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Roma

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Con Napoli e Juventus ormai avviate verso il lungo sprint finale per la vittoria del campionato e la Lazio che si sta confermando una solida realtà (a parte la sconfitta di Milano, che sembra più un episodio sfortunato che un segnale di qualche problematica particolare), l’ultimo posto per raggiungere il paradiso Champions sembra essere l’unico davvero in bilico. A contenderselo ci sono l’Inter di Spalletti e la Roma di Di Francesco, due squadre che però nell’ultimo mese e mezzo hanno affrontato difficoltà difficilmente prevedibili dopo i primi mesi e che, a causa di risultati pessimi, rischiano di doversi preoccupare anche di squadre come Sampdoria e Milan (che nell’ultimo periodo, a differenza di nerazzurri e giallorossi, sono in ottima forma).

Per farsi un’idea basta osservare i numeri delle ultime 6 giornate di campionato, talmente negativi da non dare adito a possibili interpretazioni differenti: 4 punti per la squadra allenata dal tecnico di Certaldo, addirittura 3 quelli raggranellati dalla squadra della Capitale. Meno del Benevento, tanto per fare il nome della squadra attualmente ultima in classifica per distacco, con il solo Chievo ad aver fatto peggio (un pareggio e 5 sconfitte) e il Cagliari con gli stessi punti fatti dall’Inter. Non è un caso che le ultime vittorie collezionate da Inter e Roma siano arrivate, rispettivamente, proprio contro il Chievo e il Cagliari (tra l’altro con un gol molto contestato di Fazio all’ultimo secondo).

Due squadre che vivono un momento simile, con problematiche simili e alcune differenze. Le difese di entrambe sono quasi sempre difficili da battere e anche dopo gli ultimi risultati risultano tra le migliori del campionato, mentre gli attacchi attraversano un momento nero. Gli avanti nerazzurri hanno segnato solamente 4 reti (uno dei quali il clamoroso autogol di Vicari di domenica, senza il quale la partita con la Spal difficilmente si sarebbe sbloccata), gli stessi dei giallorossi.

L’Inter paga la vena smarrita da Perisic, l’inesistente contributo realizzativo di Candreva e l’isolamento di Icardi al centro, con un centrocampo che raramente riesce a contribuire in maniera significativa alla fase offensiva. Le alternative poi sono quasi inesistenti, a partire da un Eder sempre più messo da parte e dal giovane e acerbo Karamoh, talento interessante ma non ancora pronto.

All’ombra del Colosseo invece c’è un Edin Dzeko che sembra tornato (almeno per la media reti) quello del primo anno, con in più una valigia in mano già fatta e poi disfatta per il mancato accordo economico con il Chelsea. Insieme a lui l’incognita Schick, ancora alle prese con problemi fisici, e il contributo altalenante dei vari Perotti, El Shaarawy e Defrel. Anche Radja Nainggolan (sogno nerazzurro di mezza estate), che da trequartista d’assalto aveva raggiunto la doppia cifra, non riesce a incidere allo stesso modo spostato più dietro. Pensare poi che la fascia destra fino allo scorso anno era territorio di un certo Mohammed Salah non può che far aumentare i rimpianti per la cessione dell’egiziano, che a Liverpool si sta imponendo come uno dei migliori attaccanti al mondo.

A prescindere dai numeri, queste due squadre preoccupano per il loro modo di affrontare una partita. L’Inter di Spalletti sembra aver smarrito la convinzione ferrea nei propri mezzi che l’aveva contraddistinta fino a Novembre e che le aveva permesso di arrivare a essere prima in solitaria. Anche quando giocavano meno bene i nerazzurri riuscivano a trovare la via della vittoria, cosa che in questo momento non riesce più (neanche quando passano in vantaggio, come a Firenze o a Ferrara). Un calo che ricorda nefastamente quelli avuti nelle stagioni precedenti e che fa pensare a una debolezza mentale, prima che fisica o tecnica, una sorta di spinta intrinseca a mollare quando le cose iniziano ad andare male (e alcune dichiarazioni del tecnico avvalorano questa teoria).

