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Superclásico

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“Il futuro? Fra una settimana mi sposo. Poi o resto al Boca, o vado in Cina o potrei anche smettere di giocare”.

Collegare queste parole a chi ha appena segnato una doppietta in un Superclásico, partita che in Argentina vale una stagione, divide famiglie e vicinato, tanto che il periodico britannico The Observer la inserì in cima a una lista delle “50 cose sportive da fare prima di morire”, risulta difficile: Carlitos Tevez può farlo. Nel 4-2 tra Xeneizes (genovesi) e Los Millonarios (i milionari), l’Apache ha firmato una doppietta e ha chiuso i giochi con l’assist per il sigillo conclusivo dell’ex Genoa Ricardo Adrian Centurion. Un fenomeno con il cuore a Buenos Aires, ma dalla valigia sempre pronta.

Nudo 14, a soli 10 mesi

I due centri del Monumental non hanno rappresentato altro che una piccola goccia nel curriculum di Tevez, capace di vincere 2 campionati argentini (Apertura 2003 e 2015), 1 Coppa d’Argentina (2015), un campionato brasiliano (2005), 3 campionati inglesi (2008, 2009 e 2012), una FA Cup (2011), una Coppa di Lega inglese (2009), 2 Supercoppe d’Inghilterra (2008 e 2012), 2 campionati italiani (2014 e 2015), una Coppa Italia (2015) e una Supercoppa italiana (2013), una  Coppa Libertadores (2003), una Coppa Sudamericana (2004), una Coppa Intercontinentale (2003), una Champions League (2008), una Coppa del mondo per club FIFA (2008) e l’Olimpiade di Atene 2004 con l’Argentina. Titoli che vanno letti tutti di un fiato, come si correva nel barrio dov’è nato, Ejército de los Andes, detto anche Fuerte Apache, dal celebre film con Paul Newman.

Al biondo attore Tevez non somiglia certo: la vita ne ha scavato il volto, gettandogli acqua bollente in faccia quando aveva appena 10 mesi, provocandogli ustioni di primo grado e portandolo a vivere per 60 giorni in terapia intensiva. Prologo di un’infanzia vissuta a pochi metri dal temuto Nudo 14, dove ha conosciuto amici – come Dario Coronel, detto El Cabanha – che la delinquenza e la droga si sono portati via.

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Gol e divieti

I primi calci li ha dati a un pallone…di stracci, fatto solo con la parte interna: non era un pallone, ma era come se lo fosse. Così come Carlitos non era un campione di natura, ma lo è diventato. “Ci riunivamo con i miei amici a giocare a calcio e tutto il resto, la povertà o altre cose brutte, rimanevano fuori” ha raccontato spesso: trascinare rabbia agonistica in campo è sempre stato il suo punto di forza. A costo di…esagerare: poche sbandate, ma memorabili. Su tutte, quella combinata tre mesi fa, nel 3-0 con cui il Boca Juniors affondò il Belgrano. Gol alla mezz’ora di gara e festa rovinata soltanto 3 minuti più tardi. Fallaccio su Lem,  cartellino giallo e Tevez non ci aveva visto più: “Quella t…a di tua sorella!” aveva gridato l’Apache al direttore di gara German Delfino, il quale a quel punto non ha esitato ad estrarre il cartellino rosso. Se l’era cavata con tre giornate di squalifica.

Sempre meno dell’”interdizione” voluta dal suo presidente Daniel Angelici, proprietario di diverse sale bingo nella capitale, al ritorno dell’attaccante in Argentina: la clausola numero 14, nel paragrafo B del contratto che lega il numero 10 al club di Buenos Aires – pubblicato integralmente da ‘Football Leaks’ – parla chiaro: “Il giocatore obbligato a non prender parte ad attività che possano intaccare le sue abitudini e/o le sue condizioni fisiche e/o psicosomatiche, come per esempio, praticare attività e/o sport rischiosi, guidare moto, jet-ski, frequentare abitualmente i casinò e prender parte a risse”. Professionista eccellente, con clausole eccezionali.

