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Un gol da museo del calcio. La magia con la quale Luis Alberto ha aperto le marcature nel pokerissimo della Lazio sul campo della SPAL è stato il dolce più pregiato pescato dalla Serie A nella calza dell’Epifania. In grado di unire eleganza, geometria e poesia. Una palla che spiove sulla trequarti, lo sguardo fisso con il pallone e un controllo orientato che disorienta un avversario, poi il controllo di suola per evitarne altri due, sbilanciati dalla bellezza di un gesto tecnico fuori dal comune. Laddove il 99% dei suoi colleghi avrebbe calciato al volo o stoppato per ragionare sul da farsi, il 25enne spagnolo ha preferito osare: missione riuscita, con tocco preciso a battere Gomis. Una giocata che ai nostalgici ha ricordato una rete simile, realizzata da Zinedine Zidane in uno Juventus-Ajax del 1997. Questa volta Luis è andato oltre: Zizou infatti controllava una palla rasoterra, il fantasista della Lazio ha dovuto addomesticarla in volo.

La riscoperta dell’eleganza

Tocchi verticali, testa alta e concretezza. Il Luis Alberto 2.0 in casa Lazio non è più quel talento impaurito della scorsa stagione, incapace di dare una direzione e una svolta alle sue qualità, emerse solo in parte nel finale di stagione. La seconda parte del 2017 ha messo in luce un calciatore versatile, in grado di coprire gli ultimi 40 metri di campo da seconda punta, trequartista, mezzala e all’occorrenza anche playmaker. Un riscatto arrivato anche “grazie” alla partenza di Keita in direzione Montecarlo e all’infortunio che ha tenuto a lungo fuori dai giochi Felipe Anderson. Già, proprio il ko del numero 10 brasiliano, paradossalmente, ha permesso a Luis di vivere con meno frenesia e pressioni inferiori il suo ruolo nel 3-5-1-1 di Simone Inzaghi, cucito sulle sue spalle e su quelle di Ciro Immobile. Un abito che piace e funziona, come il quarto posto (con una partita da recuperare) in serie A e il secondo miglior attacco alle spalle della Juventus raccontano.

Formello e famiglia

I meriti di questa rinascita? Da dividere equamente tra calciatore, società e famiglia di Luis Alberto. È infatti anche grazie al sostegno della moglie Patricia e della loro figlioletta Martina, sempre presenti sugli spalti dello stadio Olimpico, che il calciatore originario di San José del Valle, Andalusia, ha allontanato dalla propria mente uno spettro che si era generato e stava prendendo concretezza un anno fa, di questi tempi: l’addio prematuro al calcio giocato. Capita quando disponi di un potenziale così elevato ma non riesci a tradurlo in emozioni e qualità, per te,  i tuoi compagni e il tuo tifo. Un’ipotesi nefasta, allontanata grazie anche a Simone Inzaghi e alla vicinanza del ds della Lazio Igli Tare, riferimenti immancabili nella sua quotidianità. Infine di Juan Campillo, esperto in ‘coaching’ sportivo che ha lavorato sulla sua mentalità. Da oggetto misterioso, con la sensazione di non aver mantenuto le promesse accese negli anni in Liga, tra Deportivo La Coruña e Malaga, ad architetto della Lazio. E chissà, anche della Nazionale spagnola che guarda ai Mondiali 2018: già, perchè a novembre è arrivata la chiamata del Ct della Roja Lopetegui. Una convocazione che gli mancava da più di 4 anni. 5 febbraio 2013: prima e ultima chiamata con l’Under 21.

Quanto vale Luis Alberto?

È la domanda che gli operatori di mercato di mezza Europa si stanno ponendo in vista della prossima estate. Già, perché non è semplice quantificare il valore di un calciatore che in pochi mesi è passato dal dimenticatoio alle copertine, eguagliando già a metà stagione i suoi personali record fissati in Liga con il Deportivo de La Coruña nella stagione 2015/16. Una crescita inimmaginabile forse anche per il diretto interessato, che fino a 12 mesi fa ancora non era in grado di capire che, con quei piedi, poteva fare la differenza in ogni momento. Un difetto ammesso dallo stesso calciatore.

