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Gli spagnoli sono letteralmente ai piedi di Nicola Sansone, attaccante che in provincia ha masticato tanto calcio e che ora è sulle prime pagine di tutti i giornali iberici. Il motivo? Un gol da 52 metri e 87 centimetri, alla Maradona per intenderci, nella vittoria per 2-1 del Villarreal contro la Real Sociedad. Una ‘follia’ che lo ha trasformato in ‘Sansòn‘, come scrive ‘As‘, l’eroe biblico che lottò contro i Filistei.

Ma non solo ‘quel’ gol da vedere e rivedere. Sansone ha letteralmente fatto a fettine gli avversari: un altro gol e un rigore procurato, sbagliato dall’ex milanista Pato. Quello che avrebbe dovuto trascinare il ‘sottomarino giallo’ e che, invece, ora è solo uno scudiero dell’ex attaccante del Sassuolo.

L’OMAGGIO DA BRIVIDI

È il ‘Mundo’ a vincere l’oscar per l’omaggio al nostro attaccante. Nella rubrica ‘Messenger’, scrive una vera e propria lettera al giocatore, che ripostiamo di seguito

È stato un piacere conoscerla 

Non abbiamo intenzione di mentirle, caro Nicola. No, non possiamo dire che stavamo seguendo la sua traiettoria da tempo, né che avevamo intuito il suo potenziale. Ci perdonerà, però non ci aveva conquistati. Così che quando ieri abbiamo visto i suoi gol, specialmente il secondo da oltre 50 metri, ci siamo messi a cercare notizie su di lei e abbiamo visto che ha iniziato nel Bayern ed è arrivato dal Sassuolo. Con i suoi 25 anni sembra che il Villarreal abbia di nuovo azzeccato un acquisto. E la cosa non ci sorprende

‘As’ ha parlato di “opera d’arte” per descrivere quel gol segnato al 24′ del primo tempo da centrocampo, quando nessuno mai si sarebbe aspettato una cosa del genere, tanto meno il portiere avversario, l’argentino Rulli, che era fuori dai pali. I titoli sono tutti per lui: ‘Golazo di Sansone’, ‘Sansone mette ko la Real’, ‘La forza di Sansone abbatte la Real‘, ‘Sansone ferma il tempo’, ‘Sansone scatenato’, ‘Sansone mette le ali al Sottomarino’, ‘Sansone affonda la Real‘.

Nel campionato dei Messi, Cristiano Ronaldo e Neymar, pure Sansone Nicola da Monaco di Baviera ci può stare benissimo. Sì perché lui all’estero pare trovarsi benissimo, essendo nato appunto in terra tedesca. Per poi girarsi mezza Italia di provincia: Crotone, Parma e Sassuolo. E ritrovarsi a Villarreal in una piccola colonia nostrana, con Daniele Bonera e Roberto Soriano. Qui dove Giuseppe Rossi ha lasciato un segno. Proprio Soriano, ex Sampdoria, è l’autore dell’assist del primo gol di Sansone.

Nicola Sansone

IL SOTTOMARINO RIEMERGE

E dire che il Villarreal aveva iniziato male la stagione. Marcelino ha lasciato la panchina una settimana prima del playoff di Champions, perso poi con il Monaco. Nelle prime quattro gare stagionali non era arrivata neanche una vittoria; poi, all’improvviso, il risveglio. Tre successi di fila tra Liga ed Europa League, con il bomber italiano che già aveva messo la sua firma contro il Malaga.

E ora, lanciati da questo 2-1, al quarto posto in classifica con 8 punti, i ‘gialli’ sono pronti all’esame Real Madrid. Per Sansone sarà la prima volta al Bernabeu e chissà che, sull’onda lunga della doppietta, non decida di restare sulle prime pagine dei giornali. Al cospetto di Zidane, James Rodriguez, Cr7, Bale e tutti gli altri campioni della Casa Blanca.

Tomás Pina, autore del gol qualificazione in Napoli-Villarreal di Europa League 2015-2016.

IL SALVATORE DELLA PATRIA

Salvatore della patria, attaccante che può portare lontano. Fran Escribà, l’allenatore del Villarreal, si gode e si coccola l’italiano: “Nico ci permette di giocare sulle fasce. Mette bene la palla, sa smarcare bene i suoi compagni ed è più rapido dei centrali. È un attaccante diverso dagli altri che abbiamo e può darci molto”.

