Tags Posts tagged with "Spalletti"

Spalletti

0 251

Con Napoli e Juventus ormai avviate verso il lungo sprint finale per la vittoria del campionato e la Lazio che si sta confermando una solida realtà (a parte la sconfitta di Milano, che sembra più un episodio sfortunato che un segnale di qualche problematica particolare), l’ultimo posto per raggiungere il paradiso Champions sembra essere l’unico davvero in bilico. A contenderselo ci sono l’Inter di Spalletti e la Roma di Di Francesco, due squadre che però nell’ultimo mese e mezzo hanno affrontato difficoltà difficilmente prevedibili dopo i primi mesi e che, a causa di risultati pessimi, rischiano di doversi preoccupare anche di squadre come Sampdoria e Milan (che nell’ultimo periodo, a differenza di nerazzurri e giallorossi, sono in ottima forma).

Per farsi un’idea basta osservare i numeri delle ultime 6 giornate di campionato, talmente negativi da non dare adito a possibili interpretazioni differenti: 4 punti per la squadra allenata dal tecnico di Certaldo, addirittura 3 quelli raggranellati dalla squadra della Capitale. Meno del Benevento, tanto per fare il nome della squadra attualmente ultima in classifica per distacco, con il solo Chievo ad aver fatto peggio (un pareggio e 5 sconfitte) e il Cagliari con gli stessi punti fatti dall’Inter. Non è un caso che le ultime vittorie collezionate da Inter e Roma siano arrivate, rispettivamente, proprio contro il Chievo e il Cagliari (tra l’altro con un gol molto contestato di Fazio all’ultimo secondo).

Due squadre che vivono un momento simile, con problematiche simili e alcune differenze. Le difese di entrambe sono quasi sempre difficili da battere e anche dopo gli ultimi risultati risultano tra le migliori del campionato, mentre gli attacchi attraversano un momento nero. Gli avanti nerazzurri hanno segnato solamente 4 reti (uno dei quali il clamoroso autogol di Vicari di domenica, senza il quale la partita con la Spal difficilmente si sarebbe sbloccata), gli stessi dei giallorossi.

L’Inter paga la vena smarrita da Perisic, l’inesistente contributo realizzativo di Candreva e l’isolamento di Icardi al centro, con un centrocampo che raramente riesce a contribuire in maniera significativa alla fase offensiva. Le alternative poi sono quasi inesistenti, a partire da un Eder sempre più messo da parte e dal giovane e acerbo Karamoh, talento interessante ma non ancora pronto.

All’ombra del Colosseo invece c’è un Edin Dzeko che sembra tornato (almeno per la media reti) quello del primo anno, con in più una valigia in mano già fatta e poi disfatta per il mancato accordo economico con il Chelsea. Insieme a lui l’incognita Schick, ancora alle prese con problemi fisici, e il contributo altalenante dei vari Perotti, El Shaarawy e Defrel. Anche Radja Nainggolan (sogno nerazzurro di mezza estate), che da trequartista d’assalto aveva raggiunto la doppia cifra, non riesce a incidere allo stesso modo spostato più dietro. Pensare poi che la fascia destra fino allo scorso anno era territorio di un certo Mohammed Salah non può che far aumentare i rimpianti per la cessione dell’egiziano, che a Liverpool si sta imponendo come uno dei migliori attaccanti al mondo.

A prescindere dai numeri, queste due squadre preoccupano per il loro modo di affrontare una partita. L’Inter di Spalletti sembra aver smarrito la convinzione ferrea nei propri mezzi che l’aveva contraddistinta fino a Novembre e che le aveva permesso di arrivare a essere prima in solitaria. Anche quando giocavano meno bene i nerazzurri riuscivano a trovare la via della vittoria, cosa che in questo momento non riesce più (neanche quando passano in vantaggio, come a Firenze o a Ferrara). Un calo che ricorda nefastamente quelli avuti nelle stagioni precedenti e che fa pensare a una debolezza mentale, prima che fisica o tecnica, una sorta di spinta intrinseca a mollare quando le cose iniziano ad andare male (e alcune dichiarazioni del tecnico avvalorano questa teoria).