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Scatole cinesi

L’unica deroga che l’Apache non conosce è il gol: li ha sempre segnati, in patria, Brasile, Inghilterra e Italia. 157, tra Manchester City, United e Juventus. Così è stato anche nella tana del River: con la squadra sotto di una rete, si è caricato onori e oneri sulle spalle. Prima trovando la rete del 2-2 con astuzia, eludendo l’uscita di Batalla di testa e depositando a porta vuota con il destro. Poi siglando il sorpasso a 10 minuti dalla fine, con un tiro a giro dritto all’incrocio dei pali. Ma ora, a 10 anni dal trasferimento al West Ham, avvenuto in combinazione con il connazionale Javier Mascherano e padre di polemiche annose e multe salate al club londinese (5 milioni e mezzo di sterline) a causa della postilla contrattuale che dava alla società detentrice di parte del cartellino del calciatore la possibilità di intervenire direttamente nel rapporto tra questi e la società, Carlitos è a un bivio: la tentazione è la muraglia cinese, da scalare sì ma con un contratto dorato a tentarlo in casa Shanghai Shenhua. E chissà che le prime reti in sette “superclasicos” di campionato giocati in carriera non possano essere anche…le ultime.


Più di qualcuno ha parlato di “ultimo regalo”, tirando in ballo il possibile addio di Tevez. Lui su Twitter ha negato, mentre ha scelto Instagram per postare immagini di festa con tifo e compagni. E tornano in mente le parole rilasciate da Carlitos in un’intervista di otto mesi fa: “A volte penso che tornare al Boca Juniors sia stata una scelta di m… Sono qui per il club e per la famiglia, sono ritornato per restare ma se dico che c’è il 2% di probabilità che me ne vada allora succede un casino tremendo”. A tenerlo legato all’Argentina potrebbero essere l’odore di casa e la Selección albiceleste: una causa lontana da qualche tempo per le decisioni del Ct “Paton” Bauza. Tevez vuole smentirlo, rievocando le immagini di festa dell’ottobre 2014: ritorno in Nazionale dopo tre anni e…festa per le strade di Buenos Aires.

Tempo di scelte

Sul tavolo ora ci sono pochi ma fondamentali numeri: 19mila chilometri scarsi, la distanza tra l’Argentina e la Cina. 40 milioni netti a stagione, l’entità dell’offerta che arriva dalla Super League: complicato anteporre le ragioni di cuore a quelle meno nobili del portafoglio, anche per chi è cresciuto nel barrio, dove “si vive con gli stessi codici, la stessa gente, la stessa sofferenza, la stessa allegria”. Quella di un calciatore, un leader, abituato a scelte impopolari. A proposito delle sue cicatrici spiegava:  “Potrei fare qualsiasi cosa, mettermi la faccia di chi voglio. Però voglio far capire che l’essere umano, l’uomo è bello per quello che ha dentro e non per quello che è fuori. Non mi interessa l’apparenza, l’importante sono i sentimenti, quello che ho nel cuore. Solo questo è importante”. Il cuore: vincerà ancora?

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Una fase di gioco di River Plate-Boca Juniors del Torneo de Transición 2014.

Boca Juniors contro River Plate è una di quelle rivalità eterne che hanno scritto pagine di storia del calcio mondiale, e per un curioso scherzo del calendario l’inizio del mese di maggio proporrà il Superclásico per ben tre volte nell’arco di una decina di giorni, una Revolución come da definizione dal principale quotidiano sportivo argentino, Olé. Si comincia alla Bombonera domenica 3 alle 23.15, per l’undicesima giornata di Primera División, si prosegue al Monumental nella notte fra giovedì 7 e venerdì 8 alle 2 per l’andata degli ottavi di Copa Libertadores ed esattamente una settimana più tardi per il ritorno (ora italiana). Sono date da segnare sul calendario, perché nonostante il fischio d’inizio notturno queste partite valgono la pena di essere gustate in diretta, in modo da vivere a pieno l’adrenalina, il fascino e le emozioni di un derby che non ha eguali al mondo. L’ultimo precedente ufficiale (ci sono state delle amichevoli a gennaio, una finita 5-0 per il Boca) si è giocato a novembre, per le semifinali di Copa Sudamericana: all’andata alla Bombonera è finita 0-0 in una partita con tanti falli e poco gioco, ma al ritorno è successo di tutto, con un rigore fischiato in favore del Boca dopo appena sedici secondi e parato da Marcelo Barovero all’ex Siena Emmanuel Gigliotti, prima del gol decisivo di Leonardo Pisculichi che ha mandato il River alla finale poi vinta contro l’Atlético Nacional. Adesso si gioca per la Libertadores, e se possibile la tensione è anche superiore rispetto a cinque mesi fa.