Lui, per ora, non si vuole montare la testa: “Ancora non ci credo. Voglio ringraziare compagni e tifosi. È stata una grande vittoria contro una buona squadra. Ho visto il portiere fuori dai pali e ci ho provato. È stato un bel gol”.

Sansone al Sassuolo

I MILIONI BEN SPESI

Nicola Sansone è costato al Villarreal 14 milioni di euro. Tutto sommato, una cifra onesta visti i prezzi dei giocatori al giorno d’oggi. Soprattutto per un attaccante. Gli osservatori spagnoli ci hanno visto giusto e ora potrebbero avere tra le mani una pepita d’oro. A 11 anni, Sansone era già ben avviato alla carriera da calciatore, nel settore giovanile del Bayern Monaco. Viene convocato diverse volte, successivamente, in prima squadra ma non esordisce mai. Dal 2008 al 2010 gioca 30 partite con l’Under 19, dimostrandosi particolarmente prolifico (21 reti). Prende pure parte a quattro incontri della squadra riserve in 3. Liga. Nel 2010-2011 è in pianta stabile nella seconda squadra, segna due reti in 28 match.

L’Italia si accorge finalmente di lui. È il Parma che lo prende, da svincolato, cedendolo in prestito in B al Crotone (35 incontri e 5 gol). Torna in Emilia ed esordisce in serie A, segnando praticamente a tutte le grandi (il Real Madrid deve temere pure la cabala): Juve, Inter, Milan e Napoli. Il 21 gennaio 2014 viene ceduto in comproprietà al Sassuolo. Con i neroverdi giocherà 83 partite mettendo a segno 17 reti.

Sansone in nazionale

L’AZZURRO DI IERI E DI… DOMANI

Sansone ha assaggiato pure la Nazionale italiana. Prima con l’Under 17, poi con tutte le altre selezioni. Disputa gli Europei Under 21 con Devis Mangia in Israele nel 2013, finendo la competizione al secondo posto. Dal 2 al 4 giugno 2015 per la prima volta è con i più grandi per uno stage. L’esordio ufficiale avviene il 16 giugno a Ginevra contro il Portogallo, in panchina c’è Antonio Conte. Toccherà a Giampiero Ventura, adesso, gestire il ragazzo. Che una chance di far parte stabilmente del gruppo azzurro se la merita.

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L’eliminazione dolorosa della Roma dai play-off di Champions League ha aumentato il contingente italiano in Europa League a quattro squadre, rendendo la Serie A il torneo più rappresentato assieme alla Jupiler Pro League belga. Dopo tre anni di dominio Siviglia la coppa riparte senza gli andalusi (sempre che non riscendano a dicembre dalla Champions League) e con un nome su tutti, quello del Manchester United di José Mourinho, Zlatan Ibrahimović e Paul Pogba, ma subito dopo i Red Devils, almeno per i gironi, come ordine di grandezza si piazzano almeno tre italiane su quattro, che se la vedranno con i vari Ajax, Fenerbahçe, Feyenoord, Schalke 04, Shakhtar Donetsk, Villarreal e Zenit. In Europa League a settembre è sempre difficile dare delle valutazioni, perché poi i giudizi vengono stravolti a inizio seconda fase con otto squadre in più, ma il primo obiettivo è portare tutte e quattro ai sedicesimi.

Roma-Udinese 4-0

GRUPPO E – ROMA

Sorteggio abbastanza fortunato per la Roma, che non sembra avere avversarie di livello nel girone pur essendo partita dalla seconda fascia. L’urna di Nyon è stata benevola nei confronti di Luciano Spalletti, che dovrà cercare di fare tanti punti subito per poi dar spazio alle seconde linee, già sicuro della qualificazione. Il Viktoria Plzeň, altra retrocessa dalla Champions, gioca da anni alla stessa maniera ma non è certo all’altezza dei giallorossi, mentre fanno ancora meno paura l’Austria Vienna, che ai play-off ha fatto fuori il Rosenborg, e il modesto Astra Giurgiu, formazione rumena nella quale il centravanti è una vecchia conoscenza della Serie A, l’ex Inter e Bologna Denis Alibec. Il primo posto non può e non deve sfuggire alla Roma.

