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Roma

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Quella della Roma contro il Verona è stata una vittoria netta. Un 3-0 che non ha lasciato spazio a nessuna possibilità di replica. Mattatore della serata è stato Edin Dzeko che ha messo a segno una doppietta. Eppure, nonostante l’ottima prestazione dell’attaccante bosniaco, è stato un altro giocatore ad aggiudicarsi il titolo di migliore in campo. Alla prima da titolare, dopo 325 giorni di assenza, un gravissimo infortunio al ginocchio e due interventi chirurgici, Alessandro Florenzi è stato protagonista di una partita sontuosa condita da un assist, tantissima corsa e voglia di riprendersi la sua Roma. La naturale e scontata conclusione della serata è stata una grande dimostrazione d’affetto da parte di compagni e tifosi per celebrare quello che è stato a tutti gli effetti un ritorno da favola.

I numeri e le statistiche della gara sono dalla sua parte: ha recuperato e toccato più palloni di tutti, ha effettuato tanti cross e 3 tiri nello specchio della porta. Una prestazione importante che gli ha permesso di tornare padrone della fascia destra giallorossa. Nessuno come lui è capace di adattarsi a tutti i sistemi di gioco e ai vari moduli, per la gioia di mister Eusebio Di Francesco. Anche il ct della nazionale Ventura ha salutato con gioia il rientro dell’esterno romano che tornerà sicuramente utile anche per la causa azzurra.

Ma non sono solo i tecnici a sorridere per il ritorno di Alessandro. Lo farà anche quell’Edin Dzeko che ha sfruttato al meglio un suo cross per il gol del 2-0. Proprio qualche giorno fa, infatti, il centravanti della nazionale bosniaca aveva espresso scetticismo sulla possibilità di ripetere le reti dello scorso anno, che lo hanno reso capocannoniere della Serie A.

Questo, soprattutto per la partenza di Mohamed Salah, freccia egiziana, che con la sua capacità di corsa creava azioni da gol per se stesso e per i suoi compagni di reparto. E la sua mancanza è amplificata su quella fascia destra viste anche le difficoltà di Defrel e Schick.

Ma, se il buongiorno si vede dal mattino, Florenzi sembra essere ritornato lo splendido calciatore che abbiamo avuto modo di ammirare in queste ultime stagioni, così che anche Dzeko potrà sentirsi meno solo là davanti.

Decisivo in tutte le fasi del gioco, Florenzi può partire da terzino per arrivare a giocare come esterno o addirittura ala, rendendosi pericoloso anche in zona gol.

Il suo ritorno, ora, dopo un calvario durato mesi e tanta paura, rappresenta una seconda vita, da scrivere tutta con grinta, forza e speriamo tanta fortuna.

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Immagina di esordire, a meno di 24 anni, in serie A con la maglia numero 10 di una squadra che la massima serie fino alla sera del 20 agosto l’aveva vista solo in televisione. Siamo sul punteggio di 0-0. Immagina di ricevere palla, all’alba del match d’esordio, sulla tua mattonella preferita, quella che congiunge le linee dell’area di rigore sul vertice destro. Immagina di controllare la sfera, eseguire una finta di corpo e armare il mancino. Un tocco preciso, beffardo, a giro e la palla che si insacca nell’angolo opposto, alle spalle del portiere avversario. 0-1, gioia infinita. Immagina di iniziare a correre verso la tua panchina, raccogliere l’abbraccio dei compagni e il buffetto del tuo allenatore: nella tua mente scorreranno le occasioni mancate, le volte in cui hai temuto di non riuscire nel grande salto, la tua sete di riscatto e gli orizzonti che il palcoscenico della serie A possono offrirti. Fatto? Ecco, hai ottenuto l’esordio nel calcio che conta di Amato Ciciretti, numero 10 del Benevento. E pazienza se la doppietta di una vecchia volpe dell’area di rigore come Fabio Quagliarella ha impedito che la gemma del talento del Trullo portasse in cassa anche tre storici punti, consegnandoli invece alla Sampdoria.

Un 10 giallorosso a Marassi: scena già vista

È stato semplicemente un gol alla Ciciretti

Didascalia dell’autore a margine di una rete che in tanti avevano paragonato a quella realizzata quasi 11 anni prima, nell’altra porta del “Ferraris” e sempre contro la Sampdoria, da un “certo” Francesco Totti. 26 novembre 2006, 73′ di Sampdoria-Roma, punteggio di 1-3 per gli ospiti: il resto è storia.