La Roma invece, reduce da un girone di Champions passato alla grande e un inizio incoraggiante, dopo la sconfitta di Torino sembra essersi fermata. L’incredibile errore di Schick è stato una sorta di sliding door: se il ceco lo avesse segnato e i giallorossi fossero usciti indenni da Torino, forse staremmo parlando di un’altra situazione. Invece la sconfitta all’Allianz Stadium, l’ennesima contro i bianconeri, ha come svuotato la squadra.

Il mercato di gennaio, per entrambe, non è stato di certo scoppiettante. Almeno il calendario, in questo periodo, sembra voler dare una mano alle due squadre più in difficoltà della Serie A. L’Inter dovrà affrontare il Crotone di Zenga e il Bologna in casa (e con i calabresi molto probabilmente dovrà fare a meno di Icardi),  la Roma va a Verona e ospiterà in casa il Benevento. Tutte e quattro le prossime avversarie però attraversano un momento migliore e non saranno di certo disponibili a regalare punti.

Continuare questa specie di corsa del gambero e non riuscire a sbloccarsi significherebbe allargare la lotta al quarto posto anche a squadre che fino a poche giornate fa sembravano tagliate fuori, che ora sono lì pronte ad approfittare di ogni passo falso.

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Per la Roma non è un momento facile: senza vittorie dal 16 dicembre, con tre pareggi e tre sconfitte costate la discesa dal quarto al quinto posto, a -2 dall’Inter e a -5 dalla Lazio con cui pure aveva vinto il derby. Visto che Alisson Becker è costantemente fra i migliori in campo e che la difesa è la terza meno battuta del campionato il problema nei giallorossi va visto davanti: l’attacco segna poco, nonostante in estate Patrik Schick sia diventato l’acquisto più costoso della storia del club.

BOTTINO MAGRISSIMO

365 minuti, recuperi esclusi, sparsi in dieci partite di Serie A, di cui appena tre da titolare ma senza gol. Questo il rendimento di Patrik Schick fin qui, con l’aggiunta della rete in Coppa Italia nella sconfitta per 1-2 col Torino (dove ha giocato l’intera gara): poco, pochissimo per un giocatore che a fine agosto era stato definito il fiore all’occhiello della campagna romanista, strappato all’Inter dopo che la Juventus aveva rinunciato all’acquisto per i noti problemi al cuore ora superati.

Proprio quello stop in estate ha probabilmente condizionato la stagione dell’attaccante ceco classe 1996, che ha avuto diversi infortuni muscolari fra cui uno che lo sta tenendo fuori tuttora, una distrazione al terzo prossimale del muscolo retto femorale sinistro con quota di edema muscolo-fasciale. Un po’ troppi problemi (tornerà fra sette-dieci giorni) e un rendimento minimo per un giocatore pagato cinque milioni per il prestito più nove per l’obbligo di riscatto, otto di bonus e un minimo garantito di ulteriori venti che andrà alla Sampdoria entro l’1 febbraio 2020, sia in caso di trasferimento sia in caso di permanenza in giallorosso. Schick ha superato Gabriel Omar Batistuta, pagato settantasei miliardi di lire nell’estate del 2000, come acquisto più caro. A ora non ripagato.

Edin Džeko

AAA CERCASI GOL

Non può però essere Schick, che si sapeva potesse avere qualche stop fisico almeno nel primo periodo, la sola causa delle difficoltà realizzative della Roma. L’anno scorso i giallorossi hanno chiuso al secondo posto con ottantasette punti e novanta gol, quattro in meno del Napoli miglior attacco e ben tredici in più della Juventus campione. Dopo ventidue giornate, invece, la Roma ne ha fatti solo trentadue (media di 1.45, contro 2.37 della passata stagione e 2.00 della ventiduesima giornata del 2016-2017) ed è ottava in questa speciale classifica, con tre gare a secco e due mesi esatti dall’ultima con più di un gol segnato, il 3-1 alla SPAL dell’1 dicembre.

