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Simone Zaza

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L’ultima immagine che l’opinione pubblica ha di Simone Zaza è quella di quel rigore tragicomico, tirato in curva, all’ultimo Europeo contro la Germania, con annesso, goffissimo, “balletto” pre battuta. Non solo la sconfitta e l’eliminazione ma anche l’umiliazione. Il conseguente addio all’Italia dopo quell’episodio è sembrato quasi piovere dal cielo, una fuga liberatrice che ha portato ad una nuova sfida ed un nuovo club, il Valencia.

Eppure anche questa stagione non sembrava essersi presentata sotto una buona stella per Simone Zaza. Il gol all’esordio contro il Las Palmas aveva fatto ben sperare, poi è arrivato il digiuno nelle partite successive, fino all’esclusione nel sentitissimo derby contro il Levante. La partita successiva, contro il Malaga, è stata determinante per la svolta: per Zaza una grande tripletta.

Successivamente sono arrivati i gol contro Athletic Bilbao e Real Sociedad. Lo score momentaneo dunque è di 6 gol in 7 presenze, numeri grazie ai quali l’attaccante di Policoro ha già eguagliato le marcature totali dello scorso anno. Sembrano ormai lontani i tempi bui e l’attaccante ha trovato la sua dimensione e la giusta continuità nella squadra spagnola.

Queste ottime prestazioni, però, non hanno impressionato sufficientemente il commissario tecnico della nazionale, Giampiero Ventura, che ha preferito affidarsi ad altri attaccanti per la doppia sfida con Macedonia e Albania, valide per la qualificazione al prossimo mondiale in Russia. È il duro destino di chi lascia il bel paese per cercare fortuna calcistica altrove, ma la situazione dovrebbe poter cambiare qualora Zaza dovesse riuscire a confermarsi a questi livelli.

L’ex giocatore della Juventus non è il primo e non sarà l’ultimo atleta a lasciare la Serie A e raccogliere la sfida di una nuova avventura. Non eccessivamente fortunati ed apprezzati in patria capita spesso che, varcati i confini nazionali, questi giocatori si ritrovino dopo un momento di smarrimento. Forse in Italia c’è troppa pressione e si ha poca pazienza, situazione che richiede un’inversione di tendenza per riuscire a tutelare i nostri talenti e ad evitare che questi esplodano all’estero.

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Se la difesa della Juventus, la BBBC, è tutta italiana ed è praticamente trapiantata tale e quale in Nazionale, l’attacco parla solo straniero in questo 2016/2017. Ed è la prima volta che capita alla Signora, sempre attenta – fin dal 1929/30, data d’inizio del girone unico – a tenere in rosa almeno una punta del nostro Paese. Con la cessione in prestito di Simone Zaza al West Ham, è sparito l’ultimo rappresentante. Le fortune realizzative di Massimiliano Allegri quest’anno passeranno dai quattro moschettieri Dybala, Higuain, Mandzukic e Pjaca.

Possiamo definirla questa la fine di un’epoca? Probabilmente sì, considerando che spesso i bianconeri hanno fatto tendenza da noi, anticipando in alcuni casi ciò che sarebbe successo. In questo caso, però, pare più una necessità del momento storico: l’attaccante di razza italiano è una merce in via di estinzione. L’anno passato, la classifica marcatori è stata praticamente monopolizzata dagli stranieri: capocannoniere Higuain, poi Dybala, quindi Bacca. Per trovare il primo bomber ‘azzurro’ bisognava scendere al quinto posto con Pavoletti. E nei primi dieci ce n’era soltanto un altro, il sempreverde Maccarone.

Gonzalo Higuain

ARGENTINI E CROATI

Argentini e croati, dunque. A loro il compito di provare a traghettare la Juve verso lo storico sesto scudetto consecutivo e a inseguire il sogno Champions League. Gonzalo Higuain e Paulo Dybala sono argentini e, come già detto, l’anno scorso si presero i primi due posti della classifica marcatori. Dovrebbe essere la coppia titolare di Allegri, anche se finora ha giocato dall’inizio sempre Mario Mandzukic, l’ariete che lavora per la squadra e che, a giugno scorso, chiuse con 10 segnature. Con loro, il giovane e spumeggiante Marco Pjaca, appena arrivato nel nostro torneo e che cercherà di ritagliarsi spazio.