La Roma invece, reduce da un girone di Champions passato alla grande e un inizio incoraggiante, dopo la sconfitta di Torino sembra essersi fermata. L’incredibile errore di Schick è stato una sorta di sliding door: se il ceco lo avesse segnato e i giallorossi fossero usciti indenni da Torino, forse staremmo parlando di un’altra situazione. Invece la sconfitta all’Allianz Stadium, l’ennesima contro i bianconeri, ha come svuotato la squadra.

Il mercato di gennaio, per entrambe, non è stato di certo scoppiettante. Almeno il calendario, in questo periodo, sembra voler dare una mano alle due squadre più in difficoltà della Serie A. L’Inter dovrà affrontare il Crotone di Zenga e il Bologna in casa (e con i calabresi molto probabilmente dovrà fare a meno di Icardi),  la Roma va a Verona e ospiterà in casa il Benevento. Tutte e quattro le prossime avversarie però attraversano un momento migliore e non saranno di certo disponibili a regalare punti.

Continuare questa specie di corsa del gambero e non riuscire a sbloccarsi significherebbe allargare la lotta al quarto posto anche a squadre che fino a poche giornate fa sembravano tagliate fuori, che ora sono lì pronte ad approfittare di ogni passo falso.

0 200

Agli inizi degli anni 2000, se avessero chiesto a qualsiasi appassionato di calcio il nome di un grande portiere brasiliano, forse gli unici nomi fatti sarebbero stati quelli di Claudio Taffarel (visto anche dalle nostre parti e protagonista della vittoria dei verdeoro a Usa ’94) e di Gilmar (leggendario portiere del Brasile bicampione del mondo nel ’58 e nel ’62). Poi però qualcosa è cambiato e dal paese del futebol bailado sono arrivati alcuni dei portieri che hanno scritto la storia del calcio contemporaneo, italiano e internazionale.

Prima Nelson Dida, grande protagonista delle vittorie in Champions del Milan di Ancelotti, poi Julio Cesar, che sulla sponda nerazzurra dei navigli per diversi anni ha giganteggiato e ha rappresentato un baluardo quasi insuperabile per gli avversari. Anche a Roma si sono visti portieri brasiliani: Doni e Julio Sergio Bertagnoli (passato da terzo a primo portiere e diventato idolo dei tifosi romanisti grazie ad alcune prestazioni super nei diversi derby giocati contro la Lazio) hanno protetto i pali all’Olimpico, con fortune più o meno alterne. Oggi però, grazie all’intuizione avuta lo scorso anno da Walter Sabatini, la Roma può schierare un portiere che ha le stimmate del predestinato e che, per le qualità che sta mostrando, può ripercorrere la storia dei suoi migliori predecessori.

Alisson Becker è speciale, basta assistere a una partita qualsiasi della Roma per rendersene conto. Quella di domenica, proprio nello stadio che ha consacrato Julio Cesar, è stata probabilmente la serata della definitiva consacrazione del classe ’92 di Novo Hamburgo, una serata in cui ha mostrato tutte le qualità che rendono grande un portiere. Plasticità nei pali (il volo sul tiro di Icardi, toccato con la punta delle dita prima di finire sul palo, grazie a un tuffo esplosivo), sicurezza nelle uscite e anche capacità di gestire le situazioni più complicate senza mai dare l’impressione di essere in affanno (a pochi minuti dalla fine, su retropassaggio non perfetto di un compagno, salta Icardi che va in pressione con un dribbling degno di un grande libero).

Nella freddezza, nella capacità di non andare in difficoltà, Alisson mostra tutta la freddezza della sua parte tedesca (il cognome Becker non è casuale), che unita all’estro tipico di un brasiliano (con i piedi ci sa fare, eccome!) lo rendono un numero 1 con pochi eguali. Nei 2340 minuti giocati ha subito appena 21 reti, mantenendo la porta inviolata per ben 12 volte. La difesa della Roma è la migliore in Serie A dopo quella del Napoli, a pari merito con la Juventus, e lui è uno degli artefici principali di questo eccellente rendimento. I giallorossi, che lo scorso hanno ha mostrato più di una crepa nelle retrovie, quest’anno stanno dimostrando di aver ritrovato la compattezza difensiva, nonostante la cessione di Rudiger (e grazie alla difesa sono in zona Champions, visto che i numeri della fase offensiva sono notevolmente peggiorati) e il ruolo del portiere verdeoro in questo processo di miglioramento è stato fondamentale.