Sassuolo-Stella Rossa 3-0.

GRUPPO F – SASSUOLO

Delle debuttanti assolute il Sassuolo è quella che ha più possibilità di passare il turno, anche per l’ottimo lavoro svolto da Eusebio Di Francesco. I neroverdi sono partiti dal terzo turno e dopo aver superato Lucerna e Stella Rossa si ritrovano in un girone non certo impossibile, dove l’unico grande ostacolo è rappresentato dall’Athletic Club, i baschi di Ernesto Valverde e dell’eterno Aritz Aduriz che si candidano a protagonisti del torneo. Nella gara del San Mamés gli emiliani proveranno a ripetere l’impresa di due anni fa del Torino, che vinse 2-3 e si qualificò, ma la vera sfida sarà con i belgi del Genk, molto temibili soprattutto in trasferta, e il Rapid Vienna, nobile decaduta ma da non sottovalutare almeno nella fase a gironi. Andare avanti si può.

Fiorentina-Chievo 1-0.

GRUPPO J – FIORENTINA

I rimpianti per la semifinale di due anni fa sono alle spalle, la Fiorentina deve pensare in grande e ora ha una profondità di rosa che permetterà a Paulo Sousa di gestire gli uomini per affrontare tre competizioni. I viola sono i favoriti del gruppo e come nel 2014-2015 ritrovano il PAOK, all’epoca battuto 1-0 a Salonicco, con 1-1 al Franchi. I greci sono la seconda forza del girone e sperano nei gol del centravanti Stefanos Athanasiadis; dopo di loro c’è lo Slovan Liberec ma già staccato rispetto alle altre due, perché i cechi non hanno grossi elementi di spicco a parte il redivivo Milan Baroš, ormai a fine carriera e da tempo non più un cecchino. Outsider totale il Qarabağ, club di una città fantasma dell’Azerbaigian (Ağdam) che due anni fa sfidò l’Inter.

Pescara-Inter 1-2.

GRUPPO K – INTER

L’Inter può definirsi la più sfortunata delle quattro italiane, perché il girone dei nerazzurri è il più complicato. A Frank de Boer, chiamato a riscattare alcune eliminazioni cocenti subite quando guidava l’Ajax, toccano due squadre impegnative e una trasferta lunga contro gli sconosciuti israeliani dell’Hapoel Be’er Sheva, capaci ai preliminari di Champions di eliminare l’Olympiakos e sfiorare l’impresa col Celtic. Da non sottovalutare lo Sparta Praga, che a marzo eliminò la Lazio dilagando all’Olimpico, ma il vero grande ostacolo per Mauro Icardi e compagni è il Southampton, rinnovato dopo il sesto posto della scorsa Premier League con le partenze di Koeman, Mané e Pellè, ma sempre dotato di giocatori di valore come José Fonte e Dušan Tadić.

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Un’estate in bilico tra le voci di Inter, la voglia di restare a Sassuolo e la Juve sempre incombente alle spalle. Quante se ne sono dette sul conto di Domenico Berardi: “Ha paura di fare il grande salto. Non sarà mai un campione”. Oppure: “La Juve continua a lasciarlo in provincia sperando che maturi di carattere”.

Poi ricomincia il calcio giocato e lui, il Golden Boy Mapei, che fa? Cinque reti in cinque partite. Sempre decisivo, in Europa League e all’esordio in campionato su rigore. Tanto che Eusebio Di Francesco si lucida gli occhi e ringrazia i tentennamenti del suo fuoriclasse che gli permettono di allenarlo anche quest’anno: “Berardi incontenibile? L’ho preso in primavera e vederlo così maturo, anche negli atteggiamenti, è molto bello per me. Deve migliorare perché può essere più lucido sotto porta”. Vero: ci sono pali e traverse che avrebbero potuto essere altri gol. Ma intanto il Sassuolo sta un passo dietro le grandi. Solo un passo. Proprio grazie a Berardi, l’uomo che può permettere agli emiliani di entrare pure nei gironi di Europa League. Respirando dunque l’aria di quell’Europa che, con la Juventus, l’attaccante avrebbe assaggiato eccome. Ma forse più dalla panchina che da protagonista.

