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Di Ronaldo, da leggersi come “Il Fenomeno” ha parte del nome ((Luis), scatto, fiuto del gol e una certa somiglianza fisica, nonchè una tendenza alla conflittualtà con la bilancia: sarà forse anche per questo che da Muriel in tanti si sono sempre aspettati la definitiva esplosione, la giocata capace di spaccare partite trascinate sui binari della sonnolenza. Un’annata da trascinatore, tecnico e morale, per dire al mondo “eccomi”, e schiacciare sul pulsante “Play” del telecomando virtuale che lo aziona, mettendo da parte le pause. Sabato sera, con la rete di classe che ha deciso il derby di Genova, l’attaccante colombiano di proprietà della Sampdoria sembra aver certificato la propria crescita: dimensione leader.

Muriel in rete nel derby

Un minuto per decidere il derby

Ancora decisivo, come all’andata. Per arrivare in doppia cifra, come a Muriel non accadeva da quattro anni (stagione 2012/2013, quando indossava la maglia dell’Udinese). Partita bloccata, nervosa, ostica come il derby della Lanterna sa essere: serviva uno spunto, ma a Luis le cose semplici non sono mai piaciute. Come ai tempi delle giovanili dell’Atlético Junior, quando segnava e faceva assist facendo però arrabbiare i compagni di squadra perchè spesso e volentieri cercava di dribblare l’intera squadra avversaria, anche contro il Genoa ha prima messo a punto la mira e solo dopo ha colpito. Traversa a Lamanna battuto sul suo potente mancino, seguita da un secco anticipo su Munoz sullo sciagurato passaggio in orizzontale di Ntcham, accelerazione e destro nell’angolo basso. Pochi secondi per ammirare un repertorio: sufficiente per permettere alla Samp di festeggiare il “double” nelle stracittadine, dato che in serie A non si verificava dalla stagione 1959-1960.

Luis Muriel con Cuadrado al Lecce

Dalla Spagna al Salento, fino al mare della Liguria

Non è stato un viaggio semplice, quello di Luis. Dalla Colombia, dove nel gennaio 2008 era passato al Deportivo Cali, con debutto in prima squadra nella massima serie nazionale, aveva portato in valigia gioie da copertina: la tripletta al Caldas del 7 marzo 2010 gli era valsa le attenzioni della famiglia Pozzo, con trasferimento sull’altra sponda dell’Atlantico. In viaggio fino a Granada, via Udinese: in Andalusia però non si ambienta e chiude la stagione con 7 presenze e nessuna gioia personale.

A destarlo è il giallorosso di Lecce, dove in asse con il connazionale Juan Cuadrado e sotto la guida del “mentore” Serse Cosmi trascina i giallorossi a una rincorsa-salvezza fallita solo all’ultima curva. È allora che l’Udinese, dopo averlo ceduto ai salentini, decide di riacquistarne il cartellino e farne il gemello di Antonio Di Natale nel reparto offensivo. Il “rien ne va plus” di Luis Muriel coincide con l’inverno 2015: dopo tre stagioni all’Udinese, condite da 57 presenze, 15 reti e tante promesse non mantenute, l’attaccante colombiano paragonato a Ronaldo passa alla Sampdoria, per espresso desiderio del presidente Massimo Ferrero.

Ballo e reti

Sempre più al centro del mondo blucerchiato, Muriel si è raccontato anche ai microfoni di Samp Tv, spiegando i suoi segreti: “Prendo la carica dalla musica, è sinonimo di allegria per me, mi accompagna sempre. Mi piace anche la pesca: quando viene a trovarmi mio padre andiamo a pescare”.

Un’infanzia non semplice, vissuta aiutando la famiglia nella vendita dei biglietti della lotteria per le strade o dei piatti che cucinava sua nonna. Giocava a calcio, poi lontano dallo sguardo andava con gli amici a giocare a basket o a baseball. La sua sfida con la sorte Luis l’ha vinta, ma ora c’è da sbancare e puntare al jackpot. A Genova ha ritrovato il mare e il calore della gente.

La Samp significa tantissimo: quando tutti mi davano per finito ha creduto in me. Ho solo parole di ringraziamento per la società e per i tifosi, mi hanno cambiato la vita.