Juventus del quinquennio

MUNERATI, LUI IL PRIMO

Federico Munerati è stato l’uomo da 13 gol in quel 1929/30 che segnava l’inizio del girone unico in Italia. Faceva coppia con l’argentino Mumo Orsi. Nato a La Spezia, in realtà il suo vero ruolo era quello di ala destra (ma all’epoca spesso le ali erano attaccanti veri e propri). Rimase in bianconero per dieci anni, dal 1923 al 1933, contribuendo alla vittoria dei primi tre dei cinque scudetti consecutivi della Juventus (e pure di quello del 1925/26). In totale 114 gol (111 in campionato), tuttora al decimo posto di tutti i tempi come reti in maglia Juventus.

MAGLIO, IL PRIMO VERO STRANIERO

Se Orsi era italo-argentino, il primo vero e proprio straniero nell’attacco della Signora è stato Juan Maglio, stagione 1931/32. Un titolo e poi via. Quasi a voler lasciare solo una piccola traccia nell’almanacco storico della Fidanzata d’Italia. Tornò in Argentina e giocò anche in Nazionale: nove presenze e sei reti. Con la maglia juventina, invece, furono 17 le presenze e, anche in questo caso, sei le marcature.

L’EPOCA DI BOREL

Si può parlare di epoca Borel: dal 1932 al 1941 Felice Placido vestì la maglia della Juventus, contribuendo ai tanti successi con altrettanti gol. Furono 117 in 206 presenze. Dopo una parentesi nel Torino, sarebbe tornato dal 1942 al 1946, segnando altre 24 volte. Campione del mondo con l’Italia nel 1934 (un gol in tre partite). Soprannominato ‘Farfallino’, diventò capocannoniere al primo anno in maglia bianconera (29 reti in 28 presenze). Nel 1933/34 bissò il successo della classifica di bomber, mettendo dentro 32 palloni in 34 partite.

Giampiero Boniperti

BONIPERTI, ATTACCANTE–REGISTA–PRESIDENTE

Subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, si affaccia in prima squadra – nell’attacco della Juve – Giampiero Boniperti. Sarà destinato a fare la storia bianconera, prima come attaccante (superato solo da Alex Del Piero per le marcature segnate con la stessa maglia), poi arretrato a regista offensivo quando davanti imperversavano John Charles e Omar Sivori, quindi come presidente e, ancora, come presidente onorario della Società. Dal 1946 al 1961, il capitano segnerà 178 gol in 443 partite. Al secondo anno da titolare juventino, nel 1947/48, sarà capocannoniere con 27 gol segnati.

Gianfranco Zigoni

GLI ANNI ’60, ZIGONI

Dopo l’addio di Giampiero Boniperti, la Juventus non perse la sua anima italica là davanti. Sono da ricordare, in questo periodo un po’ avaro di vittorie, Gianfranco Zigoni, attaccante che all’inizio della carriera venne addirittura paragonato a Pelè e che giocherà in bianconero in due periodi distinti, e Bruno Nicolè (47 gol tra il 1957 e il 1963). Nella storia dei grandi attaccanti, si perdono un po’, ma Zigoni è stato per esempio decisivo per la vittoria del campionato 1966/67, con Heriberto Herrera in panchina.

Bettega e Anastasi

ANASTASI E BETTEGA

La coppia gol bianconera della seconda metà degli anni ’60 e della prima metà degli anni ’70 è quella composta da Pietro Anastasi e Roberto Bettega. Il primo è un uomo del Sud, che approda a Torino dal Varese. Anche per lui si sprecano i paragoni, c’è chi lo chiama il ‘Pelè bianco’. Rimarrà fino al 1976, segnando 78 gol in 205 presenze, e finendo poi all’Inter nel famoso scambio con Roberto Boninsegna. ‘Bobby-gol’ arriva pure lui dal Varese, giocherà tra il 1970 e il 1983, mettendo la firma su 129 reti in 326 presenze. Sfortunato a causa degli infortuni, che gli faranno saltare i Mondiali di Spagna 1982, è proprio in bianconero che si prende la soddisfazioni più grandi, portando la squadra anche al primo trofeo europeo della storia (la Coppa Uefa 1976/77). Prima di appendere gli scarpini al chiodo e tornare come dirigente.