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IL BOMBER, L’ESTERNO, LA TESTA CALDA

E’ un bomber, ma in realtà non un centravanti. E questo già la dice lunga sul talento di Domenico Berardi, capace di giocare dove vuole. Anarchico, pure di carattere, ma in grado di rovesciare le partite se con la testa sul pezzo (il Milan ne sa qualcosa). Talento infinito, attaccamento alla maglia. Sì, più che paura questo ha spinto il giocatore a rimanere al Sassuolo, nonostante il corteggiamento di Juve e Inter. “Questo club mi ha cresciuto quando ero nessuno”. Uno sgarbo? No, impossibile. Per ora. Quando avrà ripagato la fiducia, forse volerà davvero in una grande, a meno che nel frattempo Squinzi non abbia raggiunto pure questo obiettivo: diventare una grande in pianta stabile.

Ha fatto discutere, e tanto, il mancato passaggio di Berardi in bianconero, visto che da due anni è nell’orbita della Signora e da due anni non fa il grande salto. Ma questa sembrava la volta buona, in particolare dopo la partenza di Morata. Invece niente. Si era fatta avanti pure l’Inter, a suon di milioni. Ma forse Berardi, ai nerazzurri, non ci è mai stato davvero vicino. E dire che la Juve avrebbe rimpolpato eccome le casse neroverdi, con 25 milioni di euro. E i cinesi avevano offerto pure di più. Ma il patto è un patto. La parola data pure.

Io resto, evito i comportamenti sconvenienti e vi faccio andare in Europa. Voi, più avanti, mi fate andare dove desidero io. Che potrebbe non essere Torino, visto che si è parlato di un Domenico innamorato pazzo del Biscione.

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L’ASTA 2017

Insomma, nell’estate del 2017 per lui potrebbe scatenarsi un’asta. La Juve mantiene la corsia preferenziale, ma chissà. Il prezzo non sarà più di 25 milioni, non è fissato. Chiunque, anche una squadra estera, potrà far suo il talento. Ma sarebbe un peccato perderlo per un altro campionato (piedi buoni in fuga), come successo per Verratti. Si supereranno, prevedibilmente, i 30 milioni di euro. Se Berardi non farà colpi di testa in questa stagione e confermerà l’inizio da leader. E non sarà un investimento al buio perché, nel frattempo, lui di esperienza ne sta facendo tanta.

Alla lista delle pretendenti, già in questa estate, si è aggiunto il Tottenham, spaventato però dalla richiesta di 30 milioni del Sassuolo. Tra dodici mesi, presumibilmente, questa sarà solo la base d’asta. E pure il club di Pochettino si siederà a trattare.

Gigi Riva

IL GRAN RIFIUTO DI GIGI RIVA

Il rifiuto di Berardi alla Juve? C’è chi l’ha paragonato a quello illustre di un certo Gigi Riva, l’uomo che portò lo scudetto a Cagliari, rendendo felice e orgogliosa tutta la Sardegna. ‘Rombo di Tuono’ era il rinforzo che Gianni Agnelli aveva individuato per riportare la Signora ai fasti di un tempo dopo un decennio – quello ’60 – ’70 – in cui i bianconeri avevano visto gli altri vincere, accontentandosi delle briciole.

E proprio dopo il titolo del Cagliari, al termine della stagione 1969-70, si consuma lo sgarbo alla Vecchia. Agnelli rompe gli indugi e offre un miliardo di lire pur di assicurarsi l’attaccante. Cento milioni in più di quanto fu offerto, nove anni prima, per provare a portare Pelè in Piemonte (qui fu l’intervento del presidente brasiliano a bloccare il clamoroso trasferimento).

Nel caso di Riva, il numero uno del Cagliari Arrica vacillò. Ma fu proprio l’attaccante, con il suo gran rifiuto, a porre fine alle voci di un trasferimento: “Grazie no, voglio restare a Cagliari. Per sempre”. Dopo aver portato il tricolore in Sardegna, questa frase legò per sempre Rombo di Tuono alla terra una volta dimenticata da tutti (forse anche da Dio). Questa volta, nessuno osò parlare di ‘fifa’ da parte della punta, ma di amore per una città, per un’isola. Per una maglia, onorata sempre, seppure il Cagliari non arriverà più a simili vette. E la Juve, pochi anni dopo, riprenderà il suo ciclo vincente.

