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Serie B

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Sappiate amare la Bari, sappiatela custodire e guardatela sempre da innamorati

Le parole di Floriano Ludwig, imprenditore oriundo di origine austriaca e appassionato di sport, sono quelle che hanno accompagnato la nascita del Foot-ball club Bari, 110 anni fa,  con la sola luce di un lume a petrolio a illuminare il retrobottega in cui i soci si erano riuniti.

Parole che esprimono quel sentimento che poi ha accompagnato la storia di una squadra come poche altre, una storia di cadute e rinascite, di grandi delusioni e di passione indistruttibile. Parole che in qualche modo sembravano già presagire quel destino travagliato che la squadra ha vissuto, quasi un invito a non mollarla e a non abbandonarla, neanche nei momenti più difficili. La Bari (nell’accezione femminile, riportata in auge negli ultimi tempi, che si fa preferire per quel retrogusto un po’ romantico) si deve amare, senza condizioni, anche nei momenti bui, anche con i continui saliscendi tra una categoria e l’altra che l’hanno sempre contraddistinta e portata ad essere definita una “squadra ascensore”.

Tifare La Bari è un “mestiere” difficile, che ha abituato i tifosi a una specie di cronica rassegnazione. Anche quando la gloria è a portata di mano c’è sempre l’impressione che sia frutto di un bel sogno e che, al risveglio, tutto sarà svanito come neve al sole. Una concezione difficile da cancellare, perché legata a un vissuto in cui la gioia è solo un momento passeggero che precede quasi sempre una grande delusione.

Le ultime due stagioni in Serie A in questo senso sono paradigmatiche: al San Nicola e a San Siro i biancorossi hanno fermato due volte l’Inter di Mourinho nell’anno del triplete, ricevendo apprezzamenti per il gioco mostrato in tutta Europa (e chiudendo il campionato con 50 punti, risultato incredibile visti i presupposti), e all’inizio del campionato 2010/2011 hanno battuto la Juventus 3-1.

Poi però nella stagione seguente è arrivata la tempesta calcioscommesse e quei risultati eccezionali sono svaniti, sotterrati dalla vergogna. Una parentesi nera del nostro calcio in una stagione horribilis, che non poteva che terminare con la retrocessione in B da ultima in classifica.

Quella brutta storia di partite vendute però non può cancellare le storie che Bari ha regalato al calcio. Storie di grandi imprese e di un tifo che ha pochi eguali in Italia, storie di talenti che hanno fatto emozionare e di squadre che contro ogni pronostico hanno saputo regalare momenti straordinari.

1984 – Bye bye Juve, nel segno di Totò Lopez

La prima grande impresa moderna risale al 1984. L’avversario è la Juve di Platini, quella con Boniek, Tardelli, Paolo Rossi e altri campioni che avrebbe poi vinto il campionato e la Coppa delle Coppe a fine anno. Una sfida impari, troppa la differenza di valori. Poi però c’è il campo, e a Torino Antonio Lopez detto Totò si prese il palcoscenico e segnò un’incredibile doppietta (alla fine la partita finì 1-2). Al ritorno i bianconeri tentarono in tutti i modi di ribaltare il risultato, ma un rigore all’ultimo minuto del solito Lopez li ricaccia indietro. Se chiedete a un barese il primo calciatore che gli viene in mente che si chiami Totò, probabilmente non risponderà Schillaci.

 

Joao Paulo, il tunnel e la Mitropa Cup

Per molti baresi Sérgio Luís Donizetti, meglio conosciuto come Joao Paulo, è ancora oggi l’idolo prediletto. Nazionale brasiliano, mancino dal talento abbacinante, tra la fine degli anni 80 e l’inizio degli anni 90 ha illuminato la scena con giocate da fenomeno insieme a Pietro Maiellaro. Due dalla classe superiore, che si intendevano naturalmente, e che hanno trascinato La Bari alla vittoria del suo unico trofeo, quella Mitropa Cup vinta in finale col Genoa. Il gol al Milan, con tanto di tunnel a Costacurta, è ancora lì tra i momenti più indimenticabili della storia biancorossa. Peccato poi che un grave infortunio ne abbia accorciato la carriera, ma i suoi numeri resteranno per sempre nella memoria di chi ha avuto la fortuna di vederlo giocare.

 

La banda Materazzi e il trenino

Neopromossa, con poche possibilità di salvezza. Così veniva dipinta La Bari all’inizio della stagione 94/95. Tanti giocatori sconosciuti, qualche giovane promettente e nulla più. Sembrava già scritto il ritorno in B, ma dopo un inizio un po’ così le cose cambiano di colpo. Un pomeriggio a San Siro, contro l’Inter (che ritorna spesso nella storia biancorossa, spesso per cose positive) Guerrero porta in vantaggio i suoi battendo Pagliuca. Quel che viene dopo entra di diritto nell’amarcord barese: il colombiano si mette carponi e invita i compagni a seguirlo nella sua esultanza. Era nato il “trenino”, che diventa poi il simbolo di quella squadra che poi batterà anche il Milan di Capello e chiuderà salvandosi senza troppi patemi (a un certo punto era in zona Uefa). Protti (che l’anno dopo sarebbe diventato capocannoniere della Serie A, anche se poi la squadra tornò in B), Tovalieri, Guerrero, Lorenzo Amoruso, Gautieri, Barone. Quella squadra poi ha perso pezzi importanti e l’anno dopo è tornata in B (come da tradizione, per La Bari una grande gioia deve essere sempre compensata da una grande delusione), ma il trenino è rimasto un simbolo per la squadra, tanto da essere rievocato in più occasioni anche negli anni successivi.