Muriel e Giampaolo

La cura Giampaolo

Ora il suo talento è al servizio dei numeri: 10 reti tonde tonde in campionato, senza dimenticare i due centri in Coppa Italia e i 9 assist. E se la fortuna lo assistesse, saremmo di fronte a cifre da top player: Muriel si ritrova infatti secondo nella speciale classifica dei legni colpiti (5, dietro solo a Dzeko con 6). Decisivo, utile alla squadra e pragmatico, che sia in coppia con la classe dirompente di Schick o con l’esperienza da volpe dell’area di Quagliarella.

Sempre presente, ha messo insieme 28 caps in campionato, di cui appena 3 partendo dalla panchina: l’intesa con Marco Giampaolo è massima. L’allenatore gli ha restituito autostima, lui ricambia con dichiarazioni d’amore alla Samp, figlie di un legame particolare nato con il pubblico, con i compagni, ma soprattutto con un allenatore che ha saputo tirare fuori il meglio da lui. Ha anche ritrovato la maglia dei Cafeteros, la Nazionale colombiana, particolare che contribuisce non poco a motivarlo tantissimo.

Luis Muriel

Fedeltà o salto di qualità?

A 26 anni, Muriel è davanti a un bivio: proseguire la crescita in seno a un club blasonato ma con ridotte speranze europee o accettare la corte di pretendenti dagli obiettivi di grandeur e giocarsi una maglia con dei campioni? Restare a capo di un principato o provare a diventare re? Le logiche di mercato lascerebbero pensare a un Muriel in copertina nella prossima estate, ma il presidente blucerchiato Massimo Ferrero ha assicurato di non voler vendere nessuna delle sue stelle, anche se sembra quasi rassegnato all’idea:

È un predestinato, saprà lui quello che vorrà fare. Me lo vorrei tenere stretto, mio figlio lo adora, poi mi tocca andarlo a trovare a Barcellona o a Madrid.

 

Il contratto di Luis, legato alla Samp da una clausola di 28 miloni, scadrà nel giugno 2019. Un’eternità per un comune lavoratore, tempi ridotti per un calciatore così in vista. A Corte Lambruschini la parola d’ordine è: nessuna illusione. Il destino è nelle mani di Muriel, che ora dovrà decidere: Luis o Fenomeno?

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Sabato scorso è andato in scena al Vicente Calderón uno dei derby più importanti ed attesi di tutto il panorama calcistico mondiale, quello di Madrid tra il Real e l’Atletico. Già le premesse che preannunciavano il big match erano a dir poco suggestive: i padroni di casa, i Colchoneros, avrebbero giocato per l’ultima volta la stracittadina nel loro storico stadio, visto che dal prossimo anno,  infatti, Griezmann e compagnia cambieranno casa.

Svolta certamente significativa, ma nessuno avrebbe mai pensato che in quella stessa sera il destino avrebbe avuto un altro sussulto e si sarebbe scritta un’altra pagina di storia altrettanto memorabile. Già dal fischio d’inizio si era capito che il Real, col suo atteggiamento propositivo, avrebbe messo la partita sui binari giusti. Il risultato infatti non lascia adito a repliche e suona come una sentenza: un netto 0 a 3 per i Blancos che proietta sempre di più la squadra di Zidane in testa alla Liga. C’è un uomo che però in queste occasioni è solito rubare i riflettori ed anche in questa occasione non si è smentito: stiamo parlando di Cristiano Ronaldo.

Cristiano Ronaldo e Gareth Bale

L’asso portoghese è andato in rete per tre volte: al 23’, al 71’ e al 77’, rendendosi protagonista di una prestazione strepitosa che non solo funge da coronamento di un’annata perfetta, ma lo proietta verso il quarto pallone d’oro. Le liete notizie però, per il fenomeno di Funchal, non sono finite qui. La tripletta messa a segno sabato sera, lo ha consacrato come miglior marcatore di tutti i tempi del derby di Madrid. Sono 18, infatti, le sue reti in questa speciale classifica, grazie alle quali ha superato un’altra grandissima divinità del pantheon calcistico delle Merengues: il grandissimo Alfredo Di Stefano che ha punito i rivali dell’Atletico “solamente” per 17 volte.

di stefano

Per un calciatore come Cristiano Ronaldo che ha vinto 3 palloni d’oro, 3 Champions League, un europeo con la sua nazionale, 4 scarpe d’oro e tanto altro ancora, erano davvero pochi i limiti ancora da superare e le barriere da abbattere. Il “duello” con un titano del passato come Di Stefano rappresentava uno dei pochi record che il portoghese non aveva ancora frantumato. Il suo talento e la sua determinazione sono risultati decisivi per realizzare l’ennesimo capolavoro.

