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I miracoli, nel calcio, esistono. Sono fenomeni difficili da spiegare, che ribaltano le attese, sconvolgono i pronostici, rendono Golia i Davide di turno. Quando però si ripetono nel tempo, allora, occorre cercargli una spiegazione, una radice: spesso, fa rima con programmazione. È quanto sta avvenendo in Islanda, isola di 334mila abitanti che da tre giorni è in preda a un’euforia calcistica senza precedenti, che fa rima con Mondiale 2018.

No all’improvvisazione, ok con la programmazione

Già, perchè la storia calcistica dell’Islanda è breve ma intensa. Soprattutto, è fatta di passi calcolati, non di azzardi:  nel 2014 gli islandesi avevano mancato la qualificazione mondiale per un soffio, perdendo il play-off con la Croazia. La vendetta, però, è un piatto da servire freddo anche nel calcio: quattro anni dopo, Sigurdsson e compagni sono volati in direzione Russia da primi del girone, proprio davanti ai croati. Questo gruppo, però, fa sognare da più di un lustro Reykjavík e dintorni: l’attuale Nazionale, infatti,  è chiamata in patria la “golden generation”, con uno zoccolo duro che arriva dall’Under 21 che nel 2011 prese parte alla fase finale degli Europei di categoria.  Dietro il calcio in Islanda c’è un progetto. Serio e figlio della battaglia all’alcool fatta dal governo, che per debellare la piaga ha investito forte sullo sport, costruendo campi da calcio e pagando centinai di figure professionali.

Dica knattspyrna

Il pallone non è lo sport nazionale, ma knattspyrna, in lingua originale, sta prendendo piede. La dimostrazione? L’altra sera, dopo il decisivo 2-0 al Kosovo, a Reykjavik sono partiti i fuochi d’artificio quando la qualificazione a Russia 2018 è stata confermata sul campo.  Determinanti i tre successi di fila nella fase finale di un girone tutt’altro che banale, chiuso in testa davanti alla Croazia di Modric e Rakitic, all’Ucraina di Shevchenko, alla Turchia del guru Lucescu e alla Finlandia, contro cui l’Islanda perse lo scorso due settembre a Tampere, quando sembrava aver compromesso le possibilità di qualificazione. Anche così è stato “polverizzato” il record di Trinidad & Tobago nel 2006: dal milione e 300mila abitanti dell’isola del Centro America ai 334 mila abitanti, poco più del Molise, dell’Islanda. Basti pensare che ben otto città italiane hanno un numero più alto di residenti. E che la Nazionale azzurra del Ct Ventura dovrà passare per gli spareggi per confidare nel pass verso Russia 2018. I soldi non fanno la felicità? Più che il denaro, i numeri.

Russia 2018 è per l’Islanda il punto di approdo di una fase del progetto sportivo portato avanti dal Governo, i cui primi passi risalgono a circa 20 anni fa: tra i ’90 e l’alba del nuovo millennio, la Federazione stanziò fondi per costruire impianti con campi regolamentari completamente al coperto, indoor, che permettessero non solo ai professionisti di avvicinarsi al calcio ed allenarsi anche nei mesi più freddi e bui dell’anno. Decine di campi in erba sintetica furono allestiti anche nelle scuole dell’isola: sport come elemento di crescita sociale e inclusione. Ha funzionato? Per conferme, rivolgetevi al capitano Aron Gunnarson, che nell’età adolescenziale fu selezionato sia dalla nazionale di calcio che da quella di pallamano.

Nelle mani…di un dentista

In un’isola nata dalla bocca di un vulcano, il cratere Snaefell tanto caro a Jules Verne e al suo romanzo “Viaggio al centro della terra”, ci si può imbattere nel ghiacciaio Vatnajökull o cercare la piccola Surtsey,  la guida tecnica della nazionale non poteva che essere affidata a un personaggio dalla storia particolare. Fa il dentista e si chiama Helmar Hallgrimsson. Teorico e pratico del 4-4-2, fa del collettivo il punto di forza della sua strategia. Con una sola stella: Gylfi Sigurdsson, trequartista dell’Everton che milita da anni in Premier League e che i Toffees hanno pagato 40 milioni di sterline in estate. Metterla dentro spetta a Bodvarsson e soprattutto a Finnbogason, mentre è fuori per infortunio l’altro centravanti Kolbeinn Sigthórsson. La Serie A italiana è rappresentata dall’ex Pescara e Sampdoria Bjarnason e da Hallfredsson, alla terza stagione all’Udinese. Tra i pali c’è Hannes Thor Halldorsson, ragazzone di 193 centimetri che, prima di sfondare nel mondo del calcio, si stava costruendo una carriera da regista tra film, documentari e clip musicali.

