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Spagna

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Madrid impone la forza alla Catalogna, che chiedeva l’indipendenza ed è andata al voto nonostante il no della capitale. Gli effetti politici si riflettono anche sullo sport. Se domenica pomeriggio Barcellona-Las Palmas si è giocata a porte chiuse, dopo un acceso dibattito tra il Consiglio direttivo del club e i giocatori (il primo non voleva assolutamente che si scendesse in campo, i secondi hanno spinto per questa soluzione, e non giocare sarebbe costato alla squadra catalana sei punti di penalizzazione), a poche ore dal 2-0 Gerard Piqué, catalano dentro e difensore simbolo del Barça, si è messo addirittura a piangere ripensando agli scontri e ai feriti della domenica di sangue in Catalogna.

Quando in Spagna non si votava, c’era il franchismo. Io sono orgoglioso di essere catalano. Piqué sarebbe anche pronto a lasciare la Nazionale: “Mi sento catalano, oggi più di sempre. Si può votare sì o no, ma si deve votare. Non siamo riusciti a ottenere il rinvio della partita. I fatti della Guardia Civil e della polizia parlano da soli, non si possono comportare così, quella di oggi è stata la peggiore esperienza professionale di tutta la mia vita. Se la Federazione pensa che io sia un problema, farò un passo indietro in vista dei Mondiali.

Piqué, grande risorsa per la Spagna del ct Julen Lopetegui, un problema rischia di diventarlo. Le Furie Rosse si sono infatti ritrovate per gli allenamenti in vista delle prossime partite di qualificazione a Russia 2018 e il difensore è stato sonoramente fischiato e insultato dai tifosi della Roja. Proprio il commissario tecnico, parlando a ‘El Larguero’, ha detto: “Ho parlato con Gerard dopo quello che è successo, volevo sapere come sta mentalmente, se è al 100%: ho capito che lo è, che sta bene, ha voglia di esserci ed è motivato. Se non avessi avuto queste percezioni, non l’avrei convocato. C’è da gettare un po’ di acqua fredda su questa storia, nella speranza che lo sport unisca. Nella prossima gara contro l’Albania ci giochiamo il lavoro di un anno e mezzo, dobbiamo concentrarci su questa partita e chiudere definitivamente il discorso qualificazione”.

Ma non è automatico passare dalle botte al campo di calcio. E lo sa bene pure Lopetegui che, in relazione alla reazione di tifosi iberici contro Piquè, dice: È una situazione sgradevole”. Anche perché, in Spagna, non è come da noi: il Paese tifa per te quando indossi la casacca della Nazionale, dopo averti visto come un nemico o un avversario per tutto il resto dell’anno; da noi, invece, puoi essere fischiato perché juventino se ti alleni a Coverciano, che si trova praticamente a Firenze, dove la Signora è odiata. E invece, adesso, pure la Spagna sperimenta le divisioni interne. Calcistiche.

La nazione spagnola chiede a Lopetegui cosa ne pensi dei tweet pro-Catalogna di Piqué e la sensazione è che proprio i media vogliano in un certo senso fare fuori il difensore: “Non possiamo farci distrarre da queste cose. Come ho detto, è una situazione sgradevole e per questo chiedo a tutti testa e serenità. Spero che Alicante sia con noi, che non ci sia la tensione di questi giorni. Non analizziamo le opinioni politiche di chi viene in Nazionale. Piquè è straordinario, è con noi da 16 anni e il suo impegno è sempre stato massimo, è un grandissimo giocatore e un punto di forza per noi e non vedo perché non dovrei convocarlo. So che la situazione non è facile, ma io devo pensare all’Albania, è questa la mia priorità, poi per il resto ho la mia opinione, ma la tengo per me perché il mio compito è pensare alla partita e a gestire i giocatori”.

Peraltro, pare che almeno nello spogliatoi ci sia pace. Lopetegui elogia il gruppo del Real Madrid, che ha cercato di prendere le difese del difensore catalano: “Nello spogliatoio è molto amato, i compagni lo sostengono. Del resto, si possono avere vedute politiche diverse rispetto a un amico, ma il clima all’interno del gruppo è positivo”.

