli superiori. Ma come è possibile che nessuno abbia voluto puntare su Sorrentino? C’è qualcosa che va oltre l’aspetto sportivo che non gli ha permesso di arrivare in alto?

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Forse quella voglia di sentirsi sempre protagonista e mai gregario, a differenza di altri colleghi bravi che hanno accettato la panchina di una grande pur di far parte di una squadra top. Sorrentino non è uno che si è accontentato o si accontenta di partecipare, ha la competizione nel sangue e vuole essere il numero uno della sua squadra, l’ultimo baluardo. “Non faccio la chioccia a nessuno. Ma non perchè mi sento più forte, ma perché caratterialmente sono un competitivo ed il fatto di allenarmi tutti i giorni è una sfida quotidiana, per dimostrare che tutte le domeniche devo essere presente e soprattutto protagonista. Non ho mai fatto questione di soldi o di categorie”, ha affermato in un’intervista dello scorso anno. Un carattere poco incline al compromesso, difficile da addomesticare. Sorrentino è un portiere istintivo e spettacolare in campo e un leader capace di essere anche pungente nelle dichiarazioni rilasciate. Forse troppo per essere parte di un top team, perché in certe piazze la forma conta quanto la sostanza.

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Qualche soddisfazione professionale, come quella di essere il primo portiere italiano della storia del Recreativo Huelva (la squadra più antica di Spagna) o di giocare in Europa con l‘Aek Atene, l’attuale portiere del Chievo se l’è tolta. Con un po’ più di lungimiranza da parte di qualche dirigente e un carattere diverso forse ora staremmo parlando di una carriera di altro livello, di qualche riconoscimento personale.

Ma a lui forse i titoli e la carriera che poteva avere non interessano neanche così tanto: basta giocare in un ambiente che ne riconosca le qualità, sentirsi protagonista, essere in tutto e per tutto Stefano Sorrentino, senza troppi compromessi.

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Ci sono uomini che, fin dai primi anni della loro vita, sembrano nati per non rimanere mai fermi, con una valigia perennemente pronta e l’animo di chi trova la propria ragione d’esistere nel cambiamento. Blerim Dzemaili rientra in pieno in questa macro categoria umana, sin dalle origini: cresciuto in Macedonia, si è trasferito con i genitori emigranti prima in Albania e poi in Svizzera, il paese in cui è diventato uomo e calciatore e che insieme alla famiglia rappresenta uno dei pochi punti fermi della sua vita. Il legame con la Nazionale (con cui ha disputato gli ultimi Europei e il Mondiale brasiliano) infatti è fortissimo: “La Svizzera rappresenta l’occasione per restituire qualcosa a questo paese. Io non sono al 100% svizzero, però mi ha dato tanto. La possibilità di diventare un calciatore e di condurre una buona vita”.

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Questa specie di imprinting da girovagio si è manifestato anche quando ha capito che il pallone era la sua vocazione:  Zurigo, Bolton, Torino, Parma, Napoli, Instanbul, Genova e ora Bologna le tappe del suo viaggio calcistico. Non sempre la scelta di spostarsi è stata frutto di un mero desiderio di cambiare, anche le circostanze hanno fatto di tutto per far sì che andasse così. A Bolton, nella sua prima esperienza calcistica importante dopo quella con lo Zurigo, non ha avuto modo di dimostrare il suo valore a causa di un infortunio ai legamenti, e quando è tornato a disposizione è stato messo ai margini della rosa senza troppe spiegazioni.

Un anno difficile quello in Inghilterra, ma Dzemaili non è uno che molla, nemmeno dopo una situazione del genere. In famiglia già suo fratello, a suo dire molto più talentuoso di lui, ha lasciato il calcio dopo un brutto infortunio. Un carattere fragile, al contrario di Blerim, che l’anno dopo sbarca al Torino per riprendere il filo di una carriera che sembrava già in fase calante. Come prima di arrivare al Genoa nel 2015, dopo un anno negativo al Galatasaray, ma in Italia sembra sempre ritrovare il vero se stesso. Oggi, a 30 anni, è tornato quello dei giorni migliori: 6 gol segnati in stagione, 4 nelle ultime 4 partite (2 dei quali proprio al Torino), lo rendono il miglior marcatore della squadra di Donadoni, anche se per ruolo non è deputato a scardinare le difese avversarie.