La supernova Cassano e la meteora Enninaya

Ancora una volta l’Inter, ma stavolta i protagonisti principali sono due adolescenti buttati in campo da Fascetti per mancanza di alternative. I nerazzurri se li trovano davanti e forse prima della partita tirano un sospiro di sollievo, ma una volta in campo per loro inizia una serata da incubo. Per i ragazzini e per tutta Bari quella serata invece sarà indimenticabile. Prima Hugo Enninaya scarica una folgore da 35 metri nell’angolo dove Peruzzi non può arrivare, poi sale in cattedra Antonio Cassano.

Quello stop di tacco a seguire e poi sappiamo come è andata a finire. Uno stadio intero impazzito, decine di migliaia di tifosi in delirio, Cassano che si toglie la maglietta, Inter stesa al tappeto. Quell’azione è stata vista milioni di volte, a Bari e in tutto il mondo, ma rivederla ancora oggi mette sempre un brivido. Il talento infinito di “Fantantonio” non è mai riuscito ad esprimersi al massimo, per i limiti che tutti conosciamo, quello di Enninaya non è mai definitivamente sbocciato per tutta una serie di motivi. Quella notte perfetta però, per loro e per Bari, non verrà mai dimenticata.

 

Una meravigliosa stagione fallimentare

Come può una squadra sull’orlo del fallimento dare vita a una delle storie sportive più belle di sempre? Con La Bari è possibile anche questo. A inizio stagione 2013/2014, dopo il calcioscommesse è in procinto di subire anche l’onta del fallimento. La “dittatura illuminata” dei Matarrese sta per finire, mister Gautieri se ne va prima dell’inizio di campionato e il gruppo, giudicato da molti acerbo per la categoria, inizia il campionato senza certezze e con una serie di risultati altalenanti. La gente sembra aver abbandonato la squadra, ma quando a marzo viene dichiarato fallimento qualcosa cambia. Le parole di Floriano Ludwig, il suo appello ad amare La Bari e custodirla, in quel momento prendono forma e si trasformano in un miracolo sportivo. La gente torna allo stadio, il Bari (nel frattempo gestito da Gianluca Paparesta) inizia a volare e sembra non volersi più fermare. Il fallimento passa in secondo piano, con Capitan Sciaudone a fare da catalizzatore del grande amore della gente anche sui social.

La squadra che stava per scomparire arriva ai playoff grazie a un gol all’ultimo di Edgar Cani, uno che è sbarcato in Italia insieme a migliaia di connazionali albanesi proprio sulle coste pugliesi e che a Bari è stato accolto.

Alla fine il Latina metterà fine al sogno Serie A, ma le emozioni e l’unione creatasi in quei 3 mesi sono qualcosa che raramente si è vista nel calcio. Nessun fischio dopo la sconfitta, ma tutti i giocatori che vanno a salutare i 60.000 tifosi e ad intonare il coro “La Bari siete voi”. Sciaudone l’anno dopo va via, ma nessuno potrà dimenticare quella meravigliosa, incredibile stagione fallimentare.

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In campo ha incarnato l’essenza del numero 9: magari non bellissimo da vedere, ma tremendamente efficace. Così ha messo la firma su 288 reti in 623 partite ufficiali, collezionate con maglie prestigiose come Juventus e Milan, senza dimenticare gli albori tra Piacenza, Leffe, Verona, Parma e Atalanta. Nel curriculum, un titolo di campione del mondo, quello di campione d’Europa con il Milan, una classifica capocannonieri di Serie A e tre scudetti. Oggi che siede in panchina, a 44 anni, Filippo Inzaghi fa invece della difesa il suo asso nella manica: e la quota 0 alla voce “reti subite” dal suo Venezia nel campionato di serie B ne è eloquente testimonianza.

La prima volta

La conferma della solidità del suo Venezia è arrivata sabato scorso, quando gli arancioneroverdi hanno espugnato il “San Nicola” di Bari con una prova solida e gagliarda: linee strette, difesa a 3 pronta a trasformarsi in una linea a 5, ripartenze e…un Emil Audero in gran forma. Il portiere classe 1997, nato in Indonesia ma italiano a tutti gli effetti, è uno dei protagonisti di quest’alba stagionale e sta confermando il gran bene che di lui si diceva in orbita Juventus, club dal quale è arrivato in Laguna. Il finale in Puglia? 0-2, grazie al centro dal dischetto di Simone Bentivoglio e al raddoppio (in posizione più che sospetta) di Gianmarco Zigoni. Nell’incrocio tra campioni del mondo targati Italia 2006 con Fabio Grosso, Inzaghi ha dimostrato di aver mandato giù a memoria la lezione del muro azzurro in Germania: forse sin troppo bene. Un ex centravanti che vince grazie alla difesa, un ex terzino che cede per colpa di due distrazioni del reparto: paradossi del calcio.