Se oggi Alisson è il portiere che tutti ammirano lo deve soprattutto a una testa da grande campione, prima che ai suoi pur notevoli mezzi. Dopo essere arrivato a luglio del 2016, anche un po’ in sordina, è rimasto tranquillo in panchina per tutta la stagione, accettando il ruolo di vice Szczesny in campionato e giocando solamente in Europa League e in Coppa Italia. Mai una polemica, mai un atteggiamento sbagliato o una parola fuori posto nei confronti di Spalletti, solo tanto lavoro e studio per imparare al meglio la nostra lingua (per guidare una difesa è importante saper comunicare, e lui lo ha capito presto).

Una specie di periodo di apprendistato (in questo la sua storia somiglia un po’ a quella di Julio Cesar, “parcheggiato” 6 mesi al Chievo per iniziare a prendere confidenza con il ruolo di portiere in Italia e mai sceso in campo con i gialloblu), in cui ha cercato di sfruttare al meglio la presenza in giallorosso di un preparatore top come Marco Savorani. L’ex Internacional è una spugna, cerca di apprendere al meglio. E pensare che, per sua stessa ammissione, da adolescente era piuttosto immaturo e con qualche chilo di troppo. Per diventare un professionista ha dovuto sudare, in tutti i sensi: “Sapevo che avrei dovuto lavorare sodo e perdere peso. Su una scala da 1 a 5, il mio livello di maturità era 1, e altri erano già 5, evoluti. Ho sofferto molto per la differenza fisica, gli altri portieri erano più forti. Ma sono cresciuto di 17 centimetri l’anno, ho perso molto peso, questo mi ha portato a guadagnare rispetto come portiere“.

A inizio stagone l’addio di Szczesny aveva creato qualche dubbio nei sostenitori giallorossi, visto il rendimento eccellente del portiere polacco nelle stagioni precedenti. Dubbi che poi sono scomparsi col passare dei mesi. Il punto di svolta per Alisson è stata probabilmente la partita dell’Olimpico contro l’Atletico Madrid del Cholo Simeone, nella quale è riuscito a parare qualsiasi cosa passasse dalle sue parti. Da lì in poi il portiere brasiliano ha sbagliato praticamente nulla, dimostrando di essere tra i numeri uno più affidabili in circolazione.

Le sue prestazioni stanno attirando l’interesse di tutti i grandi club europei, in particolare di PSG e Liverpool, ma per ora Monchi e la dirigenza giallorossa non hanno alcuna intenzione di cedere un giocatore con le sue qualità, ancora giovane e con ulteriori margini di miglioramento.

La Roma con lui è in buone mani, questo è certo.

0 255

Con le prestazioni delle ultime giornate in campionato, quelle che hanno portato l’Inter ad ottenere la vetta solitaria dopo più di due anni dall’ultima volta, Mauro Icardi ha dimostrato di essere ormai un centravanti completo, capace di segnare più di un gol a partita (16 in 15 gare) e giocare anche per la squadra quando necessario, senza limitarsi ad aspettare palloni da buttar dentro. I gol sono sempre stati il filo conduttore della sua carriera, è stato capocannoniere della Serie A a 22 anni, ma rispetto ai top player internazionali che giocano in quel ruolo sembrava sempre avere qualcosa in meno.

Icardi era un bellissimo puzzle a cui mancava qualche pezzo importante per essere completo. Grazie al lavoro impostato da Spalletti quest’anno però il ragazzo di Rosario sembra aver finalmente rifinito il suo modo di stare in campo: non più solo scatti e attese di palloni da buttare dentro negli ultimi 30 metri di campo, ma una presenza costante nella fase di pressing e nella manovra, oltre che un’inedita capacità di aiutare la squadra anche con ripiegamenti difensivi. Basta rivedere alcuni recuperi fatti nelle ultime gare di campionato, che per un attaccante che vive per il gol come lui non sono mai stati usuali, o il gioco di sponda con cui garantisce appoggi importanti ai compagni (aspetto su cui è migliorato costantemente nel corso degli anni) nella fase di possesso offensivo. Ora è sempre presente a se stesso, trascina la squadra da vero capitano e non è più solo un semplice finalizzatore.

Dalla sua Maurito ha sempre avuto dalla sua una professionalità e una serietà nel modo di lavorare sul campo che per un ragazzo della sua età non sono usuali. Quasi l’opposto di un’immagine pubblica che lo ha portato, in alcuni momenti, ad essere considerato sbruffone, arrogante, poco rispettoso delle amicizie (anche se poi, conoscendo come è andata la storia con Wanda, è diventato abbastanza chiaro il fatto che tutto il casino creato attorno alla situazione era quantomeno ingiustificato).