Sono loro i protagonisti di un percorso che nel 2016 ha portato l’Islanda, intesa come nazione, ad annoverare un allenatore di calcio con patentino Uefa A  e Uefa B ogni 500 abitanti, e la nazionale islandese a battere l’Inghilterra negli ottavi di finale di Euro 2016, prima di arrendersi con onore alla Francia. Un cammino passato per le vittorie dell’Islanda all’epoca guidata dallo svedese Lars Lagerback nelle qualificazioni per Brasile 2014 su Olanda, Turchia e Repubblica Ceca, con un glorioso precedente: il 2-0 rifilato nell’agosto 2004 all’Italia guidata da Marcello Lippi. Mentre a Roma si interrogavano su come ripartire dopo il fallimento europeo di quell’estate, a Reykjavik avevano già posto solide basi.

Geyser Sound is back

L’onda lunga del “geyser sound”, il boato che accoglie le vittorie della nazionale islandese con annessa danza, è già arrivata in Russia: l’ha portata dalle parti di Mosca il web, che ha immortalato capitan Gunnarsson e compagni festanti mentre condividevano la gioia della qualificazione con i tifosi presenti sugli spalti del Laugardalsvöllur Stadium. Chi non ricorda i dati di Euro 2016, quando  l’Islanda aveva potuto contare sul supporto dell’8% della popolazione totale in trasferta in Francia per i propri beniamini? La “Viking thunder-clap” è ormai un’icona di questo calcio, nel quale tutti i tifosi -complice anche un campionato locale di basso livello, con squadre che non superano i preliminari delle competizioni europeee da tempo immemore- sostengono gli Strákarnir okkar.  In italiano, i nostri ragazzi. Che in giro per il Continente hanno più di qualche simpatizzante.

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I risultati delle gare di stanotte del girone di qualificazione sudamericano (dopo quelle giocate poche ore prima in Europa) hanno chiuso il cerchio relativo agli spareggi mondiali che si giocheranno nelle prossime settimane e che decideranno chi raggiungerà le nazionali già qualificate per Russia 2018.

Spareggi che riguardano da vicino la nazionale azzurra, che dopo aver ottenuto la certezza matematica di disputarli grazie alla vittoria del Belgio in Bosnia della scorsa settimana, con la sudata vittoria in Albania risulta tra le 4 seconde classificate teste di serie in Europa, assieme a Svizzera (battuta dal Portogallo nella gara decisiva per il primo posto del girone, ma che aveva vinto tutte le gare precedenti), Croazia (qualificata in extremis grazie alla vittoria in Ucraina) e Danimarca (trascinata da un fenomenale Eriksen). L’urna di Zurigo, il prossimo 17 ottobre, deciderà gli accoppiamenti tra queste 4 formazioni e le altre 4 migliori seconde (non teste di serie), ovvero Svezia, Irlanda del Nord, Irlanda e Grecia. 

Avversari da non sottovalutare, ma di certo non quanto lo sarebbero state le teste di serie se l’Italia non fosse riuscita a rientrare tra di esse. La Svezia, dopo il ritiro dalla Nazionale di Ibrahimovic, è squadra quadrata ma non particolarmente talentuosa; l’Irlanda del Nord fa della forza fisica dei suoi calciatori il punto di forza (a Euro 2016 ha fatto una buonissima figura, arrivando fino agli ottavi); la Grecia ha giocatori di talento ma negli ultimi anni ha ottenuto risultati deludenti. La più pericolosa delle 4 è forse l’Irlanda, che ha fatto fuori dai Mondiali i “cugini” del Galles (semifinalisti a Euro 2016, non dimentichiamolo) vincendo sul loro campo.

McClean, che con un suo gol ha portato l’Irlanda agli spareggi

Galles, Olanda, Bosnia e Slovacchia (peggiore seconda) sono probabilmente le squadre più deludenti tra quelle escluse, visto il potenziale tecnico e fisico a disposizione.