Facevo cose buone per 20 minuti poi scomparivo. Credo di aver buttato via 2/3 anni della mia carriera

Il Barcellona lo ha già visionato quest’anno in ben tre occasioni: può essere un’idea per l’estate, quando sarà tempo di decifrare il futuro di un totem blaugrana come Iniesta. E allora sarà tempo di dare una quotazione a un calciatore che per unicità oggi appare quasi inestimabile: per Lotito, patron della Lazio, si potrà iniziare a ragionare dai 40 milioni in su.

La Lazio lo blinda

Nessun braccio di ferro, ma la voglia di rendere Luis Alberto un patrimonio economico oltre che tecnico. In quest’ottica la Lazio mira al prolungamento e all’adeguamento del contratto del suo numero 18, in scadenza nel 2021. Tanti anni? No, se parliamo di calcio e legami.  A confermare la trattativa è stato l’agente del calciatore, Alvaro Torres:

È possibile che molto presto ci incontreremo con il club per analizzare un rinnovo di contratto. La Lazio è contenta di lui e lui della Lazio

La strada da fare con la Lazio potrebbe essere ancora tanta. Luis Alberto ha ufficialmente ripreso quel cammino avviato a 12 anni, quando con i genitori percorreva ogni giorno 240 chilometri tra andata e ritorno, cinque giorni su sette, per raggiungere i campi del Siviglia e allenarsi. Con vista sulle vette d’Europa.

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1154 giorni. Più di 3 anni senza Serie A (l’ultima partita da allenatore nel nostro campionato, prima di domenica, era il famoso Inter-Verona 2-2, quello della frase culto “poi è cominciato anche a piovere”, pronunciata nel post partita per giustificare un altro risultato negativo dei nerazzurri), alla fine il ritorno tanto agognato.

Walter Mazzarri sentiva il bisogno di ricominciare in Italia, per tanti motivi. La scelta di andare all’estero, per cambiare un po’ aria e rimettersi in discussione dopo la deludente esperienza a Milano, alla fine non ha portato i frutti che il tecnico di San Vincenzo avrebbe sperato. Non che abbia fatto così male in Inghilterra, ma quella barriera linguistica mai definitivamente abbattuta per il club alla fine ha contato molto, forse più dei risultati che alla fine non sono stati neanche così pessimi (salvezza raggiunta nonostante la stagione disastrosa di Ighalo, che l’anno prima era stato il trascinatore della squadra a suon di gol).

Si dice che il club gli avesse consigliato più volte di migliorare il suo inglese, che Mazzarri aveva studiato in quella specie di anno sabatico precedente al suo ingaggio. Un anno di preparazione sul posto, che però evidentemente non è bastato a imparare la lingua a un livello tale da renderlo autonomo nel gestire allenamenti e conferenze stampa (tanto da dover far ricorso costantemente ad un’interprete). Queste cose per gli inglesi hanno un peso importante, anche se la società è gestita dai Pozzo, e Mazzarri, che già con la  presentazione non aveva destato una buonissima impressione (il suo inglese scolastico ha reso il video virale in pochissimo tempo), ha pagato il suo scarso feeling con la lingua d’oltremanica.

Lo disse già in tempi non sospetti, l’idea era quella di fare un’esperienza diversa da quelle affrontate fino a quel momento, ma di fare ritorno nel suo paese: “Se mi mancherà? L’Italia è l’Italia, ma ora sono proiettato in questa nuova avventura; staccare dopo 15 anni fatti in Italia per poter magari rientrare un domani con ancora più voglia e stimoli”.  La chiamata del Torino è arrivata al momento giusto, per tanti motivi. Urbano Cairo stima da tempo Mazzarri, fin dai mesi che precedettero il suo arrivo alla Sampdoria (il presidente granata provò a portarlo a Torino, ma il tecnico aveva già firmato con i blucerchiati), la piazza è importante, entusiasta, pronta a sostenere una squadra che fino a questo momento ha espresso solo in parte le proprie potenzialità.