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Ricorderemo questa estate calcistica soprattutto per le lacrime. Ma sono lacrime diverse, quelle di Leo Messi e Cristiano Ronaldo, i due giocatori più forti del mondo, almeno così dicono i palmerés del Pallone d’Oro degli ultimi anni. Siamo abituati a vederli ridere di gusto. A dispensare sorrisi, assist e poesia (calcistica). Con i calzoncini corti o con gli abiti di Armani, o Dolce e Gabbana, prima di ritirare un premio, l’ennesimo. Ha vinto tutto Leo, ma proprio non ce la fa a battere la maledizione argentina. Quella che affligge una delle generazioni più forti di sempre. Più forte di quella di Kempes del 1978, probabilmente più completa di quella del Diego nel 1986 (e già, ma quella volta c’era lui, in stato di grazia), eppure capace di fallire l’appuntamento con tre finali su tre.

Prima con la Germania ai Mondiali, poi due volte contro Isla e Medel, e un po’ fa male. Anzi, fa molto male. Il paragone. Il confronto. Un rigore tirato alle stelle e mai più sceso in terra. E, in un momento, ti sembra di dimenticare tutte le gioie, le Coppe dei Campioni, i titoli personali, perché quel paragone con Maradona proprio non ti lascia in pace. E allora torni bambino, dimentichi la gloria, i soldi e la vanità e scoppi a piangere. Il tuo è un laconico “non gioco più“. Ma in fondo non ci crede nessuno, e chiunque ami il calcio spera che non sia vero.

Lacrime sono anche quelle di Cristiano, e ad un certo punto abbiamo pensato tutti che quello stadio, il Saint-Denis, sia stato creato apposta per far cadere gli eroi. Achille, che si accorge di essere mortale, ma accetta il ruolo che il fato gli ha dato, per questa finale. Quello del comprimario o, se vogliamo, del miglior attore non protagonista.

Riavvolgiamo il nastro della scena, e ripensiamo al momento in cui Ronaldo si accascia sull’erba tagliata di fresco, per chiedere il cambio. Con un atto di umanità e coraggio, di altruismo, se vogliamo, perché in fondo si poteva resistere un tempo, ma non sarebbe stato lo stesso. Lo stesso coraggio che forse mancò a Luis Nazario Ronaldo nel 1998. La pressione degli sponsor, la voglia di essere protagonisti a tutti i costi, giocò al Brasile lo scherzo di disputare una finale non solo con un uomo in meno, ma con dieci uomini preoccupati per la salute del loro uomo più importante.

Ed è solo l’uomo più importante quello che può dire “Io non ce la faccio, voi sì”. E in certi frangenti il vento può cambiare così. I portoghesi hanno tanti difetti, ma il vento lo sanno interpretare bene, memori di anni di conquiste coloniali, di navi salpate verso il Sud delle Americhe. E quello che sembrava un vento contrario, fastidioso e perfido è diventato favorevole. A Cristiano è bastato un pianto. Anche lui è tornato indietro di 25 anni. Quando giocava per le strade di Madeira e perdeva una partita contro i bambini più grandi.

Il suo pianto è quello di chi non vuole tornare a casa, di chi non ha nessuna intenzione di lasciare i compagni sul più bello. Ma il calcio sa regalare storie strane, e affascinanti. E così quel pianto, che è anche quello di alcuni tifosi, e la disperazione di Figo in tribuna, diventa il punto di non ritorno: da quel momento in poi non si può più perdere. Lo sa Fernando Santos l’ingegnere che, non a caso, fa scaldare ed entrare Quaresma. Uno che non solo non piange, ma quasi beffardamente si è tatuato una lacrima sul viso. Uno che a 5 minuti dalla fine dei supplementari manda un compagno verso la porta con una rabona, come per ricordarci, in un contesto come quello, con i portoghesi schierati alla perfezione, attenti ad ogni cavillo tattico, che il calcio in fondo è un divertimento, anche in un contesto di lacrime amare, quelle francesi.