A fare più paura, oltre che l’Albania, è la reazione dei tifosi. L’appello è forte: “Ci giochiamo tanto e abbiamo bisogno del sostegno del pubblico di Alicante. Questa partita non deve essere l’occasione per una protesta politica, noi facciamo calcio e lo sport unisce. Abbiamo deciso di fare allenamento a porte aperte perché abbiamo sempre fatto così. È giusto che la gente manifesti le sue opinioni, ne ha tutto il diritto, ma quando si insulta in maniera grave allora si perde la ragione”.

Se, al di là delle parole, proviamo ad approfondire la situazione, non è per niente facile per la Nazionale spagnola scendere in campo dopo quello che è successo a Girona, Barcellona e in tutta la Catalogna. A parole, Sergio Ramos e Gerard Piquè si sostengono, ma la realtà qual è? Che parliamo del capitano della Spagna e simbolo del Real Madrid da una parte, del compagno di reparto ma con idee completamente diverse su Spagna e Repubblica di Catalogna dall’altra. Due giocatori con palmares eccezionali, tra mondiali, europei e Champions. Più volte, i due hanno dichiarato di sostenersi a vicenda, “qualunque cosa accada”. Ma è veramente così?

Sergio Ramos, castigliano dentro, è un difensore a spada tratta dell’unità della Spagna. Prima di domenica scorsa, evidentemente, i due si stimavano e si sostenevano davvero. Tanto che il primo aveva chiesto ai tifosi del Real Madrid di non fischiare Gerard quando scendeva in campo con la maglia rossa della Nazionale (appello in parte accolto, in parte no). Ma ora? Non si può fare finta di niente, domenica è successo qualcosa di molto grave.

Sergio Ramos, il ruolo glielo impone, deve ricompattare la Spagna. Ma non solo la Nazionale, pure la nazione. Cosa impossibile, in questo momento, in Catalogna visti i sentimenti di ostilità nei confronti di Madrid. E la voglia di indipendenza. Sergio Ramos è costretto ad abbandonare Gerard Piquè, che non ha intenzione di mollare, solo di lasciare la Nazionale se capirà di essere un problema. Nel 2010, mentre la Nazionale spagnola festeggiava il Mondiale vinto in Sudafrica, lui sventolava la bandiera catalana sotto gli occhi di tutto il mondo.

Barcellona ha già subito un tradimento da quella che non è solo una squadra, ma un amore viscerale. La squadra è scesa in campo, a porte chiuse, seppure praticamente obbligata dalla Federazione. È stato come un arretrare di fronte al nemico. La seconda mazzata sarebbe un Piquè che ora parla di Spagna prima di tutto, magari intendendo solo la Nazionale. La coerenza dell’uomo, prima che del giocatore, non lo porterà a farlo. Ma questo determinerà forzatamente una divisione tra chi pensa alla Repubblica catalana e forse a una Nazionale di calcio catalana e chi tifa Spagna come unica indivisibile.

Ciò che la Guardia Civil e la polizia hanno tentato di sedare con la forza, è esploso con più forza. La voglia di indipendenza. Che per i catalani è legale. E Piquè è catalano. Dunque, giocherà, ma con quali pensieri? E i tifosi, che faranno? La Spagna giocherà davvero in casa ad Alicante?

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Ci sono momenti dopo cui la reputazione di un calciatore cambia per sempre, momenti di rottura che certificano in modo definitivo un’evoluzione e che fanno capire anche al diretto interessato che forse la carriera è davvero arrivata a un punto di svolta. Spagna-Italia è stata la partita che ha definitivamente consacrato la stella di Francisco Román Alarcón Suárez detto Isco, la prova che ha fatto capire a tutto il mondo che il suo processo di maturazione calcistica è arrivato a un punto di non ritorno.