Paolo Rossi

PABLITO ROSSI, L’EROE DEL MUNDIAL

Arriviamo a Paolo Rossi, capocannoniere del Mondiale vinto dall’Italia di Enzo Bearzot nel 1982. Alla Juve arriverà dopo la squalifica per le scommesse e avrà l’onore di giocare al fianco di Michel Platini. Attaccante esile e veloce, scaltro come pochi in area di rigore, un vero e proprio rapinatore. Sempre nel 1982, e proprio grazie al successo in Spagna, festeggerà a Torino il Pallone d’oro. Quattro anni alla Juve, dal 1981 al 1985, 24 gol in 83 presenze.

baggio

ROBY BAGGIO, SCUSATE IL RITARDO

All’inizio degli anni ’90, dopo aver continuato a vestire italiano in attacco con Briaschi, Pacione e Penzo, arriva alla corte di Madama Roberto Baggio. A Firenze si scatena la rivoluzione, ma il Divin Codino ci mette un po’ a legare con i suoi nuovi tifosi. Ciò non gli impedisce di piazzare prodezze in serie: 78 gol in 141 partite dal 1990 al 1995, fino all’esplosione di Alex Del Piero. Nel mezzo, il Mondiale sfumato nel 1990 in semifinale, le giocate sopraffine a portare gli Azzurri di Arrigo Sacchi fino alla finale di Usa 1994.

Alessandro Del Piero e Filippo Inzaghi

DEL PIERO, IL TRIDENTE ITALIANO

La Juve di Marcello Lippi è quella del tridente italiano: Del Piero–Vialli–Ravanelli. Il primo destinato a rimanere 20 anni a Torino, scendendo pure in serie B. Il secondo rinato e tornato trascinatore, dopo un inizio complicato. Il terzo poco raffinato, ma utilissimo e pieno di grinta: un uomo che piaceva tanto all’allenatore e ai tifosi.
Di Del Piero si sa tutto, pure il titolo di campione del mondo del 2006 in Germania. Batte tutti i record alla Juve, di presenze e di gol segnati, prima di lasciarla, facendo piangere uno stadio intero. Dal 1993 al 2012 513 presenze e 208 reti. Un campione, un leader: il capitano,  capace di resistere a un grave infortunio e all’ostracismo di Fabio Capello, ed in grado di duettare con Vialli, ma pure con Trezeguet e con Ibrahimovic.

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MATRI, ZAZA E…

La storia si chiude con quelli che hanno permesso alla Juventus di avere almeno un attaccante in rosa fino a pochi giorni fa. Prima Alessandro Matri e Fabio Quagliarella, poi Simone Zaza. Intorno, tutti stranieri. Dalle comparse Nicolas Anelka e Nicklas Bendtner al molto più rimpianto Carlitos Tevez. Un argentino. Così come era cominciata. Tutto torna.

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Sono quelli che segnano. Come i cavalli che arrivano di rincorsa al Palio di Siena, quando entrano in campo hanno la stessa fame. Perché sono consapevoli di avere la possibilità di far cambiare idea all’allenatore in quei pochi minuti che vengono concessi dal tecnico. Sono i bomber di scorta, i panchinari – costretti a una vita di riscaldamento a bordo campo per pochi scampoli di match – che fanno il loro mestiere di attaccanti, ma che hanno la sfortuna di avere davanti gli intoccabili.

Oggi raccontiamo la storia di quattro di loro: Manolo Gabbiadini, Kevin Lasagna, Simone Zaza e Leonardo Ulloa. Uno di loro ha vinto lo scudetto (soprattutto grazie a una sua rete, determinante), un altro potrebbe conquistarne uno storico (e con una doppietta non ha fatto rimpiangere Vardy); il ‘Gabbia’ forse dovrà emigrare per trovare lo spazio che merita, avendo davanti un mostro sacro come Gonzalo Higuain. Lasagna, al primo anno di serie A, sta cercando di firmarne un’altra di impresa: salvare in Carpi dalla retrocessione immediata.

gabbiadini

MANOLO GABBIADINI

Il Napoli lo ha preso per fare da ‘vice’ a Higuain. Ma neanche Maurizio Sarri pensava che il Pipita avrebbe messo in fila un gol dietro l’altro, partita per partita. Siamo a 30, con la possibilità di superare lo storico record di Angelillo (35). Manolo Gabbiadini ha vissuto un anno difficile, ai margini proprio per ‘colpa’ della precisione chirurgica dell’argentino in zona gol.