Il passato è una terra straniera, o quasi

Lo stesso attaccante dagli occhi spiritati, capace di segnare con tutte le parti del corpo (ricordate il centro di schiena nella finale di Champions League di Atene 2007 contro il Liverpool?) e di far innamorare milioni di tifosi, oggi è un convinto curatore della fase difensiva. Da non confondersi con il catenaccio. Già, perchè nella filosofia di calcio di Pippo c’è un concetto chiave: la misurazione delle forze a disposizione. Inutile perdersi in ghirigori se si ha a disposizione un manipolo di onesti soldati. Meglio capire che un punto è comunque più di zero e, a volte, mettere da parte lo spettacolo. È successo così nello 0-0 interno all’esordio contro la Salernitana, per uno schema ribadito nel pareggio a reti bianche del “Manuzzi” di Cesena, dove il Venezia ha anche sfiorato più volte la rete del colpaccio, e nella complicata trasferta di Bari, dove i lagunari sono stati aiutati anche da un pizzico di fortuna (pali colpiti da Improta e Floro Flores nel finale). Ma sulla buona sorte, Inzaghi ci ha costruito anche una piccola percentuale di carriera: d’altronde, bravo è chi se la va a cercare.

Nei fatti, l’uomo che pensava costantemente al gol oggi pensa solo e soltanto a vincere. In comune con il Filippo Inzaghi del passato, ci sono due caratteristiche chiave: l’attenzione all’alimentazione (anche senza scarpini ai piedi, bresaola e pasta in bianco restano ingredienti presenti quasi ogni giorno) e la rigida applicazione al lavoro. Che la parola “successo” sia rimasta agganciata alla pelle di Inzaghi lo dicono il campionato di Lega Pro vinto alla guida del Venezia, che è tornato in Serie B dopo 12 anni di assenza, e la conquista della Coppa Italia di categoria. Lui lavora sodo, con uno slogan semplice ma efficace, come Superpippo in campo:

I risultati alla lunga arrivano sempre.

Ripartire dal basso

In Laguna, Inzaghi ha avuto il tempo di crescere. Quello che forse gli era mancato quando nell’estate 2014 si era trovato catapultato sulla panchina della prima squadra del Milan dopo la trafila con Allievi e Primavera del club rossonero. Esperienza non entusiasmante. La posizione finale è stata il decimo posto, che aveva comportato l’esclusione dalle coppe europee della squadra per il secondo anno consecutivo e l’esonero di Pippo, nonostante un altro anno di contratto.

È allora che l’ex numero 9 ha deciso di prendersi un anno sabbatico: ha rifiutato anche offerte da categorie superiori, o dalla ricca Cina, per decidere il suo punto di ripartenza. Lo ha trovato a Venezia, dove ha incontrato i progetti di Joe Tacopina e le idee di Giorgio Perinetti. Risultato? Ha vinto il campionato con largo anticipo, precedendo di dieci punti in classifica il Parma secondo. E quando tutti si aspettavano investimenti da sceicchi al “Penzo” e l’estate ha invece portato in dote una formazione allestita per un’onesta salvezza, con l’esperienza di Domizzi, Del Grosso e Bentivoglio, la solidità di Andelkovic, Signori e Zigoni, e la voglia di spaccare il mondo di Falzerano e Moreo, lui ha risposto presente, allestendo una squadra “martello”. Parola di Filippo.

Allenarsi bene, mangiare bene, dormire, fare una vita da atleta. Se segui queste linee guida, alla lunga il destino ti dà una mano.

Il ballo di Simone

A casa Inzaghi, l’alba della stagione 2017/2018 si è tinta di sorrisi. Filippo si gode un Venezia capace di non incassare reti in tre partite di campionato (così bene solo il Carpi), Simone invece sta confermando la bontà di una Lazio divertente ed efficace, capace di superare per 4-1 il Milan all’Olimpico, nonostante la cessione di Keita: una vittoria delle idee.

Superpippo è ancora, a distanza di cinque anni dal ritiro, un ambasciatore del calcio, uno dei suoi figli più noti e celebrati. Simone ha colmato in panchina il gap che da calciatore lo divideva dal fratello maggiore: entrambi passano molto tempo in campo, anche prima della partita. I dettagli, un chiodo fisso in famiglia. Non sono abituati a sorvolare sulle cose, anche le minime. E difficilmente si dicono contenti. Almeno non fino a fine stagione quando, se le cose continueranno così, potranno brindare per Venezia e Lazio. Magari facendo uno strappo alla regola, con una buona carbonara e un bicchiere di Valpolicella.