Questo è dovuto sia all’appannamento di Edin Džeko, che era partito fortissimo ma dopo la rete al Milan dell’1 ottobre si è fermato quasi del tutto (doppietta al Chelsea il 18 ottobre, poi appena tre in Serie A) e fino all’altro giorno sembrava sul punto di andare proprio ai Blues, sia ai gol mancanti di Radja Nainggolan (due), Kevin Strootman (uno), Grégoire Defrel (zero) e soprattutto Mohamed Salah, a ventisei al Liverpool in tutte le competizioni. Per andare in Champions League sarà necessario migliorare soprattutto questo dato.

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Agli inizi degli anni 2000, se avessero chiesto a qualsiasi appassionato di calcio il nome di un grande portiere brasiliano, forse gli unici nomi fatti sarebbero stati quelli di Claudio Taffarel (visto anche dalle nostre parti e protagonista della vittoria dei verdeoro a Usa ’94) e di Gilmar (leggendario portiere del Brasile bicampione del mondo nel ’58 e nel ’62). Poi però qualcosa è cambiato e dal paese del futebol bailado sono arrivati alcuni dei portieri che hanno scritto la storia del calcio contemporaneo, italiano e internazionale.

Prima Nelson Dida, grande protagonista delle vittorie in Champions del Milan di Ancelotti, poi Julio Cesar, che sulla sponda nerazzurra dei navigli per diversi anni ha giganteggiato e ha rappresentato un baluardo quasi insuperabile per gli avversari. Anche a Roma si sono visti portieri brasiliani: Doni e Julio Sergio Bertagnoli (passato da terzo a primo portiere e diventato idolo dei tifosi romanisti grazie ad alcune prestazioni super nei diversi derby giocati contro la Lazio) hanno protetto i pali all’Olimpico, con fortune più o meno alterne. Oggi però, grazie all’intuizione avuta lo scorso anno da Walter Sabatini, la Roma può schierare un portiere che ha le stimmate del predestinato e che, per le qualità che sta mostrando, può ripercorrere la storia dei suoi migliori predecessori.

Alisson Becker è speciale, basta assistere a una partita qualsiasi della Roma per rendersene conto. Quella di domenica, proprio nello stadio che ha consacrato Julio Cesar, è stata probabilmente la serata della definitiva consacrazione del classe ’92 di Novo Hamburgo, una serata in cui ha mostrato tutte le qualità che rendono grande un portiere. Plasticità nei pali (il volo sul tiro di Icardi, toccato con la punta delle dita prima di finire sul palo, grazie a un tuffo esplosivo), sicurezza nelle uscite e anche capacità di gestire le situazioni più complicate senza mai dare l’impressione di essere in affanno (a pochi minuti dalla fine, su retropassaggio non perfetto di un compagno, salta Icardi che va in pressione con un dribbling degno di un grande libero).

Nella freddezza, nella capacità di non andare in difficoltà, Alisson mostra tutta la freddezza della sua parte tedesca (il cognome Becker non è casuale), che unita all’estro tipico di un brasiliano (con i piedi ci sa fare, eccome!) lo rendono un numero 1 con pochi eguali. Nei 2340 minuti giocati ha subito appena 21 reti, mantenendo la porta inviolata per ben 12 volte. La difesa della Roma è la migliore in Serie A dopo quella del Napoli, a pari merito con la Juventus, e lui è uno degli artefici principali di questo eccellente rendimento. I giallorossi, che lo scorso hanno ha mostrato più di una crepa nelle retrovie, quest’anno stanno dimostrando di aver ritrovato la compattezza difensiva, nonostante la cessione di Rudiger (e grazie alla difesa sono in zona Champions, visto che i numeri della fase offensiva sono notevolmente peggiorati) e il ruolo del portiere verdeoro in questo processo di miglioramento è stato fondamentale.