Lui ha sofferto davvero solo per la lite con la curva, dopo le frasi esagerate riportate nella sua autobiografia, per il resto va avanti per la sua strada. La percezione di chi sia Icardi però sta cambiando un po’ alla volta, anche grazie allo status che sta raggiungendo su un campo di calcio. Oggi, a 24 anni, può essere inserito senza problemi nella lista dei migliori attaccanti a livello internazionale, non molto distante dai vari Lewandowski, Suarez e Cavani (i migliori, a parere di chi scrive, viste le tante stagioni in cui questi calciatori sono stati protagonisti per per i gol segnati nelle coppe europee e con le rispettive nazionali). La clausola rescissoria da 110 milioni inserita dall’Inter nell’ultimo contratto firmato dal calciatore appare quindi sempre meno irraggiungibile, soprattutto per i grandi club alla ricerca di un centravanti di livello a cui affidare le chiavi del gioco offensivo.

Solo qualche anno fa una cifra superiore ai 100 milioni avrebbe spaventato chiunque, ma in un mercato folle in cui c’è chi ne spende 150 per Dembele (prospetto di livello assoluto, ma con una sola stagione di alto livello alle spalle) tutto sembra possibile. E se continuasse a segnare con le medie attuali fino a fine stagione, quanto varrebbe Mauro Icardi? Difficile dare una risposta univoca.

I tre nomi citati in precedenza hanno dalla loro un’età decisamente più alta dell’argentino e difficilmente si muoveranno dai rispettivi club. Consideriamo però il valore dei migliori attaccanti che per età sono più vicini  al puntero nerazzurro, per avere un riferimento più preciso.

Andrea Belotti (23 anni) è stato valutato 100 milioni da Cairo, dopo una sola stagione ad alto livello, senza esperienza nelle coppe europee e con sole 13 partite giocate in maglia azzurra (con 4 gol segnati). Romelu Lukaku (24 anni), il centravanti scelto da Mourinho per fare grande il Manchester United, è stato prelevato dall’Everton per 85 milioni di euro dopo diverse stagioni in doppia cifra e con un bottino già cospicuo di reti segnate nell’unica edizione di Europa League giocata dai Toffees e col Belgio in manifestazioni ufficiali (Mondiali 2014, Europei 2016 e qualificazioni Mondiali 2018).

Alvaro Morata, a 25 anni, è già stato protagonista nella cavalcata della Juventus verso la prima finale di Champions dell’era Allegri (anche se non sempre da titolare) e di due scudetti vinti dal club di Torino, pur non riuscendo mai a superare la doppia cifra in campionato. Nel suo anno di ritorno a Madrid però, uscendo spesso dalla panchina, ha segnato 15 gol in 26 presenze e ha dato il suo contributo anche alla vittoria dei Blancos nella massima competizione europea per club. Tutto ciò ha spinto il Chelsea di Antonio Conte a investire 80 milioni, e nella sua prima vera stagione da punto di riferimento offensivo sta mantenendo medie da grande centravanti.

Il vero punto di riferimento tra i centravanti Under 25, in rapporto a età e gol segnati, è però Harry Kane. L’uragano del Tottenham per caratteristiche è anche il più simile a Icardi e dalla sua ha già 3 stagioni ad altissimi livelli e un’esperienza importante in Champions. Il 2017 è stato l’anno della definitiva consacrazione tra i migliori calciatori al mondo, con medie gol da fantascienza (praticamente con lui si parte già dall’1-0) e una varietà di modi in cui segnare con pochi eguali. Il girone di Champions dominato dagli Spurs ha il suo marchio e anche in Nazionale sta iniziando a segnare con continuità preoccupante per gli avversari (7 gol nelle ultime 6 partite). Corre voce che la società inglese abbia chiesto più di 200 milioni ai club che si sono informati su di lui.

Icardi, continuando di questo passo, potrebbe raggiungere i livelli del centravanti della Nazionale inglese. Mantenere la media gol attuale, dimostrare anche in Europa di poter essere decisivo e prendersi definitivamente la Nazionale sono obiettivi che Maurito deve e può porsi, per affermarsi definitivamente come top assoluto nel suo ruolo. Il Real e altri grandi club sono già alla finestra, ma lui ha dichiarato di voler rimanere a Milano per vincere con l’Inter.

