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Quando l’avanzamento della trattativa Bonucci-Milan ha iniziato a circolare tra le notizie principali del calciomercato estivo, in pochi credevano che alla fine sarebbe andata davvero in porto.  Andare via da Torino per giocare in una delle rivali principali della Juventus, senza la Champions, pareva davvero uno scenario impraticabile. Alla fine però i dissapori con Allegri e la voglia di Leonardo di essere ancora al centro di un progetto, e non più uno fra tanti, ha prevalso su tutto, e in pochi giorni si è concretizzata una trattativa che sembrava davvero quasi impossibile.

Sul momento entrambe le parti avevano motivi per ritenersi più che soddisfatte: la Juventus ha incassato più di 40 milioni per un difensore di 30 anni, scontento della sua situazione, mantenendo però in rosa tutti gli altri protagonisti principali della retroguardia delle ultime stagioni (e acquistando anche il tedesco Howedes come ulteriore rinforzo nel ruolo), Bonucci è andato in una squadra che ha riconosciuto lo status da difensore top che si è guadagnato negli anni con un contratto faraonico, che lo ha subito eletto capitano e guida di un gruppo che punta fin da subito ad essere protagonista, sia in Italia che in Europa.  A distanza di qualche mese, paradossalmente, le cose non sono andate proprio come le due parti avrebbero sperato, o almeno non per ora.

La Juventus, dopo 8 giornate, ha già 5 punti di ritardo dalla vetta e ad ogni partita mostra lacune difensive che nei 6 anni precedenti non aveva mai fatto intravedere.  Sono già 13 i gol subiti in 11 partite ufficiali tra Supercoppa, campionato e Champions, un numero inusuale per una squadra che ha sempre fatto della tenuta difensiva il suo principale punto di forza. Barzagli a 36 anni viene impiegato con parsimonia per sfruttare le sue doti su meno partite, Rugani non ha ancora fatto quel salto di qualità a livello mentale che gli permetterebbe di essere titolare fisso, Benatia va a fasi alterne e Howedes non si è ancora visto causa infortunio. L’unica certezza si chiama Giorgio Chiellini, ma da solo non può reggere un intero reparto, soprattutto in una squadra che gioca 2 competizioni.

Bonucci di quella difesa era la guida, e a sua volta veniva “protetto” da Chiellini e Barzagli. La loro intesa straordinaria, forgiata da Antonio Conte e rinsaldatasi negli anni successivi, ha fatto la fortuna loro e della Juve. Senza Leonardo al centro la squadra ha perso un riferimento importante e le precarie condizioni fisiche di diversi elementi della retroguardia hanno fatto pesare ancor di più la sua assenza.

Bonucci è sempre stato bravissimo a impostare il gioco e a dirigere il reparto, lasciando ai suoi due compagni le marcature più insidiose. Nel caso della Juventus degli anni passati poi, con una squadra intera a fare una fase difensiva di alto livello per un difensore la vita è più semplice. In quel contesto sono venute fuori le qualità che lo hanno portato ad essere considerato uno dei migliori al mondo nel suo ruolo, ma al Milan le cose sono molto diverse.

Una squadra in rifondazione, all’anno zero dopo l’arrivo della proprietà cinese che ha portato tantissimi calciatori nuovi, in cerca di equilibri che non è facile trovare immediatamente; un contesto totalmente diverso da quello in cui si è trovato fino a pochi mesi prima. Le responsabilità sulle sue spalle, con la fascia di capitano al braccio, sono molto maggiori, ma questo è uno dei motivi principali per i quali ha chiesto la cessione alla dirigenza bianconera.

I primi mesi in rossonero di Bonucci sono da dimenticare, tanto da aver suscitato l’ironia della rete in merito ai famosi equilibri che avrebbe dovuto spostare con il suo arrivo a Milano. Il fatto che il Milan sia ancora una squadra in fase di assestamento non può giustificare alcuni errori di posizione e di concetto che un difensore di alto livello non dovrebbe commettere. Il derby in questo senso è la partita che riassume al meglio il primo Bonucci rossonero: in ritardo sul cross di Candreva che ha portato al primo gol di Icardi, completamente fuori posizione sul cross di Perisic con lo stesso Icardi libero di colpire al volo in area di rigore.