La netta vittoria col Bologna è da considerare fino a un certo punto, sia per i pochi giorni passati dall’arrivo del tecnico alla partita che per i cambiamenti tattici non ancora apportati, ma la voglia con cui i granata sono scesi in campo è quella giusta.  Aggressività bassa in fase di non possesso nella metà campo offensiva e forte in quella propria (a chiudere gli spazi agli avversari) e gioco sulle fasce si sono intravisti, ma i primi aggiustamenti veri il tecnico toscano li studierà in questi giorni di pausa dal campionato. Il passaggio alla difesa a 3, in cui a fiano a N’koulou e Burdisso potrebbe trovar spazio anche Moretti (che si gioca un posto con Lyanco) è prevedibile, così come la presenza di due mediani forti fisicamente (gli indiziati sono Rincon e Baselli, con quest’ultimo che però potrebbe essere schierato come mezz’ala offensiva per le qualità balistiche).

In attacco il tecnico toscano invece dovrà cercare gli giusti equilibri per non sprecare i talenti a disposizione, con Belotti come unica certezza e tanti altri calciatori forti da gestire. Iago Falque e Ljajic potrebbero appoggiare il Gallo, come trequartisti, oppure giocare singolarmente in alcune occasioni per aggiungere un centrocampista in determinate partite. Da non dimenticare anche la presenza di Niang, Boye, Berenguer e dell’emergente “canterano”  Edera, tutti talenti con qualità importanti pronti a dare il loro contributo. La storia dice che il tecnico toscano è capace di valorizzare al meglio proprio gli attaccanti (per rendersene conto basta guardare i numeri di Lucarelli e Protti a Livorno, Amoruso e Bianchi alla Reggina, Pazzini e Cassano alla Samp e Cavani al Napoli quando lui era in panchina) e con i granata avrà la possibilità di scegliere come forse mai prima.

Il Torino è pronto a ripartire con nuove ambizioni, così come il tecnico, desideroso di rifarsi anche quell’immagine di allenatore di alto livello che aveva costruito con fatica dopo la gavetta, partendo dal basso, fino ad arrivare a giocare anche la Champions e a vincere trofei come la Coppa Italia.

Ultimamente il suo nome più che altro è stato citato per ricordare le stagioni storte e le occasioni in cui ha cercato di giustificare i suoi risultati negativi con scuse un po’ rivedibili. Ora è arrivato il momento di ricordare a tutti che Walter Mazzarri non è un allenatore in declino, ma il tecnico capace di raggiungere risultati spesso inaspettati e di valorizzare al massimo il materiale umano a sua disposizione.

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Nell’ultima giornata il Benevento ha battuto 1-0 il Chievo, riuscendo proprio alla fine del girone d’andata a conquistare la sua prima vittoria in Serie A, dopo aver perso diciassette delle altre diciotto giornate. La zona salvezza è ancora lontanissima, ma se non altro la squadra di Roberto De Zerbi è riuscita a togliere lo zero dalla casella vittorie e nel 2018 potrà almeno tentare una rimonta che avrebbe del miracoloso. Difficile che possa evitare la retrocessione, ma un altro risultato positivo contro la Sampdoria domani darebbe entusiasmo e, unito a un mercato di gennaio di spessore, potrebbe servire a qualcosa.