Sta anche alla società nerazzurra adeguare il contratto attuale e rimuovere quella clausola, che visti i prezzi in continua ascesa appare ogni giorno più bassa rispetto al valore di un calciatore come l’argentino, già fortissimo e con margini di miglioramento ancora ampi.

0 410

Quattro vittorie, una sola rete al passivo, tanta grinta e un pizzico di fortuna. Unite questi ingredienti, tingeteli di nerazzurro e otterrete l’avvio di stagione della nuova Inter targata Luciano Spalletti. Un’annata avviata passeggiando su una Fiorentina in piena costruzione, poi rimontando a domicilio grazie anche all’aiuto di tre legni una Roma che nell’edizione 2016/2017 aveva staccato Candreva e compagni di 25 punti, e successivamente matando Spal in casa e Crotone allo “Scida” con lo stesso punteggio, 2-0. Radiografia di una squadra che ha imparato a soffrire ed essere concreta, in pieno “interismo”, e con un pizzico di qualità in più, derivata dalle menti pensanti di Spalletti in panchina e Borja Valero in campo e dall’integrazione dei muscoli di Dalbert, Vecino e Skriniar.

Luciano, poco Lucky

Aveva lasciato la Roma senza rimpianti. Stanco e svuotato dal dualismo con Totti e dalle polemiche con un ambiente esasperante e a volte anche esasperato. Luciano Spalletti non si è mai guardato indietro e non l’ha fatto nemmeno quando ha deciso di salire su un treno per Milano salutando la Capitale a cui ormai sentiva di non poter dare altro. E pazienza se le promesse maturate all’alba del calciomercato interista, da Nainggolan a Vidal passando per Di Maria e Schick, non sono state mantenute: tirare fuori le squadre dalle ceneri è stata spesso una specialità della casa.

Basti fare un salto indietro all’anno 2005:  Spalletti arriva a Roma dove trova una squadra vittima di scelte sbagliate da parte della società, incapace di uscire dal tunnel della mediocrità di due ottavi posti in tre anni. Non ha vinto molto,due Coppe Italia (’06/’07 – ’07/’08) e una Supercoppa italiana (2007), ma ha emozionato. Tanto.

A Milano, sponda nerazzurra, gli hanno chiesto di trovare una via di mezzo: cuore e risultati, con il vento d’Oriente smorzato dalla presenza dell’amico Walter Sabatini. Che ha garantito per lui al momento della scelta della nuova guida tecnica: non solo un allenatore, ma un leader della panchina.

Meno acquisti, più responsabilità

Un occhio al rettangolo verde e uno al portafogli. La nuova proprietà dell’Inter ha seguito un iter geometrico durante la campagna acquisti estiva: ad Appiano Gentile sono arrivati João Cancelo, Borja Valero, Skriniar, Padelli, Vecino e Dalbert, oltre ad operazioni minori come quelle riguardanti i giovani Zaniolo e Odgaard. I circa 83 milioni spesi in cartellini sono stati parzialmente ammortizzati dalle uscite anche dei vari Banega, Juan Jesus, Palacio, Medel e Felipe Melo, per un risparmio non sufficiente però a pareggiare gli investimenti ma di sicuro utile per determinare il cambio di rotta richiesto.

Nomi di grido? Pochi, in pieno stile Spalletti. Allenatore che spesso ha preferito il gruppo al singolo, come un demiurgo che predilige materiale da sgrezzare. In realtà, in casa Inter la qualità non mancava già nella scorsa stagione: servivano un direttore d’orchestra e dei rinforzi in difesa. Arrivati, con il coraggio di investire sulla loro voglia di diventare dei big e l’intenzione di svecchiare. Eccezion fatta per Borja Valero e un “secondo” come Padelli, parliamo di Under 25: sintomo di progetto.