Pietro Paolo Virdis

SULLE ORME DI ROMBO DI TUONO

Pietro Paolo Virdis ci era proprio nato in Sardegna. E per qualcuno era il degno successore di Gigi Riva. Di sicuro, era una punta che piaceva tanto alla Juve. Tanto che Giampiero Boniperti, nel 1977, decise di andare sull’isola per convincere di persona Virdis a trasferirsi. Lo inseguì per tutta l’isola, pensate. “Io scappavo” racconta l’ex giocatore, ma fu il presidente Delogu a gelarlo: “Ti abbiamo ceduto alla Juventus”.

Lui non si arrese: “Io non ci volevo andare alla Juve e il motivo era molto semplice: giocavamo in B, aveva perso gli spareggi per la serie A, volevo rimanere nella mia squadra, nella mia città. Io sono nato per caso a Sassari, io sono di Sindia. Mio padre Pietrino era ispettore agrario a Cagliari, io ero l’unico maschio della famiglia. Poi babbo è morto e io non me la sono sentita di andare via da Cagliari”. Il paragone è presto fatto: “Anche Riva aveva detto no alla Juve. Ma quella è un’altra storia. Io volevo continuare nella mia squadra che era stata la squadra di Riva. Poi la mamma mi ha convinto: “Pietro vai vai. Altrimenti, non ti fanno più giocare”.

E lui andò alla Juve, vincendo due scudetti, ma ingrigendosi: “Non sono stato bene. Prima la mononucleosi, poi i reumatismi articolari. Mi allenavo poco, era tutto molto difficile”. Eppure, a Torino conoscerà Claudia, la futura moglie.

Matteo Politano esulta dopo il gol all'Inter nell'ultima giornata di Serie A 2015-2016.

BERARDI, IL FUTURO NESSUNO LO CONOSCE

Berardi farà come Riva o come Virdis? O come nessuno dei due? In un periodo in cui le bandiere non ci sono più, l’attaccante del Sassuolo rischia di diventarlo proprio per i neroverdi. Ma probabilmente finirà che si trasferirà in una grande. E a Sassuolo la prenderanno bene perché sanno che quello lì può fare davvero la differenza. E forse diventare un fuoriclasse. Che quel Berardi per ora si accontenta dell’Europa League, ma domani non più.

Oppure resterà a Sassuolo davvero, dove i soldi e le ambizioni comunque non mancano. Dove l’Europa League può essere il trampolino di lancio. Per diventare una provinciale di lusso prima, una ‘sorella’ di Juve e Inter poi. Con Berardi esempio di chi vuole essere grande senza per forza trasferirsi in una grande.

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Alle 19.45 di domani il Sassuolo avrà il suo battesimo europeo, sfidando il Lucerna per l’andata del terzo turno preliminare di Europa League. Un risultato grandioso per una squadra che solo dieci anni fa festeggiava la sua prima promozione in Serie C1, ottenuto con una serie di risultati sempre crescenti che hanno permesso ai neroverdi di raggiungere la Serie A e consolidarsi come una realtà del calcio italiano e non più come una sorpresa.

Adesso però l’asticella degli obiettivi si alza, perché in questa stagione la squadra di Giorgio Squinzi ed Eusebio Di Francesco dovrà confermarsi nella parte sinistra della classifica e cercare di tenere alto il nome dell’Italia in Europa League, competizione spesso (e colpevolmente) trascurata dai club di Serie A, e non a caso proprio per i risultati negativi nel secondo torneo UEFA si è perso il terzo posto nel ranking. La trasferta svizzera comporta dei rischi non di poco conto, perciò meglio che gli emiliani conoscano le insidie del cammino europeo, evitando di steccare subito come successo ad altri.

Il Lucerna nella prima partita di Raiffeisen Super League contro il Lugano.