I PROTAGONISTI STORICI

È inutile parlare di logica, citare dati statistici o azzardare pronostici, perché questa è una partita che sfugge a qualsiasi regola, dove le cose più impensabili possono accadere e lo spettacolo è garantito. Nella centenaria storia di uno dei derby più sentiti al mondo si sono viste sfide da antologia, con in campo alcuni tra i giocatori più illustri del fútbol sudamericano: Diego Armando Maradona contro Enzo Francescoli, Juan Román Riquelme contro Gonzalo Higuaín, Martín Palermo contro Pablo Aimar, e alla lista bisogna aggiungere anche altri grandi campioni che non si sono sfidati tra di loro, come Guillermo Barros Schelotto, Claudio Paul Caniggia e Carlos Tévez dalla parte del Boca oppure Alfredo Di Stéfano, Ramón Díaz e Omar Sívori dalla parte del River, giusto per citare alcuni tra i più conosciuti. Adesso i due giocatori principali sono da un lato l’ex di Inter, Juventus e Roma Pablo Daniel Osvaldo e dall’altro il colombiano Teófilo Gutiérrez, i principali attaccanti su cui i rispettivi allenatori (anch’essi ex giocatori, Rodolfo Arruabarrena e Marcelo Gallardo) puntano per vincere il lunghissimo campionato argentino a trenta squadre e andare avanti in Copa Libertadores. C’è persino chi ha giocato con entrambe le maglie, come Gabriel Omar Batistuta, oppure chi ha deciso il Superclásico con uno degli ultimi gol della sua carriera: è ancora il caso del Loco Palermo, autore di testa del 2-0 nel match del Torneo Clausura 2011, decisivo per la prima clamorosa retrocessione del River.

UN DERBY DA LEGGENDA

Ogni volta che si avvicina il giorno del Superclásico l’Argentina lascia da parte i terribili problemi economici e i tifosi Xeneizes (del Boca) e Millonarios (del River) passano le proprie giornate a pensare esclusivamente alla partita, col desiderio di battere gli odiati rivali. La tensione è così alta che il giorno della partita Buenos Aires si paralizza e spesso le partite non finiscono undici contro undici, mentre la violenza che purtroppo dilaga nel calcio argentino dovrebbe essere limitata dal divieto di accesso per i tifosi ospiti. Negli anni si sono visti innumerevoli episodi memorabili, ma alcune partite sono entrate nella storia più di altre: il già citato match del Clausura 2011 verrà ricordato come l’ultimo prima della retrocessione del River, uno dell’Apertura 2006 vide uno strepitoso gol di tacco dell’astro nascente dell’epoca Gonzalo Higuaín, mentre i quarti di finale della Copa Libertadores 2000 finirono nella memoria collettiva per lo spettacolare tunnel di Juan Román Riquelme a Mario Yepes. Su tutti, però, c’è senza dubbio la doppia sfida valida per le semifinali di Copa Libertadores 2004: all’andata alla Bombonera Rolando Schiavi segnò l’unico gol di un match chiuso dieci contro nove, al ritorno Lucho González portò avanti il River ma all’89’ Carlos Tévez riuscì a pareggiare ed esultò con il gesto della gallina (soprannome denigratorio dato ai tifosi del River, festeggiamento ripetuto di recente in Juventus-Lazio) che gli costò l’espulsione; al 95′ il difensore Cristian Nasuti fece esplodere il Monumental con il gol del 2-1 che mandò le due squadre ai rigori, dove l’unico errore fu di Maxi López. Alla fine però festeggiò il River: i Millonarios vinsero il campionato nazionale, mentre il Boca perse la finale contro l’Once Caldas.

La formula della Copa Libertadores è diversa da quella della Champions League e nella fase a eliminazione diretta non ci sono sorteggi ma bensì una sorta di tabellone tennistico dove agli ottavi le migliori prime affrontano le peggiori seconde dei gironi. Il Boca Juniors ha vinto tutte le partite del suo gruppo, mentre il River Plate ha dovuto sudare tantissimo per passare il turno, trovando il pass per gli ottavi al termine di un’epica ultima giornata grazie al 3-0 sul San José e al contemporaneo 4-5 dei messicani dei Tigres, già qualificati, sul Juan Aurich (vedi approfondimento). I biancorossi, con una sola vittoria in sei gare, sono risultati così la peggiore seconda, ed ecco che il Superclásico di coppa è diventato realtà, con l’aggiunta di un antipasto notevole in campionato, dove le due squadre sono appaiate in testa con ventiquattro punti dopo dieci giornate. Le premesse per vivere tre partite leggendarie ci sono tutte, e anche chi non è tifoso di una delle due squadre non potrà che essere trascinato dall’atmosfera unica del derby più sentito del mondo.