L’andamento degli altri gironi nel resto del mondo, in molti casi,  è stato degno di una sceneggiatura hollywoodiana, con qualificazioni dirette e agli spareggi in bilico fino all’ultimo secondo, colpi di scena ed eliminazioni difficilmente pronosticabili di squadre forti, che non avranno la possibilità di giocarsi l’ultima possibilità.

Lo psicodramma dell‘Argentina, costretta a non perdere l’ultima partita per disputare almeno gli spareggi (con una serie di incastri favorevoli) e non rischiare di rimanere clamorosamente fuori, ha colpito tutto il mondo. La squadra di Messi e degli altri grandi talenti offensivi che tutti conosciamo era obbligata a vincere in Ecuador, dopo l’incredibile pareggio con il Perù di qualche giorno fa. Sotto per 1-0 dopo neanche un minuto, l’albiceleste si è affidata alle giocate di una “Pulga” in stato di grazia. La tripletta del fuoriclasse del Barcellona ha trascinato la squadra di Sampaoli (le cui scelte sono state comunque discutibili) direttamente ai Mondiali, assieme a Uruguay, Colombia e Brasile.

I verdeoro, già qualificati, sono stati gli artefici della sorprendente eliminazione del Cile, campione sudamericano in carica. Vidal, Sanchez e gli altri potranno assistere ai Mondiali solo guardando la Tv, senza poter nemmeno provare a entrare dalla porta secondaria. Agli spareggi è andato il Perù, squadra dal passato glorioso che non disputa un mondiale dall’anno di grazia 1982. Guerrero e compagni se la vedranno con la Nuova Zelanda, con l’ambizione più che legittima di giocare la competizione calcistica più importante dopo tanti anni di assenza.

Uno sconsolato Sanchez, sconfitto dal Brasile e fuori dal Mondiale assieme al suo Cile

Nel girone nordamericano ha del clamoroso la mancata qualificazione degli Stati Uniti. Messico, Costa Rica e la sorprendente nazionale di Panama sono qualificate al Mondiale (Panama per la prima volta nella sua storia). Ai playoff ci va l’Honduras, che si giocherà il Mondiale nel turno successivo interzona contro l‘Australia, vincente dello spareggio asiatico con la Siria. Quella della nazionale siriana sarebbe stata la storia calcistica più significativa di questi anni, se fossero riusciti almeno a raggiungere lo spareggio. Dopo l’ 1-1 casalingo, nel ritorno in Australia la Siria è addirittura passata in vantaggio, ma poi l’eterno Tim Cahill (a cui gli Aussie dovranno dedicare una statua prima o poi) con una doppietta ha regalato ai suoi la chance di giocarsi la qualificazione contro gli honduregni.

Non resta che aspettare il 17 ottobre per conoscere gli accoppiamenti delle Europee e avere il quadro completo delle gare, dalle quali usciranno le ultime squadre qualificate ai Mondiali 2018. L’ultimo treno per la Russia sta per passare e ci auguriamo con tutto il cuore che l’Italia sia tra le nazionali che ci saliranno. 

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L’uscita dal girone della Confederations Cup della Russia, dopo la sconfitta col Messico, è solo l’ultima delle magre figure che il grande paese dell’Est ha raccolto negli ultimi 9 anni. Una situazione sconfortante, sportivamente e non solo, a un anno dal Mondiale che ha fatto molto discutere già dalla sua assegnazione. Quasi un decennio di insuccessi, eliminazioni premature e forti difficoltà economiche di molte delle società che militano nella Prem’er-Liga, oltre che una mancanza cronica di grandi talenti da lanciare nel calcio che conta, hanno ridotto la Russia a una Nazionale marginale, che non riesce a essere protagonista a grandi livelli. A complicare il tutto ci si mettono anche la situazione dei club, con 26 delle 36 società di prima e seconda divisione in serie difficoltà economiche (molti sono controllati da società statali, che hanno risentito della crisi petrolifera del 2014) e un’indagine della Fifa sul doping che riguarda la Nazionale che ha partecipato ai Mondiali in Brasile (allenata da Fabio Capello).

