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Grande rivincita o finale anticipata? Guardando solo al campo, la serie di definizioni per giocare in anticipo Francia-Germania, seconda semifinale di Euro 2016, sembrerebbero ridursi a queste due: ma la partita degli opposti, tra gli indigeni con il nasino all’insù e i migranti del pallone con l’animo da panzer, è un manuale di storia, di territori contesi e paure recenti. Basti fare un salto nel tempo di circa 140 anni: siamo al tramonto della guerra franco-prussiana, Guglielmo I è a capo dell’impero tedesco – costituito dopo la sconfitta imposta a Sedan alla Francia – e dei suoi 25 Länder. Il governo centrale, costituito da cancelliere, imperatore e stato maggiore, disponeva di tutti i poteri, coadiuvato dal consiglio federale. Nel 1870 mise la Francia in condizioni di dichiarare guerra alla Prussia e a Sedan la sconfisse, facendo nascere il Reich tedesco (la corona di imperatore Guglielmo I la riceve addirittura a Versailles). La Germania si annette l’Alsazia e la Lorena.

PARIS, FRANCE - MARCH 29: Antoine Griezmann and Paul Pogba of France speak before taking a free kick on goal during the International Friendly match between France and Russia held at Stade de France on March 29, 2016 in Paris, France. (Photo by Dean Mouhtaropoulos/Getty Images)

Terre di confine: anche Marsiglia, sede del Velodrome, a suo modo lo è. Distesa tra il porto e gli accenni di banlieu, tra una nobiltà con tracce antiche e una modernità dai contrasti acuti. Ma torniamo in Alsazia e Lorena: perché il contrasto Francia-Germania nasce lì, in queste regioni grandi più o meno quanto l’Umbria, incastonate tra Francia, Svizzera e Germania. La battaglia delle frontiere – questa serie di scontri combattuti nel primo mese di guerra sul confine tra Germania, Francia e Belgio del sud – fu tra le più brevi e sanguinose del conflitto. Il 22 agosto, in sole due ore, morirono 24 mila francesi.

Terra lunga e stretta: una parte dell’esercito tedesco era alle prese con la resistenza finale della città belga, un’altra, più a sud, si trovava a fare i conti con i francesi. E di Strasburgo e dintorni i galletti non si sono mai scordati. Il numero della rivista parigina L’Illustration, del 15 agosto 1914, mostrava in copertina un soldato che sorreggeva una ragazza. L’uno rappresentava la Francia, l’altra l’Alsazia: il loro abbraccio la speranza della rivincita. Da più di quarant’anni Parigi sognava di riappropriarsi di queste terre, vittime della loro stessa posizione: regioni di frontiera, l’Alsazia e la Lorena avevano fatto parte prima del Sacro Romano Impero, poi del regno di Luigi XIV, infine del Reich tedesco.

Strasburgo, capoluogo dell'Alsazia
Strasburgo, capoluogo dell’Alsazia

Bismarck realizzò un’intesa di tipo conservatore, tra le classi dominanti di quel periodo: gli “Junker” (aristocrazia agraria, che occupava posti di rilievo nell’esercito e nella pubblica amministrazione) e gli industriali. Low unisce i Muller e i Mustafi, i nobili del calcio e gli operai della difesa: “Ce la giochiamo contro un Paese intero, ma siamo abituati” ha spiegato alla vigilia, evadendo le domande sulle assenze di Hummels, Khedira e Gomez. “Siamo la Germania, non possiamo permetterci rimpianti” il pensiero filtrato dalla conferenza stampa dell’atletico allenatore tedesco.

Deschamps, dal canto suo, ha spostato la pressione sugli sfidanti, anche se la Francia, come all’Europeo del 1984 e al Mondiale del 1998, ha iniziato il torneo casalingo con l’obiettivo di vincerlo: “Nessuno può riscrivere la storia – ha spiegato il Ct dei Bleus, conferma in tasca anche in caso di eliminazione – ma i giocatori possono scriverne una nuova pagina. È una partita che si gioca senza pensare al passato. Il passato non conta. Sono convinto che i miei ragazzi credano in loro stessi”.

Sanno che nel carrozzone causato dall’Europeo a 24 squadre, chi supera la prova del Velodrome ha buone chances di sollevare la coppa: pretattica arguta in conferenza stampa, consapevole della legge di mercato di questa competizione. L’eccesso di offerta peggiora la qualità. Allora, meglio utilizzare la carta della pazienza: quella di chi sa affondare con i talenti in casa francese, quella di chi incassa pochissimo (una rete, il rigore di Bonucci) e prende gli avversari per sfinimento nelle stanze teutoniche.