Per la facilità ad andare in rete, lui che è nato come mediano puro, deve ringraziare soprattutto Mazzarri, che ai tempi di Napoli gli ha fatto capire come sfruttare al meglio il suo micidiale destro e la sua prepotenza fisica. Oltre ad essere determinante e decisivo sul campo Dzemaili è un’arma in più anche fuori dal rettangolo di gioco. Tutti riconoscono le sue doti di leader, la sua grinta e la voglia di vincere che trasmette. Ci ha messo sempre la faccia, anche quando il Bologna era in crisi, ed è riuscito a proteggere e motivare i compagni più giovani, che sono tornati a giocare al massimo.

Erjona-Sulejmani

Fuori dal campo è famoso anche per il matrimonio con Erjona Sulejmani, star delle copertine e dei social che ai Mondiali in Brasile ha folgorato i tifosi di tutto il mondo.  Anzi, la fama della sua signora ha rischiato di mettere un po’ in ombra le sue prestazioni, ma con le ultime partite sta ricordando a tutti, se ancora ce ne fosse bisogno, che prima di essere il marito di una bellissima modella è un calciatore di livello assoluto.

A dicembre scorso il patron del Bologna Joey Saputo ha parlato del suo futuro, annunciando il trasferimento di Dzemaili alla fine del campionato nell’altra sua squadra di proprietà, il Montreal Impact. Alla luce della situazione dei rossoblu però rinunciare così a cuor leggero alle prestazioni dello svizzero sembra difficile. Di sicuro tifosi, compagni e allenatore faranno di tutto per trattenerlo ancora con loro. La valigia però, come al solito, è già pronta. Uno come lui, nato girovago, non può proprio fare a meno di cambiare.

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Qui si respirano storia e progettualità.
Voglio giocatori che siano motivati, affamati e con tanto desiderio di migliorarsi

Il post-it affisso tre mesi fa, al suo arrivo nel centro Sisport, da Sinisa Mihajlovic per il suo Torino era chiaro. Al tramonto dell’estate e con un lungo inverno di calcio da affrontare, il condottiero serbo si gode i suoi 11 tori, capaci domenica di assaltare la diligenza giallorossa e rendere i lupi docili agnellini. All’ora di pranzo il pasto di Belotti e compagni è stato servito al suon di tre reti, con Fazio e compagni nei panni di passivi commensali, per una vittoria sulla Roma che mancava dal 1990, quando Miha non era ancora arrivato in Italia, dove avrebbe scritto con le maglie di Sampdoria, Roma, Lazio e Inter la sua storia da calciatore, prima di sedersi in panchina.

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10 tori e un gallo

“Sono molto contento: nel Toro non abbiamo 11 titolari e 11 riserve, ma tutti giocatori allo stesso livello, bisogna averli tutti insieme e a quel punto possiamo lottare per l’Europa League”. Sinisa mente, ma lo sa. Non ci sono insostituibili nel suo 4-3-3? Difficile non ritenere tale una pedina come Andrea Belotti, il “gallo” che ha alzato la cresta già 5 volte in stagione davanti ai portieri avversari. “Può diventare uno dei più forti in Italia” si limita a dire di lui il suo allenatore: di fatto il 2016 del 23enne Belotti è da top player, con 16 reti nell’anno solare nonostante qualche infortunio e l’esclusione dalla lista europea per mano di Antonio Conte.

Il rapporto dell’attaccante cresciuto tra gli oratori di Gorlago e Grumello del Monte con il gol è “di sangue”, spiega lui: ma c’è di più. Belotti è il centravanti moderno che al calcio italiano mancava dai tempi di Casiraghi: tecnico ma potente fisicamente, capace di muoversi su tutto il fronte d’attacco, letale sotto porta ma bravo con i piedi. Affamato e grintoso, cresciuto sul solco di un certo Andriy Shevchenko. 11 titolari? No, ma 10 tori e un gallo. La ricetta granata edizione 2016/2017 è questa.