Non è di certo la prima prestazione meravigliosa regalata dallo spagnolo negli ultimi mesi, basti pensare alla finale di Cardiff e alle tante partite di fine campionato nelle quali è stato decisivo per la vittoria della Liga. La prestazione contro la nazionale azzurra però va oltre ogni immaginazione: 2 gol, giocate di classe cristallina a getto continuo, l’impressione di avere sempre il controllo tecnico ed emozionale della partita. Isco non è più solamente una promessa del calcio, un talento straordinario ma troppo anarchico per essere inquadrato in un sistema di gioco ben definito: Isco è a tutti gli effetti un fuoriclasse che è in grado di trascinare una delle Nazionali più forti al mondo in una partita fondamentale per la qualificazione a un Mondiale, quello di Russia 2018.

Le parole per definire la sua prestazione contro l’Italia si sono sprecate, ma quelle che probabilmente hanno più valore sono le dichiarazioni di Marco Verratti, suo avversario diretto: “Neanche Lionel Messi si è mai avvicinato a quel livello. Quando mi ha fatto il tunnel volevo alzarmi ed applaudire…”, ha rivelato il centrocampista del Psg al sito della Uefa. “Ho sofferto molto a marcarlo, la sua prestazione mi ha veramente impressionato”. Al netto di tutte le considerazioni tattiche sul modulo adottato da Ventura e sui problemi della nostra Nazionale, di fronte allo spagnolo quello che probabilmente è il miglior talento espresso dal calcio italiano negli ultimi anni è sembrato un pulcino alle prime armi.

L’immagine di Isco circondato da calciatori italiani poi è simbolicamente simile a quella di Iniesta degli Europei di qualche anno fa, come a sancire una specie di passaggio di consegne tra il vecchio fuoriclasse al tramonto e l’erede pronto a prenderne il posto a tutti gli effetti.

Non è strano che il Barcellona abbia pensato di scipparlo al Real per farne proprio l’erede di Don Andres, anche perché a un certo punto sembrava che il futuro di Isco dovesse essere davvero lontano dal Bernabeu. Tanti club importanti si sono avvicinati a lui: la Juventus ha provato più volte a prenderlo negli scorsi anni, qualcuno dice che lo spagnolo è stato il primo giocatore chiesto da Allegri alla dirigenza bianconera (richiesta ribadita dopo la cessione di Vidal). La valutazione di 40 milioni in quel periodo sembrò eccessiva e la trattativa naufragò. Il Manchester United lo fece seguire da un osservatore, che lo descrisse come “buono, ma non sufficientemente rapido, con la testa troppo grossa per il suo corpo” (si, avete letto bene).

Il tecnico toscano però aveva intuito cosa potesse diventare Isco quando se lo era trovato di fronte nei gironi di Champions 2013. Allora allenava ancora il Milan e Isco era la stella più lucente del Malaga. Il piccolo club spagnolo quell’anno arrivò ai quarti e tenne testa degnamente al Borussia Dortmund poi finalista, soprattutto grazie alle giocate del talento (allora ventenne) cresciuto giocando tra le strade di Benalmadena.

Le caratteristiche di chi è cresciuto giocando per strada c’erano allora e ci sono ancora adesso: il dribbling nello stretto, il controllo di palla perfetto e la capacità di creare la giocata anche in situazioni difficili. Le partite con i ragazzi più grandi sono state la sua vera scuola calcio, quelle che lo hanno modellato. A quei tempi Isco era un bambino con qualche chilo in più, ma la classe era già quella del predestinato.

Dopo il passaggio al Real le aspettative su di lui erano molto alte. A Madrid poteva essere protagonista fin da subito, in mezzo agli altri fuoriclasse dei Blancos. La sua esperienza al Real però è stata un continuo oscillare tra picchi positivi di rendimento e panchine, con cambiamenti continui di ruolo e la sensazione di non essere mai al centro del progetto: nel 4-3-3 di Ancelotti inizialmente era la prima alternativa al trio Bale-Cristiano Ronaldo-Benzema (con Di Maria nei 3 di centrocampo), poi con l’arrivo di James e l’infortunio di Modric è stato spostato al centro della manovra, come mezz’ala o regista (risultando spesso tra i migliori). Benitez, che ama un calcio verticale, gli preferiva spesso James per la maggior capacità di interpretare i suoi dettami tattici e per la fase realizzativa. Anche con Zidane, che lo aveva paragonato a lui ben prima di diventare allenatore del Real, Isco sembrava dover rimanere un attore non protagonista.