Qualche mese fa Walter Sabatini, interpellato a proposito del quasi certo sbarco del difensore in rossonero, fu quasi profetico nell’affermare che “Bonucci al Milan indebolirà entrambe le squadre. È un trasferimento che toglierà certezze ad ognuna delle parti chiamate in causa”. 

Se ci si riferisce solo al periodo che va da agosto ad ora il dirigente dell’Inter ha avuto pienamente ragione: il paradosso di Bonucci è nell’aver indebolito contemporaneamente la squadra che lo ha ceduto e quella che lo ha acquistato. Due mesi però sono ancora pochi per dare sentenze definitive e nel calcio le situazioni possono cambiare molto velocemente. Starà alla società bianconera dimostrare di poter reggere dietro, anche senza il giocatore che ha guidato la difesa degli ultimi 6 scudetti, e allo stesso Bonucci dimostrare di poter essere un difensore di livello mondiale anche in una squadra che non si chiama Juventus.

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Si dice “il” VAR o “la” VAR? L’interrogativo  dell’estate, vissuto tra ombrelloni, drink e propositi di ferie, ha presto ceduto il passo a un altro punto di domanda: serve o no? L’occhio virtuale, sintesi di Video Assistant Referee (abbreviato in VAR) e Assistant Video Assistant Referee (AVAR) composto dai due ufficiali di gara che collaborano con l’arbitro in campo esaminando le situazioni dubbie della partita tramite l’ausilio di filmati in situazioni dubbie – segnatura di un gol, assegnazione di un calcio di rigore, espulsione diretta o errore di identità del calciatore – ha già fatto discutere abbastanza. Tanto da rendere un bilancio maturo.

Occhio virtuale, realtà e dubbi

Basta vedere gli ultimi episodi del weekend in Serie A per capire che la VAR (sì, quando si parla della tecnologia si usa l’articolo femminile) non lascia indifferenti: come potrebbe, in uno sport nel quale la componente umana, dai calciatori agli arbitri, è tutto? La rete prima annullata e poi convalidata a Kean in Torino-Verona 2-2; il centro annullato a Mandzukic e il rigore concesso alla Juventus in Atalanta-Juventus 2-2; l’esultanza frenata di Iemmello in Benevento-Inter 1-2. Sono tre volti della stessa medaglia: cercare dei compromessi sulla gestione, tra il necessario aiuto della tecnologia e la valutazione finale, sempre lasciata all’uomo. La sensazione tra gli addetti ai lavori è che però più di qualcuno abbia individuato negli interventi del VAR un carissimo nemico.

“Partite da quattro ore l’una”

Tra questi, c’è Massimiliano Allegri. L’allenatore della Juventus ha lasciato ventilare nella mixed zone dello stadio “Atleti Azzurri d’Italia” un rischio che il calcio italiano corre: somigliare al baseball, o al basket, sport del quale lo stesso “Acciughina” è tifoso e buon giocatore. Tempi dilatati, attitudine al replay, meno ritmo. Eppure, orologio al polso, il doppio intervento della tecnologia nel pari di Higuain e compagni a Bergamo è “costato” sei minuti di recupero: quante volte abbiamo visto extra-time così intensi a causa di perdite di tempo e proteste? Non poche.  E in casa Juventus non è il solo a pensarla così, vista anche la recente squalifica incassata dal direttore sportivo bianconero Fabio Paratici: inibizione fino al 15 ottobre ed ammenda di 20mila euro

per avere, al termine della gara, nel tunnel che conduce agli spogliatoi, proferito espressioni gravemente ingiuriose e insultanti nei confronti del Var.

Il dibattito è per certi versi già feroce. La VAR, impossibile negarlo, ha già risolto una ventina di situazioni pruriginose nelle prime 70 partite di Serie A: in alcuni casi lo statement “nemmeno 10 replay possono fare chiarezza”, frase spesso abusata dai commentatori televisivi, è diventato una solida realtà. In quel caso, tocca al capitale umano farsi valere: l’arbitro.