Una vita a far gol, tanto da meritarsi pure la chiamata di Antonio Conte per la Nazionale. La Juventus che lo nota e lo prende a metà, ma poi lo lascia andare al Napoli. È il 5 gennaio del 2015: i partenopei lo pagano 12,5 milioni di euro. Higuain ha ancora alti e bassi in quel periodo, l’italiano mette dentro otto gol in 20 partite. E sogna una stagione da protagonista, ma Sarri tra le mani si ritrova il gioiello Gonzalo e Manolo finisce inesorabilmente in panca.

Deve approfittare delle rarissime assenze del Pipita o di qualche sostituzione per farsi vedere. Il suo palcoscenico diventa l’Europa League, dove segna quattro gol in sei gare. Vero che le statistiche lo indicano come 22 volte in campo nel 2015-2016, ma sono quasi tutti spezzoni. Il 20 settembre segna contro la Lazio, ma per esultare di nuovo deve attendere il 10 gennaio del 2016 nel 5-1 al Frosinone. Sfrutta al meglio i tre turni di squalifica di Higuain per incrementare il suo bottino e prendersi gli applausi del San Paolo: il 10 aprile gol al Verona, il 19 doppietta al Bologna in casa. Sono gol pesanti per il secondo posto, non per il titolo che finisce alla Juventus.

La sua dote principale? I calci piazzati. Ma anche in questo caso, a Napoli, la concorrenza è feroce con un certo Insigne che si è messo a segnare proprio su punizione.

SIMONE ZAZA

Dopo un lungo tiro e molla tra Sassuolo e Juventus arriva in bianconero in questa stagione. In un attacco che conta su Dybala, Morata e Mandzukic. Si capisce presto che Simone Zaza sarà il quarto e, a gennaio, pare potersi trasferire per trovare spazio e non perdere gli Europei con Antonio Conte. Rimane, invece, alla Juve pur essendo chiuso da quei tre. Del resto, Beppe Marotta gli ha fatto firmare un quinquennale e, nel nome dei calciatori italiani che la Juve cerca di arrivare sempre in abbondanza in rosa, è un nome pesante questo.

Il 23 settembre la sua prima rete in bianconero contro il Frosinone. Una settimana dopo firma pure la ‘prima volta’ in Champions League nel 2-0 al Siviglia. Ci si comincia a domandare se Zaza potrà insidiare i titolari. Ma è in Coppa Italia, in realtà, che trova spazio, segnando una doppietta nel 4-0 al Torino. Piace ai tifosi e ad Allegri per la grinta e il temperamento, cose che spesso gli costano anche le ire degli arbitri.

Il meglio, in campionato, deve ancora venire e naturalmente arriva da subentrato. Sfida scudetto al Napoli, allo Stadium, il 13 febbraio del 2016, partita bloccata sullo 0-0. Allegri lo inserisce e lui, all’88’, trova il guizzo vincente che lo fa entrare di diritto tra i protagonisti del quinto titolo consecutivo della Signora. Non solo: questa è anche la 15esima vittoria consecutiva in campionato per Buffon e compagni.

Qualcuno lo paragona a Josè Altafini, che si era specializzato nei gol da subentrato. Ma l’italo–brasiliano era a fine carriera, quando iniziò a fare reti pesanti con la maglia della Juventus, Simone è solo all’inizio. Certo, davanti ha Dybala (16 reti) e Mandzukic (10), oltre a Morata che, però, potrebbe partire.

Il Carpi festeggia la sua prima promozione in Serie A.

KEVIN LASAGNA

Semi sconosciuto ai più, classe 1992, rischia di diventare il simbolo del Carpi salvo. È il giocatore che più è entrato dalla panchina in tutta Europa (26 volte), ma è anche il bomber che risolve le situazioni scottanti a Castori. L’ultimo contro l’Empoli per un 1-0 assolutamente fondamentale. Il debutto in serie B, con la maglia dei modenesi, è datato 13 settembre 2015. Nella serie cadetta, anche con i suoi gol, regala al Carpi una storica promozione in serie A.