Alberto Brignoli Benevento-Milan

ATTESA (NON) RIPAGATA

Ci sono voluti oltre tre mesi di Serie A per vedere il primo punto del Benevento, arrivato peraltro in maniera rocambolesca con il pareggio del portiere Alberto Brignoli al 95′ della partita contro il Milan, il 3 dicembre alla quindicesima giornata. Non è stata però la svolta positiva, perché poi sono arrivate altre tre sconfitte in gare alla portata (l’Udinese non ancora in serie positiva, la SPAL con rimonta subita e il Genoa nel recupero) che hanno fatto sfumare l’effetto di quel risultato, ma l’1-0 al Chievo dello scorso 30 dicembre non dovrà restare un unico nella stagione dei sanniti se si vuole avere qualche realistica speranza di raggiungere la salvezza al primo anno nel massimo campionato.

L’impressione che si ha del Benevento è che non sia una squadra abituata a giocare in Serie A, con troppi giocatori ammassati senza una reale idea (la rosa è stata di fatto stravolta negli ultimi giorni della sessione estiva di mercato, dopo le prime due giornate) e questo non ha aiutato, perché una matricola avrebbe avuto bisogno intanto di certezze. Le quattro sconfitte allo scadere, più il gol (regolarmente) annullato dal VAR all’ultimo secondo col Bologna nel secondo turno (quando in panchina c’era ancora Marco Baroni) hanno fatto il resto: gennaio è mese della svolta o della rassegnazione.

Crotone-Lazio Davide Nicola

RICORSI POSITIVI E NEGATIVI

Nella storia del calcio italiano il record negativo di punti (contando sempre tre punti per vittoria, fino al 1993-1994 se ne davano due) è del Brescia 1994-1995: 12 in un campionato a 18 squadre. Il Benevento ha 19 giornate per farne 9 ed evitare di essere la peggior formazione di sempre, dopo averne già riscritti diversi fra cui il record europeo di sconfitte consecutive iniziali (13).

C’è però un precedente recentissimo sul quale i sanniti possono farsi forza: il Crotone dell’anno scorso. I calabresi girarono a quota 9, -8 dal quartultimo posto, e chiusero a 34 superando l’Empoli all’ultima giornata. Ora la classifica dice -11 dalla diciassettesima posizione, occupata dalla SPAL: il tempo per riprendersi c’è ancora, anche se è chiaro che servirebbe una rimonta ancor più formidabile di quella della squadra di Davide Nicola.

Altrimenti il rischio è di fare la fine dell’Ancona 2003-2004, che fece cinque punti nel girone d’andata e otto in quello di ritorno, facendo giocare ben quarantasei calciatori e rivoluzionando la squadra a gennaio, con l’arrivo fra gli altri di Mário Jardel, ex bomber del Porto passato nelle Marche lasciando tracce più per essersi presentato decisamente in sovrappeso che per quanto fatto in campo (appena tre presenze senza gol).

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Quando, dopo l’ennesima sconfitta rimediata in casa col Cagliari l’Udinese ha scelto di esonerare Del Neri, i friulani erano impantanati in una situazione di classifica inaspettatamente negativa. 4 vittorie (3 in casa e 1 fuori) e 8 sconfitte (4 in casa e 4 fuori), con 18 gol fatti e 23 subiti, ma soprattutto l’impressione di una squadra che ancora una volta avrebbe dovuto lottare per non retrocedere. A dire il vero è dal 2012 in poi, anno in cui si classificò al terzo posto dietro la prima Juve di Conte e il Milan di Allegri, che l’Udinese è scomparsa dai piani alti della classifica, disputando una serie di campionati ai limiti della mediocrità.

La provinciale dei miracoli, quella capace di rivaleggiare con gli squadroni del nord nella lotta alle posizioni nobili del campionato e di sfornare elementi come Sanchez, Di Natale e le decine di altri calciatori lanciati verso i club più importanti d’Europa, sembrava aver perso di colpo tutta la magia che l’aveva portata ad essere una società modello in tutto il continente. Una serie di campionati mediocri (il tredicesimo posto raggiunto alla fine dello scorso campionato, con 45 punti, è il risultato migliore degli ultimi 5 anni), esoneri e la diminuita capacità di trovare diamanti grezzi e trasformarli in campioni stavano lì a certificare una mediocrità inedita per la gestione Pozzo.