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Non si tratta di basket, nonostante ormai tutti parlino di A2. Parliamo di calcio. Ed esattamente, si parla della seconda serie italiana, meglio nota come Serie B. Sempre un po’ snobbata, sottovalutata e non considerata all’altezza dei grandi palcoscenici che offre la Serie A. Negli ultimi anni il trend si è quasi invertito: la Serie B accoglie un bacino di tifosi in molte piazze più ampio di quello della Serie A. Bari, Salerno, Avellino e Cesena sono le piazze più calde che, ormai da anni, militano stabilmente in Serie B: una media costante di 10.000 tifosi ogni match e tanti sostenitori sempre presenti in trasferta. Piazze che, se si considerassero soltanto le presenze sugli spalti, non meriterebbero la Serie B.

Curva del Bari

Quest’anno chiamarla semplicemente Serie B o seconda divisione italiana, è veramente difficile. Un campionato che trasuda di storia, piazze prestigiose e curve che sono pronte a riempirsi ogni weekend. La Serie B 2017-2018 accoglierà 20 squadre che nella loro storia hanno disputato anche la Serie A, con soltanto Virtus Entella e Cittadella che non hanno mai partecipato ad un campionato di massima serie.

Le matricole terribili

La Serie C ha consegnato alla cadetteria quattro piazze calde, ambiziose e storiche: Parma, Foggia, Venezia e Cremonese. Quattro squadre che vengono da promozioni esaltanti e vantano alle spalle società che tenteranno la scalata verso la Serie A. Il Parma di D’Aversa ha già messo a segno i primi colpi di mercato portando in Emilia giocatori del calibro di Siligardi, Dezi, Di Gaudio e Gagliolo, per citarne qualcuno, e il duo Faggiano-D’Aversa ha nel mirino il triplo salto, dalla D alla A in tre anni.

Sogno che cova anche la deliziosa Venezia con SuperPippo Inzaghi alla guida dei veneti, che tornano in B dopo 11 anni: in silenzio, e dietro le quinte, lavora Giorgio Perinetti, specializzato in promozioni. C’è il Foggia poi, che dopo 19 anni con Giovanni Stroppa torna a calcare campi di B ed ora sogna ad occhi aperti, perché la storia recente ha lasciato una convinzione: le neo-promosse in Serie B sono le più temibili, rodate e con una marcia in più degli altri.

Dulcis in fundo, c’è la Cremonese: la squadra di Attilio Tesser lo scorso anno ha compiuto un’impresa incredibile riuscendo a riprendere in classifica l’Alessandria, che sembrava promossa in B da mesi. I grigiorossi hanno messo a segno qualche colpo che in Serie B può fare la differenza ma i lombardi partono a fari spenti, con l’obiettivo di lasciare tutti a bocca aperta.

Curva del Foggia
Nel segno della Z: Zeman e Zamparini (ri)vogliono la A

Ci ha pensato anche la Serie A a rendere il campionato di B più affascinante, costringendo alla retrocessione Palermo, Pescara ed Empoli. Il Palermo, nonostante la permanenza di Zamparini, si candida prepotentemente per la pronta risalita in A. In panchina c’è Tedino, ex allenatore del Pordenone, all’esordio in B ma esponente di idee tattiche affascinanti ed innovative: il suo Pordenone ha sfiorato la promozione in cadetteria.

Non può passare inosservato il boemo, Zdenek Zeman alla guida del Pescara. Gli abruzzesi dallo scorso anno hanno cominciato a costruire una squadra che rispecchi a pieno le ormai note idee zemaniane. La prima giornata offre già un incrocio nostalgico: proprio il boemo contro il suo Foggia, una delle tante sfide che la Serie B settimana dopo settimana sarà pronta a sfornare.

L’Empoli è, tra le tre retrocesse, la squadra che parte a fari spenti. Un giovane allenatore, Vivarini, ed un ambiente distrutto da una retrocessione inaspettata. Toccherà al mister, attraverso il suo calcio propositivo, rilanciare le ambizioni biancoazzurre.

Zdenek Zeman, allenatore del Pescara
Benvenuti in B, campioni!

Sarà una Serie B anche da campioni del mondo. All’esordio sia Fabio Grosso, alla guida del Bari, che Filippo Inzaghi, con il suo Venezia. L’ex terzino della nazionale rappresenta una vera e propria scommessa del direttore sportivo Sogliano che ha scelto un profilo giovane per riscattare la stagione deludente dello scorso anno. Prima esperienza tra i professionisti per l’ex tecnico della Primavera della Juventus, che sta provando ad imprimere il suo ‘credo‘ ai biancorossi: fraseggio veloce, ricerca del possesso palla e squadra corta.