E se alzando la Coppa Cristiano Ronaldo ha pianto ancora lo ha fatto perché in quel momento ha pensato a tutte le volte in cui il suo popolo, ed è una storia di generazioni fortissime e differenti, non ce l’ha fatta. A Eusebio, a Figo, a Rui Costa, a Nuno Gomes e Fernando Couto, alla mamma a Madeira, e a tutto ciò che di straordinario c’è dietro un successo. Che a volte può essere vissuto anche come migliore attore non protagonista. Quello capace di commuovere, di farci ricredere sul ruolo che interpreta in tutti i film. L’arrogante, il sicuro di sé, il presuntuoso, il robot. Quello che esulta facendo il gesto, a tutto il Camp Nou, del “Calma, ci sono qui io (Eu estou acqui)“, e che invece questa volta si butta addosso ai compagni come un bambino felice e zoppicante, senza pensare ad altro. Godendosi il momento.

Come se Kevin Spacey, eterno cattivo dei film, si mettesse in disparte, a guardare gli altri recitare, regalandoci un cammeo unico e indimenticabile. Un paio di scene da Oscar in un film nel quale i protagonisti sono altri. È stata l’estate delle lacrime, di dolore e di gioia, degli attori non protagonisti, dei centravanti puri (Pellé, Eder, Mario Gomes, Lewandovsky, Giroud), del trionfo della squadra sul singolo.

E del singolo che piange per la squadra. Una trama niente male per un film girato tra gli Stati Uniti e la Francia. Due scenari già visti: a Pasadena pianse Franco Baresi, consolato da Arrigo Sacchi, dopo aver perso l’ultima occasione di alzare una Coppa con la maglia azzurra, a Parigi mostro tutta la sua apatia Luis Nazario Ronaldo, nella notte in cui nessuno sa, davvero, cosa accadde al Fenomeno. Quel Ronaldo non pianse, lo farà il 5 maggio del 2002, ma questa è un’altra storia.

Oggi ci teniamo le lacrime dei due migliori attori. Per una volta straordinari non protagonisti. Come non protagonisti sono stati, in fondo, anche Quaresma ed Eder. E lo stesso Santos, visto che ci si è accorti di lui solo all’ultimo cambio dell’ultima partita. Perché per una volta la vera protagonista è stata davvero la squadra.

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L’Argentina e la Guinea Bissau sono distanti sul mappamondo più di 10 mila chilometri. David Trezeguet ed Éderzito António Macedo Lopes, meglio noto come Éder, sono distanti 10 anni sulla carta d’identità. Tra Rotterdam e Parigi passano tre ore di treno. Eppure domenica notte a Saint Denis il tempo si è congelato per un attimo: in tanti tra i tifosi transalpini hanno pensato allo stridente contrasto che passava tra la gioia per il Golden Goal con il quale Trezegol aveva consegnato Euro 2000 a Blanc e compagni e all’amarezza per la perla del colosso vestito con il numero 9 della Seleção das Quinas. Una competizione in comune, da subentranti, un destino parallelo: da uomo giusto al momento giusto.

Non lo confesseranno mai, ma in Francia erano certi di avere il titolo continentale in mano: troppo grandi le certezze accumulate dopo il 2-0 alla Germania, molto agile il cammino fino ai quarti, tanto consolidata la tradizione che voleva i Bleus vincenti quando si tratta di organizzare una competizione per nazionali. Ma qualcosa è successo, e non alle 23:08, momento in cui Lloris ha visto sfilare alle proprie spalle il pallone calciato da Eder e i sogni di 70 mila tifosi sugli spalti, ma circa due ore prima. Alba del match, Payet entra vigliaccamente su Cristiano Ronaldo: CR7 prova a resistere, resta in campo ma abbandona la contesa dopo un quarto di match. È allora che siamo diventati tutti un po’ più portoghesi.

Portogallo, infortunio Cristiano Ronaldo

Cristiano Ronaldo. Proprio lui. Il campione che “non sa trascinare la squadra”. Quello che “ha Talento, con la T maiuscola, ma solo quando si tratta di giocare nel Real”. Ma anche quello che al momento della sostituzione tra Eder e Renato Sanches ha sussurrato nelle orecchie del compagno: “Segnerai e vinceremo grazie alla tua rete”. Doti divinatorie? No, semplice lezione di leadership. Eder ha ringraziato e trasformato un pallone anonimo a 25 metri dalla porta francese in oro.