Gli arbitri la promuovono: a patto di non perdere il potere decisionale

Chissà come avranno accolto la tesi della Juventus nelle stanze dell’Associazione Italiana Arbitri. Di certo, pubblicamente la direzione di gara di Atalanta-Juventus, affidata ad Antonio Damato della sezione AIA di Barletta, è stata giudicata “impeccabile” quanto a utilizzo della VAR, affidata a Orsato. In occasione della rete annullata a Mandzukic per quello che sarebbe stato l’1-3 bianconero, la Vecchia Signora aveva contestato la tempistica: dal fallo di Lichtsteiner su Gomez al centro, infatti, sono passati 11 secondi. Troppi? Non per una delle cosidette ‘match-changing situation’, ovvero la necessità di controllare la regolarità di un gol nell’interezza della zona di attacco. Lo stesso dicasi per il mani di Petagna, che ha condotto al rigore parato da Berisha a Dybala: Damato “chiama” il fallo, Orsato ha dei dubbi e nasce il confronto, che ha poi confermato la decisione iniziale.

Chissà cosa hanno pensato del “guardalinee virtuale” dall’altra parte di Torino, quella granata. Al veronese Kean era stata inizialmente annullata la gioia del 2-1, poi “autorizzata” con la tecnologia. Scelta giusta? Con la bidimensionalità della tecnologia, la certezza assoluta è ancora un elemento non riscontrabile. È lì che la classe arbitrale è chiamata a intervenire: meno sollecitata, ma più preparata. Come il portiere di una grande squadra. Decisivo nelle poche occasioni nelle quali gli avversari, in questo caso i dubbi, bussano alla porta.

Una costante: le polemiche

Juventus e Napoli prime con 18 punti, Roma quarta, Inter ottava.  La situazione dopo sette turni nell’ultimo torneo di A senza VAR, edizione 2016/2017, era questa. Oggi troviamo il Napoli primo in solitaria a punteggio pieno, con i bianconeri a -2. A guadagnare sensibili posizioni è stata l’Inter, a quota 19 e in seconda posizione. Equilibri spostati, ma senza sconvolgimenti: a confermare che in campo ci vanno prima le forze dei calciatori e poi le altre componenti. Rispetto alla scorsa stagione, a indurre all’ottimismo è un dato: la media di errori evitati da inizio campionato ad oggi con VAR è di 3 a giornata. Numeri che proiettati sui 38 turni supererebbero quota 100.  Allora, forse, sarebbe il caso di concedere cinque mesi di rodaggio di qui a marzo, quando le partite “potrebbero durare quattro ore”. Ben consapevoli che non è questo il tipo di calcio chiesto dai vertici arbitrali.  Così come sanno che la perfezione non esiste.  Ma la si può avvicinare, cooperando: per cancellare le polemiche, cambiare sport. Con buona pace della tecnologia.

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Assistere a partite come Benevento-Roma, in Serie A, ormai è una consuetudine sempre più diffusa. Una delle prime 4-5 in classifica gioca contro una delle ultime e porta a casa i 3 punti con una facilità quasi disarmante, quasi come se fosse un allenamento con la primavera. Neanche il fattore campo riesce ad incidere più di tanto su questo trend, che negli ultimi anni ha reso il campionato Italiano molto meno sfidante e molto più disequilibrato. Ovviamente la squadra di Baroni (che risulta essere la peggiore di quelle che giocano nei 5 campionati più importanti d’Europa) è solo l’ultima delle formazioni che, dopo essere arrivate in Serie A, mostrano difficoltà a confrontarsi con un livello superiore a quello a cui sono state abituate.

La differenza tra le prime e le ultime sembra una voragine che ogni anno diventa più larga e profonda. Nel campionato 2016/2017 a fine anno la differenza tra i punti conquistati da Juve, Napoli e Roma (le prime 3) e Palermo, Empoli e Pescara (le ultime 3) è stata di 188 punti, la più alta da quando esistono i 3 punti. Quest’anno, visto l’andamento delle prime 6 giornata, il primato in negativo della scorsa stagione è già in bilico. La differenza ora è di 48 punti (Juve, Napoli e Inter hanno totalizzato 52 punti, Genoa, Verona e Benevento solo 4), mentre nella scorsa stagione dopo 6 giornate era di 32 punti (Juve, Napoli e Inter avevano totalizzato 40 punti, Empoli, Atalanta e Crotone ne avevano totalizzati 8).