Se oggi Alisson è il portiere che tutti ammirano lo deve soprattutto a una testa da grande campione, prima che ai suoi pur notevoli mezzi. Dopo essere arrivato a luglio del 2016, anche un po’ in sordina, è rimasto tranquillo in panchina per tutta la stagione, accettando il ruolo di vice Szczesny in campionato e giocando solamente in Europa League e in Coppa Italia. Mai una polemica, mai un atteggiamento sbagliato o una parola fuori posto nei confronti di Spalletti, solo tanto lavoro e studio per imparare al meglio la nostra lingua (per guidare una difesa è importante saper comunicare, e lui lo ha capito presto).

Una specie di periodo di apprendistato (in questo la sua storia somiglia un po’ a quella di Julio Cesar, “parcheggiato” 6 mesi al Chievo per iniziare a prendere confidenza con il ruolo di portiere in Italia e mai sceso in campo con i gialloblu), in cui ha cercato di sfruttare al meglio la presenza in giallorosso di un preparatore top come Marco Savorani. L’ex Internacional è una spugna, cerca di apprendere al meglio. E pensare che, per sua stessa ammissione, da adolescente era piuttosto immaturo e con qualche chilo di troppo. Per diventare un professionista ha dovuto sudare, in tutti i sensi: “Sapevo che avrei dovuto lavorare sodo e perdere peso. Su una scala da 1 a 5, il mio livello di maturità era 1, e altri erano già 5, evoluti. Ho sofferto molto per la differenza fisica, gli altri portieri erano più forti. Ma sono cresciuto di 17 centimetri l’anno, ho perso molto peso, questo mi ha portato a guadagnare rispetto come portiere“.

A inizio stagone l’addio di Szczesny aveva creato qualche dubbio nei sostenitori giallorossi, visto il rendimento eccellente del portiere polacco nelle stagioni precedenti. Dubbi che poi sono scomparsi col passare dei mesi. Il punto di svolta per Alisson è stata probabilmente la partita dell’Olimpico contro l’Atletico Madrid del Cholo Simeone, nella quale è riuscito a parare qualsiasi cosa passasse dalle sue parti. Da lì in poi il portiere brasiliano ha sbagliato praticamente nulla, dimostrando di essere tra i numeri uno più affidabili in circolazione.

Le sue prestazioni stanno attirando l’interesse di tutti i grandi club europei, in particolare di PSG e Liverpool, ma per ora Monchi e la dirigenza giallorossa non hanno alcuna intenzione di cedere un giocatore con le sue qualità, ancora giovane e con ulteriori margini di miglioramento.

La Roma con lui è in buone mani, questo è certo.

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Gli ultimi 6 mesi del 2017, anche per un ragazzo giovane, talentuoso e con la testa sulle spalle come Patrick Schick, sono stati tutto fuorché come ci si aspettava. La stagione da rivelazione con la maglia della Sampdoria, gli 11 gol segnati giocando spesso spezzoni di partita, la voglia di consacrarsi come uno dei maggiori talenti emergenti del calcio mondiale ha attirato su di lui l’interesse di grandi club italiani e stranieri. Alla fine sembrava averla spuntata la Juve, tanto che il calciatore ceco aveva già ricevuto la benedizione di Pavel Nedved e si era fatto fotografare mentre svolgeva le visite mediche.

Sorrisi, dichiarazioni di circostanza, tutto come da copione. Quando sembrava tutto fatto però è accaduto l’imponderabile: la diagnosi di un’infiammazione cardiaca, la Juve non più convinta di prenderlo, la ricerca di altre soluzioni in attesa che quel problema fosse risolto. Schick si è ritrovato in una situazione anomala, spiazzante, senza certezze di alcun tipo. Alla fine è arrivata la Roma, che ha scelto di soddisfare le richieste di Ferrero pur di fargli vestire subito la maglia giallorossa, convinta in ogni caso che quel problema temporaneo non avrebbe creato troppi fastidi.

