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Tutti si aspettavano molto da me, ma all’inizio non sono riuscito a esprimermi come volevo, anche per un infortunio. Da quando c’è Gattuso sono più motivato, mi ha spiegato che i miei problemi non erano nei piedi ma nella testa, mi ha detto di rilassarmi e mi ha motivato

Parole e musica di Hakan Calhanoglu, numero 10 del Milan approdato a San Siro con le stimmate di potenziale leader tecnico -pagato 22 milioni di euro più 5 di bonus- passato per un’estate di promesse, un autunno da bocciato e rinato in inverno. Dall’approdo di Rino Gattuso sulla panchina del Milan, la vita dell’ex calciatore del Bayer Leverkusen: o meglio, la sua avventura con il Milan ha avuto finalmente il via. Dopo tre mesi di apprendistato, pagati a caro prezzo.

Seconda stella a sinistra, quello è il cammino

Già, perché la sensazione è che finalmente Hakan, viandante del rettangolo verde nel primo trimestre in rossonero, abbia finalmente trovato la propria mattonella in campo: chiedere per conferme a Parolo, Marusic e Bastos, fatti ammattire nell’ultimo turno di campionato contro la Lazio. Gattuso lo vuole vedere alto a sinistra, nel tridente: trequartista decentrato, quasi un’esigenza per bypassare il salto dalla Bundesliga alla Serie A. Dalle linee alte del calcio tedesco a quelle strette del calcio italiano, occorreva un cambio di prospettiva per valorizzare uno dei talenti più lucenti del panorama continentale fino a qualche anno fa.

Gattuso, da buon mediano di professione, sa bene quanto possano randellare i centrocampisti del calcio italiano. Così, a partire dalla trasferta di Firenze, ha chiesto ad Hakan di dirottare a sinistra le sue giocate. Da quella mattonella il turco può puntare l’uomo, scambiare con Bonaventura in triangoli ad alta qualità e cercare la conclusione in porta senza eccessive pressioni. D’altro canto, nelle sue corde c’è sempre stata la giocata risolutrice dell’azione, che fosse un gol o un assist. Le ultime tre stagioni in Germania avevano anche certificato una crescita esponenziale a livello europeo, concretizzata dai numeri: in tre anni al Bayer Leverkusen Calhanoglu aveva raccolto 115 presenze, 28 gol e 29 assist.

(Tre)quarti di nobiltà

Il nome Hakan significa nobile, di altissima gara; figlio esaltato.

Se “nomen omen” è un concetto valido anche dalle parti del Bosforo, la famiglia Calhanoglu è stata profetica quando si è trattato di dare un nome a questo talento nato nel 1994: trequartista alle spalle delle punte, così come mezzala in un 4-3-3, interno in un 4-4-2 o ancora fantasista e addirittura esterno in un 4-2-3-1. Classe e versatilità al tempo stesso: così era presentato Hakan al suo approdo in Italia. Nelle prime prestazioni, schierato da Montella come interno di centrocampo, però, il numero 10 era rimasto un’autentica incompiuta: poco dinamico per poter scalare come richiesto dall’allenatore, troppo lontano dalla porta per poter cercare la soluzione personale. Sette prove da titolare, quattro panchine e appena una rete – nel 4-1 esterno al Chievo – e due assist. Soprattutto, una qualità delle giocate che rasentavano livelli elementari. Il caso ha voluto che i (tre)quarti di nobiltà del turco di Mannheim dovessero incrociare la rabbia agonistica che è nel cuore di Rino Gattuso per poter tornare alla luce.

Da Ozil a Gattuso

Prima del suo approdo in Serie A, Hakan aveva inquadrato più volte il suo idolo in campo: Mesut Ozil, numero 11 dell’Arsenal con il quale Calhanoglu condivide anche una certa discontinuità di rendimento, palesata nelle sue stagioni in Germania. Per combattere questo limite, Gattuso ha voluto dosarne l’impiego all’alba della sua avventura: un quarto d’ora nella sconfitta contro l’Atalanta, mezz’ora abbondante con gol sul campo della Fiorentina e tre presenze senza essere mai sostituito nelle tre partite vinte contro Crotone, Cagliari e Lazio: una striscia che mancava da quasi un anno dalle parti della Milano rossonera. E non diteci che è un caso.