UN AVVERSARIO DA NON SOTTOVALUTARE

Il Lucerna ha già iniziato il suo campionato, la Raiffeisen Super League, battendo per 1-2 il Lugano sabato scorso nella prima giornata. La squadra di Markus Babbel (ex difensore di Bayern Monaco e Liverpool, due volte vincitore della Coppa UEFA) è sicuramente più avanti nella preparazione e questo ha permesso di battere in amichevole avversari più blasonati come Monaco e Schalke 04, perciò ecco un primo campanello d’allarme. Rispetto al Sassuolo gli svizzeri hanno già avuto a che fare con le coppe europee (per i neroverdi praticamente solo i difensori hanno presenze internazionali) e sanno come affrontare questi impegni: fra di loro peraltro c’è l’esperto centrale Ricardo Costa che nel 2003-2004 ha vinto la Champions League con il Porto di José Mourinho. Il Lucerna non è una delle classiche squadre da primi turni di Europa League che passa di lì per caso, ma una formazione attrezzata con discrete soluzioni in tutti i reparti. Il Sassuolo è più forte come rosa, ma in questo momento della stagione i valori individuali contano fino a un certo punto.

Sampdoria-Vojvodina 0-4, andata del terzo turno preliminare di Europa League 2015-2016.

TROPPI PRECEDENTI NEGATIVI

Il ricordo dell’ultima italiana al terzo turno preliminare di Europa League purtroppo è ancora fresco: il 30 luglio 2015 la Sampdoria, con un sorteggio all’apparenza morbido contro il Vojvodina, ha perso l’andata 0-4 e non è riuscita a rimontare al ritorno, andando incontro a un’eliminazione rovinosa che ha fatto da apripista a una stagione vissuta a ridosso della zona retrocessione. Quello dei blucerchiati non è l’unico caso di KO ad agosto: nel 2013-2014 l’Udinese superò il terzo turno per poi uscire contro lo Slovan Liberec ai play-off, nel 2011-2012 doppio disastro col Palermo fuori subito contro il Thun e la Roma a ruota con lo Slovan Bratislava (anche in questo caso stagioni condizionate e fallimentari), con l’aggiunta delle troppe eliminazioni ai play-off di Champions League e del doppio passaggio del turno dell’Inter 2012-2013, che rischiò di uscire (col ritorno in casa) sia contro il Hajduk Spalato sia contro il Vaslui. La sofferenza estiva è diventata un brutto classico del calcio italiano, sta al Sassuolo invertire la tendenza e dimostrare di essere di un’altra categoria.

Matteo Politano esulta dopo il gol all'Inter nell'ultima giornata di Serie A 2015-2016.

Sul mercato il Sassuolo non si è rinforzato granché, la squadra è più o meno la stessa della scorsa stagione (almeno nei titolari) fatta eccezione per Šime Vrsaljko, passato all’Atlético Madrid. Saranno quindi i vari Consigli, Acerbi, Paolo Cannavaro, Magnanelli e Domenico Berardi, uomini chiave del sesto posto strappato a maggio al Milan, a dover guidare i neroverdi nella loro prima esperienza europea, sperando di ripetere la cavalcata del Torino 2014-2015, che dal terzo turno arrivò fino agli ottavi.

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Ho ancora negli occhi l’immagine della curva del Frosinone. Bella, compatta, colorata. Un giallo che acceca. A cosa è servito quest’anno in Serie A dei ciociari? A farci conoscere questa splendida tifoseria. A concedere al Matusa l’onore di fare il giro d’Europa, forse del mondo. Perché retrocedere non è un’onta, se capisci quali sono i tuoi limiti e fin dove ci si può spingere. Il Frosinone è stato un esempio. Ha giocato, ha lottato, ha onorato, nel vero senso del termine, il campionato. È stato sfortunato, ma ha evitato ogni tipo di piagnisteo, ogni scusa e si è limitato a lasciare, ogni domenica, lo stadio a testa alta.