Con l’ennesimo infortunio di Gareth Bale le cose però sono cambiate. Isco, da calciatore scontento per lo scarso impiego (18 presenze tra campionato e Champions League fino a quel momento) è diventato un punto fermo, anzi, è il giocatore che ha dato una marcia in più al Real. Riportato sulla trequarti, in un ruolo più vicino a quello degli inizi a Malaga, il ragazzo di Benalmadena ha giocato una seconda parte di stagione da fenomeno. La sua capacità di spaccare le difese, di tenere palla, di trovare sempre lo spazio giusto e di innescare i compagni ha permesso al Real di essere più imprevedibile e di dominare con il possesso tutti gli avversari incontrati.

Quest’anno Isco è un titolare inamovibile, con buona pace Mr 100 milioni Gareth Bale. Un calciatore unico, che può ancora migliorare e che è pronto a scrivere pagine di storia anche con la maglia della Spagna. E chissà a cosa starà pensando quell’osservatore dello United in questo momento…

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Gli Europei Under 21 che si stanno giocando in Polonia finora hanno confermato la supremazia di una squadra ai limiti dell’illegalità calcistica per una competizione giovanile, che schiera ragazzi già in grado di fare la differenza anche nelle competizioni più importanti. La Spagna di Bellerin, Saul, Deulofeu, ma soprattutto Marco Asensio, colui che più di tutti rischia di rendere la competizione quasi a senso unico (noi, da italiani, speriamo vivamente di no) con delle giocate che appartengono solo alla nobiltà calcistica mondiale. Tripletta alla Macedonia all’esordio, migliore in campo nella difficile sfida con il Portogallo.

Asensio è un calciatore multidimensionale, uno dei pochi in grado di correre velocemente palla al piede, a testa alta, e osservare al meglio il campo senza perdere velocità. Un giocatore capace di essere pericoloso partendo da destra (la posizione preferita, potendo rientrare sul suo micidiale mancino) per spostarsi quando la situazione lo richiede anche dietro le punte (ruolo in cui è esploso nella stagione giocata con l’Espanyol) e sulla sinistra. Basta guardare le reti segnate agli sventurati macedoni, che ancora si stanno chiedendo cosa sia accaduto di preciso in quella partita.

Botta da 30 metri dal centro-sinistra, tiro a incrociare sempre dalla sinistra, staffilata dal centro dopo 50 metri di corsa sulla fascia destra. Asensio però non è mai stato un grande realizzatore, anzi, fin dagli esordi gli veniva rimproverata una scarsa prolificità. Che fosse un talento fuori dal comune, in ogni caso, era chiaro a tutti. Figlio di padre spagnolo e madre olandese, Marco Asensio Wiillemsen (questo il nome completo) si mette in luce fin da bambino, tanto che il suo nome era noto in tutta l’isola di Maiorca. A 9 anni giocava con quelli di 15, perché troppo forte per i pari età. Leggenda vuole che suo padre abbia incontrato Florentino Perez in quel periodo e gli abbia detto che un giorno suo figlio avrebbe giocato con la maglia del Real. Il confine tra realtà e fantasia in questi casi è labile, quel che è certo è che Asensio era troppo forte per poter rimanere relegato nel calcio giovanile. Esordisce proprio nel Maiorca, con cui a 17 anni inizia subito a fare la differenza già in Segunda division. In quelle due stagioni Asensio è puro talento grezzo, capace di accelerazioni devastanti ma un po’ fuori dal gioco in alcune circostanze.