Se è vero che gli intermediari del giocatore hanno anche respinto la corte del Red Bull Lipsia nelle ultime ore del calciomercato invernale, è altrettanto visibile un post-it virtuale sull’armadietto di “Cala”, come alcuni compagni lo chiamano, a Milanello. Si legge “scusate il ritardo”, nel linguaggio internazionale del dio pallone. Il 2018, per lui e per il Milan, dovrà essere l’anno di una decisa sterzata. Crescendo insieme, anche nella precisione sotto porta: rivedere l’errore commesso nel secondo tempo della semifinale di Coppa Italia contro la Lazio per conferme. Via il fioretto, avanti di spada: per conquistare San Siro, Hakan sta imparando la ricetta.

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Con Napoli e Juventus ormai avviate verso il lungo sprint finale per la vittoria del campionato e la Lazio che si sta confermando una solida realtà (a parte la sconfitta di Milano, che sembra più un episodio sfortunato che un segnale di qualche problematica particolare), l’ultimo posto per raggiungere il paradiso Champions sembra essere l’unico davvero in bilico. A contenderselo ci sono l’Inter di Spalletti e la Roma di Di Francesco, due squadre che però nell’ultimo mese e mezzo hanno affrontato difficoltà difficilmente prevedibili dopo i primi mesi e che, a causa di risultati pessimi, rischiano di doversi preoccupare anche di squadre come Sampdoria e Milan (che nell’ultimo periodo, a differenza di nerazzurri e giallorossi, sono in ottima forma).

Per farsi un’idea basta osservare i numeri delle ultime 6 giornate di campionato, talmente negativi da non dare adito a possibili interpretazioni differenti: 4 punti per la squadra allenata dal tecnico di Certaldo, addirittura 3 quelli raggranellati dalla squadra della Capitale. Meno del Benevento, tanto per fare il nome della squadra attualmente ultima in classifica per distacco, con il solo Chievo ad aver fatto peggio (un pareggio e 5 sconfitte) e il Cagliari con gli stessi punti fatti dall’Inter. Non è un caso che le ultime vittorie collezionate da Inter e Roma siano arrivate, rispettivamente, proprio contro il Chievo e il Cagliari (tra l’altro con un gol molto contestato di Fazio all’ultimo secondo).

Due squadre che vivono un momento simile, con problematiche simili e alcune differenze. Le difese di entrambe sono quasi sempre difficili da battere e anche dopo gli ultimi risultati risultano tra le migliori del campionato, mentre gli attacchi attraversano un momento nero. Gli avanti nerazzurri hanno segnato solamente 4 reti (uno dei quali il clamoroso autogol di Vicari di domenica, senza il quale la partita con la Spal difficilmente si sarebbe sbloccata), gli stessi dei giallorossi.

L’Inter paga la vena smarrita da Perisic, l’inesistente contributo realizzativo di Candreva e l’isolamento di Icardi al centro, con un centrocampo che raramente riesce a contribuire in maniera significativa alla fase offensiva. Le alternative poi sono quasi inesistenti, a partire da un Eder sempre più messo da parte e dal giovane e acerbo Karamoh, talento interessante ma non ancora pronto.

All’ombra del Colosseo invece c’è un Edin Dzeko che sembra tornato (almeno per la media reti) quello del primo anno, con in più una valigia in mano già fatta e poi disfatta per il mancato accordo economico con il Chelsea. Insieme a lui l’incognita Schick, ancora alle prese con problemi fisici, e il contributo altalenante dei vari Perotti, El Shaarawy e Defrel. Anche Radja Nainggolan (sogno nerazzurro di mezza estate), che da trequartista d’assalto aveva raggiunto la doppia cifra, non riesce a incidere allo stesso modo spostato più dietro. Pensare poi che la fascia destra fino allo scorso anno era territorio di un certo Mohammed Salah non può che far aumentare i rimpianti per la cessione dell’egiziano, che a Liverpool si sta imponendo come uno dei migliori attaccanti al mondo.