Inzaghi e Grosso con la maglia della nazionale
Tra sorprese e certezze

Da un lato il Carpi di Antonio Calabro e dall’altro il Frosinone di Moreno Longo. Antonio Calabro per molti tifosi della B sarà sconosciuto, viene dalla Virtus Francavilla ed è nato a Galatina, provincia di Lecce. Modello? Antonio Conte, non uno qualunque. Ha condotto la Virtus Francavilla dall’Eccellenza alla Serie C, qualificandosi l’anno scorso per i play-off di Serie C come quinto e venendo eliminato, dopo un doppio pareggio, dalla corazzata Livorno. Un calcio aggressivo, intenso e, fino ad oggi, vincente, con il Carpi che ha deciso di puntare su di lui per il dopo-Castori. Il primo risultato, arrivato in Coppa Italia, non può che essere ben augurante: 4-0 al Livorno e, dopo aver dominato dall’Eccellenza alla Serie C, arriva il banco di prova della Serie B. Molti parlano di lui come un predestinato, ora sarà il campo ad emettere l’ultima sentenza.

Antonio Calabro, nuovo allenatore del Carpi

La certezza non può che essere il Frosinone, squadra che l’anno scorso ha sfiorato la promozione in A, e che vanta una società ricca ed ambiziosa, guidata dal presidente Stirpe. La scelta di Moreno Longo, ex allenatore della Pro Vercelli, segna l’inizio di  un nuovo progetto, che riparte, però, da solide basi: Ciofani, Dionisi, Maiello, Krajnc e Soddimo. Confermata, quasi in toto, la squadra che l’anno scorso per lunghi tratti ha dominato il campionato di Serie B.

Non ci resta che attendere, i presupposti sono ottimi ed i tifosi attendono con trepidante attesa la prima giornata che, probabilmente, rimarrà nella storia. Calore, passione e storia. Ed è solo la seconda divisione italiana. Anzi, forse è meglio non chiamarla così. Siete ancora in tempo: salite sulla giostra!

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Due estati di festa, due promozioni una dopo l’altra. Il Parma è risalito dall’inferno della serie D e l’anno prossimo proverà addirittura il tris, il ritorno in serie A. Sostituite Buffon, Cannavaro, Thuram, Crespo e Veron con Scaglia, Scozzarella, Nocciolini, Baraye e Scavone: non è proprio la stessa cosa, vero? Eppure, per i parmensi, sono eroi pure i secondi. I primi hanno portato i ducali in paradisi mai visitati prima, trascinando la città alla conquista dell’Europa; i secondi hanno accettato la sfida e hanno trionfato nella finale play off contro l’Alessandria, riportando la città in serie B.

Parma andata all’inferno e ritorno: dopo il fallimento, dopo i presidenti-tarocchi, dopo i dubbi anche recenti, capitan Alessandro Lucarelli – quello che aveva ricominciato dalla serie D, dopo aver calcato palcoscenici ben più importanti – la città emiliana ha potuto urlare tutta la sua gioia. Insieme ai 6 mila del Franchi di Firenze e gli altri che in piazza scatenavano clacson e cortei.

Alessandro Lucarelli

Tutti conosciamo la storia recente del Parma. La serie A in cui non si gioca per mancanza di soldi, gli scioperi, le partite rinviate, l’ovvia retrocessione, ma soprattutto la fine del titolo sportivo. Il fallimento. Il baratro dei dilettanti da bere tutto d’un fiato. In campi improbabili dove si sentivano solo i tifosi di Lucarelli & C. e la gente, dai balconi, guardava ammirata l’ex corazzata sporcarsi di fango.

La Società Sportiva Dilettantistica Parma Calcio 1913 riparte da qui. Da quella dura lotta che l’ha resa ancora più immortale. Come una Fenice che risorge. Ranieri in panchina, Cassano a regalare magie in campo: quel Parma, nel 2014, sul campo ottiene addirittura la qualificazione in Europa League. Già, ma i problemi sono sotto il materasso. La Uefa nega la licenza, gli oggetti del Tardini vengono pignorati, il circo Manenti-Ghirardi-Taci dà uno schiaffo da ko alla Società e alla città.

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Nel 2015/2016, invece che contro Juventus e Inter, il Parma si ritrova nel girone emiliano della serie D. Che domina. In Lega Pro, girone B, solo il Venezia di Pippo Inzaghi fa meglio e va di diritto nella serie cadetta. Le forche caudine dei play off aspettano Calaiò e compagni, che battono il Piacenza prima, poi la Lucchese, quindi il Pordenone ai rigori, infine l’Alessandria di Gonzalez. È festa, come dodici mesi prima, anzi meglio.

In panchina c’è un uomo che fa i fatti e non ama le parole. È Roberto D’Aversa, che di esperienza da allenatore non ne ha molta (ha iniziato nel 2014), ma di campo sì. Due anni a Lanciano, in B, lo temprano. Arriva a Parma nella stagione 2016/2017, i dirigenti gli dicono soltanto che la squadra deve andare in serie B. Lui esegue, non senza qualche difficoltà.

Chi è arrivato in B dalla Lega Pro, negli ultimi anni, ha fatto il miracolo di andare subito in A, come il Benevento e la Spal. A loro si ispirerà il Parma la stagione prossima. Anche perché adesso la Società è solida e ambiziosa. La tifoseria è calda. Lucarelli, Calaiò e Munari – i tre grandi – dovranno guidare ancora una volta il gruppo. Non sarà facile in un torneo che vedrà ai nastri di partenza Palermo, Pescara, Empoli, Frosinone. Ma adesso il Parma mica si spaventa più?