Storie in giallorosso, storie di numeri 10. Così, il sapore già speciale della prima gioia in Serie A ha rischiato di diventare inebriante: per gli amanti delle statistiche e per i nostalgici, ma non per Amato. Che quasi con deferenza ha respinto il paragone. Non semplice per chi, all’alba dell’avventura nel settore giovanile della Roma, era affiancato proprio allo storico capitano. Piede diverso, il mancino, ma movimenti simili quando si trattava di calciare: partenza da destra, dribbling a rientrare e tiro in porta. O assist, la sua giocata prediletta. Sin da quando nella periferia Ovest della Capitale, dove il quartiere della Magliana si trasforma nel Trullo, palleggiava con una bottiglietta di plastica per strada davanti agli occhi di mamma Daniela. Che non poteva immaginare che il suo Amato avrebbe fatto così tanti chilometri prima di approdare alla fermata della massima serie.

Pronti, ripartenza, via

Eppure la carriera di Amato non è stata certo quella di un predestinato. Il suo utilizzo privilegiato del fioretto a dispetto della sciabola lo aveva portato a non “addentare” con la fame necessaria le occasioni che la carriera gli aveva presentato dopo tutta la trafila nel settore giovanile della Roma, certo non un’arena qualsiasi nella quale crescere. Da ragazzo, era considerato un probabile fuoriclasse del nostro calcio, salvo perdersi nelle categorie minori fino a che il club giallorosso non lo ha mollato. A L’Aquila, Pistoia e Messina, in Lega Pro, non aveva incantato: a rilanciarlo è stato Salvatore (di nome e di fatto, per Ciciretti) Di Somma, che lo ha portato a Benevento nell’estate 2015: prima 6 reti e 8 assist nel 3-4-3 di Auteri, con il salto in B, poi la conferma nel mondo dei cadetti, con 6 centri, altrettanti assist e una serie di prestazioni di altissimo livello nel 4-4-2 fluido di Baroni.  La colpa di questa esplosione a scoppio ritardato? La spiega lo stesso numero 10.

Non posso dare agli altri la colpa di essere arrivato relativamente tardi nel grande calcio. La colpa è solo mia. Per troppo tempo ho preso il calcio solo come un gioco, ora lo vivo come una professione

Il sogno

Tornare a Roma. Non potrebbe essere altrimenti, quando si parla della squadra del cuore. Vale per tanti, anche per Ciciretti, che in camera nella sua casa nella Capitale ha le mura tappezzate di poster dei suoi idoli di gioventù. E pensare che gli inizi sono stati con la maglia…della Lazio. Anche se papà Giancarlo l’avrebbe voluto accanto sul posto di lavoro, nella sua azienda edile. Per fortuna dello sport, Amato ha preferito i calci al pallone alla…calce. E ora anzichè mettere su palazzi, edifica il sogno-salvezza della matricola Benevento. Già in estate, dopo la doppia promozione con i sanniti, gli occhi della serie A si erano posati su questo calciatore biondo, che ama indossare scarpe appariscenti e confezionare giocate che non possono sfuggire all’occhio: il Napoli aveva chiesto informazioni, così come hanno fatto altri club dopo la gemma messa a segno domenica sera a Genova. La risposta? “Incedibile”. Almeno fino a giugno 2018, quando il suo contratto andrà in scadenza e Ciciretti sarà artefice del proprio destino. Come gli avviene da due anni a questa parte. Finalmente. Da quando da semplice innamorato del pallone, si è sentito…Amato.

Tatoo, che passione: il prossimo sarà azzurro?

Sul corpo di Amato ci sono circa 40 tatuaggi: impossibile non notarlo. Non serve neppure che si tolga la maglia per esultare, visti gli evidenti disegni che ne coronano collo e braccia. Di certo, c’è spazio anche per uno dedicato alla Nazionale: il Ct Ventura, uno che di esterni se ne intende, lo ha già precettato per uno stage nella scorsa stagione e apprezza i numeri d questo funambolo, al quale manca solo una qualità. La continuità. Magari la troverà scommettendo un nuovo tatoo con i suoi follower su Twitter, come già avvenuto in passato, o semplicemente lavorando sulla crescita mentale, come fatto quando ha deciso di affidarsi a una nutrizionista per curare la propria alimentazione e bandendo la Coca Cola dalla dieta. È tempo di smettere di essere uno dei tanti “nuovi Totti” e diventare “semplicemente” Amato Ciciretti.  La ricetta? Ripartire, sempre. Che sia con il pallone tra i piedi, avviando la corsa da destra per cercare il cuore del campo, o con la mente. Quella che a volte Amato aveva messo in stand-by, rallentando una corsa che sembrava già disegnata.