A testa altissima possono restare i suoi sostenitori. Perché arriva un momento in cui capisci, senza psicodrammi e isterie collettive, che un anno di Serie A giocato così è comunque un premio alla città, al tifo, alla Ciociaria intera, e che adesso magari ci si può addirittura riprovare. Non con Stellone, credo. Perché se il calcio è giusto, e se gli osservatori sanno dare il giusto peso alle situazioni, saranno in grado di capire che questo ragazzo è pronto per restarci, in serie A, e fare anche molto bene.

tifo

La scena più bella della domenica calcistica è quel Frosinone sotto la curva, ad applaudire i propri tifosi. Alle spalle dei giocatori altri giocatori in maglia neroverde. Sono quelli del Sassuolo che non possono fare a meno di applaudire i rivali appena battuti sul campo, e questa curva che abbaglia, e non solo per via del colore, che incanta e appassiona. Qualcosa di diverso dalla “favola” (parola di cui spesso si abusa, non nel caso specifico) Leicester, perché le nostre narrazioni domenicali sono veriste, si avvicinano più ad una novella di Verga che ad un plot dei fratelli Grimm. Verista è la stagione dei ragazzi di Stellone che cadono sul più bello e mentre vanno sotto la loro curva a chiedere scusa trovano un tripudio di applausi. Scroscianti.

Più Sheaksperiana, ma comunque ispirata ad una storia vera, è la vicenda del Verona. Gli scaligeri, partiti come possibile outsider, non si aspettavano un campionato da ultima della classe. Meno che mai si potevano aspettare di giocare l’ultima partita davanti a quasi trentamila persone e con una curva piena.

È vero c’era la Juve, ma il gialloblu era predominante e il grido “Luca, Luca“, per Toni, si è sentito fino a Torino. Per una sera, i tifosi dell’Hellas, che pure non hanno mai fatto mancare il loro sostegno alla squadra, si sono dedicati al loro bomber. Volevano salutarlo nel migliore dei modi e così hanno fatto. Sono stati ricambiati da un cucchiaio e da un’esultanza primordiale, istintiva, quella del bambino che fa gol in cortile. Un gol che non conta nulla ma che è l’alfa e l’omega di una carriera strepitosa, che non meritava fischi, né retrocessione.

E così il pubblico di Verona è stato esemplare nel fermare il tempo, allestire una scenografia degna della migliore opera e dare a Toni la possibilità di godersi la sua serata. L’ultima. E quando ad un certo punto si è alzato un grido “La nostra festa non deve finire, non deve finire e non finirà” ci siamo ricordati un canto in voga in parrocchia negli anni ’90. Già, la parrocchia, l’oratorio, il posto dove si andava per inseguire un pallone e dimenticare il resto.

Frosinone e Verona, accomunate dal gialloblu e da poco altro, retrocedono con l’onore delle armi, ma soprattutto dimostrando che si può scendere in B senza fare tragedie, come qualche anno fa successe alla Sampdoria. Mentre Palombo andava sotto la curva a piangere, dall’altra parte si levava il grido “Doria Doria“. Perché le storie belle da raccontare non sono solo quelle d’oltremanica.

Abbiamo gli occhi troppo pieni di Leicester per ricordarci che, negli anni passati, abbiamo osannato tifoserie britanniche per aver tributato ai loro beniamini l’ultimo applauso prima della retrocessione. E adesso che l’Italia dimostra al mondo che scendere di categoria, o più genericamente “perdere” (una parola schifata dai manuali di egocentrismo e dai coach aziendali) fa parte del gioco, è un incidente di percorso e non la fine del mondo, dovremmo andarne fieri e camminare a testa alta.

Come Roberto Stellone, come Luca Toni. Come i tifosi di Frosinone e Verone che non retrocedono. Loro no.

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Si è presentato a San Siro con un cappellino da allenatore di provincia, e un abito sartoriale da manager inglese. In questo look, nei suoi sguardi, nella montatura degli occhiali, c’è tutto Eusebio Di Francesco. Il classico centrocampista da prendere al Fantacalcio, perché “gioca sempre, non va mai sotto la sufficienza e spesso e volentieri si prende anche il lusso di segnare un gol“. Sì, ma senza lasciare mai la squadra scoperta. È un allenatore nato, Di Francesco. Da Zeman ha imparato ad offendere con il tridente, dai suoi compagni di reparto (e di scudetto) Tommasi e Cristiano Zanetti a stringere i denti e coprire tutti gli spazi. Il resto, l’ha preso da Fabio Capello, pur mettendoci molto del suo. Anche perché, a suo dire, “essere stato un centrocampista è un vantaggio, ma per essere un bravo allenatore devi toglierti i panni del calciatore”.