Oh capitano, mio capitano

Un progetto al centro del quale, inutile ribadirlo, ci sono Mauro Icardi e il suo fiuto del gol. Nonostante la polemica ancora aperta con la Curva Nord (nella fanzine distribuita prima della sfida casalinga con la Spal si leggeva: «Non si fanno cori per Icardi. Quando segna, segna l’INTER. Quando lo speaker annuncia la formazione, evitate di urlare il nome di quell’infame argentino»), il numero 9 argentino ha una merce rara dalla sua parte: la capacità di andare in rete, spesso e volentieri. Cinque marcature in quattro incontri di campionato ne sono degna conferma: dal dischetto, di testa, con tap-in a pochi passi dalla linea di porta o danzando sul pallone all’interno dell’area di rigore. Se nella rosa di Luciano Spalletti c’è un inamovibile, quello è proprio Icardi. La conferma? L’assenza di un altro vero e proprio centravanti in organico.

https://www.instagram.com/p/BZJeuRcnc_K/

I suoi numeri con l’Inter sono spaventosi: 129 partite giocate e 76 reti in 4 stagioni e…uno spicchio. Così gli si può perdonare anche la zazzera bionda con la quale si è presentato alla Pinetina nella scorsa settimana: una scelta che ha spinto i compagni a prendere Icardi bonariamente in giro, come attestato dal fotomontaggio diffuso dal difensore Danilo D’Ambrosio, che ha postato su Instagram l’immagine dei giocatori dell’Inter «acconciati» con un biondo platino uguale a quello sfoggiato nei giorni scorsi da Icardi.

Settimana libera

Tornando in “cassa”, la società nerazzurra sarà chiamata anche in questa stagione 2017/18 a incamerare circa 60 milioni fra plusvalenze, eventuali aumenti dei ricavi e risparmi in stipendi e ammortamenti, per rispettare le richieste della UEFA. Per farlo, servirà anche tornare in Europa: un’assenza forzata, quella di quest’anno, che nasconde però dei vantaggi. Al momento l’Inter si ritrova in mano una rosa competitiva, che non sarà gravata dagli impegni infrasettimanali e dalla legge del turnover:  un punto a favore rispetto a Juventus e Napoli, che oggi con i nerazzurri condividono la vetta, ma anche Roma, Milan e Lazio, principali avversari per il podio. Nella prima stagione aperta a 4 posti tricolore per la zona Champions, ritrovare la coppa con le orecchie appare un obiettivo più che a portata di mano. Ma se l’effetto Spalletti sarà a lunga gittata, per Perisic e compagni guardare alla vetta non sarà più una mission impossible.

0 331

Negli ultimi giorni, quando è stato intervistato dai giornalisti che giornalmente seguono l’Inter, Luciano Spalletti è sembrato molto tranquillo. Sorrisi, battute (quelle, a dire il vero, non mancano mai), parole che esprimono fiducia nei confronti di Sabatini e Ausilio e del gruppo Suning. L’arrivo in Cina e la visita al quartier generale del colosso cinese, con la sua maestosità e i 25 mila uffici, sembra aver impressionato l’allenatore di Certaldo, che appare convinto delle potenzialità della macchina che gli è stata messa a disposizione da Zhang.

Anche la valutazione degli elementi della rosa attuale, dopo il ritiro a Riscone, sembra essere positiva, almeno nella maggior parte dei casi. Molti rimarranno, qualcuno partirà senza ombra di dubbio, ma Spalletti avrà il compito di recuperare diversi di quelli che lo scorso anno sono stati accusati di aver trascinato l’Inter in basso, per renderli protagonisti in un gruppo che dovrà essere compatto come non è mai stato negli ultimi anni. “Siamo qui per lavorare duro e con questi giocatori possiamo farcela. In questo tour dovremo riconoscere i meccanismi di squadra, mettere a punto il motore e creare un cuore” (il gergo spallettiano, da questo punto di vista, è sempre efficace nel comunicare al meglio una determinata situazione). Cuore, lavoro duro con i giocatori, la costruzione di una compattezza di squadra con quel il materiale umano a disposizione.

E il mercato? Quasi scomparso dalle dichiarazioni recenti. O almeno, negli ultimi giorni le risposte del mister nerazzurro sono sempre uguali, omologate (“bisogna chiedere alla società e ai direttori, non mi occupo io di queste cose, io penso ad allenare“) e vanno un po’ a cozzare con quelle delle prime conferenze stampa. Proprio in questa differenza è possibile captare qualche segnale di insofferenza dell’allenatore.