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International Champions Cup

È cominciata anche quest’anno l’International Champions Cup, torneo amichevole estivo itinerante, giunto alla quinta edizione, che porta alcune delle principali squadre d’Europa a sfidarsi in altri continenti. Anche quest’anno ci sono più squadre italiane che prendono parte alla competizione: Inter, Juventus, Milan e Roma sino a fine luglio rappresenteranno la Serie A all’estero in partite di grande fascino.

Aubameyang Milan-Borussia Dortmund

TRE GRUPPI DIFFERENTI

La composizione dell’International Champions Cup è piuttosto particolare, perché oltre alla divisione in tre zone alcune squadre giocano un numero di partite inferiore rispetto ad altre. È il caso del Milan, che ha iniziato a Guangzhou perdendo 1-3 con il Borussia Dortmund (doppietta dell’ex Pierre-Emerick Aubameyang, obiettivo del faraonico mercato rossonero) e che giocherà di nuovo soltanto sabato col Bayern Monaco, perché poi dovrà fare ritorno in Italia per preparare il terzo turno preliminare di Europa League contro l’Universitatea Craiova (andata 27 luglio in Romania, ritorno il 3 agosto), facendo saltare il derby con l’Inter a Nanchino, casa di Suning. Sono tre le nazioni diverse che ospitano il torneo: tre partite a Singapore, quattro in Cina e le restanti dodici negli Stati Uniti, in quello che è il gruppo più corposo. I rossoneri giocano solo in Cina, l’Inter anche a Singapore, mentre Juventus e Roma sono nella zona americana e peraltro proprio un derby italiano in terra straniera chiuderà l’evento, domenica 30 luglio al Gillette Stadium di Foxborough.

Luciano Spalletti Inter

PRECAMPIONATO DI SPESSORE

Lo scopo dell’International Champions Cup è portare le grandi sfide fuori dai confini europei, specialmente negli Stati Uniti dove si riempiono stadi da centomila spettatori (tre anni fa Manchester United-Real Madrid al Michigan Stadium ha fatto registrare la cifra record di 109.318 presenti), ma è anche un modo utile per le squadre di avvicinarsi alla stagione giocando partite già di un certo prestigio. Il Milan ha ridotto la sua presenza, ma l’Inter giocherà con Lione, Bayern Monaco e Chelsea, test che serviranno a Luciano Spalletti per capire quanto dover migliorare la rosa dopo il fallimento dell’anno scorso. A Juventus e Roma tocca il meglio: i bianconeri sfideranno Barcellona e PSG prima del derby, i giallorossi apriranno la zona americana coi parigini e poi se la vedranno col Tottenham. Per non farsi mancare nulla sono in programma anche un derby di Manchester a Houston e soprattutto il piatto forte di quest’anno, il Clásico Barcellona-Real Madrid all’Hard Rock Stadium di Miami (notte fra il 29 e 30 luglio, 1.30 ora italiana). Amichevoli sì, ma di valore.

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Foto Alfredo Falcone - LaPresse 20/10/2016 Roma ( Italia) Sport Calcio Roma - Austria Vienna Girone E Europa League 2016 2017 - Stadio Olimpico di Roma Nella foto:nainggolan Photo Alfredo Falcone - LaPresse 20/10/2016 Roma (Italy) Sport Soccer Roma - Austria Vienna Round E Europe League 2016 2017 - Olimpico Stadium of Roma In the pic:nainggolan

Non ci caschi, Nainggolan. Non caschi nell’utilizzo “leggero” dei social network: non lo faccia, anche se ha solo 29 anni e come tanti ragazzi vorrebbe vivere queste finestre sul mondo che la tecnologia offre come oblò, nei quali ci si offre in pasto a milioni di tifosi e di addetti ai lavori.