La profezia del padre si realizza nel 2015, quando il Real Madrid lo acquista per poi girarlo in prestito all’Espanyol, dove impara a partecipare maggiormente al gioco. Anzi, spesso gioca lontano dalla porta per fare da raccordo tra centrocampo e attacco. Una visione di gioco naturale, che lo porta a essere il terzo giocatore con più passaggi medi effettuati per 90 minuti e il giocatore rivelazione della Liga. Con Cristiano Ronaldo, Isco, Bale, Lucas, James e Benzema già in squadra emergere è una mission impossible, ma Zidane vede in lui un talento raro unito alla voglia di migliorare sempre. Asensio è un ragazzo sempre umile, timido fuori dal campo, capace di commuoversi nel corso della conferenza stampa di presentazione ricordando sua madre, portata via da un tumore qualche anno prima. E proprio da quel dolore è nata una determinazione a farcela ancora più grande.

Il lavoro di quest’anno ha dato i suo frutti e il ragazzo maiorchino sta diventando sempre più costante, anche in zona gol: basti pensare alle 10 reti stagionali con i Blancos, nonostante tante partite in cui non è partito da titolare. Visto il tipo di gioco del Real ha dovuto fare un passo indietro, per tornare in parte il giocatore da transizione che era a Maiorca, con una maggiore capacità di incidere in zona gol. Oltre al numero di reti segnate, c’è da sottolineare un particolare che fa capire che Asensio è un giocatore destinato a fare la differenza nei prossimi 10-15 anni: con la casacca dei Blancos ha lasciato il segno all’esordio in tutte le competizioni, a partire della Supercoppa Europea vinta con il Siviglia fino ad arrivare al campionato (gol alla Real Sociedad il 21 agosto), alla Champions (gol al Legia Varsavia) e alla Copa del Rey. Ciliegina sulla torta è stato il gol realizzato alla Juve in finale di Champions, a chiudere la stagione straordinaria della squadra spagnola. Una stagione aperta da un suo gol e chiusa da un suo gol.

Ora c’è la Nazionale Under 21 da trascinare alla vittoria, e viste le prime due partite le possibilità sembrano decisamente alte. La nazionale maggiore lo aspetta, il Real è pronto a dargli ancora più spazio per lanciarlo definitivamente. Mamma Maria, da lassù, di sicuro sarà fiera del suo ragazzo.

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Graziano Pellè, il gigante buono di Lecce con l’animo da ballerino. Eder, l’oriundo su cui nessuno avrebbe mai puntato. Giaccherini, il tuttofare infaticabile. De Sciglio, il giovane campione ritrovato dopo anni in cui sembrava aver smarrito il talento. L’Italia di Antonio Conte, che ieri pomeriggio ha fatto palpitare i cuori di un intero paese e annientato la strafavorita Spagna, è un collage di storie di riscatto calcistico di un gruppo su cui fino a poche settimane fa aleggiavano dubbi a non finire. Escusi Buffon, i tre “bastardi” della difesa juventina e pochi altri, le certezze erano poche. E tra di esse di sicuro non c’era Daniele De Rossi.

Con Marchisio e Verratti fuori causa l’ipotesi che il mediano della Roma potesse tornare a giostrare al centro del campo ha fatto storcere molti nasi. Un campionato giocato a livelli non eccezionali, diversi infortuni e i quasi 33 anni non erano di certo dei presupposti beneauguranti. Il cuore dei campioni però non va mai sottovalutato, e De Rossi è uno di quelli che in quanto a cuore è secondo davvero a pochi. Il fisico risponde bene, le prime due gare del girone però non sono ancora degne di “Capitan futuro”. Ma nella partita finora più difficile, quella contro i funamboli iberici, Daniele ha tirato fuori una prestazione tutta fosforo e classe, a dimostrazione che è ancora in grado di essere un giocatore determinante ad alti livelli. E nonostante una gamba dolorante fin dall’inizio. Nei 54 minuti in cui è stato in campo, la Spagna non è mai riuscita a impensierire la nostra difesa e il possesso palla è stata praticamente alla pari. Senza di lui, con un Thiago Motta mai entrato in partita, le “furie rosse” hanno avuto vita molto più facile. E poi c’è quel tunnel a Iniesta