È una grande classica del calcio mondiale, Francia-Germania. Le nazioni si sono affrontate 27 volte, con nove vittorie dei tedeschi e 12 dei francesi. Le quattro sfide a una fase finale si sono concluse con un successo dei transalpini, un pareggio e due vittorie della Germania, la più recente delle quali è stata l’1-0 ai quarti di finale di Coppa del Mondo FIFA 2014. Mondiale. Aggettivo non casuale, visto che le due selezioni si sono affrontate in partite ufficiali sempre e solo nella manifestazione iridata: nella Coppa del Mondo del 1958, fu la Francia di Just Fontaine ad aggiudicarsi il match per il terzo posto con il risultato di 6-3, mentre poi è stata sempre la Germania ad avere la meglio. In quella finalina per il terzo posto, i tedeschi lasciarono fuori ben sei titolari, così che la Francia potè scatenarsi e segnarne addirittura sei. Quattro gol furono messi a segno proprio da Fontaine, che si laureò capocannoniere del Mondiale 1958 con 13 reti (nessuno prima e nessuno da allora, è riuscito a far meglio del bomber francese).

Celebre resta la semifinale del 1982, quando il match si concluse sul 3-3, per poi vedere i tedeschi trionfare ai rigori: nella mente di tutti, però, restò soprattutto il terribile impatto tra il portiere teutonico Harald Schumacher e Patrick Battiston, con quest’ultimo che rimase a terra privo di sensi. In quei momenti si temette il peggio, mentre il calciatore francese veniva trasportato fuori dal campo in barella con Michel Platini che gli teneva la mano: i Bleus , sconvolti, non riuscirono a mantenere il vantaggio ed in finale contro l’Italia ci andarono i tedeschi.

La sfida si ripropose in semifinale nel 1986 (2-0 per la Germania), mentre due anni fa, ai quarti di finale di Brasile 2014, furono ancora i teutonici ad imporsi per 1-0, con rete decisiva del difensore Mats Hummels, grande assente della contesa di questa sera. I numeri raccontano però anche altro: le due squadre sono quelle ad aver disputato più semifinali continentali in assoluto (otto per la Germania, cinque per la Francia – come l’Italia), e tra quelle ad aver vinto più titoli (tre a due per i tedeschi), nonché due delle squadre che hanno preso parte al maggior numero di edizioni (dodici per la Germania e nove per la Francia).

Germania-Francia 1-0, Mondiali 2014
Considerando anche le amichevoli, però, il bilancio è favorevole alla Francia: 12 vittorie, 6 pareggi e 9 successi tedeschi. Entrambe le squadre hanno messo a segno 43 reti negli scontri diretti: il primo nel 1931 a Colombes (1-0 per la Francia), l’ultimo nel novembre 2015 a Saint-Denis (2-0 per la Francia), nella notte che verrà tristemente ricordata per gli attentati parigini. Dopo quella sera nulla è stato come prima, nel calcio così come nella quotidianità di ognuno di noi.

Pochi, pochissimi ricordano il finale di quella sfida (2-0 per la Francia con gol di Olivier Giroud e André-Pierre Gignac), ma tutti hanno in mente il boato in avvio di partita, alle 21.20, inconsapevoli di essere all’alba di una notte drammatica, per Parigi e il mondo occidentale. In tanti hanno parlato dell’ultimo precedente negli spogliatoi di Bayern Monaco (Manuel Neuer, Jérôme Boateng, Joshua Kimmich, Mario Götze, Thomas Müller, Kingsley Coman), Juventus (Sami Khedira, Patrice Evra e Paul Pogba) e Arsenal (Mesut Özil, Laurent Koscielny e Olivier Giroud). La vita e il calcio tendono però a spingere i ricordi sempre un po’ più in là. Oggi non si tratta di un’amichevole, come otto mesi fa. In ballo c’è un posto in finale. Ah, Sedan e Marsiglia distano 900 chilometri: poco meno dello spazio che separa Parigi e Berlino. C’è un mondo intero nella notte del Velodrome.

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Non c’è due senza tre? Purtroppo non sempre l’antico adagio lascia sul viso un sorriso: chiedere conferma a Nicola Rizzoli, leader del quintetto arbitrale italiano completato dagli assistenti Elenito Di Liberatore e Mauro Tonolini e dagli addizionali Daniele Orsato e Antonio Damato. Il fischietto nato il 5 ottobre 1971 dovrà “accontentarsi” di dirigere la semifinale tra Francia e Germania, in programma giovedì 7 alle 21: di fronte i padroni di casa e i campioni del mondo in carica. Una sfida che in tanti, tantissimi tra le giacche nere del globo sognerebbero di dirigere: Rizzoli e la sua squadra avrebbero però preferito non tornare a Marsiglia, dove già avevano diretto al Velodrome l’1-1 tra Inghilterra e Russia nella prima giornata della fase a gironi, frenare a 3 il numero di direzioni nella kermesse (Portogallo-Austria e Francia-Irlanda gli altri due incontri arbitrati) e volare direttamente a Parigi per la finalissima.