A prescindere dai numeri, queste due squadre preoccupano per il loro modo di affrontare una partita. L’Inter di Spalletti sembra aver smarrito la convinzione ferrea nei propri mezzi che l’aveva contraddistinta fino a Novembre e che le aveva permesso di arrivare a essere prima in solitaria. Anche quando giocavano meno bene i nerazzurri riuscivano a trovare la via della vittoria, cosa che in questo momento non riesce più (neanche quando passano in vantaggio, come a Firenze o a Ferrara). Un calo che ricorda nefastamente quelli avuti nelle stagioni precedenti e che fa pensare a una debolezza mentale, prima che fisica o tecnica, una sorta di spinta intrinseca a mollare quando le cose iniziano ad andare male (e alcune dichiarazioni del tecnico avvalorano questa teoria).

La Roma invece, reduce da un girone di Champions passato alla grande e un inizio incoraggiante, dopo la sconfitta di Torino sembra essersi fermata. L’incredibile errore di Schick è stato una sorta di sliding door: se il ceco lo avesse segnato e i giallorossi fossero usciti indenni da Torino, forse staremmo parlando di un’altra situazione. Invece la sconfitta all’Allianz Stadium, l’ennesima contro i bianconeri, ha come svuotato la squadra.

Il mercato di gennaio, per entrambe, non è stato di certo scoppiettante. Almeno il calendario, in questo periodo, sembra voler dare una mano alle due squadre più in difficoltà della Serie A. L’Inter dovrà affrontare il Crotone di Zenga e il Bologna in casa (e con i calabresi molto probabilmente dovrà fare a meno di Icardi),  la Roma va a Verona e ospiterà in casa il Benevento. Tutte e quattro le prossime avversarie però attraversano un momento migliore e non saranno di certo disponibili a regalare punti.

Continuare questa specie di corsa del gambero e non riuscire a sbloccarsi significherebbe allargare la lotta al quarto posto anche a squadre che fino a poche giornate fa sembravano tagliate fuori, che ora sono lì pronte ad approfittare di ogni passo falso.

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Scempio arbitrale. Caos. Errori. Var pasticcione. Date pure il nome che volete alla 22esima giornata di serie A, segnata da decisioni che hanno cambiato l’esito di diverse partite, facendo ora gioire ora disperarsi tifosi di vari colori. Tra sabato e domenica scorsi è successo davvero tutto. Come se i direttori di gara avessero deciso di concentrare incapacità e sfrontatezza eccessiva tutti insieme, a poche ore di distanza tra un fischio e l’altro. Danneggiando, aiutando, non vedendo, travisando.

Abbiamo gli arbitri più bravi al mondo? Forse. Non vedremo mai un Tagliavento sgambettare un giocatore come reazione. In compenso, abbiamo scoperto che si può segnare di gomito e che nessuno se ne accorge. L’arbitro, il guardalinee, tantomeno gli uomini al Var. E così, Cutrone eguaglia Maradona, aiutando il Milan a battere la Lazio che, per essere sinceri, è una delle squadre più danneggiate in questa stagione. Ok, il gomito noi ‘umani’ telespettatori lo vediamo solo al terzo replay e dopo 20 minuti, allo stadio non se ne accorge nessuno. Neanche i giocatori stessi. Ma nessuno di questi fa l’arbitro di mestiere.

Irrati, Rocchi, Di Liberatore: loro tre sono gli artefici del 2-1 del Milan alla Lazio. Anche loro tre, diciamo. Perché la squadra di Simone Inzaghi avrebbe avuto comunque la forza prima di pareggiare il gol irregolare di Cutrone, di subire (di testa) il 2-1 di Bonaventura e di non riuscire – pur con il miglior attacco del campionato – a recuperare nel secondo tempo.

Da Nord a Sud: questa volta lo Stivale non fa differenze di luoghi. A Crotone, il 2-1 dei calabresi contro il Cagliari, a tempo praticamente scaduto, è stato misteriosamente annullato con il Var per un fuorigioco fantasioso. Inesistente. Qui è stato Tagliavento a intervenire, andando a guardare il replay (ma che immagini avrà guardato?) e dicendo no alla rete-vittoria di Cordaz e compagni. Grave, gravissimo: allo ‘Scida’ si giocava per la salvezza. Punti pesanti, che potrebbero incidere a fine campionato.