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A spaventarlo erano stati i numeri del bilancio portato in tribunale il 22 giugno del 2015, con un buco di centinaia di milioni di euro. A spaventarlo era stata la crisi di metà stagione, con l’allenatore Luigi Apolloni, il responsabile dell’area tecnica Lorenzo Minotti e il direttore sportivo Andrea Galassi esonerati in un solo giorno, con il presidente Nevio Scala che dà le dimissioni. La coppia D’Aversa-Roberto Faggiano (direttore sportivo) ha allontanato spettri recenti e ha fatto di più: ha dato serenità all’ambiente, che ha potuto concentrarsi solo sul prossimo avversario. Certo, quella stessa Società che in meno di 24 ore aveva fatto saltare il banco (e Scala, andandosene, dirà: “È la fine del calcio biologico”), ci ha messo molto del suo. A febbraio ha cambiato sette giocatori titolari su undici, ma alla fine la linea della rivoluzione ha pagato.

Non pensiate però che la nuova Società ami i salti nel buio. Tutt’altro. Parliamo di imprenditori locali famosi e di un’azionariato diffuso che è andato crescendo in questi mesi. Parliamo dei cinesi di Desports, colosso del marketing sportivo, che ha già versato nelle casse tre milioni di euro per il 30 per cento della Società, e che entro breve ne verserà altrettanti per arrivare al 60 per cento, con un programma di investimenti di ulteriori 15 milioni per un calciomercato con i fiocchi.

Tifosi-Parma

L’imprenditore Marco Ferrari, Guido Barilla, Pizzarotti Costruzioni e Dallara Automobili resteranno a vigilare sulla parmigianità del club, ma il Parma cambierà per competere subito da protagonista in serie B. No, non sarà un salto nel buio questa volta, ma un’amministrazione oculata delle risorse senza fretta, però puntando fin da subito a tornare là dove tra gli anni ’90 e gli anni 2000 il Parma aveva fatto sognare tutta la città. Con i conti in ordine, però. La grande paura è passata. Ci si è scottati e ora si va avanti con bilancio in attivo e voglia di primeggiare ancora. Se poi la serie A non dovesse arrivare al primo colpo, nessuno piangerà lacrime. Prima o poi, infatti, chi ha lottato nel fango sa che ne uscirà. Pulito. Più forte. Pronto a nuove battaglie.

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Ci son voluti 19 anni, ma alla fine il Foggia ha di nuovo raggiunto la serie B. Il 2-2 di Fondi è stato sufficiente per la matematica promozione da parte dei rossoneri, allenati da un ex Milan, Giovanni Stroppa, così come il Venezia che pure ha raggiunto la serie cadetta grazie all’ex Diavolo Filippo Inzaghi. Due piazze prestigiose, insomma, riassaporeranno l’anno prossimo la seconda serie. E riempiranno gli stadi, di questo potete starne certi.

La cronaca parla di uno stadio di Fondi invaso da fan foggiani – 1.200 quelli presenti – e di un Foggia che in vantaggio per 2-0 a poco dal termine si è distratto, pensando al bagno di spumante e di folla che l’attendeva, permettendo ai padroni di casa di riagguantare un insperato 2-2. Il punto era comunque sufficiente ai dauni per staccare definitivamente il Lecce che, per il quarto anno su cinque, dovrà invece passare dalle forche caudine dei play off. Una promozione lungamente attesa, quella del Foggia, da un’intera città, solo sfiorata lo scorso anno.

Foggia in B

Già, la stagione 2015/2016 sembrava in qualche modo difficile da replicare. Il Benevento promosso direttamente, il Foggia sconfitto solo nelle finali play off dal Pisa, dopo che già nel 2008 era stato l’Avellino nelle finali a far male ai pugliesi. Il giocattolo pare rompersi, anche per l’addio del condottiero Roberto De Zerbi in una città che molto si affeziona agli allenatori innovativi. E invece, con Giovanni Stroppa, è andata ancora meglio: serie B diretta. Che la festa abbia inizio!

È lontano il 7 giugno 1998, quando il ko contro la Salernitana significava retrocessione in Lega Pro. Il Foggia aveva vissuto anche stagioni esaltanti in serie A, con Zdenek Zeman e il suo sigaro in panchina, con Baiano, Signori e compagnia cantante a infilare banderillas nel ventre delle grandi. Ma parevano lontani quei bellissimi anni di spregiudicatezza provinciale. Ci sono state pure luci in questi 19 anni, intendiamoci, ma tante ombre anche, con fallimenti, risalite, lacrime e finali perse.

signori baiano rambaudi

A tanti faceva gola il Foggia, passato nelle mani di Franco Sensi e di Giorgio Chinaglia. Che chissà, forse pensavano che il miracolo del boemo fosse replicabile. Ma è come se si volessero rivivere gli anni ’60 senza giradischi e ideali: impossibile. È stato un Foggia di allenatori dotti e capaci, come Pasquale Marino e Giuseppe Giannini. Di revival, vedi il ritorno di Zeman. Ma di poche capriole in avanti. Anche perché, tra il 2000 e il 2010, la Società ha visto la proprietà cambiare come il vento sul mare.