Big Money, big project

Nelle scorse stagioni siamo stati abituati a raccontare il Torino di Urbano Cairo come un laboratorio: nei panni del ricercatore c’è stato Giampiero Ventura, oggi d’Azzurro vestito. Si confezionavano e rilanciavano talenti, da Darmian a Immobile passando per D’Ambrosio e Cerci, per venderli a peso d’oro e ripartire. Ogni anno, una scommessa: che spesso ha pagato, come il settimo, il nono e il dodicesimo posto occupati in classifica nelle ultime tre stagioni hanno dimostrato. Quest’estate il taglio con l’attuale Ct della Nazionale ha rappresentato anche un saluto al passato: le cessioni eccellenti sono rimaste tali (Glik, Maksimovic e Bruno Peres), ma Mihajlovic ha potuto contare su 13 volti nuovi: Hart in porta, Ajeti, Barreca, Castan, De Silvestri e Rossettini in difesa, Gustafson, Lukic e Valdifiori a centrocampo, Aramu, Boyé, Iago Falque e Ljajic in attacco.

Praticamente una squadra nuova di zecca, con conferme eccellenti (Benassi, Zappacosta e Baselli su tutti) a completare l’ossatura. Qualche carneade e tanti nomi quotati in rampa di rilancio, fisionomia che Miha aveva già forgiato nella sua Samp, dove Okaka, Gabbiadini ed Eder ancora lo ringraziano per la sua “cura”. Addio al 3-5-2, avanti con un 4-3-3 a trazione anteriore:  i punti sono 8, i gol fatti 11, quelli incassati 7. Tori scatenati in casa, meno fuori.

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Il lato “B”

In attesa di godersi il talento cristallino di Ljajic, che dalle esperienze con Roma, Inter e Fiorentina ha portato in dote il pedigree ma anche una muscolatura di seta, il Torino si gode il suo lato “B”: nessuna immagine scomoda, solo tanto talento da fare accomodare. Belotti guida le fila, ma lo seguono a ruota Boyè, Barreca, Baselli e Benassi. Giovani e talentuosi: dai 20 anni dell’estroso attaccante argentino, capace domenica scorsa di mandare di traverso il pranzo di Alessandro Florenzi, ai 24 anni del prodotto delle giovanili dell’Atalanta, passano le quattro principali scommesse di Miha.

Boyè è stato bloccato nello scorso inverno e ha già incantato con la maglia del River Plate. Elegante come pochi alla sua età, deve imparare che “ci sono anche gli altri, ogni tanto lo dimentica” ci ha scherzato su il suo allenatore. Barreca è il ritratto di questo giovane Cuore Toro: in partenza fino all’ultimo istante del calciomercato, oggi si ritrova titolare e promosso anche grazie all’infortunio capitato a Molinaro.

Benassi e Baselli sono i “giovani vecchi”: classe 1994 e 1992, ma una maturità da veterani. Castan e Hart, poi, sono le scommesse da vincere: il primo deve dimostrare di essere tornato un calciatore abile e arruolabile al 100%, il secondo di valere più di quanto l’eco mediatica del suo arrivo abbia attestato. Ecco perché in una serie A tutta corsa e tattica, oggi votiamo gli sprazzi di classe del Torino. Quello che domenica scorsa, dopo gli applausi di un intero stadio nell’intervallo per un’icona come Francesco Totti, ha fatto spellare le mani per 90 minuti.

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Una è stata la ‘signora d’Italia’ fino agli inizi degli anni ’20 del secolo scorso, mettendo in bacheca sette scudetti; l’altra è rimasta ed è tuttora in serie A, ma viene ricordata anch’essa soprattutto per un periodo storico, quello da metà degli anni ’40 fino alla tragedia di Superga.

Torino e Pro Vercelli si affrontano sabato sera, alle 20.30, in un inedito derby piemontese. Il fatto che si giochi nello stadio ribattezzato ‘Grande Torino’ non fa che alimentare la leggenda. Un impianto che è stato per tanti anni Comunale, quindi Olimpico. Ma che ora è la casa granata e dei suoi miti, da Valentino Mazzola a Franco Ossola.

Insomma, un turno di nobiltà tra chi, con Sinisa Mihajlovic, riparte dopo la gestione Ventura e chi si è affidato proprio a un granata, Moreno Longo, per soffrire di meno in serie B e ottenere la terza salvezza consecutiva. Partiamo proprio da qui per raccontare la sfida di Coppa Italia.

Luca Castiglia

LONGO, UN GRANATA A VERCELLI

Moreno Longo a Vercelli ci aveva giocato. Nel lontano 2004-2005. È stato richiamato in estate dal presidente Massimo Secondo dopo i grandi risultati ottenuti con la Primavera del Torino. Un quadriennio di finali e ottimi risultati, con un titolo portato a casa, nel 2014-2015, e tanti giovani cresciuti bene, che oggi fanno gola o sono già in prestito alle prime squadre.