Poi però, quando sembrava in rampa di lancio, ci hanno pensato un paio di fastidiosi infortuni muscolari a frenare il suo inserimento. Dopo qualche partita da subentrante e l’esordio da titolare nello sfortunato 0-0 contro il Chievo è arrivato anche il primo gol, anche se non è servito ad evitare l’eliminazione dalla Coppa Italia per mano del Torino. Quando stava per raggiungere la fine del lungo tunnel di difficoltà, ecco poi l’incredibile gol sbagliato all’Allianz Stadium, contro quella Juventus che sembrava prima averlo scelto e che poi ha preferito ritornare sui suoi passi.

Ormai quell’azione è stata vista, vivisezionata, e ha lasciato un segno nell’ambiente giallorosso. I bianconeri sono l’avversario per eccellenza, la rivale che da troppi anni vince e lascia le briciole agli altri. A Torino poi la squadra allenata da Di Francesco non vince da troppo tempo (la Juventus, prima dell’ultima sfida, veniva da sei vittorie consecutive in casa contro i giallorossi, vittorie nelle quali per ben 4 volte non hanno subito neanche una rete. Il trend, quindi, è stato più che confermato) e un pareggio, nell’ottica di un campionato combattuto come mai negli ultimi anni, avrebbe significato tantissimo.

Dopo quella sera Schick è diventato una specie di capro espiatorio, il bersaglio di critiche preferito di molti dei suoi stessi tifosi. Il giocatore costato più di 40 milioni, il miglior talento giovane espresso dalla Serie A, nei pochi secondi intercorsi tra l’errore di Benatia e Alex Sandro e il pallone tirato sui piedi di Szczesny è passato da possibile eroe a sopravvalutato/scarso. Come può uno così sbagliare un gol del genere? In fondo è il calciatore più pagato nella storia del club, quindi dovrebbe essere quasi infallibile. E via con i dubbi sul suo reale valore e con offese varie. Come se quell’errore dovesse essere l’unico elemento di giudizio per un ragazzo alla sua seconda stagione vera tra i professionisti.

Si, Patrick Schick è un ragazzo, che ha passato dei mesi molto difficili che sta provando a mettersi alle spalle, e metterlo alla berlina in questo modo è davvero ingiusto. In molti hanno dimenticato i suoi problemi, i periodi di inattività dovuti prima al cuore e poi alla fibrosi muscolare che ne ha complicato il recupero in questi mesi. Hanno dimenticato anche la lezione avuta con Dzeko, etichettato già come fallimento di mercato e diventato poi capocannoniere della Serie A e finalista nella classifica del Pallone d’oro.

Per tornare il giocatore capace di incantare l’Olimpico a suon di numeri da giocoliere e gol da bomber vero, per sviluppare al meglio il suo incredibile potenziale, il ragazzo di Praga ha bisogno di essere sostenuto da tutte le parti in causa, anche dai tifosi. Ha la totale fiducia di Di Francesco (c’è chi dice che stia pensando a un modulo con il doppio attaccante, con lui e Dzeko accentrati e due esterni offensivi a supporto), così come dei suoi compagni e della società. La Roma ha la miglior difesa del campionato, è solida ed equilibrata, ma lì davanti con la partenza di Salah e il periodo di appannamento del bomber bosniaco il bilancio non è dei più positivi.

Proprio per questo, nella lunga corsa che si prospetta da qui a maggio, poter contare sul talento di Patrick Schick al meglio può fare la differenza tra l’ennesimo buon piazzamento finale e la vittoria tanto rincorsa.