Come un Brian Clough abruzzese, anche a lui piace ricordare l’insuccesso per potersi godere questo (ormai lungo) momento di gloria. Un paio di stagioni fa il patròn Squinzi gli diede il benservito per affidare la guida tecnica a Malesani, che si presentò in sala stampa ricordando successi e reclamando motivazione. Dopo meno di due mesi DiFra era nuovamente in sella, a guidare i neroverdi verso una clamorosa salvezza. Integralista, idealista, eppure aziendalista. Non una parola contro la società che l’aveva scaricato. Un altro allenatore sulla cresta dell’onda, quel Giampaolo che è rinato ad Empoli, avrebbe rifiutato. Di Francesco avrebbe potuto andare via, dopo aver riacciuffato la serie A che sembrava perduta. Invece è rimasto, e non certo per ragioni di cuore.

A Sassuolo si lavora bene, a Sassuolo si può investire, non a caso i migliori giovani della Serie A giocano lì e la società emiliana è una delle poche squadre che si è potuta permettere di acquistare alcuni tra i migliori italiani sul mercato, si tutti il portiere Consigli, a 7 milioni. Molte big di Serie A seguono con attenzione il mister, e probabilmente è lì che finirà una volta terminato il suo ciclo a Sassuolo, magari alla sua Roma o al Milan, o magari passando da uno step intermedio. Che forse non esiste, perché è il suo Sassuolo la più bella realtà a ridosso delle grandi, l’unica in grado di battere Napoli, Juventus e Inter in sequenza. E se vincesse anche il recupero contro il Torino, Di Francesco avrebbe gli stessi punti della sua Roma.

(Photo by Marco Luzzani/Getty Images)

Vero, alla base c’è la solidità societaria, e attenzione a non dimenticare uno come Guido Angelozzi che dopo gli anni low cost di Lecce e Bari si è ritrovato catapultato in una situazione completamente rovesciata, senza pressioni della piazza, anzi, troppo tranquillo. E anche Di Francesco ha dovuto lavorare sull’aspetto opposto: crearsi le motivazioni nel lavoro di ogni giorno. Lui non si accontenta, perché sa che a breve arriverà il momento di lasciare l’isola felice e misurarsi con nuove ambizioni. Eppure al calcio non ci pensava più, per due anni ha preferito dedicarsi ad uno stabilimento balneare, finché non è arrivata la chiamata del Val di Sangro, con un ruolo da consulente. La sua prima panchina, a Lanciano in Lega Pro, dura poco. Ma a inizio 2010 viene ingaggiato dal Pescara, che guida alla promozione in Serie B. Quando accetta il Lecce, in A, sembra l’inizio di una brillante avventura.

Foto LaPresse - Alessandro Fiocchi

Almeno fino alla fine del primo tempo di una spettacolare partita che i giallorossi conducono sul Milan per 3 a 1. La perderà 3 a 4 e, come spesso accade in queste occasioni, in molti inizieranno ad associare il suo nome a quello di Zeman. Ma solo per la fase difensiva, infatti verrà esonerato. Oggi il suo Sassuolo prende pochissimi gol, il suo 4-3-3 è uno dei più equilibrati e moderni tra quelli visti in Italia. Un quattrotretre d’avanguardia. La sua gestione dei talenti verrà certamente decantata quando magari qualcuno che non sia lui allenerà Berardi. O se chiedete ad Allegri che tipo è Zaza, o ad uno dei tanti mister che lo ha allenato che strano tipo è Floro Flores. A Sassuolo ha ricreato un ambiente familiare, dove i napoletani hanno esportato la loro musica, il divertimento, il buonumore, ma solo fuori dal campo di allenamento. Nel rettangolo di gioco si lavora duro, si migliora giorno dopo giorno. È così che è rinato Cannavaro, che è tornato ai livelli da top player Acerbis, che Missiroli si è attirato addosso, a 30 anni suonati, l’attenzione delle grandi. E non parlategli di pressione, perché Di Francesco non vede l’ora di sentirla. È un allenatore maturo ormai.