Le cose promesse bisogna portarle a casa, alcuni giocatori verranno acquistati. Come dicevo non sono più bravo di chi è venuto prima di me. Ci vogliono giocatori che vanno a integrare una rosa buona ma da integrare”. Quando è stato presentato Spalletti è stato molto diretto, facendo capire nemmeno troppo velatamente di aver accettato l’Inter (rinunciando anche alla Champions, quella che poi i calciatori nerazzurri gli dovranno “restituire”) anche per le promesse di un mercato importante.

Luciano Spalletti Leads His First Training Session As New As Roma Coach

Con il passare dei giorni però le dichiarazioni del tecnico sono cambiate, così come sembrano essere cambiate le prospettive di mercato della società nerazzurra. Nainggolan ha quasi rinnovato con la Roma, Di Maria non sembra raggiungibile, Sanchez non vuole tornare in Italia, Rudiger è andato al Chelsea. Dei nomi top iniziali nessuno sembra poter arrivare all’Inter, che finora è riuscita a portare a Milano solamente Padelli, Skriniar e Borja Valero. Ottimi giocatori, certo, ma sicuramente non in grado di cambiare una squadra che lo scorso anno è arrivata settima. Con il ridimensionamento del mercato, insomma, anche Spalletti sembra aver ridimensionato un po’ le sue aspettative. Almeno a parole. Ora la priorità sembra essere quelli che già c’erano. “La differenza la farà quello che daranno in più rispetto al campionato precedente i giocatori che c’erano già. Non i rinforzi che comunque arriveranno. Se poi arriverà il giocatore importante che può farci fare il salto di qualità non ci tireremo indietro“.

Quel “se poi arriverà” sembra un’ammissione consapevole del fatto che difficilmente arriveranno top player. Vecino è vicino, Keita e Schick sono giovani importanti, ma bastano per rendere l’Inter una squadra da primi 3-4 posti? Difficile dirlo. Il Milan ha comprato tanto e bene e sembra debba ancora portare a Milanello un centravanti di livello, la Juve dopo aver venduto Bonucci sta completando la rosa con giocatori funzionali e probabilmente farà un altro colpo importante, la Roma di Di Francesco si sta completando, il Napoli ha comprato poco ma bene e ha mantenuto tutti i migliori.

Spalletti è l’allenatore perfetto per i calciatori che vogliono mettersi in discussione, il peggiore per quelli che si sentono già arrivati, quindi molti dei calciatori della rosa nerazzurra con lui hanno la possibilità di migliorare il loro rendimento. Questo però non toglie che debba essere integrata con calciatori di livello in diversi ruoli. Il 31 agosto è ancora lontano, ma il campionato inizierà prima della fine del mercato e darà già qualche indicazione sul lavoro fatto da società e tecnico.

A me sono state promesse delle cose, se non vengono mantenute vengo qui e lo dico”, ha affermato durante la presentazione. Non ci resta che aspettare per capire se la tranquillità ostentata ultimamente è reale o solo di circostanza.

0 647

Può una società blasonata che non solleva un trofeo da sei anni ripartire da un allenatore che ha raccolto numeri eccellenti in campo, pur senza trofei all’attivo e feedback a corrente alternata nello spogliatoio nella sua ultima esperienza e da un vice fresco di retrocessione dalla serie A alla serie B alla prima esperienza in panchina? Sì, se i due nomi in causa sono quelli di Luciano Spalletti e Giovanni Martusciello, con ogni probabilità prossimi timonieri di quella barca di sogni, speranze e contraddizioni che oggi l’Inter rappresenta nei marasmi del calcio italiano.

Luciano Spalletti e Francesco Totti

Dal falso nove…a un altro

Gli ultimi mesi del rapporto di Spalletti con la Roma, panchina sulla quale l’allenatore di Certaldo ha ottenuto 133 punti in 57 partite alla seconda esperienza in giallorosso, sono stati caratterizzati dal turbolento rapporto con Francesco Totti, il cui addio ha suscitato domenica scorsa le lacrime di centinaia di migliaia di appassionati di questo sport. Un tema centrale, forse troppo, negli ultimi mesi di gestione-Spalletti a Roma: ferite ancora aperte, testimoniate dalle parole dell’allenatore ai saluti.