Le annate negative ci sono sempre state, perché una società che fa dello scouting e delle plusvalenze la propria ragion d’essere può sbagliare una stagione, ma 5 anni di risultati negativi sono qualcosa di inedito per chi è abituato a respirare spesso l’aria delle competizioni europee. Dopo le prime 12 giornate di questo campionato nulla avrebbe fatto presagire ad un miglioramento, con i bianconeri in piena lotta per non retrocedere. Ci voleva una sterzata netta per invertire il trend, una mossa anche un po’ azzardata, e quella mossa è stata l’arrivo in panchina di Massimo Oddo.

Quando il tecnico pescarese è stato nominato nuovo allenatore lo scetticismo nei suoi confronti era chiaro. Come può un allenatore con così poca esperienza, esonerato dal Pescara già praticamente retrocesso la stagione precedente, risollevare una squadra in crisi? In pochi credevano che l’ex Campione del Mondo fosse capace di riportare sulla retta via un gruppo di calciatori in così grandi difficoltà. Oddo invece si è subito rimboccato le maniche, ha studiato a fondo la rosa e le potenzialità latenti in essa (anche di chi è stato meno impiegato da chi lo aveva preceduto sulla panchina) e ha capito che i calciatori che è stato chiamato a guidare avrebbero potuto fare molto meglio di quanto fatto fino a quel momento.

Sotto la sua gestione l’Udinese sembra tornata la squadra capace di potersi imporre con chiunque. I 15 punti in 6 partite (con 5 vittorie di fila) sono numeri che parlano chiaro, così come i 12 gol fatti e i 3 soli subiti (con una media reti che, in questo periodo, mette i friulani dietro solo a Juve e Lazio), con la ciliegina sulla torta della vittoria a San Siro contro la fino ad allora imbattuta Inter di Spalletti. E anche nelle due sconfitte rimediate (entrambe col Napoli, in campionato e in Coppa Italia) la squadra ha sempre dimostrato il giusto atteggiamento, venendo sconfitta in entrambi i casi solo di misura.

Il lavoro del tecnico ha favorito la valorizzazione di tanti degli elementi in rosa, sia di quelli giovani che dei profili più esperti. La linea difensiva a 3, con il ritrovato Danilo e la scommessa belga Nuytinck punti fermi e gli adattati Stryger Larsen e Samir a giocarsi il posto rimanente (entrambi nascono terzini), sembra aver trovato una solidità invidiabile, guidata dall’esperienza in porta del super veterano Alvaro Bizzarri (40 portati alla grandissima).

In mezzo, con Behrami a fare da schermo, stanno esplodendo definitivamente due interni come Jankto e Barak, tra i pochi a mettersi in luce anche prima dell’arrivo di Oddo. Giovani, fortissimi fisicamente, instancabili e capaci di trovare anche la porta con una certa facilità, hanno già attirato l’attenzione di grandi club. La fisicità del reparto centrale è completato poi dalla spinta sulle fasce di Adnan e del redivivo Widmer, due giocatori che per motivi diversi (l’iraniano per inutilizzo, lo svizzero a causa di un infortunio) negli ultimi tempi erano finiti ai margini e che ora sono tornati protagonisti.

Con Rodrigo De Paul a fare da jolly (a metà tra l’essere titolare e da spacca partite in corso d’opera), il calciatore che forse rappresenta al meglio la nuova Udinese però risponde al nome di Kevin Lasagna: 2 gol nelle prime 11 partite giocate, 5 nelle ultime 5 (con 2 assist). L’ex Carpi, spostato stabilmente da punta centrale, è il calciatore perfetto per il gioco impostato da Oddo, con la sua capacità di colpire in contropiede le difese avversarie e di tagliare nello spazio, oltre a favorire gli inserimenti dei centrocampisti.