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Non può mai essere banale Juventus-Roma. Dai centimetri di Turone in poi, è sempre stata accompagnata da rivalità feroce. Quasi come un derby. Da una parte, come al solito, il Nord potente e supponente, dall’altra la capitale d’Italia che però, raramente, lo è stata nel mondo del calcio. Da una parte il ‘rigore’ (assolutamente tra virgolette) e i soldatini sabaudi, dall’altra il chiasso e la passione di una città che prima fu impero e poi prese il titolo, l’onere e l’onore di provare a unire Italia e italiani.

Juventus-Roma, anche questa volta sarà partita di altissima classifica. Come spesso negli ultimi anni, come accadeva regolarmente in quegli anni ’80 in cui Dino Viola e Giampiero Boniperti discutevano di metro, centimetro e scudetto sfumato per colpa degli arbitri. Di quando Re Falcao riuscì a scucire il tricolore dalle maglie bianconere dei 6 campioni del mondo, riportandolo a Roma 40 anni dopo. Dovrà arrivare un friulano rigido e senza svolazzi, tale Fabio Capello, per riuscire a fare lo stesso, trasformando il Circo Massimo in un Circo, facendo spogliare persino Sabrina Ferilli.

Altri tempi? Forse. Oggi, però, qualcosa di simile accade. C’è Massimiliano Allegri, che i critici dipingono come unicamente attento al risultato. E coloro che lo appoggiano, pure, ma non con accezione negativa, bensì come capacità di adeguare continuamente squadra e uomini all’avversario che ha di fronte. E scusate se è poco. Dall’altra c’è Eusebio Di Francesco, uscito dalla scuola zemaniana, ma più accorto in difesa. Uno che, però, mette al primo posto gli schemi e poi gli uomini. E che di gavetta ne ha fatta parecchia, lanciandosi nel bel mondo calcistico con il Sassuolo prima di assaggiare una grande.

Juventus-Roma sarà la prima Juve-Roma senza Francesco Totti dopo 20 anni. Quello del ‘4, a casa’. Uno dei tanti aneddoti della partitissima, che andremmo ben oltre Natale e Capodanno se dovessimo parlarne. Vi basti ricordare i guanti di Aldair, l’aiutino del guardalinee e il gol di Ravanelli, il violino di Rudy Garcia. Ma pure i rigori di un incredibile match che la Roma prima stava perdendo, poi vincendo, poi pareggiando e, infine, che ha perso per un missile all’ultimo minuto da parte di Leonardo Bonucci, che all’epoca gli equilibri li spostava eccome.

Avrete capito, insomma, che se date del normale a Juve-Roma da entrambi i campanili ci si arrabbia. Ma oggi, che cos’è Juventus-Roma? Virtualmente alla pari in classifica, è la partita che dovrebbe sorteggiare l’avversaria del Napoli per lo scudetto. Tutti puntano di nuovo sulla Signora, dopo che ha chiuso la saracinesca in difesa. Sette partite in cui il pallottoliere ha smesso di contare quanti palloni entravano nella porta dei campioni d’Italia. E non capitava da febbraio del 2016. Se prima ci si divertiva a contare pure quelli fatti, da un po’ di tempo a questa parte ci sono stati fior fiori di 1-0 (vedi quello di Napoli) e pure due 0-0 (con Inter a Barcellona). Con questo, Higuain e compagni sono ancora il miglior attacco del campionato. E sfidano la miglior difesa di serie A e terza meno battuta d’Europa. Chi aveva paura che con DiFra i giallorossi potessero aprire la porta, si sono dovuti ricredere. Dieci gol subiti in 16 partite di campionato, il brasiliano Alisson – fino a 12 mesi fa quasi un carneade pur essendo titolare del Brasile – che nove volte ha tenuto la porta inviolata.

E allora, ci si prospetta un noioso 0-0 come Napoli-Inter o Juventus-Inter? In Coppa Italia, i destini delle due antagoniste sono stati opposti. La Signora ha regolato il Genoa, ritrovando gol e sorrisi di Paulo Dybala. Dall’altra parte, la Lupa non è riuscita a concedersi un quarto di finale da urlo proprio contro i bianconeri, incappando nell’1-2 dell’Olimpico contro il Torino. Ha trovato però il primo gol di Patrick Schick, che per la Juve aveva firmato l’estate scorsa, prima dei problemi di salute, del ritorno sul mercato e dell’assalto finito bene da parte della Roma, che ha speso 40 milioni per portare l’ex Samp a Trigoria.