De Rossi grinta

Il primo tempo è nella fase finale, i centrocampisti iberici salgono a pressare per provare a recuperare quel pallone che tra i loro piedi non gira come al solito, al contrario della nostra Nazionale, che mai nelle prime tre gare è riuscita a fare un possesso tanto efficace. La sfera finisce proprio tra i piedi di De Rossi, che si ritrova circondato da maglie bianche e con Andres Iniesta pronto a soffiargli il pallone. Scaricare indietro? Rischioso. Lanciare lungo non si può, gli spagnoli gli sono addosso. Cosa rimane? Rischiare la giocata, e l’unica possibile in quella situazione è il tunnel. Proprio a Don Andres, il simbolo di questa Spagna, la classe fatta calciatore. In quei pochi secondi c’è il riassunto di tutta la partita, 90 minuti in cui l’Italia ci ha messo di più, ci ha creduto di più e alla fine ha portato a casa una vittoria limpida come l’acqua di un ruscello alpino.

Sabato ci aspetta la Germania, in una partita che odora tanto di storia. Motta è out per squalifica e le condizioni fisiche del romanista lasciano più di un dubbio sulla sua presenza in campo. Difficile prevedere ora quale sarà la formazione con cui affronteremo i Campioni del Mondo in carica, ma una cosa è certa: se la gamba sinistra farà ancora male ma gli permetterà di reggersi in piedi, Daniele De Rossi sarà lì in mezzo, a guidare la nostra Nazionale e a lottare su ogni pallone. In fondo il dolore, per chi ha un cuore grande come il suo, è ben poca cosa.

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Da Roja a Furias Rojas, per riscattare la figuraccia iridata di due anni fa. Al centro del mondo dorato della Spagna c’è Alvaro Morata: è il primo dato che si coglie scorrendo le coraggiose e sorprendenti convocazioni di Vicente Del Bosque in vista di Euro 2016: tra i tanti esclusi eccellenti, oltre a Mata, Javi Martinez, Jesus Navas, Mario Gaspar, Albiol, Borja Valero e Callejon, è impossibile non soffermarsi sul reparto avanzato. Diego Costa (“Abbiamo già troppi acciaccati” ha spiegato il CT in conferenza), Paco Alcacer e Fernando Torres assisteranno alla competizione continentale comodamente seduti sul divano di casa e scomodamente nei pensieri dei tifosi iberici: il peso dell’attacco sarà tutto sulle spalle del match-winner della finale di Coppa Italia, ogni giorno meno vicino all’Italia, e di un arzillo vecchietto del gol come Aritz Aduriz, 35 anni e tre presenze con la Roja, convocato a furor di popolo dopo 36 reti stagionali in 55 partite.

Alvaro Morata, il peso dell'attacco spagnolo sarà sulle sue spalle
Alvaro Morata, il peso dell’attacco spagnolo sarà sulle sue spalle

Usciti con le ossa rotte dal Mondiale brasiliano e di nuovo sicura e inarrestabile nel cammino verso la Francia -23 reti all’attivo e appena 3 gol subiti, 9 vittorie in 10 incontri di qualificazione- la Spagna rilancia e propone una generazione di talentuosi “Under 25”, che passa per Saul Iniguez, Isco, Thiago Alcantara, De Gea e lo stesso Morata, fino alla sorpresa Lucas Vazquez, “canterano” del Real Madrid che Del Bosque ha incluso nella lista dei 25 pre-convocati. Il punto di partenza appare il 4-2-3-1, ma le certezze della mediana e i dubbi dell’attacco potrebbero presto spingere al ritorno verso il falso nueve, sinfonia nota ma mai antica, con Fabregas e David Silva pronti per l’uso. Quattro anni fa avevano sollevato la Coppa, riducendo a brandelli l’Italia di Prandelli in finale: oggi, con uno Xabi Alonso in meno ma con un calcio nazionale tornato al centro del mondo (tre finaliste su quattro tra Europa League e Champions battono bandiera spagnola), l’armada sembra poter tornare…invencible.