La classifica dice che i bianconeri sono al momento in piena lotta per un posto nei piani alti, anche se il difficile inizia ora. Confermare la stessa continuità sarà difficile e prima o poi arriveranno periodi di minor brillantezza, ma l’Udinese con l’atteggiamento delle ultime gare può aspirare a un posto in Europa, che manca ormai in Friuli da troppi anni.

Sarebbe una grande rivincita per Massimo Oddo, bollato da molti come allenatore di scarso valore (dimenticando il campionato di Serie B vinto a Pescara) forse troppo in fretta. Proprio il tecnico, in uno status condiviso sui suoi canali social a capodanno, ha riassunto bene questo periodo (e, forse, anche quello della sua squadra): “Il lavoro paga sempre, l’importante è avere sempre la forza di rialzarsi“.

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19 novembre 1995: stadio “Ennio Tardini” di Parma,  arriva il Milan. Nevio Scala, allenatore dei ducali in quella stagione, ha un dubbio da risolvere. Luca Bucci, portiere titolare, si è infortunato all’alba della settimana in allenamento. La sua riserva naturale è l’esperto Alessandro Nista, ma un ragazzino delle giovanili dal cognome noto e dal rendimento monstre con i suoi coetanei si sta mettendo in luce con i “senior”. Para tutto al mercoledì: stesso film nei due allenamenti successivi. Fino alla scelta di Scala, presa in accordo con il preparatore dei portieri Enzo Di Palma. Contro i rossoneri tocca a lui, Gianluigi Buffon. Neppure maggiorenne, il ragazzino sbarra la strada a Roberto Baggio e George Weah, meritando la palma di migliore in campo. In pochi sanno che sarà l’avvio di una carriera da record, fino a diventare il primo al mondo.

L’ultimo Capodanno tra i pali

Il cognome di quel 17enne, d’altronde, parlava chiaro. Il riferimento è a Lorenzo Buffon, classe 1929, cugino del nonno di Gigi e storico portiere degli anni ’50 e ’60, cinque volte campione d’Italia (4 con il Milan, una con l’Inter) e considerato uno dei più grandi estremi difensori della storia del nostro calcio. Gigi, non ce ne voglia il suo avo, è diventato però il più famoso, e anche il più forte, in famiglia: oggi, 1033 partite ufficiali dopo tra Parma, Juventus e Nazionale, il numero 1 bianconero è alla soglia dei 40 anni (li celebrerà il 28 gennaio) e ha preso una decisione, probabilmente irremovibile: a fine stagione addio al calcio giocato e guantoni appesi al chiodo.

“Molto probabilmente smetterò. Ho quasi 40 anni, sento il dovere di dar spazio agli altri. Sono comunque a disposizione della Juve e della Nazionale, mi sento come un soldato al servizio della mia squadra e del mio Paese”

Parole rilasciate in Germania al Der Spiegel, che hanno la sensazione di una respinta sicura, di quelle che Buffon ha fatto a migliaia in carriera, alle voci di un clamoroso ripensamento del gigante di Carrara: così, l’anno solare che ha avuto il via da pochi giorni potrebbe – anzi, dovrebbe – essere l’ultimo con il Gigi nazionale tra i pali.

Chi dopo Buffon?

L’interrogativo vien quasi naturale, per gli addetti ai lavori che per tre lustri hanno compilato la formazione della Juventus ponendo quasi in automatico tra i pali quel numero 1 accompagnato da 6 lettere – BUFFON – o che in venti anni di Nazionale italiana hanno visto Gigi come la regola e gli altri colleghi come l’eccezione. Le lacrime versate davanti alle telecamere Rai dopo la clamorosa eliminazione dell’Italia dalla corsa ai Mondiali per mano della Svezia resteranno le ultime di Buffon in Azzurro, dove è primatista di presenze (175) e titolare di una Coppa del Mondo conquistata senza mai incassare reti da avversari su azione.