Eppure nel 2008, dopo la semifinale degli Europei con la Spagna, le cose sembravano dover prendere una piega decisamente diversa: la squadra allenata dal santone Gus Hiddink, guidata dai talenti Arshavin e Pavliuchenko, aveva fatto un figurone e perso contro una delle migliori versioni delle “Furie Rosse“, giocandosela però alla pari per lunghi tratti della gara. La Nazionale sembrava riflettere al meglio il grande momento delle squadre di club, con l’ambizioso Zenit San Pietroburgo che 3 anni dopo il Cska Mosca si era portato a casa l’Europa League, battendo in finale i Rangers di Glasgow (e avrebbe vinto la Supercoppa Europea battendo il Manchester United qualche mese dopo).

arshavin

Proprio quello che sembrava l’inizio di un rinascimento calcistico si è rivelato solo un fuoco di paglia, perché in soli due anni la Russia ha dilapidato tutto ciò che di buono era stato fatto negli anni precedenti mancando clamorosamente la qualificazione ai Mondiali del 2010, dopo la sconfitta negli spareggi di qualificazione con la piccola Slovenia. Neanche l’arrivo di Fabio Capello ha invertito la tendenza, con una squadra che a Euro 2012 e Brasile 2014 non è mai riuscita ad invertire il trend negativo. Il punto più basso probabilmente è stato toccato agli ultimi Europei: una Nazionale svuotata, abulica, indegna di un paese come la Russia, che Slutsky aveva miracolosamente ripreso per guidarla alla qualificazione e che poi si è squagliata già nella fase ai gironi (in cui è stata surclassata da Galles e Slovacchia). Euro 2016 doveva essere un primo banco di prova prima del Mondiale, assieme alla Confederation Cup, ma se le premesse sono quelle viste in queste due competizioni difficilmente la situazione potrà essere positiva.

La Nazionale è il riflesso di un movimento allo sbando, che ha visto ridimensionarsi o crollare squadre che pochi anni prima avevano speso fior di milioni per comprare calciatori dall’estero. La Dinamo Mosca e l’Anzhi sono i due esempi più chiari di cattiva gestione, con proprietà spregiudicate capaci di gonfiare le sponsorizzazioni per nascondere le perdite (il caso della banca VFB con la Dinamo) o di investire centinaia di milioni per poi disinvestire all’improvviso e lasciare le macerie (ciò che ha fatto il miliardario Kerimov con l’Anzhi, la squadra che pagò a Eto’o un ingaggio di 20 milioni l’anno). Come scritto in precedenza poi la crisi del prezzo del petrolio del 2014 ha avuto effetti devastanti, visto che tante società sono legate ancora ad enti statali e para statali. Anche le squadre che in precedenza avevano ottenuto i migliori risultati in campo europeo e che sono economicamente più solide, il Cska e lo Zenit, non hanno mai fatto il salto di qualità. Dal 2010 ad oggi solo 4 volte in 7 anni una squadra russa ha raggiunto la fase a gironi della Champions League (lo Zenit 3 volte ed una volta il CSKA). In Europa League, negli ultimi 7 anni, solo tre volte la Russia è stata rappresentata ai quarti di finale della competizione.

Questa situazione non favorisce neanche il ricambio generazionale: età media alta, pochi i giocatori di livello internazionale emersi, nessun leader carismatico dello spogliatoio e i migliori giocatori spesso fermi per infortunio. Dzagoev, probabilmente il miglior calciatore russo degli ultimi anni, ha saltato Europei 2016 e Confederations Cup per infortunio, e all’infermeria si sono aggiunti altri elementi fondamentali come Mário Fernandes, Zobnin e Dzyuba. Insomma, piove sul bagnato. A completare il quadro negativo c’è una difesa di burro, di scarsa esperienza e orfana dei ritiri dei super veterani Ignashevich e Berezutski. Un reparto da ricostruire, con il povero Akinfeev a dover difendere i pali dagli assalti continui degli avversari (come se già non bastassero le papere che il portiere del Cska colleziona da anni).

Akinfeev Lozano

L’uscita senza senso di Akinfeev, che colpisce Lozano con un calcione ma non gli impedisce di segnare

Il possibile vantaggio di giocare in casa, per una Nazionale del genere, potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio, viste la pressione che avranno i calciatori anche a causa di dirigenti come Vitaly Mutko, il discusso presidente della federazione russa di calcio, che ha specificato come obiettivo minimo per i Mondiali 2018 quello di arrivare tra le prime 4. Viste le condizioni attuali e le prospettive future, sembra più facile che i russi arrivino su Marte nel 2018. 