La Pro Vercelli si è affidata a lui anche per questo motivo: per far crescere i suoi giovani, che si confrontano con un campionato impegnativo come quello di serie B. Una sfida pure per Longo, alla prima esperienza su una panchina dei professionisti. Un uomo che giocava in difesa, ma che predilige il gioco offensivo da allenatore.

E che non potrà non provare emozione sabato sera: “Credo che tornare a Torino per me, per i giocatori e per la Pro Vercelli, contro una squadra che ha fatto la storia del calcio italiano, sia motivo di grande orgoglio”.

Moreno Longo

L’ESODO BIANCO AL COMUNALE

Giocare all’ex Comunale, per i tifosi della Pro, è andare indietro nel tempo. Nel 1971, qui, le bianche casacche giocarono lo spareggio con la Biellese per la promozione in serie C. Dopo il pari (2-2), fu la monetina a decretare il successo dei bicciolani in uno stadio quasi tutto bianco. Era il 6 giugno: l’autostrada del ritorno a casa fu una coda di vessilli, bandiere e clacson. Un ricordo davvero dolce per i tifosi più anziani della squadra che fu di Silvio Piola.

Quest’anno, considerato che si giocherà il 13 agosto, non ci sarà lo stesso esodo. Ma da Vercelli arriveranno parecchi tifosi. Senza dimenticare che molti hanno il Toro nel cuore e dunque avranno da scegliere per chi tifare.

Pro Vercelli Biellese

A METÀ TRA MILANO E TORINO

Avranno da scegliere i simpatizzanti vercellesi del Torino. Da sempre, Vercelli è in una posizione particolare, esattamente a metà strada tra Milano e Torino. Fino a pochi anni fa, quando le bianche casacche giocavano tra serie C e dilettanti, erano in molti a disertare lo stadio ‘Robbiano‘. Partivano i pullman dei club per andare a vedere ora il Milan, ora l’Inter, ora la Juve, ora il Torino. Al campo sportivo, perché tale era per i più anziani, ci andava solo lo zoccolo duro e qualche papà con figli.

Da qualche anno, però, si sta formando una tifoseria ‘giovane’ e tutta vercellese. Che cresce con la squadra in B e dunque non si sposta più per vedere buon calcio.

Tifosi Pro Vercelli

QUANTO TORO NELLA PRO

Possiamo chiamarlo davvero derby quello di Coppa Italia. E non solo per la distanza tra le due città (75 km). In maglia bianca, infatti, sono arrivati diversi ex granata, protagonisti dello scudetto Primavera di più di un anno fa. Dal portiere Andrea Zaccagno a Dejan Danza, da Claudio Marra a, naturalmente, il tecnico Moreno Longo.

Non finisce qui. Tra i portieri c’è Alessandro Gilardi, che sfiorò il titolo l’anno prima. Ci sono gli esperti attaccanti Dominique Malonga e Giulio Ebagua. Il primo arrivò giovanissimo in Italia, nel 2007, a 18 anni; il secondo iniziò da bambino nella Scuola Calcio del Cit Turin per poi passare in granata, facendo tutte le trafile delle Giovanili fino alla Primavera. Il fallimento della Società lo costrinse a cambiare aria, ma nel 2011 rieccolo al Toro fino a gennaio (tre le reti segnate). Infine, c’è Alessandro Budel, pure lui per sei mesi nel Toro di Ventura, stagione 2010-2011.

Nel settore tecnico, insieme a Longo, altri due ex: il vice allenatore Dario Migliaccio e Paolo Nava, che si è trasferito a Vercelli proprio insieme al tecnico.

Dominique Malonga

ULTIME DAL CAMPO

Sinisa Mihajlovic non può prendere troppo alla leggera l’impegno di Coppa Italia. Non solo per l’orgoglio che ci metteranno i vercellesi, ma anche perché la squadra ancora non è completa e ci sono diversi giocatori acciaccati. Da Ajeti ad Avelar, da Benassi a Jansson, da Molinaro a Zappacosta: chi recupererà? L’occasione per diversi giovani Toro – vedi Antonio Barreca – di trovare posto dall’inizio. Un altro giocatore che potrebbe mettersi in mostra è Aramu, tra l’altro appetito proprio dalla Pro Vercelli.