 

Niente più sorprese insomma, con le possibilità delle “piccole” di far risultato contro le prime della fila sempre più ridotte al lumicino. Negli altri principali campionati europei la situazione è migliore, ma non di tanto, per non parlare della Champions League, che durante la prima fase vede sempre più squadre-materasso che vanno a influenzare l’andamento dei gironi.

Gli ultimi, insomma, sono sempre più ultimi. Aumentare il numero delle partite per riempire il calendario ha portato a un abbassamento del livello generale del calcio, un problema che neanche il Fair Play Finanziario attuato dalla Uefa riesce a risolvere.  Rimanendo nel nostro “orticello“, ultimamente si sta parlando molto del ritorno della Serie A a 18 squadre, una soluzione che andrebbe di sicuro a migliorare il livello dei club che partecipano al campionato.

Lo stesso Tavecchio ne ha parlato qualche giorno fa (spiegando di aver sempre detto “che i campionati professionistici vanno ridotti. E con questo intendo la Serie A, la B e soprattutto la Lega di C. Finché abbiamo le normative per cui la decisione di ridurre i campionati compete ai soggetti partecipanti sarà difficile portare a compimento la questione. I fatti sono questi. La volontà c’è, ma quelli della parte destra della classifica non votano per quelli della parte sinistra. E per ridurre i campionati ci vogliono maggioranze qualificate.  Con l’inizio dell’anno apriremo un tavolo molto chiaro esponendo i risultati che potrebbero far capire com’è la situazione. Io mi auguro che si possa arrivare a una soluzione ragionevole nell’arco di 3-4 anni.”)

Alzare il livello qualitativo significa anche avere maggior potere nel momento della vendita dei diritti televisivi, fondamentali per i bilanci di tutti i club. Il famoso sfogo telefonico di Lotito di due anni e mezzo fa (“fra tre anni se c’abbiamo Latina, Frosinone, chi c… li compra i diritti? Non sanno manco che esiste, Frosinone. Il Carpi… E questi non se lo pongono il problema!”), per quanto sbagliato nei modi e nei termini utilizzati, nella sostanza metteva in evidenza un problema reale, che in qualche modo deve essere affrontato. Così come dovrà essere affrontato in seguito anche il problema della redistribuzione dei proventi dei diritti, finora troppo a vantaggio dei grandi club.

Gli ultimi saranno gli ultimi se i primi sono irraggiungibili, cantava qualche anno fa Frankie Hi-NRG. Una frase che riassume meglio di tutte la situazione del nostro calcio (anche se la canzone parlava di altro). Se non si agisce in tempi brevi per cercare di migliorare la situazione attuale della Serie A il rischio è quello di continuare a vedere sempre più partite come Benevento-Roma, già decise molto prima del calcio d’inizio.

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L’ultima giornata di Serie A ha (ri)portato in auge le care vecchie polemiche arbitrali, nonostante il VAR. A fare notizia sono state le decisioni discutibili nella partita tra Fiorentina e Atalanta, con proteste (giustificate) dei viola. Il nuovo mezzo tecnologico, a prescindere da certi isterismi, ha chiaramente migliorato le scelte degli arbitri in queste prime sei giornate, ma va ricordato come non sia certo uno strumento infallibile, in primis perché non si sostituisce all’arbitro ma lo accompagna in una serie (limitata) di casistiche dove l’errore di valutazione può rimanere anche guardando le immagini.

Pairetto Astori Fiorentina-Atalanta

INTERVENTI MIRATI

Bene ricordare, in primis, quando può intervenire il VAR: il protocollo stabilito dall’IFAB prevede l’utilizzo della tecnologia sui gol, sui calci di rigore, sulle espulsioni dirette e sugli scambi d’identità. La decisione finale resta sempre dell’arbitro e vanno corretti gli errori chiari. Questo significa che il VAR deve correggere le scelte sicuramente sbagliate o sfuggite agli occhi di arbitri e assistenti, non che può essere utilizzato per valutare ogni situazione contestata né tantomeno per chiamate al limite dubbie. Altro punto fondamentale, che in queste settimane è stato criticato, è come viene effettuata la verifica tramite il VAR: esistono due possibilità, una dove l’arbitro centrale va a guardare il monitor a bordocampo e controlla direttamente le immagini (on-field review, dove rigiudica l’episodio), l’altra dove si fida di quanto gli viene detto dall’arbitro VAR via auricolare (le conversazioni sono registrate e a disposizione delle società per ventuali contestazioni), mentre se non c’è necessità di approfondire una certa situazione si applica il silent check e si prosegue.