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Pochi giorni fa, in Russia, una squadra che da 16 anni non vinceva un titolo si è laureata Campione con 3 giornate d’anticipo, sovvertendo i pronostici iniziali che non la vedevano di certo favorita. L’allenatore di quella squadra, lo Spartak Mosca, è un italiano, e molti forse non lo sapevano nemmeno. Massimo Carrera è arrivato in punta di piedi nel calcio russo, da allenatore in seconda di un club che, nonostante il passato glorioso e i tanti titoli in bacheca, ormai non conosceva più il significato della parola vittoria. Ci hanno provato anche nomi illustri a rivincere un titolo con la “squadra del Popolo“, dall’altro nostro connazionale Nevio Scala a Brian Laudrup, fino ad arrivare a Unai Emery, Marat Yakin e Stanislav Chercessov (l’attuale allenatore della Nazionale russa), fallendo miseramente. Alla fine però ci è riuscito lui, dopo una cavalcata inarrestabile che ha visto lo Spartak demolire tutti gli avversari, anche quelli decisamente più quotati (le vittorie in casa di Cska e Zenit San Pietroburgo sono forse le singole partite più significative della stagione).

Un’impresa quasi miracolosa, che ricorda un po’ quella della prima Juventus di Conte, l’uomo a cui Carrera è legato a doppio filo. Bari (dove Carrera ha giocato e Conte ha allenato), Atalanta (idem), poi la Juve (la squadra che da calciatori li ha lanciati nel calcio che conta, dove lo ha anche sostituito in panchina per 10 partite mentre era squalificato per i fatti del calcioscommesse, con un bilancio ragguardevole di 7 vittorie e 3 pareggi) e la parentesi Nazionale. Un rapporto solido, grazie al quale l’attuale tecnico dello Spartak ha avuto modo di stare fianco a fianco di quello che forse è il miglior allenatore in circolazione e di carpirne i metodi, l’approccio con i calciatori e tutte quelle cose che lo rendono un vincente. Conte, che lo stima tantissimo, lo avrebbe portato volentieri al Chelsea. A un certo punto però arriva il momento di distaccarsi dal proprio mentore per seguire la propria strada, e il tecnico di Sesto San Giovanni decide di declinare l’offerta per andare in Russia. Di sicuro non la scelta più comoda, vista la scarsa appetibilità della Premier russa, ma quella che poi gli ha cambiato la vita.

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Cronologia di un miracolo

Ad agosto 2016 Carrera è in ritiro con la squadra, come secondo di un’altra vecchia conoscenza del nostro calcio, quel Dmitri Alenichev che per qualche anno ha calcato il prato dell’Olimpico con la maglia della Roma, senza lasciare grandi ricordi. Un italiano per curare la fase difensiva, d’altronde, è sempre una buona idea. La situazione però cambia in fretta: le dimissioni lampo dell’allenatore russo, dopo l’imbarazzante sconfitta rimediata in Europa League contro gli sconosciuti ciprioti dell’AEK Larnaca, costringono quasi la dirigenza a promuoverlo ad allenatore in capo. Sembra impensabile che Carrera possa rimanere più di due o tre partite, anche la società è stata chiara.Mi è stato chiesto se me la sentissi di allenare la squadra per due partite ed ho risposto sì, prendendomi questa responsabilità“, afferma lo stesso allenatore. La poca esperienza e la scarsa conoscenza della Premier russa non pendono di certo a suo favore, è soltanto un tecnico ad interim in attesa della firma di Kurban Berdiyev, vate delle panchine russe e allenatore del sorprendente Rostov, campione l’anno precedente.

Tutti credevano che sarebbe andata così tranne forse lo stesso Carrera, che fin dal primo giorno nel suo nuovo ruolo ha iniziato a dedicarsi al proprio lavoro a testa bassa, trasmettendo alla squadra la sua voglia di fare e la sua mentalità. Niente più complessi di inferiorità verso le rivali e niente più cali di intensità per iniziare, oltre a qualche accorgimento tattico (il passaggio dal 3-5-2 al 4-2-3-1 che può diventare anche 4-3-3). Sono bastate poche giornate per far cambiare idea a tutti sul suo conto. Con giocatori non voluti da lui, senza svolgere in prima persona la preparazione, Massimo Carrera ha forgiato un gruppo granitico, che si è cementato dopo le prime difficoltà (l’eliminazione dalla Coppa di Russia per mano di una squadra di Serie B) e non ha più mollato la vetta.