Un po’ più su, a Napoli, nel pomeriggio di domenica era stato il Bologna a venire danneggiato. La capolista, sotto dopo pochi minuti, ha potuto infatti usufruire di un rigore molto generoso per una leggerissima spinta su Callejon all’ingresso in area di rigore (la spinta c’è, il Var non può nulla dunque, ma la terna avrebbe potuto eccome). Poco prima, Mazzoleni aveva giudicato involontario un braccio sospetto di Koulibaly su tiro di Palacio. Giustificabile non aver visto, grave errore non aver fatto ricorso al replay, nonostante le indicazioni fresche fresche di Rizzoli: “Vanno rivisti tutti i tocchi sospetti di mani in area”. Volontari e non volontari. Ordine che era arrivato dopo altri pasticci sulle deviazioni con il braccio di Mertens e Bernardeschi. Roberto Donadoni si è lasciato andare nel dopo partita: “Il fallo di Koulibaly lo fischiano solo dall’ottavo posto in classifica in su”. Sospetti, veleni, parole pesanti. Anche da Claudio Lotito, presidente della Lazio, a Nicchi: “Senza il Var, saremmo primi in classifica”.

Non dimentichiamo che il Var è sperimentale. Dicono tutti che indietro non si torna, ma intanto il campionato che doveva filare via bello e senza proteste, sta diventando peggio di un ingorgo sull’Autosole il 15 di agosto. Tutti suonano il clacson, la coda non si muove. E proprio quando entriamo nella fase più rovente del torneo.

Nell’anno dei Mondiali, anche se l’Italia non ci sarà, i nostri direttori di gara paiono non essere molto in forma. O forse anche per loro valgono i carichi di lavoro eccessivi per arrivare belli tirati in estate? Abbiamo citato i casi più eclatanti dell’ultimo weekend, ma non sono stati gli unici ad aver fatto storcere il naso a molti e ad aver fatto fischiare i tifosi sugli spalti.

Tagliavento è incappato in una di quelle giornata sbagliate, dall’inizio alla fine. Come si fosse presentato allo Scida in pigiama mentre tutti erano in smoking. Contatto in area tra Faragò e Nalini, lui fa come se niente fosse. Lo richiamano al Var, il rigore per i calabresi è netto. Viene dato. Poi è Pisacane che va in tackle su Ricci, ma prima colpisce il pallone: il fischietto ternano, senza esitazione, lascia il Cagliari in dieci, quando il fallo era da giallo. Anche in questo caso, discussione via auricolare, poi di nuovo replay. Ma Tagliavento non se la sente di tornare indietro e conferma l’espulsione. Sui titoli di coda, il vero e proprio harakiri. Punizione di Ricci, Ceccherini di testa regala tre punti d’oro al Crotone, il guardalinee Crispo alza la bandierina per segnalare il fuorigioco. Var, immagini nitide: Ceccherini è assolutamente in gioco, Budimir e Capuano non partecipano all’azione, ma il direttore di gara annulla.

Sulla rete di Cutrone, a San Siro, le uniche proteste arrivano per un possibile fuorigioco, che non c’è. Nessuno però si preoccupa di guardare con che parte del corpo l’attaccante del Milan spinga in rete il pallone. È chiedere troppo di guardare tutto in un’azione decisiva?

In Genoa-Udinese, serve il replay per dare il rosso a Samir che, inizialmente, si era preso solo il giallo. Pairetto l’arbitro. In Torino-Benevento, il 3-0 di Obi viene inizialmente annullato, poi il Var conferma che la posizione è regolare.

Nel sabato di A, c’erano state le due espulsioni in Chievo-Juventus, ma questa volta in pochi avevano puntato il dito contro i bianconeri e contro arbitri e Var. Decisioni sacrosante, stupidaggini dei due giocatori veronesi. Solo Sarri ha parlato dopo Napoli-Bologna, cercando di sviare l’attenzione dall’arbitraggio del San Paolo chiedendo di riguardare quella del Bentegodi. Come se le polemiche della domenica non bastassero.