Appello a Radja, professione centrocampista, oggi alla Roma. Perché la sensazione è che a questo calciatore con media-gol da seconda punta e grinta da mediano, nato ad Anversa da madre belga e padre di origine indonesiana, per diventare uno dei tre più forti centrocampisti d’Europa manchi davvero l’ultimo step: quello riferito alla dimensione privata della vita di un atleta, o meglio di una piccola azienda. Perché oggi i calciatori questo rappresentano.

Radja Nainggolan

Numeri romani

Per la Roma non è in vendita, per virtù e per necessità. Da una rosa che ha perso già Salah, Paredes e Rudiger, sarebbe complicato veder partire anche il numero 4: per il gioco di Eusebio Di Francesco, per l’immagine internazionale del club e per il contributo che Nainggolan offre in campo. I numeri accumulati nella parte giallorossa della Capitale dal momento dell’arrivo, datato gennaio 2014, sono importanti: 161 partite, 27 reti, 23 assist e un contributo incessante al ritmo della Roma, di Garcia prima e Spallettiana poi. Ad oggi, però, la parola “incedibile” nel calcio rappresenta un cappello, che in caso di cifre da capogiro può rapidamente scomparire: soprattutto se si parla di un calciatore nel pieno della maturità calcistica, che difficilmente diventerà più decisivo di così e al tempo stesso raramente varrà più di oggi: 40 milioni di euro, stando alla quotazione riportata da Transfermarkt, portale di riferimento su scala internazionale, ma anche 50 per i suoi estimatori, Chelsea e Manchester United in primis fuori dai confini italiani.

Radja Nainggolan

E ombre milanesi

Dalla Capitale alla Capitale della moda, che aspira a tornare punto di riferimento nel calcio europeo, il passo in sede di calciomercato è breve. Non è un mistero che sulle orme di Nainggolan ci siano l’Inter e Luciano Spalletti, l’allenatore con il quale il centrocampista è esploso. A Mykonos e Ibiza, dove Radja ha consumato le sue vacanze, l’eco dell’interesse nerazzurro è arrivato con forza: tra i silenzi davanti a microfoni e telecamere, sono stati come spesso accaduto i social a rivelare il pensiero del Ninja. Prima una replica piccata a un tifoso sul rinnovo del contratto (“Sto ancora aspettando”), poi il giocoso scambio di saluti con Rudiger che ha coinvolto anche Strootman e Salah. L’olandese saluta il tedesco, mentre l’egiziano insinua il dubbio: sembra una barzelletta, ma nell’universo di Instagram i tifosi romanisti non hanno certo riso.

Strootman saluti Nainggolan

“Spero sarà l’ultimo saluto di questa estate” è stata la frase di Strootman, commentata dal compagno di squadra Nainggolan con il sorriso e un “I don’t know” che ha generato più di una preoccupazione tra i tifosi giallorossi. Dall’ansia alla rabbia il passo è stato breve quando è apparso il commento di Salah, appena passato al Liverpool. Un siparietto che non è piaciuto alla Roma, tanto da portare alla cancellazione del post da parte del centrocampista olandese.

Radja Nainggolan e Kevin Strootman

Ora tocca a Radja

Un’ingenuità, nulla di più. La questione è superare il concetto di piazza e comprendere quello di arena: ciò che oggi i social rappresentano. Scherzare come tra vecchi, anonimi amici è difficile se rappresenti un riferimento per milioni di tifosi, che vogliono essere informati sulla tua quotidianità step by step. Non è la prima volta che Nainggolan scivola in questo vortice: ricordarsi quelle parole rilasciate all’uscita da un locale di Roma alla vigilia dei due derby di Coppa contro la Lazio, e quel famoso “fidate” ritortosi contro alla prova del campo, o i litigi su Twitter e Instagram con i tifosi di altre squadre, Juventus in primis. Eccessi figli di genuinità e grinta, quelli che Radja comunica in campo. Sovrabbondante, come quando veste la maglia numero 4 e raramente riesce a limitarsi per generosità.

Radja Nainggolan dopo un gol

Rinnovo (e fascia?)

Al netto di silenzi, sorrisi amari e battute social, non è escluso che Nainggolan a breve racconti la sua verità. Quella con la quale dovrà fare i conti anche il neo-direttore sportivo giallorosso Monchi, noto come l’uomo delle plusvalenze.  A Siviglia ne ha collezionato a iosa, da Dani Alves a Sergio Ramos fino a Kondogbia e Bacca. Il ds ha più volte sottolineato che il vero problema “non è vendere, ma comprare male”: una certezza che alimenta il senso di precarietà generale che i calciatori vivono nel calcio moderno. Oggi ci sono, domani potrebbero essere altrove.