La Francia: terra di confine tra l’anonimato e le copertine per questo attaccante che fino alla notte del Saint-Denis aveva giocato appena 13 minuti. 6 con l’Islanda, all’esordio, 7 con l’Austria pochi giorni dopo: poi la naftalina. La stessa che aveva avvolto la sua carriera dopo i brillanti anni con Academica e Braga, pur senza andare mai oltre i 15 centri a stagione. La scorsa estate lo Swansea l’ha pagato circa 7 milioni per portarlo in Premier League e lui ha smesso di segnare. In Inghilterra zero gioie. Così a gennaio è andato in prestito nelle nebbie del Nord-Passo di Calais, a Lilla e lì ha ritrovato la verve: 6 gol, quanto basta per farsi convocare da Fernando Santos e farsi riscattare dal club. Il meglio, però, doveva ancora venire: corsa folle verso la panchina ed esultanza che non è passata inosservata.

Eder ha festeggiato indossando un guanto bianco che teneva dentro ai calzettoni, scelta ispirata all’espressione portoghese ‘bofetada de luva branca’ (“schiaffo morale”), in risposta alle critiche che solitamente riceve in patria. D’altronde, con 3 gol in 28 partite fino al 9 luglio era difficile essere ricordato come bomber, indossando una maglia che ha storicamente rappresentato il Tallone d’Achille della nazionale portoghese: Pauleta e Nuno Gomes, per dirne due.

Portogallo, Eder

I social si sono scatenati dopo la firma apposta sull’ultima, ma la più importante al tempo stesso, delle 51 partite di Euro 2016. “Abbiamo scelto quello sbagliato” ha scherzato più di qualcuno, con riferimento all’assonanza con l’Eder in forza all’Inter che ha fatto parte della truppa guidata da Antonio Conte. Oltre al nome, i due hanno in comune il fatto di essere oriundi: il match-winner della finalissima ha scelto di giocare per il Portogallo nel settembre del 2011, quando la Guinea-Bissau, il paese africano dov’è nato, bussò alla sua porta. “Io ho il sogno di giocare per la nazionale portoghese”, disse all’epoca. Non lo voleva nessuno, tranne Fernando Santos. La storia ha detto chi aveva ragione. Ma l’ormai ex Ct azzurro già conosceva “Mr International”, come Eder è chiamato per via dei numerosi timbri sul proprio passaporto: era stato lui a decretare la prima sconfitta dell’era-Conte. Giugno 2015, a Ginevra termina 1-0 per il Portogallo. Un anno e spiccioli dopo, stesso punteggio: ma le similitudini si fermano lì. Finalmente un 9 vincente. Per la gioia incredibile di un popolo intero, per l’eroe Cristiano Ronaldo. Per una favola, quella degli eterni perdenti, che finalmente ha decisamente riscritto il finale.

Il finale. “Triste y solitario” era stato quello di CR7 12 anni fa: il Portogallo padrone di casa viveva il suo Maracanazo, cedendo 0-1 alla matricola Grecia nella finale di Lisbona. Era la Nazionale di Figo, ben più ricca di talento di quella che ha provocato quel silenzio inebetito a Saint Denis. L’efficacia di Rui Patricio, il vomito da fatica di Pepe, la resistenza della colonna William Carvalho, la classe operaia di Nani. A coordinarli dalla panchina non c’era solo Fernando Santos. C’erano Cristiano Ronaldo, e le sue lacrime. Dalla rabbia alla gioia in 120 minuti: più forte del mancato giallo di Clattenburg nei confronti di Payet, più forte della zoppia, più forte del Paese ospitante.

Si sono presi l’Europeo, grazie al colpo di un centravanti che ha giocato 54 minuti in tutto il torneo. L’ingiustizia ha sortito l’effetto opposto, ha convinto della propria forza una nazione e una nazionale anche senza Cristiano, anche avendo vinto una sola partita su sette entro i 90 minuti di gioco. Gli eterni perdenti hanno riscritto la storia: d’altronde, ogni 12 anni c’è una sorpresa. Chi l’avrebbe mai detto che i protagonisti sarebbero stati loro, gli eleganti del calcio?