Tanti i volti di questo miracolo: Bocchetti, nonostante qualche errore di posizione, è il leader della difesa, il giovane Zobnin il jolly fondamentale a centrocampo, reparto in cui l’esperto Glushakov e l’ex Samp Fernando hanno fornito un contributo significativo. In attacco poi Carrera ha lanciato talenti come Popov e Ananidze, mai valorizzati a dovere fino al suo arrivo, esaltato il fortissimo esterno olandese Promes e dato spazio all’esuberanza del capoverdiano Ze Luis.

Alla fine però il vero protagonista è Massimo Carrera, l’uomo arrivato in sordina che poi ha ribaltato tutti gli schemi, fino a riportare lo Spartak dove da troppo tempo mancava. Anche Conte ha ormai in tasca il titolo di Premier, così come la Juve è ormai prossima a festeggiare lo scudetto. E chissà che nella prossima Champions gli inglesi e i bianconeri non possano trovare proprio lo Spartak sul proprio percorso. Sarebbe l’occasione giusta per Carrera di dimostrare alla squadra a cui è più legato e al suo maestro che quello di quest’anno non è stato solo un miracolo, ma l’inizio della carriera di un grande allenatore.

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La Russia va alle Olimpiadi, nonostante il doping sia stato dichiarato ‘di stato’. Lo ha deciso il Cio che, però, un po’ alla Ponzio Pilato ha pure chiesto alle singole federazioni autonomamente se ammettere o meno gli atleti di Mosca ai Giochi di Rio. La Iaaf, per esempio, ha già deciso di escludere tutti gli iscritti all’atletica leggera.

Una decisione salomonica, mentre tutti si aspettavano il bando totale. Una decisione più politica che sportiva in un momento in cui la Russia può essere molto utile anche in altri settori (vedi la lotta al terrorismo). L’unica concessione all’opinione pubblica da parte del Comitato internazionale è stata la non ammissione per quegli atleti che in passato siano già stati sospesi per doping. Thomas Bach, presidente, ha però voluto restare in ambito ‘sportivo’. E non avrebbe potuto fare altrimenti: “Siamo stati guidati dal principio fondamentale della Carta Olimpica che protegge gli atleti puliti e l’integrità dello sport. Bisogna comunque distinguere tra responsabilità collettive e individuali”.

Atlete russe

LO SCANDALO DOPING

Ma come è iniziato tutto? Con la diffusione del report dell’Agenzia mondiale antidoping, la Wada, che all’inizio pareva interessare solo i marciatori, autentici dominatori delle Olimpiadi di Londra 2012. La stessa Wada ha classificato “ogni oltre ragionevole dubbio” come “doping di Stato” quello messo in atto dalla Russia. Un meccanismo organizzato ai massimi livelli per primeggiare nelle discipline sportive e insabbiare oltre 300 casi di positività in più di 20 attività.

La Wada, nel suo rapporto, parlava di “sistema di falsificazione” dei test, ordinato e coperto dalle autorità politiche. Un’organizzazione che aveva iniziato a operare alle Olimpiadi invernali di Vancouver del 2010, orchestrata e diretta dal ministero dello Sport di Mosca. Atleti russi coperti pure a Londra 2012, ai Mondiali di atletica di Mosca del 2013 e a quelli di nuoto di Kazan del 2015.

Il laboratorio di Sochi avrebbe consentito agli atleti russi dopati di partecipare pure alle Olimpiadi invernali del 2014, ospitati proprio dalla città russa. Ben Nichols, portavoce della Wada: “Il rapporto ha evidenziato in Russia l’abuso di potere più deliberato e sconvolgente mai visto nella storia dello sport. Il ricorso al doping in 30 sport significa che non può esistere più la presunzione di innocenza”. Il ministero dello Sport russo avrebbe agito in collaborazione con l’Fsb (l’ex Kgb) e il centro nazionale di preparazione del Team Russia.

James Bond

LE MORTI SOSPETTE

Scomodi testimoni? Neanche fossimo in un film di 007 e in tempi di guerra fredda, nel calderone ci sono pure alcune morti sospette. Come denunciato dall’ex direttore del laboratorio antidoping russo, Grigory Rodchenkov, scappato negli Stati Uniti dopo la morte, in circostanze poco chiare, di due colleghi.