Vi basta tutto ciò per parlare di scempio arbitrale? Diciamo una cosa, però: difficile parlare di complotto a favore di una o dell’altra. Più semplicemente, incapacità. Ma i nostri arbitri sono i migliori al mondo…

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Le partite vanno giocate e basta, non ho bisogno di replicare a Sarri. A me portano il calendario, guardo le partite e le giochiamo, punto.

Le parole sono di Massimiliano Allegri, allenatore della Juventus. Il testo, probabilmente, è a firma dell’intera dirigenza bianconera. La musica è quella stridente, che suona quando tra le contendenti per la vetta della classifica c’è un solo punto. Storie di vetta, come quelle tra l’allenatore livornese e Maurizio Sarri. Eterni rivali, tra ironia pungente e voglia di vincere.

Il pomo della discordia

Lo ha dichiarato a chiare lettere Sarri al fischio finale di Atalanta-Napoli, partita decisa dal gol di Mertens, per una vittoria dal peso specifico elevato che ha consentito a Reina e compagni di restare in vetta alla classifica di serie A. Nasce tutto dal calendario, che nelle prossime 9 giornate di campionato vedrà di fatto la Juventus giocare sempre prima dei partenopei: un vantaggio competitivo non da poco, coincidente con la possibilità di mettere pressione su chi precede i bianconeri in classifica, che a Sarri non è andato affatto giù.

Si tratta di un errore mastodontico, fatto sicuramente in buonafede: però un minimo di dubbio sulle capacità di chi dovrebbe decidere queste cose mi viene.

I mezzi termini, lo sappiamo, non fanno parte del vocabolario dell’allenatore del Napoli. Non li ha usati in occasione dei contrasti con il suo presidente, figurarsi se poteva farlo quando c’era da porre in evidenza uno sfavore, o presunto tale. Una strategia chiara: murare la squadra in una trincea fatta di silenzi, polemiche proiettate all’esterno e fari puntati sull’avversario, in nome di un obiettivo da raggiungere. Lo scudetto.

L’effetto Europa

Alle accuse piccate di Sarri, aveva replicato il burocratese della Lega di Serie A. Numeri, dati e statistiche sciorinate per legittimare le scelte operate in sede di composizione del calendario e allontanare ogni barlume di faziosità dalle stanze del potere.

È del tutto alla pari la turnazione prima/dopo tra Juventus e Napoli, visto che proprio gli azzurri arrivano da 5 giornate consecutive in cui sono scesi in campo prima della Juventus.

Ciò che Sarri ha probabilmente dimenticato,  complici anche i marosi dell’immediato post-partita, è l’effetto Europa. Mentre il Napoli ha salutato la Champions League prendendo l’uscita secondaria dell’Europa League, la Juventus disputa ancora la massima coppa continentale per club. Contrasto letale, almeno per il calendario. Chi gioca in Champions e in Coppa Italia (competizione dalla quale il Napoli è stato eliminato), infatti, solitamente è soggetto all’anticipo, mentre posticipo fa spesso rima con Europa League. Di qui il cocktail di combinazioni che non è andato giù all’allenatore azzurro.

Napoli svelata

Analizzando il calendario, in effetti,  si scopre che al netto delle prime due giornate di agosto, quando la programmazione serale estiva è sempre “ballerina”, il Napoli ha giocato prima della Juventus 14 volte su 19. Più del doppio. Una media della quale l’allenatore non sembra aver tenuto conto. Allora, quella di “Don Maurizio”, che a Napoli per tutti è un riferimento e sta facendo del Sarrismo uno stile di vita oltre che di bel gioco, potrebbe essere una polemica strumentale? Un tentativo di lottare, oltre che con la tecnica, anche con i nervi, contro gli avversari, sulla solfa di un maestro della comunicazione in panchina come José Mourinho? L’idea appare tutt’altro che balzana. Pochi mesi fa, lo stesso Sarri si era lamentato dell’esatto contrario: ovvero, del fatto che la sfida scudetto tra Napoli e Juventus edizione 2016/2017 si sarebbe giocata con diverse gare con il risultato dei partenopei già acquisito.