Il belga intanto attende alla finestra, dove i panni e le righe del rinnovo del contratto, oggi in scadenza nel 2020, attendono di essere srotolati da…13 mesi: tanto è passato dalla promessa giallorossa all’epoca delle sirene della Premier League, con ingaggi vicini ai 7 milioni di euro. Oggi il Ninja ne guadagna 3,2 e da promessa potrebbe vedere il suo salario salire a 4 milioni, con bonus che gli permetterebbero di arrivare a 5. Uno stallo non gradito al calciatore, che è lì che aspetta. Una firma e, magari, una fascia da capitano. Quella che nel dopo-Totti e con un De Rossi arrivato a 34 anni, attende un nuovo leader.

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Secondo un sondaggio britannico del 2011, la vita comincia intorno ai 40 anni: più acciacchi, ma anche più felicità e meno stress. Quel traguardo tondo Francesco Totti lo ha superato da nove mesi, lui che ha visto la luce il 27 settembre 1976, e che per l’ex capitano della Roma (quanto è ancora strano, definirlo così) rappresenta un necessario punto di ripartenza. Il primo da fissare senza un pallone tra i piedi, ma con il proprio futuro in mano.

Francesco Totti contrastato da Cataldi in Roma-Genoa 3-2, 28 maggio 2017
Francesco Totti contrastato da Cataldi in Roma-Genoa 3-2, 28 maggio 2017
E ora?

La mente torna necessariamente al 28 maggio 2017: Spalletti lo lancia nella mischia sul punteggio di 1-1 nella partita dell’Olimpico contro il Genoa, sfida vinta per 3-2 dai giallorossi nel finale ma che per lunghi, interminabili minuti stava risuonando come l’ennesima beffa, con un pari contro un avversario privo di obiettivi che avrebbe di fatto costretto la Lupa ai preliminari di Champions League 2017/2018. Tutto era quasi passato in secondo piano: il tempo quel giorno nella Capitale si era cristallizzato. Come se fosse necessario godersi ogni singolo istante di quei 40 minuti di Totti, gli ultimi di una carriera infinita.

E ora? Se lo sono chiesti in milioni, Francesco per primo. Ora cosa accadrà? Nei cassetti di Trigoria c’è un accordo privato: 600mila euro netti all’anno per 6 stagioni da dirigente. Ma, a due giorni dall’inizio della “seconda vita” di Totti, quella che avrà il via l’1 luglio, di questo avvenire dietro la scrivania non v’è certezza.

Francesco Totti accoglie il nuovo ds della Roma Rodriguez Verdejo Monchi a Trigoria
Francesco Totti accoglie il nuovo ds della Roma Rodriguez Verdejo Monchi a Trigoria
Pensieri Monchi?

A volte, basta una maiuscola in meno per alterare un pensiero, un’emozione.  Rodriguez Verdejo Monchi è il nuovo direttore sportivo della Roma, chiamato a Trigoria per rilanciare le ambizioni europee del club e far anche quadrare i conti: tra i suoi primi compiti, però, c’è stato anche quello di far chiarezza con Totti sul futuro del numero 10. Non in campo, ma al suo fianco: almeno, così avrebbe voluto il dirigente che a Siviglia ha fatto faville. Francesco è incuriosito dalla possibilità di apprendere la professione e i segreti del mestiere da un professionista del livello di Monchi. Al tempo stesso, però, i suoi restano pensieri…monchi, con la minuscola: incompleti, ancora galleggianti. Tra la possibilità di entrare nell’area tecnica giallorossa, con un ruolo da distinguere con chiarezza e con Eusebio Di Francesco, amico ed ex compagno di squadra, ad allenare la Prima Squadra. E la volontà di correre ancora dietro un pallone, lontano dall’Europa e dalle radici: la tentazione di un altro anno in campo, ma non con la maglia di un club italiano, è ancora forte per il 10. E dopo le proposte dell’amico Nesta da Miami, quelle degli Emirati Arabi e della Cina, ne è arrivata una dal Giappone, sponda Tokyo Verdy, nobile decaduta del calcio nipponico un tempo facente capo al colosso Kawasaki e attualmente al terzo posto della J-League 2, la serie B nostrana.