Arrivano entrambe in forma all’appuntamento dell’Allianz Stadium. Gli ospiti dovranno evitare di sentire la ‘paura’ che negli ultimi anni spesso ha giocato un ruolo fondamentale nelle visite a Torino. Di Francesco potrebbe anche giocare per il pari, ma non è il tipo. Dopo l’ampio turnover di Coppa, schiererà i migliori. Allegri non potrà perché in infermeria ci sono diversi pezzi pregiati: da Buffon e De Sciglio (sicuri assenti) ai malandati Cuadrado e Mandzukic. In porta l’ex, Szczesny, che sta contribuendo a riportare la difesa di Madama tra le migliori (e senza questa, in Italia, difficilmente si mettono le mani sullo scudetto). A centrocampo e in difesa altri due ex, Pjanic e Benatia, due che possono far pendere l’ago della bilancia dalla parte juventina.

Già, centrocampo e difesa: dicono che qui si giocherà la partita. Matuidi contro Nainggolan, Chiellini contro Dzeko, Fazio contro Higuain. Ma attenzione alle fasce: Kolarov o Douglas Costa? Qui i centimetri che uno saprà dare all’altro durante le fughe potranno veramente decidere chi vincerà. E poi: Dybala o Schick? Quanti duelli! Juve-Roma è partitissima, forse non fondamentale per le sorti del campionato, ma chi vincerà si prenderà un bel vantaggio, non solo e non soprattutto di classifica, ma psicologico.

Si gioca a 48 ore da Natale, chi lo passerà in bianco? Babbo Natale sarà parsimonioso con Max o Eusebio? Al Polo Nord (nessun riferimento al Nord Italia, naturalmente) sarà arrivata prima la letterina di uno o dell’altro? E Tagliavento, saprà evitare scivoloni come l’ultimo del mani di Torreira non visto? Ci sarà il Var, anch’esso invitato a mangiare il panettone. Benché qualcuno storca il naso, ci sarà fino a fine stagione. E probabilmente anche oltre. Esonerare lui non si può. Per vendicare i tanti Turone della storia, dicono. Leggi: per togliere i veleni. Ma Juve-Roma potrà mai essere solo e semplicemente una partita di calcio in cui vince il migliore? Andate al Testaccio, chiedete in via Po: scuoteranno tutti il capoccione. Noi speriamo però di godercela Juve-Roma. In mancanza del prossimo Mondiale, è qui che si fa il prossimo campione d’Italia. O, perlomeno, lo sfidante per Sarri.

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Nelle ultime giornate, soprattutto negli scontri diretti tra le squadre che stanno giocando per vincere lo scudetto, è sembrato di assistere a una specie di ritorno al passato. Pochi gol, partite non belle dal punto di vista estetico, calcio fisico e attenzione difensiva ai massimi livelli sono stati i leitmotiv di gran parte delle sfide tra i top club della Serie A giocate negli ultimi 2 mesi.

Anzi, in generale, le 4 squadre che guidano la classifica (nonostante i tanti gol segnati) fanno dell’attenzione difensiva un punto di forza fondamentale, anche in un campionato che invece tendenzialmente sta privilegiando l’aspetto offensivo del gioco. Negli ultimi 10 anni infatti la Serie A è passata da secondo peggior torneo per gol segnati (nel 2007/2008, anno in cui vinse l’Inter di Mancini, solo in Francia si segnava meno) ad essere quello con la media gol più alta (nel 2016/2017 la Serie A, con 2.96 gol segnati di media, è davanti a Liga e Bundesliga, leadership mantenuta anche nella prima parte di questo campionato).