Stop agli alibi

Probabilmente, per chi ha totalizzato 168 punti nei precedenti due campionati, arrendendosi solo a una Juventus capace di lasciare per strada appena 46 punti sui 228 a disposizione,  la strategia dell’accerchiamento è una scelta ben precisa. Sarri concentra su di sé le attenzioni mediatiche, libera la squadra – oggettivamente meno “profonda” quanto a rosa rispetto ai bianconeri, ma certo non inferiore negli 11 titolari – dalla pressione e tenta di logorare lentamente con la dialettica la mente dell’avversario. Di una cosa siamo certi: chi non ama il logorio del pallone moderno preferisce il maestro di calcio quando dirige l’orchestra del Napoli piuttosto che quando sviolina la Lega. Prosit.

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Le tre giornate di Serie A durante le feste hanno determinato il progressivo allontanamento dalla vetta di Inter, Lazio e Roma (le due romane devono recuperare una partita, ma il distacco resta comunque pesante), riducendo così la corsa per il titolo alle sole Juventus e Napoli, come negli ultimi anni. Domenica riprende il campionato dopo la pausa, sarà un mese intenso prima che si rigiochi anche in campo internazionale e le due rivali possono ulteriormente fare il vuoto per poi gestire le energie.

Higuaín Dybala Napoli-Juventus

UNA CONTRO L’ALTRA, ANCORA UNA VOLTA

Napoli 51, Juventus 50. Il campionato ricomincia dalle prime due della classifica, che hanno conquistato centouno punti su centoventi disponibili nelle venti giornate fin qui disputate. Numeri strepitosi che rischiano di riscrivere i record assoluti della Serie A (quota 102 dei bianconeri nel 2013-2014, torneo dove la Roma finì seconda a ottantacinque).

Come due anni fa è la squadra di Maurizio Sarri ad arrivare a questo punto della stagione in testa: alla ventesima giornata del 2015-2016 aveva 44 punti contro i 42 della Juventus, che effettuò il sorpasso al venticinquesimo turno nello scontro diretto grazie al gol di Simone Zaza nel finale, chiudendo poi a +9. Stavolta però lo “spareggio” si disputerà molto più avanti, alla quintultima giornata nel weekend del 22 aprile, quando potrebbe davvero valere il tricolore in una sfida senza appello: il ricordo del gol di Gonzalo Higuaín è ancora freschissimo, in quella che a oggi resta l’unica sconfitta di un Napoli che per il resto ha fatto solo tre 0-0 (Chievo, Fiorentina e Inter) e poi tutte vittorie.

Koulibaly Napoli-Verona

CALENDARIO CHIAVE

Le coppe europee riprenderanno il 13 febbraio con Juventus-Tottenham di Champions League, due giorni dopo RB Lipsia-Napoli di Europa League. Prima ci sono quattro giornate di campionato che il duo di testa può sfruttare per ottenere vantaggi nei confronti dell’avversario, in modo da poter gestire meglio il doppio impegno (la Juventus ha in mezzo anche la Coppa Italia, semifinale d’andata con l’Atalanta).

Cruciale quindi il calendario del prossimo mese, che sembra dare una mano a Massimiliano Allegri: Genoa in casa, Chievo in trasferta e Sassuolo di nuovo all’Allianz Stadium sono avversari con cui questa Juventus raramente perde punti. I bianconeri hanno l’obbligo di fare bottino pieno perché poi ci sarà una serie di partite molto meno abbordabili contro Fiorentina, Torino, Atalanta e Lazio.

Il Napoli invece ha una prova di forza: riparte dall’Atleti Azzurri d’Italia, per vendicare la sconfitta in Coppa Italia di due settimane fa contro l’Atalanta, poi ha il Bologna al San Paolo, va in casa del Benevento e ospita la Lazio. Se gli azzurri dovessero essere ancora in testa dopo questo ciclo potranno cominciare a fare qualche calcolo a medio termine, con l’aggiunta del rientro di Arkadiusz Milik e Faouzi Ghoulam, due opzioni in più nella corsa a quel titolo che manca dal 1990.

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Sappiate amare la Bari, sappiatela custodire e guardatela sempre da innamorati

Le parole di Floriano Ludwig, imprenditore oriundo di origine austriaca e appassionato di sport, sono quelle che hanno accompagnato la nascita del Foot-ball club Bari, 110 anni fa,  con la sola luce di un lume a petrolio a illuminare il retrobottega in cui i soci si erano riuniti.