Ci sono cinque calciatori, altrettante nazionalità rappresentate, 73 titoli complessivi conquistati con i club di appartenenza e un preoccupante zero spaccato alla voce trofei sollevati in nazionale. Una barzelletta? No, la realtà dei tanti lucky loser che Euro 2016 ospiterà. Betclic.it ne ha selezionati cinque per voi: e non mancano nomi eccellenti.

Gareth Bale, basterà per spingere il Galles oltre il primo turno?

GARETH BALE (GALLES, Real Madrid): la rivelazione definitiva del successore “bionico” di Ryan Giggs ha un luogo, una data, un momento precisi. 13 aprile 2010, il 20enne gallese dall’aria bizzarra e dallo sguardo perso schianta l’Arsenal nel 2-1 del Tottenham: è la presentazione al mondo di #GarethBale, da pronunciare tutto d’un fiato, come fa il suo scatto quando rompe il suono di uno stadio. Nell’estate del 2013 si è trasferito al Real Madrid per una cifra complessiva di 100,7 milioni di euro, cifra che ne ha fatto l’acquisto più oneroso dell’anno e della storia del calcio.

Con i Blancos in 81 presenze ha bucato la rete avversaria 47 volte, segnando anche due gol fondamentali nelle vittoriose finali di Coppa del Re 2014 e di UEFA Champions League dello stesso anno. In Inghilterra ha messo a referto una Coppa di Lega nel 2008, con il Real sono arrivate due Champions League, una Supercoppa europea, una Coppa di Spagna e una coppa del mondo per club. I conti dei suoi 22 compagni di nazionale tutti insieme stentano a toccare il suo. In questi giorni ha festeggiato 10 anni dal suo esordio con il Galles (27 maggio 2006): come regalo vorrà regalarsi un cammino storico. D’altronde, come spiegato dal suo collega d’attacco King, “dobbiamo vincere solo sette partite rispetto alle 38 che si devono vincere in un campionato”.

Giorgio Chiellini, vice-capitano azzurro

GIORGIO CHIELLINI (ITALIA, Juventus): che ci fa uno stopper anni ’70 come il Chiello in questo pokerissimo di piedi raffinati, si chiederanno in tanti? Il parametro scelto è quello tra i trofei vinti in nazionale e quelli messi in bacheca dal club di appartenenza. E in questo il difensore toscano, cresciuto nel Livorno, dove ha conquistato una promozione in B, e transitato per la Fiorentina prima di 11 anni in bianconero, denota un certo squilibrio. Nei due Europei disputati (2008 e 2012) lo hanno fermato la Spagna e gli infortuni, mentre le due edizioni mondiali sono coincise con altrettante cocenti eliminazioni, condite dal “morso” di Suarez.

Con la “Vecchia Signora”, invece, dopo anni difficili tra serie B -vinta- e fallimenti tecnici, sono arrivati cinque scudetti, tre supercoppe e due Coppe Italia. Ora si presenta alla tappa francese nel pieno della maturità, a 32 anni, con i galloni di vice-capitano e la consapevolezza di essere uno dei pochi leader in dote ad Antonio Conte. Ah, l’esordio azzurro è datato novembre 2004, a 20 anni, in Italia-Finlandia (1-0): 12 anni dopo l’ultima amichevole pre-europea è stata giocata contro gli scandinavi. Segni del destino?

Ibrahimovic ancora una volta di fronte all’Italia

ZLATAN IBRAHIMOVIC (SVEZIA, Free agent): spesso è arrivato in un club da leggenda ed è andato via da re. Ci scusi la citazione, Zlatan.  Eppure uno dei calciatori più forti, moderni e completi del mondo non ha mai sorriso con la sua nazionale: spesso non per demeriti propri, sia chiaro. 62 reti in 112 presenze con la maglia svedese sono un bigliettino da visita eccellente, ma come potrebbe sfoderarlo l’unico calciatore ad aver vinto 13 campionati in quattro nazionali differenti (Eredivisie, Serie A, Primera División e Ligue 1), il record-man di reti con il Paris Saint Germain, il solo ad aver segnato in Champions League con sei squadre diverse e così via?