La risposta all’interrogativo sul suo successore è quasi scritta tra le pieghe degli scorsi mesi: Gianluigi Donnarumma, che oltre a condividere con Buffon il nome di battesimo, ne ricorda la precocità. Titolare addirittura a 16 anni con il Milan, spesso difeso a mezzo stampa dal capitano della Juventus.  Già, perchè, Buffon dixit, “quello che fa la differenza è ciò che ti vibra dentro l’anima”. Una sensazione trasmessa come consiglio al giovane collega.

A Torino porta chiusa

Se Buffon ha suggerito a Donnarumma la Juventus, nella Torino bianconera sembrano aver selezionato già il successore: già, perchè l’erede designato di Buffon è Wojciech Szczęsny. Il portiere polacco classe 1990, arrivato dall’Arsenal in estate dopo il biennio alla Roma, sta confermando il proprio profilo internazionale anche tra i pali della Vecchia Signora. Così, anche quando Buffon deve fermarsi per infortunio – vedi nell’ultimo mese, dopo la sfida vinta a Napoli – Massimiliano Allegri può dormire sonni tranquilli, come la sola rete incassata nelle ultime sei uscite ufficiali tra serie A, Champions League e Coppa Italia confermano. Il polacco si è dimostrato quindi pronto a raccogliere la pesante eredità del suo capitano. Con le spalle coperte, a Buffon non resta che concentrarsi su quella che potrebbe essere l’ultima delle sue 17 stagioni con la Juventus, in cerca del settimo successo consecutivo in Serie A e della tanto agognata Champions League, unico grande trofeo che manca nella sua bacheca.

Il Mondiale per Club, l’eccezione alla regola

Allora, quello che ha appena avuto il via sarà l’ultimo anno con Gigi Buffon tra i pali della Juventus: alla sua serie di vittorie, fatta di 8 campionati di Serie A – record per un portiere –, 1 di Serie B, 6 Supercoppe italiane, 4 Coppe Italia e una Coppa UEFA, manca però un trofeo. La Champions League. L’immagine di Buffon che sfila accanto alla coppa con le orecchie a Cardiff il 3 giugno è stata una delle più ripetute nel 2017. Il ko contro il Real Madrid, sommato a quelli con Barcellona (2015) e Milan (2003) è nel cassetto dei brutti ricordi del portiere maremmano. A febbraio si ripartirà, con il Tottenham quale avversario per gli ottavi di finale e il trofeo nel mirino. L’unica chance per vederlo ancora in campo è vincerlo: già, perchè come lo stesso Buffon ha assicurato alla Gazzetta dello Sport, “voler giocare il Mondiale per Club sarebbe l’unico motivo per giocare anche nella prossima stagione”. Un monito a sè stesso e ai compagni, all’alba dell’ultima stagione tra i pali. O forse no.

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Gli ultimi 6 mesi del 2017, anche per un ragazzo giovane, talentuoso e con la testa sulle spalle come Patrick Schick, sono stati tutto fuorché come ci si aspettava. La stagione da rivelazione con la maglia della Sampdoria, gli 11 gol segnati giocando spesso spezzoni di partita, la voglia di consacrarsi come uno dei maggiori talenti emergenti del calcio mondiale ha attirato su di lui l’interesse di grandi club italiani e stranieri. Alla fine sembrava averla spuntata la Juve, tanto che il calciatore ceco aveva già ricevuto la benedizione di Pavel Nedved e si era fatto fotografare mentre svolgeva le visite mediche.