Parole che esprimono quel sentimento che poi ha accompagnato la storia di una squadra come poche altre, una storia di cadute e rinascite, di grandi delusioni e di passione indistruttibile. Parole che in qualche modo sembravano già presagire quel destino travagliato che la squadra ha vissuto, quasi un invito a non mollarla e a non abbandonarla, neanche nei momenti più difficili. La Bari (nell’accezione femminile, riportata in auge negli ultimi tempi, che si fa preferire per quel retrogusto un po’ romantico) si deve amare, senza condizioni, anche nei momenti bui, anche con i continui saliscendi tra una categoria e l’altra che l’hanno sempre contraddistinta e portata ad essere definita una “squadra ascensore”.

Tifare La Bari è un “mestiere” difficile, che ha abituato i tifosi a una specie di cronica rassegnazione. Anche quando la gloria è a portata di mano c’è sempre l’impressione che sia frutto di un bel sogno e che, al risveglio, tutto sarà svanito come neve al sole. Una concezione difficile da cancellare, perché legata a un vissuto in cui la gioia è solo un momento passeggero che precede quasi sempre una grande delusione.

Le ultime due stagioni in Serie A in questo senso sono paradigmatiche: al San Nicola e a San Siro i biancorossi hanno fermato due volte l’Inter di Mourinho nell’anno del triplete, ricevendo apprezzamenti per il gioco mostrato in tutta Europa (e chiudendo il campionato con 50 punti, risultato incredibile visti i presupposti), e all’inizio del campionato 2010/2011 hanno battuto la Juventus 3-1.

Poi però nella stagione seguente è arrivata la tempesta calcioscommesse e quei risultati eccezionali sono svaniti, sotterrati dalla vergogna. Una parentesi nera del nostro calcio in una stagione horribilis, che non poteva che terminare con la retrocessione in B da ultima in classifica.

Quella brutta storia di partite vendute però non può cancellare le storie che Bari ha regalato al calcio. Storie di grandi imprese e di un tifo che ha pochi eguali in Italia, storie di talenti che hanno fatto emozionare e di squadre che contro ogni pronostico hanno saputo regalare momenti straordinari.

1984 – Bye bye Juve, nel segno di Totò Lopez

La prima grande impresa moderna risale al 1984. L’avversario è la Juve di Platini, quella con Boniek, Tardelli, Paolo Rossi e altri campioni che avrebbe poi vinto il campionato e la Coppa delle Coppe a fine anno. Una sfida impari, troppa la differenza di valori. Poi però c’è il campo, e a Torino Antonio Lopez detto Totò si prese il palcoscenico e segnò un’incredibile doppietta (alla fine la partita finì 1-2). Al ritorno i bianconeri tentarono in tutti i modi di ribaltare il risultato, ma un rigore all’ultimo minuto del solito Lopez li ricaccia indietro. Se chiedete a un barese il primo calciatore che gli viene in mente che si chiami Totò, probabilmente non risponderà Schillaci.

 

Joao Paulo, il tunnel e la Mitropa Cup

Per molti baresi Sérgio Luís Donizetti, meglio conosciuto come Joao Paulo, è ancora oggi l’idolo prediletto. Nazionale brasiliano, mancino dal talento abbacinante, tra la fine degli anni 80 e l’inizio degli anni 90 ha illuminato la scena con giocate da fenomeno insieme a Pietro Maiellaro. Due dalla classe superiore, che si intendevano naturalmente, e che hanno trascinato La Bari alla vittoria del suo unico trofeo, quella Mitropa Cup vinta in finale col Genoa. Il gol al Milan, con tanto di tunnel a Costacurta, è ancora lì tra i momenti più indimenticabili della storia biancorossa. Peccato poi che un grave infortunio ne abbia accorciato la carriera, ma i suoi numeri resteranno per sempre nella memoria di chi ha avuto la fortuna di vederlo giocare.