Paolo Tagliavento VAR

PROTESTE PREVENTIVE

Già dalla prima giornata alcune squadre hanno criticato l’utilizzo del VAR, in alcuni casi senza conoscere le regole appena descritte. La Fiorentina, per esempio, se l’è presa con Paolo Tagliavento per un episodio contro l’Inter (contatto fra João Miranda e Giovanni Simeone) dove l’arbitro non ha effettuato l’on-field review, ma in questo caso non c’era bisogno in quanto ha confermato la sua decisione (non sanzionarlo) comunicando con l’arbitro VAR. L’altra riguarda il gol annullato a Nikola Kalinić del Milan contro l’Udinese per un millimetrico fuorigioco: in questi casi il VAR certifica soltanto la posizione del giocatore utilizzando una grafica specifica, perciò non è una valutazione soggettiva bensì una conferma automatica. Infine c’è un caso limite, quello di un gol non assegnato al Torino contro il Bologna (sempre prima giornata) per un fuorigioco inesistente che l’assistente ha segnalato: qui il VAR non può intervenire, perché il gioco è stato fermato prima. La “soluzione” è che adesso gli assistenti, in caso di dubbio, aspetteranno la fine dell’azione per segnalare l’eventuale fuorigioco, in modo da permettere la correzione in caso di errore. Semplice, ma ancora da comprendere.

Banti VAR Genoa-Juventus

Gli errori ci sono e rimarranno, per forza di cose: l’obiettivo del VAR, peraltro ancora in fase sperimentale, è solo quello di impedire le decisioni chiave sbagliate. Ci sono stati degli errori: alla seconda giornata è stato dato un rigore al Genoa contro la Juventus senza ravvisare un fuorigioco di partenza; in Roma-Inter non è stato punito il contatto fra Milan Škriniar e Diego Perotti (qui, a giudicare dalle immagini, si è trattato soprattutto di una comunicazione non ottimale fra gli arbitri); in Fiorentina-Atalanta manca sicuramente un rigore ai viola per la trattenuta di Leonardo Spinazzola su Davide Astori (nemmeno esaminato) e un altro probabile per il contatto fra Gil Dias ed Etrit Berisha, dove l’arbitro Luca Pairetto è apparso molto confuso; in Bundesliga invece in Borussia Dortmund-Colonia si è avuta un’errata applicazione perché è stato assegnato un gol in realtà realizzato a gioco fermo (e anche qui l’errore è dell’arbitro, non del VAR).

La speranza è che col passare delle giornate i direttori di gara acquisiscano maggiore confidenza con il nuovo strumento tecnologico e possano correggere queste sviste (come già fatto: sempre nell’ultimo weekend Daniele Orsato ha giustamente confermato un rigore assegnato al Benevento col Crotone nonostante i dubbi dell’arbitro VAR, mentre in Sampdoria-Milan Paolo Valeri ha cambiato la decisione dopo un rigore inesistente dato per fallo di mano di Franck Kessié in realtà non da punire), ma il giudizio non può che essere positivo. E pazienza se si perdono due minuti o più: meglio recuperarli a fine tempo con la certezza di aver fatto la scelta giusta.

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E ora chiamatela ‘Zona Inter’. Non nel senso di modulo, ma nel senso che la squadra di Luciano Spalletti è la più prolifica della serie A nell’ultimo quarto d’ora. In molti casi mortifera, a lancette del cronometro che stanno per arrivare al 90′, come nell’ultima in casa con il Genoa. Il Grifone che pensa ormai di farla franca, poi arriva il testone di D’Ambrosio ed è 1-0.