Aveva paura di fare la stessa fine? Come non ricordare l’eliminazione degli avversari politici nell’Unione Sovietica di una volta? Persone scomparse, chissà perché. Persone fatte scomparire, chissà da chi. Forse si esce fuori tema, ma la Russia dello sport pare davvero aver usato metodi poco chiari per raggiungere degli obiettivi.

isinbayeva

ATLETICA FUORI

La Iaaf è stata da subito inflessibile, vietando la partecipazione a tutti i russi che avrebbero partecipato alle varie discipline di atletica leggera. Come non accadeva da Los Angeles 1984, quando però fu l’intera delegazione sovietica a disertare i Giochi come risposta agli americani che avevano fatto lo stesso con Mosca 1980. Eravamo, allora, in piena guerra fredda.

In tutto, sono 68 i russi che avevano già il biglietto per il Brasile e che rimarranno invece a casa. Il disperato tentativo di fare ricorso al Tas (Tribunale arbitrale dello sport) non ha dato gli esiti sperati. Il gruppo chiedeva di andare alle Olimpiadi sulla base del principio di responsabilità soggettiva. Il Tas di Losanna ha risposto così: “Non basta il principio di responsabilità soggettiva per riammettere gli atleti”.

Per l’atletica leggera, le uniche russe che avrebbero dovuto partecipare erano Yulia Stepanova, grande accusatrice del sistema di Stato a cui era stato inizialmente concesso il pass per la collaborazione, e Darya Klischina, che vive e si allena negli Stati Uniti e che correrà sotto le insegne della Iaaf.

LA RISPOSTA RUSSA

Da Mosca, non è mancata la seccata risposta politica. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha parlato per primo: “Mi dispiace certamente per tale decisione relativa a tutti i nostri atleti”.
“Il principio della responsabilità collettiva è difficilmente accettabile, la Iaaf è completamente corrotta. Lo scandalo doping è iniziato da loro” ha aggiunto il ministro dello Sport Vitaly Mutko.

Una discesa in campo che forse ha anche spaventato il Cio, vicino all’incidente diplomatico con la Russia. Da qui, la non decisione di lasciare alle singole Federazioni il compito di dire sì o no a singoli atleti o squadre. Tanto che Mutko ha corretto il tiro: “Il Cio ha scelto in modo oggettivo. Ed è una scelta presa nell’interesse del mondo sportivo e per l’unità della famiglia olimpica”. Si rischiava la scissione, pensate un po’.

Persino il presidente Vladimir Putin si era fatto sentire. Tenendo un atteggiamento ambiguo. Prima, promettendo la caccia a chi, nei laboratori, aveva manomesso o fatto sparire i test, e ai dirigenti pubblici che avevano coperto il tutto, poi urlando la sua rabbia: “Stiamo assistendo a un pericoloso ripetersi dell’interferenza della politica nello sport. Le forme di queste ingerenze sono cambiate, ma puntano allo stesso obiettivo: fare dello sport uno strumento di pressione geopolitica, per dare un’immagine negativa di Paesi e popoli”.

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La sua “omonima” tedesca, preferibilmente bionda, è compagna di serate ad alto tasso alcolico. Lui, invece, di ubriacante ha i dribbling e le serpentine, stessi fondamentali che l’hanno condotto, a soli 27 anni, ad avere alle spalle tre vite calcistiche: Vladimir Weiss non sarà forse mai ricordato come un simbolo del calcio del Terzo Millennio, ma i romantici ne adoreranno ripercorrere le gesta cosmopolite e la singolarità di trasferirsi in piena carriera in Qatar, sponda Al-Gharafa. Và dove ti porta il…conto in banca, Vladimir, ma torna a deliziarci almeno con la maglia della tua Slovacchia: gliel’hanno chiesto in tanti, e in un pomeriggio di mezza estate, a Villeneuve-d’Ascq, non lontano da Lilla, lui ha esaudito i loro desideri. Minuto 32 di Russia-Slovacchia, punteggio sullo 0-0: Marek Hamsik ispira con un lancio lungo, VladiW7 -come si chiama su Twitter- corre sul filo del fuorigioco, addomestica con il mancino, mette a sedere Smolnikov e  V.Berezutski con il destro e scarica un diagonale destro alle spalle di Akinfeev. 0-1, per la gioia di tanti fantaeuropeisti che avevano imparato ad amarlo nella stagione 2012/2013, quando in serie A vestiva la maglia del Pescara.