Isco, uno dei due possibili "tagli" di Del Bosque
Isco, uno dei due possibili “tagli” di Del Bosque

La forza della Spagna verte proprio sulla profondità della rosa, un aspetto mai da sottovalutare in una competizione dispendiosa come i campionati europei. Ci sarà però da valutare un’incognita: la condizione con cui arriveranno molti di questi giocatori, impegnati su più fronti fino a fine stagione. La presenza di Real Madrid e Atletico in finale di Champions da un lato offre lustro, ma dall’altro condiziona l’avvicinamento all’esordio del 13 giugno: solo per l’ultima amichevole pre-Europeo, contro la Georgia, Del Bosque avrà infatti a disposizione l’intera rosa e potrà valutare i tagli da operare verso il ritiro di La Rochelle, sull’Ile de Re. I principali candidati ai saluti anticipati appaiono Isco e un “volante” tra San Josè e Bruno Soriano.

Probabilmente si tratta comunque della rosa più attrezzata del torneo assieme a quella tedesca. In porta De Gea rischia di interrompere la dittatura di Casillas, in evidente calo di rendimento dal trasferimento al Porto. Al centro della difesa le certezze si chiamano Sergio Ramos e Piqué, con in panchina pronto a subentrare Marc Bartra. In corsia nomi di calibro mondiale come Carvajal, Azpilicueta, Jordi Alba e Juanfran lottano per due maglie. Avanzando a centrocampo, l’imbarazzo della scelta è pari a quello del confronto con altri top club continentali: si va da Busquets e Iniesta a Thiago Alcantara e Isco, passando per Koke, David Silva, Fábregas, Saul. Trampolini di lancio per un attacco che dispone anche del passo rapido di Nolito e Pedro.

Spagna, esultanza

In sella dal 2008, Del Bosque con la Spagna ha messo in bacheca un Mondiale e un Europeo, nel 2010 e nel 2012: la qualità a disposizione non gli manca, ma l’ex sergente madrileno ha avuto l’abilità di saper cambiare, affidandosi ai nuovi volti che il calcio iberico sta continuando a sfornare. Il tutto, senza rinunciare a quei giocatori che in camiseta roja hanno scritto pagine di storia infilando tre storici trofei consecutivi. Il gruppo D li opporrà a Croazia, Repubblica Ceca e Turchia, nel girone forse più ricco di storia sui libri: quelle pagine che Morata e i suoi vogliono tornare a scrivere, con un inchiostro nuovo guidato da mani sagge.

Spagna, Vicente del Bosque
Vicente Del Bosque, ct della Spagna
Lista provvisoria dei convocati

Portieri: Iker Casillas (Porto), David de Gea (Manchester United), Sergio Rico (Siviglia).

Difensori: Marc Bartra (Barcellona), Juanfran Torres (Atletico Madrid), Sergio Ramos (Real Madrid), Jordi Alba (Barcellona), Gerard Piqué (Barcellona), César Azpilicueta (Chelsea), Dani Carvajal (Real Madrid).

Centrocampisti: Sergio Busquets (Barcellona), Mikel San José (Athletic Bilbao), Isco (Real Madrid), Andres Iniesta (Barcellona), Cesc Fábregas (Chelsea), David Silva (Manchester City), Thiago Alcántara (Bayern Monaco), Koke (Atletico Madrid), Saul Ñiguez (Atlético Madrid), Bruno Soriano (Villarreal).

Attaccanti: Pedro Rodríguez (Chelsea), Álvaro Morata (Juventus), Aritz Aduriz (Athletic Bilbao), Nolito (Celta), Lucas Vázquez (Real Madrid).

 

Calendario della Spagna ad Euro 2016

1^ giornata
Spagna-Repubblica Ceca (lunedì 13 giugno, ore 15.00) Stadium Municipal, Tolosa

2^ giornata
Spagna-Turchia (venerdì 17 giugno, ore 21.00) Allianz Rivera, Nizza

3^ giornata
Croazia-Spagna (martedì 21 giugno, ore 21.00) Stade de Bordeaux, Bordeaux