Nella massima serie, però, difficilmente gioca titolare. In questo caso, però, non è tanto una questione di avere titolari più forti, ma una precisa scelta da parte dell’allenatore che gli ha cucito addosso proprio il ruolo di guastatore nell’ultima mezzora. Da ricordare il primo gol in serie A, il 24 gennaio del 2016, quando al ’92’ permette ai suoi compagni di pareggiare contro l’Inter 1-1. Al momento, sono cinque le reti messe a segno, come l’anno di B, ma in un campionato decisamente più difficile e contro difese arcigne. Lasagna si è attirato gli occhi delle grandi e potrebbe fare il grande salto.

Certo, in una big, Kevin si troverebbe davvero davanti degli intoccabili. Ma se non altro sarebbe già abituato alla gavetta, ai lunghi riscaldamenti a bordo campo. E chissà, a risolvere situazioni ingarbugliate.

LEONARDO ULLOA

Non c’è Jamie Vardy, punta di diamante del Leicester di Claudio Ranieri? Niente paura, ci pensa Leonardo Ulloa. La sua doppietta contro lo Swansea rischia di essere quella decisiva per la prima storica Premier League da parte dei Foxes. L’argentino, contrariamente agli altri tre attaccanti di scorta, non è giovanissimo: ha 30 anni. Ma questo 2016 è l’anno della consacrazione, pur essendo ‘soltanto’ il cambio naturale di Vardy, che ha messo dentro 22 reti in questa stagione. Intendiamoci, Ulloa pure nel primo anno in Premier aveva contribuito eccome alla salvezza delle ‘Volpi’, con 11 reti complessive. L’esplosione di Vardy lo ha però relegato al ruolo di esperto cambio.

Come per Gabbiadini, ha dunque dovuto approfittare della squalifica del titolare per segnare reti di una pesantezza pazzesca. Ma alcune impennate c’erano già state, molto spesso affiancato a Vardy quando il Leicester doveva assolutamente forzare la porta avversaria, Ulloa già il 21 novembre dello scorso anno aveva messo la sua firma in casa del Newcastle. Ha segnato poi a tempo scaduto, lo scorso 17 aprile, in uno spettacolare 2-2 contro il West Ham. Poco importa che sia stato dagli undici metri.

Ulloa è il calciatore che tutti vorrebbero avere. Non polemizza per la panchina, si fa trovare pronto appena serve il suo apporto. Ha doti importanti, come i 190 centimetri che gli permettono di dire la sua in area di rigore. E’ il classico panchinaro che non fa rimpiangere il titolare.

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Stagione 1974-75. Il 6 aprile. Una data che resterà indelebile, come ce ne sono altre ma non tante nel mondo del calcio. Al Comunale di Torino, la Juventus affronta il Napoli con due punti di vantaggio in classifica. Ma i partenopei hanno voglia di rivincita, dopo il pesante 2-6 subito all’andata al San Paolo.

Mancano cinque giornate alla fine: è sfida scudetto. A Napoli l’attesa è spasmodica. Per la prima volta, infatti, gli azzurri si giocano lo scudetto. Con Vinicio in panchina, i campani esprimono il miglior gioco di allora, all’olandese. Pure l’inerzia sembra dalla parte di Bruscolotti e compagni, che la settimana prima hanno dimezzato le distanze dalla Signora, grazie al successo del Milan e alla contemporanea sconfitta della Juve nel derby sabaudo.

Al Comunale il tifo è diviso a metà, grazie alla presenza di oltre 20 mila fan del Ciuccio. Il primo tempo è bloccato, ma il ‘Barone’ Causio la sblocca all’improvviso. Nel secondo tempo, è assedio alla porta del grande ex, Dino Zoff. È il capitano, Juliano, a rimettere tutto in parità. Un boato dalla curva napoletana. E pure ad Agnano, dove si sta correndo il Gran Premio di ippica. Mancano 25′ alla fine. Zoff fa una paratona ancora su Juliano. Tutto sommato, ai bianconeri può stare bene anche il pari.

A cinque minuti dalla fine, però, entra in campo Josè Altafini, che sotto il Vesuvio era stato soprannominato ‘coniglio’. Fischiano i suoi ex tifosi. All’88′ corner per la Juve, Carmignani riesce a intervenire, ma la palla arriva a Cuccureddu che colpisce il palo; la palla finisce proprio sui piedi dell’italo-brasiliano che non si fa pregare per segnare a porta vuota. Da quel momento, Altafini a Napoli sarà ‘core ‘ngrato’.