Dalla zona Cesarini alla zona Inter, insomma, il passo è breve. Su 12 realizzazioni in sei giornate, la formazione meneghina ben 8 volte ha colpito negli ultimi 15 minuti. E la cosa può essere vista e analizzata da due punti di vista almeno. L’Inter mantiene calma e lucidità necessarie a colpire l’avversario anche quando i minuti scorrono, dall’alto di una sorta di consapevolezza: siamo più forti e prima o poi un gol lo facciamo. Oppure, di riffa e di raffa e anche con un po’ di fortuna, un pallone nella rete entra. E poco importa se fin lì il gioco è stato farraginoso, se Handanovic ha rischiato, eccetera eccetera…

Qualcuno, visto anche che il giorno di Inter-Genoa e delle elezioni tedesche era lo stesso, ha paragonato questa Inter di Luciano Spalletti ad Angela Merkel. Ossia: vince, ma non convince. Il che è sufficiente, per ora, a tenersi stretto il terzo posto ad appena due punti dalla vetta (colpa del pari a Bologna, anche allora con un gol, su rigore, nell’ultimo quarto d’ora).

Altro dato da non dimenticare è che le reti segnate in zona Inter sono praticamente sempre pesanti perché l’Inter ha la miglior difesa d’Italia finora: appena due gol subiti. Una cassaforte. Certo non è questa l’Inter che pensava di modellare Spalletti, più propenso allo spettacolo che al risultato. Ma, alla fine, a questa squadra sono proprio i risultati che sono mancati nelle ultime stagioni. Dunque, va bene così, no? I puristi del calcio storceranno del naso, come del resto fanno i tifosi a San Siro fino al 75′. Poi, siccome ormai il golletto nel finale non è più un caso, una strana elettricità pervade lo stadio dal 76′ in poi. Quasi chiamando la rete. Insomma, i fischi (finora riservati ai singoli e e non alla squadra) paiono sempre essere vicini vicini. Una prodezza, di Icardi, Perisic o D’Ambrosio, è sufficiente per trasformare quei fischi in applausi e olè. Perché tutto il mondo è paese, dai, e pure quelli del loggione del Meazza, che neanche si accontentavano talvolta delle prodezze del Fenomeno Ronaldo o che criticavano lo stregone Mourinho. Insomma, anche quelli con la puzza sotto il naso, alla fine se ne vanno a casa contenti. Per un’altra vittoria arrivata in zona Inter.

E poi siamo al paradosso alla Catalano. Che cambia se segni al 1′ o al 90′? Sempre tre punti sono! Solo che se segni subito e poi amministri, sei una squadra matura. Se segni al 90′, sei una squadra che fatica tanto e risolve solo grazie alla dea bendata.

Ora è d’obbligo far seguire alle parole i numeri. Ecco la sequela di reti dopo il 75′ da parte della Beneamata. Il 3-0 alla Fiorentina dell’esordio è facile, al punto che la rete di Perisic al 79′ è solo il terzo squillo, con la doppietta di Icardi che aveva già indirizzato la partita nei primi 15′ (toh, che strano). Alla seconda, c’è la trasferta a Roma con i giallorossi: se è vero che Icardi pareggia al 67′, è altrettanto vero che i tre punti la squadra dell’ex Luciano Spalletti se li va a prendere proprio nei fatidici 15′ finali, con Icardi al 77′ e Vecino all’87’.

Alla terza c’è la Spal in casa: tutto facile, no? Sì e no: Icardi la sblocca su rigore al 27′, ma Perisic scaccia i fantasmi con il 2-0 all’87’. Alla quarta ecco la trasferta sul campo del Crotone, altro 2-0 per i nerazzurri: all’82’ Skriniar, al 92′ Perisic e il piatto è servito. Altri tre punti arrivati alla fine, dunque.

Alla quinta, a Bologna, arriva il primo stop per l’Inter: è 1-1, con i rossoblù che mettono sotto per larghi tratti l’Inter, andando anche in vantaggio con Verdi, ma ci pensa bomber Icardi, su rigore al 77′, a portare a casa un punto. La magia si ripete contro il Genoa, che si chiude bene in difesa e sfiora anche la rete, ma poi arriva il calcio d’angolo, la testa di D’Ambrosio, l’1-0 che ormai non stupisce più: questa squadra resta sempre sul pezzo. Concentrata.