Rizzoli durante Francia-Irlanda

Evidentemente, che l’Italia non dovesse essere in finale era scritto nel libro magico del dio pallone. Per Rizzoli non è stato così tempo di maturare uno storico “triplete”, da inserire nella propria bacheca accanto alla finale dl Mondiale brasiliano, dove era stato scelto per la finalissima fra Argentina e Germania, diventando il terzo fischietto italiano dopo Gonella e Collina a raggiungere questo traguardo: nella classifica degli arbitri tricolore che avevano diretto una finale di Champions League, con la direzione del derby tedesco fra Bayern Monaco e Borussia Dortmund a maggio 2013 era invece diventato il numero 6, seguendo Lo Bello, Agnolin, Lanese, Braschi e ancora Collina. Negli ultimi due anni, 2014 e 2015, è stato eletto dall’Iffhs come miglior arbitro del mondo. Per tacere della finale di Europa League 2010, Atletico Madrid-Fulham, e delle finali di Coppa Italia e di Supercoppa italiana dirette nei confini patrii.

Nicola Rizzoli, finale 2013

Nato a Mirandola, architetto per passione, la lettura per hobby, arbitro quasi per caso. E nel passato di sua moglie, Sara, la curva del Bologna. E pensare che a Nicola, quando giocava all’ala destra, i direttori di gara che oggi lo guardano come un modello non erano proprio…simpatici. «Mi incavolavo sempre con gli arbitri – ricordava in un’intervista alla Gazzetta dello Sport 11 anni fa – così un giorno decisi di imparare bene il regolamento per poter rispondere e mi sono iscritto al corso. Il bello è che al test d’ingresso mi chiesero dove volevo arrivare e io barrai il primo livello nazionale, senza saperlo». Senza sapere che nel 2016 il suo nome sarebbe stato sinonimo di eccellenza per tanti.

Equilibrato e disponibile al dialogo coi giocatori, nel 2006 è stato anche eletto presidente della Sezione AIA di Bologna, carica alla quale però ha rinunciato un anno dopo per concentrarsi sul lavoro tecnico: la curva, però, era nel suo destino. Maggio 2001, Messina-Catania, derby sentito di C1. Diretta su RaiSportSat. 2000 tifosi ospiti rimasti fuori dallo stadio riuscivano ad accedere con la forza ai bordi del terreno di gioco: impossibile giocare, tifosi peloritani infuriati. E Rizzoli che fa? Chiama il capo ultrà della formazione di casa. Persona determinata, corpulenta. Entra nello spogliatoio e Rizzoli gli fa: «Vedi tu se si può giocare, sennò andiamo tutti a casa». Risultato? La partita si svolge, il capo ultrà se la “gode” da bordo campo e Rizzoli promosso in Can B su proposta del dirigente arbitrale Maurizio Mattei.

RIO DE JANEIRO, BRAZIL - JULY 13: Sergio Aguero of Argentina is shown a yellow card by referee Nicola Rizzoli after a challenge on Bastian Schweinsteiger of Germany during the 2014 FIFA World Cup Brazil Final match between Germany and Argentina at Maracana on July 13, 2014 in Rio de Janeiro, Brazil. (Photo by Martin Rose/Getty Images)

Dagli errori, sia chiaro, non è stato esente nemmeno lui. In tanti gliene ricordano, ma non gli hanno certo tarpato le ali: pensiamo al rigore assegnato nel 2012 alla Juventus in Supercoppa contro il Napoli o al gol annullato a Bergessio del Catania contro i bianconeri pochi mesi dopo in campionato, quando era stato criticato all’estero e crocifisso in patria, nonostante l’appoggio dei vertici arbitrali nostrani. O ancora, quando nell’aprile 2008, durante un Udinese-Roma, incassò senza battere ciglio, gli insulti ripetuti di Totti. La personalità, però, non gli fa difetto, chiedere conferme a Rino Gattuso: durante un Milan-Udinese di qualche anno fa, “Ringhio” era ancora più energico del solito. Entrate irruente, tackle duri, proteste accese. «Se fischiassi ogni volta che si avvicina un po’ di più a un avversario, rimarrei senza aria nei polmoni a metà del primo tempo» diceva di lui Rizzoli. Così, su un fallo non concesso ai rossoneri e di fronte alle proteste di Gattuso, l’ex architetto gli rifila una spallata. Il numero 8 resta interdetto, lo guarda e gli dice: «È per questo che mi piaci, Rizzo!».

Moderato ma deciso, duro ma disposto al dialogo: anche con le telecamere, del quale è stato uno dei primi fautori. E scavando nel suo album dei ricordi, lo si scopre in un cameo nel docufilm “Il cielo capovolto di Cristiano Governa ed Emilio Marrese”, prodotto dalla Cineteca di Bologna, dove interpreta la parte di un tifoso che, commentando la designazione di Concetto Lo Bello a dirigere lo spareggio Bologna-Inter del 7 giugno 1964 valido per lo scudetto, pronuncia la battuta “Non ho mai capito che gusto ci sia nel far l’arbitro!”. L’ha capito, l’ha capito…