“Con Francesco non ho avuto nessun problema, per me l’ho fatto giocare un anno in più”

Era stato Spalletti a reinventarlo falso nueve dopo l’infortunio determinato da Vanigli in un Roma-Empoli. Ora Luciano avrà accanto a sé Martusciello, che proprio a Empoli, anno 1998, aveva rappresentato il primo esempio di fantasista “prestato” al centro dell’attacco. Un episodio spesso ricordato dai due davanti alle telecamere. Per l’immediato futuro ha promosso a parole la candidatura di Eusebio Di Francesco sulla panchina della Roma, mentre nella Milano neroazzurra ripartirà da uno staff che lo conosce bene e dovrà supportarlo alle prese con un ambiente la cui voglia di risalita si è acuita con anni di digiuno.

Luciano Spalletti e Giovanni Martusciello

Identità di gioco

1998, ben 19 anni fa. Già allora Spalletti sperimentava continuamente. Non si accontentava di proporre un solo sistema, voleva sempre ottimizzare le risorse a disposizione con idee innovative. Bravo a esaltare le qualità dei calciatori a propria disposizione, una caratteristica che in carriera gli ha sempre permesso di proporre un’idea di gioco moderna. Sarà questo tratto del suo profilo ad aver convinto i dirigenti dell’Inter, che nell’ultima stagione hanno visto quattro allenatori alternarsi in sella (Mancini, De Boer, Pioli e Vecchi)? L’identità è stata la grande assente dalle parti della Milano nerazzurra post Mourinho. Identità, capacità di riconoscersi in una guida, come il ringraziamento a mezzo Instagram di Kevin Strootman verso il suo ex allenatore ha testimoniato…

Grazie Mister per il sostegno e la fiducia che mi hai dato sempre. In bocca al lupo!

Un post condiviso da Kevin Strootman (@kevinstrootman) in data:

Identità, da non confondersi con appartenenza: a quella ipocrita che il calcio spesso ci offre, con maglie baciate al primo gol e dichiarazioni di amore eterno, Spalletti ci ha poco creduto. Per questo, non vivrà l’esperienza all’Inter come un “tradimento”.

Luciano Spalletti conferenza

Quattro punti per ripartire

Quattro punti hanno separato a fine stagione in classifica la Roma dalla esastellata Juventus: numeri da leggere con attenzione, per comprendere la differenza reale che esiste tra i giallorossi e quella che da sei anni è la Signora del calcio italiano. Probabilmente, un solco scavato anche da una situazione ambientale delicata come quella della sponda giallorossa della Capitale, in grado di alimentare pressioni che hanno inciso sulla gestione spallettiana. Nei momenti più complicati, De Rossi e compagni sono stati capaci di ripartire e andare oltre le negatività: merito indiscusso dell’allenatore, che alla fine della fiera ha centrato un secondo posto e una qualificazione in Champions League che sanno di un mini-trofeo.

A incidere sulla valutazione dello Spalletti giallorosso, invece, sono proprio i trofei: quelli mai sollevati a Roma, quelli sfuggiti di mano tra Europa League e Coppa Italia, complice un bimestre febbraio-marzo complicato nella gestione delle forze a disposizione. Lascia una Roma forte, l’allenatore toscano, una squadra che ha delle individualità importanti, che si è comportata “quasi” totalmente da collettivo.

Luciano Spalletti icona

Evitare crisi di nervi

Parlare di tattica con Spalletti all’Inter, oggi, parrebbe prematuro. La rosa neroazzurra ha poco da invidiare a quelle dei top club del calcio italiano: occorrerà solo fare delle scelte, dote che al tecnico raramente è mancata, a costo di risultare poco popolare. Rimettersi in carreggiata è stato sempre un suo must, come gli impatti imponenti: se Roma è stata la città delle 2 Coppe Italia (4 finali consecutive) e della Supercoppa italiana, con il tricolore sfiorato nella stagione 2007/08, a soli 3 punti dall’Inter campione d’Italia, allo Zenit (2010) al primo tentativo sono arrivate subito la Coppa di Russia e subito dopo il Grande Slam, con campionato e Supercoppa.  

Ora, salvo clamorosi colpi di scena, tornerà a lavorare con Walter Sabatini all’Inter anche se lui ancora glissa: incontrerà un ambiente incline alla depressione sportiva, con l’imperativo di classificarsi tra le prime quattro. Oltre a convincere, poi dovrà anche vincere. Sommando la sua voglia di riscatto a quella dei neroazzurri, forse, sarà più facile: perchè se è vero che l’unione fa la forza, l’unità di intenti è quasi una forza inarrestabile. Inter, eccoti il tuo colpo di spalla. O di Spalletti?