Il palmarès è impressionante: due campionati, una coppa e una supercoppa in Olanda, quattro scudetti e tre supercoppe in Italia, una Liga e due supercoppe in Spagna, poker di campionati e tris di supercoppe e coppe di Lega in Francia, con due coppe. Imbattibile nelle corse a tappe, meno nelle sfide secche, come una Uefa e una coppa del mondo per club testimoniano: si torna in Francia, dove l’attaccante che potrebbe presto ritrovare Mourinho a Manchester, sponda United,  ha incamerato il 40% dei trofei vinti in carriera. E di fronte ritroverà l’Italia che stregò nel 2004 con quel tacco vincente da taekwondo. Re Zlatan, è l’ultima chance per non deporre la corona.

Rakitic, motorino del centrocampo croato

IVAN RAKITIC (CROAZIA, Barcellona): una coppa di Svizzera, due vittorie nella Liga, altrettante coppe di Spagna, un’Europa League, una Champions, una Supercoppa europea e una Coppa del Mondo per club. Nove titoli alzati al cielo, spesso da protagonista. Rakitic è entrato nel centro del mondo della Croazia nell’epoca-Bilic, nel 2008, impressionando il continente in un 2-0 alla Germania durante l’Europeo di otto anni fa a Klagenfurt. Tra Klagenfurt e la finale di Berlino 2015, dove ha aperto le danze blaugrana contro la Juventus – perché la Germania è nel suo destino- sono trascorsi sette anni e mille chilometri scarsi.

Nato in Svizzera da padre di Sikirevci e madre bosniaca, è passato da Basilea e Gelsenkirchen prima di rivelarsi a Siviglia, dove ha anche trovato moglie: 149 presenze e 32 gol in tre stagioni e mezza ne sono la testimonianza. Ora è a Barcellona, dove vincere è quasi imperativo come una buona colazione. 76 presenze e 11 reti con la Croazia, ma senza medaglie a referto. A 28 anni, può essere la volta buona?

Cristiano Ronaldo avrà sulle spalle il peso di una nazione intera

CRISTIANO RONALDO (SPAGNA, Real Madrid): ma come? Può essere in questa lista chi nel corso della sua carriera, ha vinto una Supercoppa portoghese (2002), 3 campionati inglesi consecutivi (2007, 2008 e 2009), 1 FA Cup (2004), 2 Coppe di Lega inglesi (2006 e 2009), 2 Supercoppe inglesi (2007 e 2008), 1 campionato spagnolo (2012), 2 Coppe di Spagna (2011 e 2014), una Supercoppa spagnola (2012), 3 Champions League (2008, 2014 e 2016), una Supercoppa UEFA (2014) e 2 Mondiali per club (2008 e 2014)? Certo, soprattutto se con una rappresentativa non di secondo piano come quella lusitana, pur avendo accumulato 126 presenze e 56 reti, non ha mai toccato vette continentali o iridate: e quando lo ha fatto (Euro 2004) era ancora imberbe e 19enne per poterlo valutare.

Tre Mondiali (2006, 2010 e 2014) e altri due Europei (2008 e 2012) gli hanno portato in dote il bronzo di quattro anni fa e tante critiche. Oggi, in una kermesse che si prospetta livellata verso il basso, gli tocca caricarsi sulle spalle quell’orgogliosa lingua di terra e mare, vogliosa di superare i confini del calcio.

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Non nominate la parola bomber invano. Non chiamatelo in causa soltanto per parlare di festini, serate in discoteca e donne mozzafiato. Perché a distanza di anni si può facilmente cadere nell’errore di pensare che Bobo Vieri sia stato un giocatore normale. Invece è stato un attaccante fenomenale, un bomber capace di vincere le partite da solo, e di superare qualunque difensore. A spallate. Bobo simpatico, Bobo incazzato, Bobo geloso, quella volta che la Canalis fece distribuire il suo ultimo calendario a San Siro, Bobo giocherellone, quando si divertiva a imparare il barese con Cassano, in nazionale.