I foggiani hanno intanto smesso di innamorarsi perdutamente. Non della squadra, non della maglia che queste sono fedi incrollabili, ma degli uomini che venivano, coltivavano e poi se ne andavano, lasciando i campi alla mercé dei capricci meteorologici. Certo, quando torna la donna della tua vita, il primo amore, neanche le vedi le rughe e i chili di troppo che nel frattempo si sono accumulati. Così, con Pasquale Casillo di nuovo alla guida della nave, Peppino Pavone in cabina di regia e Zdenek Zeman a far rifare i gradoni a semi sconosciuti e giovani sbarbati, la voglia di fare di nuovo l’amore viene. Così, stagione 2010/2011, lo ‘Zaccheria’ torna ad accendersi d’amore acceso. Quello è il triumvirato della serie A, vuoi vedere che…

Zeman

Effettivamente, quel Foggia distribuisce gol come caramelle, ma ne prende pure tanti. Filosofia zemaniana, si dirà, ed è così: far divertire, a costo di non essere efficaci. Così, il Foggia di Insigne, Sau e Farias sfiora solo i play off. Il miracolo non si ripete, il diluvio universale non salva nessuno del triumvirato. Anzi. Il Foggia si salva sul campo, l’anno successivo, ma in estate manca l’iscrizione e riparte dai Dilettanti. Le bandiere e le trombette vengono riposte. Prima che un nuovo amore si affacci all’orizzonte, con la faccia di Roberto De Zerbi. Piace il suo calcio, lo ‘Zaccheria’ è spesso pieno, la squadra è di nuovo in Lega Pro. La Società è nelle mani dei fratelli Sannella e Curci. Sana.

De Zerbi però è un gioiellino che, dopo la finale persa con il Pisa, fa le valigie a caccia di successi altrove. E allora? E allora arriva Stroppa. E il Foggia ha la miglior difesa del girone C, con soli 27 gol al passivo (questa sì che è una primizia in casa rossonera), e il miglior attacco (67 gol segnati). Più pratico della versione precedente, forse pure meno spettacolare, ma di nuovo in serie B. E pazienza se a Fondi è sfumato il record di undici vittorie consecutive. Ai tifosi, anche a quelli innamorati degli eccessi, questa volta pure il 2-2 vale un tuffo nella fontana. Un giro sulla giostra.

Non possiamo non elencarli, in chiusura, gli eroi foggiani che hanno ubriacato di nuovo un’intera città, che molto vive di calcio e che ha passato una notte insonne, nelle piazze a festeggiare e ad attendere il ritorno della squadra dalla trasferta in terra laziale. Dal portiere ex Bari Enrico Guarna (uno striscione tutto per lui, ‘Occidentali’s Guarna’) al giovane Alan Empereur, a Giuseppe Loiacono, una bandiera che è risalita dalla serie D fino alla B, a Tommaso Coletti e all’ex Toro Matteo Rubin. A centrocampo Antonio Vacca, capitan Cristian Agnelli e Francesco Deli, già sui taccuini di diverse squadre di serie A. Davanti lo spagnolo Miguel Angel Maza e Fabio Mazzeo, capocannoniere del girone C con 19 reti, l’ex bambino prodigio Vincenzo Sarno, Cosimo Chiricò e Matteo Di Piazza, arrivato dal Vicenza e fondamentale per la promozione.

L’anno prossimo l’obiettivo non potrà che essere uno soltanto: la promozione in serie A. Ok, piano con i proclami, ma a Foggia il calore dei tifosi è tale che non puoi non pensarci. Così come immaginare che lo ‘Zaccheria’ sarà il dodicesimo uomo. Proprio come quando Baiano e Signori facevano impazzire Juventus, Milan e Inter.

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C’è una sola città in Italia in cui i tifosi associano l’atto di andare allo stadio direttamente al nome della squadra per cui tifano. “Andare alla Spal“, si dice a Ferrara. La città degli Estensi quest’anno sta vivendo un sogno, coronamento di una rinascita dal punto di vista calcistico dopo anni di difficoltà continue, che hanno mortificato la storia di una delle società più gloriose del calcio italiano. La tifoseria, però, non ha mai smesso di seguire la propria squadra, nemmeno nei periodi più bui. Un amore a prova di tutto quello dei tifosi biancoblu, che è andato oltre le retrocessioni e i fallimenti e che ora viene ripagato da un gruppo straordinario, che sembra avviato a tornare lì dove la società emiliana manca ormai da troppo tempo: in Serie A.

Società Polisportiva Ars et Labor, abbrevizione Spal. Nel nome sembra già riassunto lo spirito della squadra attuale: creatività e lavoro, gesti tecnici di bellezza assoluta e tanto sacrificio da parte di tutti. Spirito battagliero da neopromossa e gioco brillante vanno di pari passo. Il 3-5-2 come base tattica, con possibilità di variazioni, coniuga al meglio ampiezza a profondità grazie al lavoro di tutta la squadra e a meccanismi rodati alla perfezione, affinati sempre di più dal lavoro di mister Semplici. Un uomo di poche parole, pacato, ma ossessionato dalla cura dei particolari e dall’esecuzione degli schemi.