Sorrisi, dichiarazioni di circostanza, tutto come da copione. Quando sembrava tutto fatto però è accaduto l’imponderabile: la diagnosi di un’infiammazione cardiaca, la Juve non più convinta di prenderlo, la ricerca di altre soluzioni in attesa che quel problema fosse risolto. Schick si è ritrovato in una situazione anomala, spiazzante, senza certezze di alcun tipo. Alla fine è arrivata la Roma, che ha scelto di soddisfare le richieste di Ferrero pur di fargli vestire subito la maglia giallorossa, convinta in ogni caso che quel problema temporaneo non avrebbe creato troppi fastidi.

Poi però, quando sembrava in rampa di lancio, ci hanno pensato un paio di fastidiosi infortuni muscolari a frenare il suo inserimento. Dopo qualche partita da subentrante e l’esordio da titolare nello sfortunato 0-0 contro il Chievo è arrivato anche il primo gol, anche se non è servito ad evitare l’eliminazione dalla Coppa Italia per mano del Torino. Quando stava per raggiungere la fine del lungo tunnel di difficoltà, ecco poi l’incredibile gol sbagliato all’Allianz Stadium, contro quella Juventus che sembrava prima averlo scelto e che poi ha preferito ritornare sui suoi passi.

Ormai quell’azione è stata vista, vivisezionata, e ha lasciato un segno nell’ambiente giallorosso. I bianconeri sono l’avversario per eccellenza, la rivale che da troppi anni vince e lascia le briciole agli altri. A Torino poi la squadra allenata da Di Francesco non vince da troppo tempo (la Juventus, prima dell’ultima sfida, veniva da sei vittorie consecutive in casa contro i giallorossi, vittorie nelle quali per ben 4 volte non hanno subito neanche una rete. Il trend, quindi, è stato più che confermato) e un pareggio, nell’ottica di un campionato combattuto come mai negli ultimi anni, avrebbe significato tantissimo.

Dopo quella sera Schick è diventato una specie di capro espiatorio, il bersaglio di critiche preferito di molti dei suoi stessi tifosi. Il giocatore costato più di 40 milioni, il miglior talento giovane espresso dalla Serie A, nei pochi secondi intercorsi tra l’errore di Benatia e Alex Sandro e il pallone tirato sui piedi di Szczesny è passato da possibile eroe a sopravvalutato/scarso. Come può uno così sbagliare un gol del genere? In fondo è il calciatore più pagato nella storia del club, quindi dovrebbe essere quasi infallibile. E via con i dubbi sul suo reale valore e con offese varie. Come se quell’errore dovesse essere l’unico elemento di giudizio per un ragazzo alla sua seconda stagione vera tra i professionisti.

Si, Patrick Schick è un ragazzo, che ha passato dei mesi molto difficili che sta provando a mettersi alle spalle, e metterlo alla berlina in questo modo è davvero ingiusto. In molti hanno dimenticato i suoi problemi, i periodi di inattività dovuti prima al cuore e poi alla fibrosi muscolare che ne ha complicato il recupero in questi mesi. Hanno dimenticato anche la lezione avuta con Dzeko, etichettato già come fallimento di mercato e diventato poi capocannoniere della Serie A e finalista nella classifica del Pallone d’oro.

Per tornare il giocatore capace di incantare l’Olimpico a suon di numeri da giocoliere e gol da bomber vero, per sviluppare al meglio il suo incredibile potenziale, il ragazzo di Praga ha bisogno di essere sostenuto da tutte le parti in causa, anche dai tifosi. Ha la totale fiducia di Di Francesco (c’è chi dice che stia pensando a un modulo con il doppio attaccante, con lui e Dzeko accentrati e due esterni offensivi a supporto), così come dei suoi compagni e della società. La Roma ha la miglior difesa del campionato, è solida ed equilibrata, ma lì davanti con la partenza di Salah e il periodo di appannamento del bomber bosniaco il bilancio non è dei più positivi.

Proprio per questo, nella lunga corsa che si prospetta da qui a maggio, poter contare sul talento di Patrick Schick al meglio può fare la differenza tra l’ennesimo buon piazzamento finale e la vittoria tanto rincorsa.