Inter, Juve, Napoli, Lazio e Roma partecipano al festival del gol all’italiana, segnano tanto e subiscono pochissimi gol negli scontri con le squadre medio/piccole (quella dei biancocelesti, tralasciando i 4 gol subiti nella sfortunata partita persa con il Napoli, rimane comunque una difesa forte). Queste ultime ormai difficilmente riescono a “rubare” punti a quelle che sono nei piani alti, venendo spesso sommerse di reti senza riuscire a fare granché, segno di un abbassamento qualitativo generale (soprattutto nella fase difensiva).

Ma è negli scontri diretti che viene fuori tutta l’importanza data alla difesa, quella che ha reso celebre il calcio italiano e lo ha portato in cima al mondo più di una volta, che è tornata a rivestire un ruolo di primo piano. In Juve-Inter, Napoli-Juve, Napoli-Inter e Roma-Napoli, in alcuni frangenti sembrava di assistere alle omonime partite giocate negli anni 70/80, quelle in cui si badava prima a non prenderle. La Juventus ha espugnato il San Paolo, campo più volte avverso anche negli anni scorsi in cui ha dominato il campionato, lasciando il pallino del gioco agli uomini di Sarri e ripartendo in contropiede con le frecce Douglas Costa e Dybala, con linee ravvicinate e nessuno spazio concesso agli avanti azzurri. Anche le prestazioni dell’Inter al San Paolo e all’Allianz Stadium sono state improntate soprattutto all’attenzione difensiva e alle ripartenze (più efficaci col Napoli, meno contro i bianconeri).

In questo le vittorie della Juventus del ciclo Conte/Allegri hanno tracciato il solco che poi gli altri stanno seguendo. I bianconeri hanno fondato la propria forza sulla difesa quasi insuperabile, con la BBC e Buffon a proteggere i pali, mentre le altre squadre perdevano i migliori difensori (Thiago Silva venduto dal Milan, Lucio venduto dall’Inter ma ormai a fine corsa, Samuel non più muro dopo il 2010) senza sostituirli adeguatamente. Roma e Napoli hanno provato a scontrarsi con i bianconeri, uscendone quasi sempre con le ossa rotte.

Quest’anno chi lotta per i posti Champions non può esimersi dal mostrare una fase difensiva solida. Il pilastro su cui Spalletti ha impostato il suo lavoro nei primi mesi all’Inter è stata la difesa, affidata a un tecnico preparato come Martusciello, e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Il reparto che lo scorso anno faceva acqua da tutte le parti ora è diventato quasi impenetrabile e gli zero gol subiti contro Napoli e Juve sanno di battesimo del fuoco superato per Skriniar e compagni.

Eusebio Di Francesco ha restituito solidità alla Roma con il suo 4-3-3, tanto che i giallorossi (al pari di Inter e Napoli) sono la miglior difesa del campionato. Lo stesso Napoli di Sarri, espressione di un calcio offensivo tra i migliori d’Europa, quest’anno il vero salto di qualità lo ha fatto in difesa, con errori sempre più rari e un Koulibaly ormai tra i migliori in Europa nel suo ruolo.

Anche Emiliano Mondonico, uno dei maestri del calcio all’italiana, ha dichiarato qualche giorno fa che a suo parere “sta ritornando il catenaccio e guardando le partite, tutti giocano dietro la linea della palla. Vedo tatticamente una grande predisposizione di molti verso questo modo di fare calcio: col catenaccio abbiamo vinto i Mondiali, non dimentichiamo che il contropiede e il catenaccio fanno parte della nostra storia”. 

Forse parlare di catenaccio puro è esagerazione, viste soprattutto le medie gol in Serie A nell’ultimo anno e mezzo, ma è indubbio che anche in un campionato sempre più votato all’attacco la fase difensiva sia poi il fondamento su cui costruire una squadra che poi possa aspirare alle posizioni di vertice.

Primo, non prenderle. Soprattutto negli scontri diretti.