Poi ovviamente la differenza la fa l’esecuzione, e qui entrano in scena i calciatori. I tre difensori salgono ad impostare e le mezzali adattate, con i loro movimenti ad allargarsi, creano sempre problemi agli avversari e superiorità numerica in zona gol. Dopo un’inizio di stagione un po’ difficoltoso, soprattutto a causa di una difesa che subiva troppi gol, la squadra ha trovato la quadratura del cerchio.
La Spal è un mix vincente tra giovani talenti e giocatori più navigati, affiatati sia dentro che fuori dal campo. Le cene di gruppo organizzate dagli “anziani” ogni settimana e le partite di calcio tennis prima degli allenamenti hanno cementificato il gruppo e creato un’armonia di intenti che poi ha portato ai risultati che vediamo oggi. E pensare che nel 2012 la sopravvivenza della società è stata a forte rischio, dopo il secondo fallimento nel giro di 7 anni.

Rinascimento

Fallimento, radiazione da parte della FIGC, ripartenza dai dilettanti, stipendi non pagati. La stagione 2012/2013 è un calvario. La Spal sembra avviata verso il baratro, poi per fortuna avviene qualcosa che fa svoltare in positivo la situazione. La fusione con la Giacomense del patron Colombarini, industriale nel settore della vetroresina, e la ripartenza dalla Lega Pro seconda divisione segnano l’inizio del Rinascimento calcistico made in Ferrara. Il primo anno post fusione porta promozione in Lega Pro prima divisione, ma una volta lì la squadra non rende come potrebbe. L’arrivo di Semplici in sostituzione di Oscar Brevi cambia tutto. Reduce dall’esperienza con la Primavera della Fiorentina, dopo stagioni non facili culminate con esoneri ad Arezzo e Pisa, il tecnico costruisce mattone dopo mattone una squadra di assoluto livello e dopo i playoff sfiorati al primo anno guida i suoi alla promozione diretta in B. Chi pensava che la Spal quest’anno potesse aspirare solo a una salvezza tranquilla si è dovuto ricredere molto presto: una volta trovato l’equilibrio la squadra non si è più fermata e il Paolo Mazza è diventato un fortino quasi inespugnabile per gli avversari, grazie anche al calore degli 8.000 appassionati che riempiono gli spalti in ogni partita.

I “vecchi” e i giovani

Mix tra calciatori esperti e giovani, dicevamo prima. Il segreto di una squadra vincente spesso sta proprio nel riuscire a creare un gruppo in cui le nuove leve e i più “anziani” siano tra di loro in sintonia, e la Spal ci è riuscita alla grande. Dietro, a difendere i pali, c’è il giovane fenomeno Alex Meret, uno che ha le stimmate da predestinato già da quando muoveva i primi passi nelle giovanili dell’Udinese e che ha ricevuto la prima convocazione in Nazionale pochi giorni fa, senza ancora aver giocato un minuto in Serie A. A proteggerlo c’è un altro giocatore di cui sentiremo parlare molto in futuro, Kevin Bonifazi, che a 20 anni ha personalità e doti da leader difensivo. Di proprietà del Torino, è uno da cui i granata si aspettano grandi cose e le premesse sembrano quelle giuste.

Sulle fascia destra c’è l’infaticabile Manuel Lazzari, forse uno dei simboli della squadra: dalla fusione con la Giacomense fino ad oggi lui c’è sempre stato e a 23 anni è già un giovane veterano. A guidare la crescita di questi giovani ci sono i vari Del Grosso, Schiattarella e Mora, giocatori con diverse stagioni importanti alle spalle. Discorso a parte meritano i due attaccanti. Mirko Antenucci è tornato in Italia dopo le ottime stagioni al Leeds e a 32 anni sta dimostrando di essere ancora uno in grado di fare la differenza. Ma il protagonista principale lì davanti forse è Sergio Floccari.

A 35 anni molti calciatori con un passato come il suo si accontentano di stare in panchina o di fare da chioccia ai giovani in qualche squadra di Serie A, lui invece si è rimboccato le maniche ed a gennaio è sceso di categoria pur di sentirsi ancora protagonista, e i fatti gli hanno dato ragione. Gol straordinari (7 in 10 partite) e un’intesa perfetta con Antenucci lo hanno reso l’idolo assoluto del Mazza.

La creazione di strutture adatte al calcio di alto livello, grazie anche all’aiuto del comune, e gli investimenti nel proprio settore giovanile stanno a testimoniare la volontà della società di tornare in pianta stabile nel calcio che conta. Nessun miracolo, solo tanto lavoro e capacità di gestione. I tifosi vogliono fortissimamente la A, che è mancata per troppo tempo. “Andare alla Spal“, nella massima categoria, sarebbe tutta un’altra cosa.