Vladimir Weiss con la maglia della Slovacchia

L’orso rosso è stato superato, la foresta francese è meno irta di ostacoli. Nel passato di questo numero sette funambolico e innamorato del pallone ci sono parentele celebri: occhi di ghiaccio, testa rasata e volto duro fanno di lui la perfetta rappresentazione della sua Slovacchia. Per lui il pallone è un affare di famiglia, poiché nonno Vladimir e papà Vladimir (no, non è un refuso) hanno vinto qualcosa con quella che fu la Cecoslovacchia, prima che diventasse Slovacchia.  Vladimir Weiss senior ha anche un importante passato da calciatore: è stato a lungo centrocampista dell’Inter Bratislava, ma ha vestito anche le maglie di Sparta Praga e Kosice guadagnandosi la nazionale, anzi le nazionali: 19 presenze con la Cecoslovacchia prima, con cui prese parte ai Mondiali di Italia ’90, e 12 con la Slovacchia in seguito al processo di indipendenza, conclusosi nel 1993, che aveva prodotto anche la separazione delle due federazioni calcistiche. Classe 1939, il nonno per 11 anni fu difensore dell’Inter Bratislava, di cui divenne una leggenda, e anche lui giocò nella nazionale della Cecoslovacchia, vincendo peraltro l’argento olimpico a Tokyo nel 1964.

Vladimir Weiss sr

L’ascesa della terza generazione dei Weiss nel pallone era stata vertiginosa: nel 2006, ancora 16enne, era già passato dalle giovanili dello Slovan Bratislava al Manchester City. Con i Citizens vince la F.A. Cup giovanile nel 2008, esordisce in prima squadra sotto la guida di Mark Hughes nell’ottobre del 2009, in una gara di Coppa di Lega contro lo Scunthorpe, e debutta in nazionale maggiore lo scorso agosto, in un match amichevole contro l’Islanda. Sembrava l’alba di una carriera spianata, ma Vladimir si smarrisce nella nebbia inglese: nel gennaio 2010 va in prestito al Bolton Wanderers per avere più spazio e fa subito il suo esordio contro il Burnley.  Sembrava l’inizio della gloria, era l’inizio della retromarcia, innestata in Scozia con i Rangers di Glasgow: di passaggio in Catalogna, sponda Espanyol con un giovanissimo Coutinho, 4 reti in 22 presenze e un’espulsione per doppia ammonizione (contro il Torino) con la maglia del Pescara in un’annata chiusa con la retrocessione, poi il passaggio all’Olympiacos, la Champions League e il richiamo dei petroldollari: difficile che abbia accettato il Qatar perché è lì che organizzeranno il Mondiale 2022, ma a spingerlo in un campionato che ospita calciatori a fine carriera (il romeno Sanmartean) o di seconda fascia (l’ungherese Nemeth) è stato il luccichio delle monete. E considerando che il suo procuratore è Mino Raiola, l’ipotesi diventa presto tesi.

Weiss jr., però non è un calciatore banale: e nel calcio degli emiri ha ritrovato motivazioni e gol, quelli con i quali nel 2010 aveva spinto la Slovacchia alla qualificazione mondiale. Si ricorda dei tempi in cui la rivista “Don Balon” lo inseriva tra i 100 giovani più promettenti al mondo, dimentica le liti con Roberto Mancini ai tempi del City e torna scattante, fresco, come l’auto sportiva rossa con la quale ama farsi immortalare su Instagram: celebratore del concetto di contropiede tanto caro a Gianni Brera, ieri ne ha dato un bruciante esempio sul campo. “Weiss non si impegna, Weiss non è puntuale agli allenamenti”: la musica è cambiata, gli sprazzi indicibili di talento sono tornati.  E la Russia si è accorta di quanto valga ancora l’ex ragazzo prodigio: palla docilmente domata su lancio di Hamsik e piazzata sul palo opposto per l’1-0. Un colpo d’autore, che sarebbe bello riproporre stabilmente in Europa. Per tornare a bersi gli avversari e non associarlo solo a una birra, degna compagna della visione di una partita: perché Vladimir Weiss “terzo” è così, prendere o lasciare.