Josè Altafini Il Mattino

Cosa vi ricorda questa storia? Vediamo un po’: minuto 88, un panchinaro spesso risolutivo che azzecca il tiro vincente quando la partita sembra avviata allo 0-0. Anche questa volta, sono due i punti di vantaggio, ma a favore del Napoli. E i punti a vittoria sono 3. Ah, e invece del Comunale lo scenario è lo Juventus Stadium. E i tifosi del Napoli non ci sono perché lo ha deciso il Comitato per la sicurezza.

Per il resto, Simone Zaza e Josè Altafini non possono non venire accomunati nel dolce ricordo per i tifosi della Juve e nella rabbia per quelli del Napoli. Altafini segnò il gol scudetto (la Juve vincerà quel torneo 1974/75 con due punti di margine sui partenopei), per Zaza finora possiamo parlare solo di gol sorpasso. Dopo 25 giornate e una lunghissima rincorsa, la Signora è tornata in testa alla classifica.

Tante le analogie però con quel pomeriggio di 41 anni fa. Napoli lanciato, Juve a tratti messa alle corde dalla squadra di Maurizio Sarri. Quel Napoli segnava con tanti giocatori e faceva una marea di gol, quello di oggi ha il miglior attacco della serie A e un Gonzalo Higuain alfiere (quasi) infallibile. Certo, Zaza è all’inizio della carriera e non alla fine come Altafini (che, però, a Torino, si prenderà tante soddisfazioni). Zaza è italiano doc, Josè brasiliano trapiantato nel nostro Paese. Se Altafini era soprannominato il coniglio per la sua poca dimestichezza ai contrasti con gli avversari, Zaza di vigore agonistico ne ha fin troppo.

Altafini e Zoff

Quella Juve, come questa, segnò un’epoca. Il decennio 1970 – 1980 fu uno dei più lussureggianti per i bianconeri. In Italia, ma anche in Europa con la prima vittoria nella Coppa Uefa 1976/77. Dino Zoff sarebbe diventato un monumento juventino, Gigi Buffon lo è già. La Juve del 1974/75 si poggiava sulla difesa e sui guizzi dei suoi attaccanti, un po’ come quella di adesso, che ha solide basi in Buffon, Barzagli, Bonucci e Chiellini.

Il giorno dopo l’1-2 del Comunale, il Mattino di Napoli titolò: “Josè pugnala il Napoli”. A ben pensarci, Altafini fece solo quello che sapeva fare meglio: segnare da subentrato. Così si costruì un altro pezzo di carriera vincente. A Napoli non è che lo stimassero poi così tanto, quindi forse sarebbe il caso di fare un po’ di revisionismo storico e dire che il ‘cuore ingrato’, in realtà, dimostrò ai suoi ex tifosi che era decisivo. Quando e come voleva. Anche questa storia rischia di farci parlare di un’altra: Fabio Quagliarella, dal Napoli alla Juve. Mai perdonato dai tifosi azzurri per questo ‘tradimento’. Ma è, appunto, un altro capitolo della rivalità tra la squadra più blasonata del Sud Italia e quella più vincente del Bel Paese.

Fabio Quagliarella

Di storie ce ne sarebbero tante. Perché il Napoli, pur avendo concorso solo alcune volte per lo scudetto, ha sempre avuto una rivalità molto accesa con la Juve. Il ‘povero’ Sud contro il ‘ricco’ Nord; gli operai contro il potere. Le facce dei giocatori hanno rappresentato al meglio questa rivalità. E gli occhi di Zaza, permettecelo, ricordano un po’ quelli di Totò Schillaci. Un altro gioiellino del Meridione trasferitosi sotto la Mole a cercare (e trovare) gioia.

Totò Schillaci

Coincidenze. Emozioni. Se la Juve del 1974/75 aveva riaperto il campionato perdendo il derby all’88’, allo stesso minuto lo chiuse la settimana dopo. Se la Juve di Max Allegri aveva aperto il filotto di 15 vittorie consecutive vincendo il derby all’ultimo respiro, ha effettuato il sorpasso con un’altra rete nelle battute finali. Ma nulla è ancora deciso, questa volta. E questa, a ben pensarci, è la vera differenza tra allora e adesso.