 

La banda Materazzi e il trenino

Neopromossa, con poche possibilità di salvezza. Così veniva dipinta La Bari all’inizio della stagione 94/95. Tanti giocatori sconosciuti, qualche giovane promettente e nulla più. Sembrava già scritto il ritorno in B, ma dopo un inizio un po’ così le cose cambiano di colpo. Un pomeriggio a San Siro, contro l’Inter (che ritorna spesso nella storia biancorossa, spesso per cose positive) Guerrero porta in vantaggio i suoi battendo Pagliuca. Quel che viene dopo entra di diritto nell’amarcord barese: il colombiano si mette carponi e invita i compagni a seguirlo nella sua esultanza. Era nato il “trenino”, che diventa poi il simbolo di quella squadra che poi batterà anche il Milan di Capello e chiuderà salvandosi senza troppi patemi (a un certo punto era in zona Uefa). Protti (che l’anno dopo sarebbe diventato capocannoniere della Serie A, anche se poi la squadra tornò in B), Tovalieri, Guerrero, Lorenzo Amoruso, Gautieri, Barone. Quella squadra poi ha perso pezzi importanti e l’anno dopo è tornata in B (come da tradizione, per La Bari una grande gioia deve essere sempre compensata da una grande delusione), ma il trenino è rimasto un simbolo per la squadra, tanto da essere rievocato in più occasioni anche negli anni successivi.

La supernova Cassano e la meteora Enninaya

Ancora una volta l’Inter, ma stavolta i protagonisti principali sono due adolescenti buttati in campo da Fascetti per mancanza di alternative. I nerazzurri se li trovano davanti e forse prima della partita tirano un sospiro di sollievo, ma una volta in campo per loro inizia una serata da incubo. Per i ragazzini e per tutta Bari quella serata invece sarà indimenticabile. Prima Hugo Enninaya scarica una folgore da 35 metri nell’angolo dove Peruzzi non può arrivare, poi sale in cattedra Antonio Cassano.

Quello stop di tacco a seguire e poi sappiamo come è andata a finire. Uno stadio intero impazzito, decine di migliaia di tifosi in delirio, Cassano che si toglie la maglietta, Inter stesa al tappeto. Quell’azione è stata vista milioni di volte, a Bari e in tutto il mondo, ma rivederla ancora oggi mette sempre un brivido. Il talento infinito di “Fantantonio” non è mai riuscito ad esprimersi al massimo, per i limiti che tutti conosciamo, quello di Enninaya non è mai definitivamente sbocciato per tutta una serie di motivi. Quella notte perfetta però, per loro e per Bari, non verrà mai dimenticata.

 

Una meravigliosa stagione fallimentare

Come può una squadra sull’orlo del fallimento dare vita a una delle storie sportive più belle di sempre? Con La Bari è possibile anche questo. A inizio stagione 2013/2014, dopo il calcioscommesse è in procinto di subire anche l’onta del fallimento. La “dittatura illuminata” dei Matarrese sta per finire, mister Gautieri se ne va prima dell’inizio di campionato e il gruppo, giudicato da molti acerbo per la categoria, inizia il campionato senza certezze e con una serie di risultati altalenanti. La gente sembra aver abbandonato la squadra, ma quando a marzo viene dichiarato fallimento qualcosa cambia. Le parole di Floriano Ludwig, il suo appello ad amare La Bari e custodirla, in quel momento prendono forma e si trasformano in un miracolo sportivo. La gente torna allo stadio, il Bari (nel frattempo gestito da Gianluca Paparesta) inizia a volare e sembra non volersi più fermare. Il fallimento passa in secondo piano, con Capitan Sciaudone a fare da catalizzatore del grande amore della gente anche sui social.

La squadra che stava per scomparire arriva ai playoff grazie a un gol all’ultimo di Edgar Cani, uno che è sbarcato in Italia insieme a migliaia di connazionali albanesi proprio sulle coste pugliesi e che a Bari è stato accolto.

Alla fine il Latina metterà fine al sogno Serie A, ma le emozioni e l’unione creatasi in quei 3 mesi sono qualcosa che raramente si è vista nel calcio. Nessun fischio dopo la sconfitta, ma tutti i giocatori che vanno a salutare i 60.000 tifosi e ad intonare il coro “La Bari siete voi”. Sciaudone l’anno dopo va via, ma nessuno potrà dimenticare quella meravigliosa, incredibile stagione fallimentare.