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Bobo amicone, perché se c’è una cosa che rimpiango, da sportivo è non averlo visto duettare abbastanza con i suoi compagni preferiti. Alex Del Piero, con il quale avrebbe formato una coppia perfetta. Si sono conosciuti nella Juventus, il tempo di vincere uno scudetto (la partita più bella è quella che la Juventus vince a San Siro per 6-1 con una doppietta di Bobo) e poi si sono salutati. Li abbiamo ritrovati al Mondiale di Francia ’98. Il tempo di sedersi con le braccia incrociate a guardarsi negli occhi, dopo un gol di Bobo alla Norvegia, e poco altro. Alex troverà il suo compagno ideale nell’imperfetto Inzaghi. Uno che segna come e più di Vieri, è meno potente ma più letale negli ultimi 16 metri. Vieri va all’Altetico Madrid, ma si capisce subito che non basterà il titolo di pichichi (capocannoniere) e un gol incredibile dalla linea di fondo campo in Coppa Uefa a farlo restare in Spagna.

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Se il Mondiale di Francia è quello della consacrazione, è perché Vieri trova un allenatore che crede ciecamente in lui (Maldini lo preferisce a Chiesa e Inzaghi) e un Roberto Baggio in stato di grazia, che spiana la strada alle sue incursioni già dalla prima controversa partita contro il Cile. Sergio Cragnotti mette in campo tutte le forze finanziarie possibili, e anche qualcuna impossibile, per riportarlo in Italia. È una squadra fortissima quella Lazio. E Bobo disputa una stagione stratosferica. A Bari, sotto la neve, sembra un carrarmato. Segna un gol di mezza rovesciata e uno di testa volando più in altro delle mani del compianto Mancini. Vince una Coppa delle Coppe, perde uno scudetto in un modo balordo, facendosi beffare a due giornate dalla fine dal Milan di Zaccheroni.

È forse sull’onda di questa delusione che Moratti si mette in testa una strana idea. Un’idea senza alcun senso tattico e che forse non convince del tutto nemmeno il suo allenatore. L’idea è quella di far giocare assieme Vieri e Ronaldo. I due si capiscono subito. Non c’è bisogno di capire chi è la prima e chi la seconda punta, perché sono semplicemente Vieri e Ronaldo. Se gli dei del calcio fossero stati amanti dello spettacolo, dell’estetica e della bellezza, ci avrebbero permesso di vederli giocare insieme per un decennio, almeno. E invece abbiamo dovuto digerire infortuni, pianti, ginocchia malandate, tendini sfilacciati e ricadute. Lippi non se li è goduti mai, il povero Cuper ha rischiato di vincere uno scudetto giocando il girone di andata con Ventola e Kallon e recuperando i due, assieme, solo nelle ultime giornate.

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Ma il campionato che disputa Vieri è siderale. Segna dalla prima giornata utile all’ultima, contro la Lazio. Quando si toglie la maglia e mostra i muscoli e i tatuaggi, quelli dei primi anni 2000: stelle, cuori, tribali e forever friends. Il resto è storia. Non lo vedremo più con Ronaldo perché ad un certo punto di questa storia il brasiliano andrà da Moratti. Sarà proprio il presidente a dire a Vieri “Ronnie vuole andare al Real Madrid“. Bobo ci resta malissimo, chiede di andare via, ma alla fine si convince a restare. E lo fa ancora una volta a suon di gol. Un vizio che non perderà facilmente. Alcuni sono più belli di altri, altri sono da cineteca, pochi in fondo quelli davvero decisivi. Perché Vieri è stato un bomber strano, uno di quelli che ha vinto meno di quello che avrebbe meritato.

Nel 2003 in Champions segna i due gol qualificazione contro il Valencia, poi proprio al Mestalla si fa male al ginocchio e addio doppia sfida col Milan. Ancora oggi Bobo ci pensa e non perdona Materazzi e Carew: “mi cascarono addosso e mi ruppero. Incredibile, infortunio assurdo. Eravamo maturi per quella Coppa e io stavo benissimo. Con me potevamo vincerla”. 

Ma mentre gli altri vincevano gli scudetti, lui segnava valanghe di gol. Mentre i suoi compagni d’attacco alzavano coppe, lui raccoglieva delusioni. L’ultima, quella del Mondiale 2006. Lippi gli fa capire che se vuole andare in Germania, deve giocare. Vieri lascia il Milan e va in Francia al Monaco. Ma gli infortuni e un rendimento non più ai suoi livelli gli costano l’esclusione. Vedrà quel Mondiale in TV, anzi la spegnerà la TV pur di non pensare all’ennesima occasione persa. Che fatica la vita da bomber, Bobo.