Sapete come sarebbe la classifica dell’Inter fino al 75′? I nerazzurri avrebbero appena 9 punti, a -9 dalla vetta. Sapete, invece, se le partite durassero solo quel quarto d’ora? Calcolo facile. L’Inter sarebbe a punteggio pieno, con 18 punti nel carniere. Ecco perché questa è ora ufficialmente ‘Zona Inter’. Non resta che capire se gli avversari, da adesso in poi, rimarranno concentrati anche loro, contro Icardi e compagni, fino all’ultimo. Perché la paura fa 90′. Ma a volte anche solo 75′. Per gli altri, ovvio, non per Luciano Spalletti.

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Fabio Pecchia Verona

Quando le stagioni cominciano male poi ci vuole il doppio dell’impegno, se non il triplo, per evitare che finiscano peggio. Quella del Verona, ritornato in Serie A dopo un solo anno in Serie B, è cominciata con un equivoco e non sta certo procedendo nel migliore dei modi. In attesa del turno infrasettimanale la formazione scaligera è penultima con un punto conquistato, solo il Benevento ha fatto peggio, ma ciò che preoccupa è la qualità delle prestazioni viste in campo nonostante un mercato che aveva portato altre ambizioni e l’intenzione di avere le carte in regola per qualcosa di più della semplice salvezza.

Antonio Cassano Verona

ERRORI DI COSTRUZIONE?

Il 10 luglio l’Hellas annuncia gli ingaggi di Alessio Cerci e soprattutto Antonio Cassano, colpi a parametro zero che nelle intenzioni del presidente Maurizio Setti e del direttore sportivo Filippo Fusco devono garantire un salto di qualità e di esperienza per il club, reduce dalla promozione ma con qualche passo falso che aveva messo in dubbio l’immediato ritorno in Serie A. Col barese è un flop clamoroso: già il 18 luglio pensa di abbandonare, poi cambia idea ma solo per sei giorni, perché il 24 decide stavolta in maniera definitiva di non voler più proseguire in gialloblù e il 27 arriva la risoluzione del contratto. Cerci è stato invece frenato da un infortunio dopo due presenze, ma non è che gli altri acquisti abbiano fatto meglio: Martín Cáceres e Thomas Heurtaux sono naufragati nel disastro difensivo, i giovani Gian Filippo Felicioli e Seung-woo Lee ancora non si sono visti e il classe 2000 Moise Kean ancora deve trovare la sua dimensione, di fatto gli unici volti nuovi che hanno dato un contributo in questo avvio di stagione sono stati Marcel Büchel e Daniele Verde. Poco.

Giampaolo Pazzini Verona-Napoli

ANCHE IL RESTO NON È GRANCHÉ

Magari i nuovi acquisti devono ancora ingranare ed è solo questione di tempo per vederli rendere al meglio, ma il problema è che fin qui di buono non si è visto praticamente niente e la panchina di Fabio Pecchia inizia a traballare. La difesa è la nota più dolente: undici gol presi in quattro giornate, porta inviolata solo col Crotone e imbarcata casalinga subita con la Fiorentina. Vero che il calendario non ha dato una mano, incrociando i viola oltre a Napoli e Roma, ma certi svarioni non sono certo dovuti al fatto di aver affrontato avversari di gran lunga superiore (emblematico sabato quando sul 3-0 in area Marco Ezio Fossati calcia la gamba del compagno Alex Ferrari anziché il pallone e la Roma quasi fa il quarto). Poi c’è la grana Giampaolo Pazzini: fin qui ha giocato titolare solo da ex contro la Fiorentina, poi è sempre subentrato a partita in corso e dopo il rigore realizzato col Napoli ha avuto un’esultanza polemica verso Pecchia. Se il capitano già da agosto comincia a dare segnali di insofferenza il rischio che l’ambiente possa non essere sereno c’è.

Roma-Verona

La paura è che possa essere un’altra stagione come quella di due anni fa, passata quasi interamente in zona retrocessione con la prima vittoria alla ventitreesima giornata e un desolante ultimo posto finale con appena ventotto punti. Peggio ancora sarebbe se fosse come altri campionati da neopromosso, vedi il 1991-1992 (terzultimo posto nonostante in rosa ci fosse uno come Dragan Stojković, pesante fallimento) o il 1996-1997 (penultimo con una squadra composta con poca logica: chi ricorda Elvis Brajković e Reinaldo?). Le due partite in casa, stasera con la Sampdoria e domenica con la Lazio, sono un bivio non solo per la panchina di Pecchia.