Francesco Totti indica il futuro

Dica 10

Da un lato sarei orgoglioso se la Roma dovesse ritirare la maglia numero 10, tuttavia verrebbe magari distrutto il sogno di un ragazzo di poter vestire la maglia indossata un tempo da Totti. Una cosa è certa: per portare questo numero nella Roma è necessaria una forte personalità.

Due anni fa, sulle colonne del settimanale tedesco Kicker, Totti così rispondeva a chi gli chiedeva di un ritiro della sua maglia dalla scelta di quelle indossabili in seno alla Roma. Un ritiro ufficiale, ad oggi, non c’è stato, ma il romanticismo e la moneta portano a una considerazione univoca: nessuno vestirà la 10 giallorossa, almeno nella stagione 2017/2018. Resta la più venduta del club, trend che difficilmente muterà nei prossimi mesi. Da parte sua, Totti appare disinteressato alla vicenda: dovesse arrivare un fuoriclasse, sarebbe il primo a volergliela cedere, assicurano gli amici. Tra i calciatori già in organico, invece, la destinerebbe volentieri a Dzeko. Le sue attenzioni, oggi, più che alla maglia, sono rivolte alla società: vuole avere un ruolo operativo, reale, che possa valorizzarne l’esperienza di uomo di campo e il plusvalore di uomo della Roma.

Francesco Totti e Ilary Blasi

Anno zero

Chi gli è vicino, assicura che oggi Totti si stia godendo i piccoli piaceri di una vita “normale”. Un piatto di pasta in più, un riposo senza sveglie assillanti. In una parola: relax. Come quello comunicato da Mykonos, in Grecia. Sui social l’ex capitano (aridaje, quanto è strano) della Roma ha postato una foto con sua moglie Ilary Blasi e i figli Cristian (11 anni), Chanel (10) e Isabel, un solo anno, che siede sulle ginocchia della mamma.

 

Una bellissima vacanza tra famiglia e amici in un posto stupendo! Mykonos rocks! 😎

Pubblicato da Francesco Totti su Martedì 27 giugno 2017

Un quadretto quasi simbolico del legame con le cose semplici di un campione che probabilmente non avrà repliche, dentro e fuori dal campo. Il vertice con la dirigenza della Roma è all’orizzonte, poi sarà tempo di tornare in vacanza: in ogni caso il ritiro di Pinzolo, dal 7 al 14 luglio tra le Dolomiti sarà comunque il primo senza Totti dal 1993 ad oggi. Francesco, intanto, medita e si riposa: pronto per scrivere una nuova vita. Non più da Pupone.

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Può una società blasonata che non solleva un trofeo da sei anni ripartire da un allenatore che ha raccolto numeri eccellenti in campo, pur senza trofei all’attivo e feedback a corrente alternata nello spogliatoio nella sua ultima esperienza e da un vice fresco di retrocessione dalla serie A alla serie B alla prima esperienza in panchina? Sì, se i due nomi in causa sono quelli di Luciano Spalletti e Giovanni Martusciello, con ogni probabilità prossimi timonieri di quella barca di sogni, speranze e contraddizioni che oggi l’Inter rappresenta nei marasmi del calcio italiano.

Luciano Spalletti e Francesco Totti

Dal falso nove…a un altro

Gli ultimi mesi del rapporto di Spalletti con la Roma, panchina sulla quale l’allenatore di Certaldo ha ottenuto 133 punti in 57 partite alla seconda esperienza in giallorosso, sono stati caratterizzati dal turbolento rapporto con Francesco Totti, il cui addio ha suscitato domenica scorsa le lacrime di centinaia di migliaia di appassionati di questo sport. Un tema centrale, forse troppo, negli ultimi mesi di gestione-Spalletti a Roma: ferite ancora aperte, testimoniate dalle parole dell’allenatore ai saluti.

“Con Francesco non ho avuto nessun problema, per me l’ho fatto giocare un anno in più”

Era stato Spalletti a reinventarlo falso nueve dopo l’infortunio determinato da Vanigli in un Roma-Empoli. Ora Luciano avrà accanto a sé Martusciello, che proprio a Empoli, anno 1998, aveva rappresentato il primo esempio di fantasista “prestato” al centro dell’attacco. Un episodio spesso ricordato dai due davanti alle telecamere. Per l’immediato futuro ha promosso a parole la candidatura di Eusebio Di Francesco sulla panchina della Roma, mentre nella Milano neroazzurra ripartirà da uno staff che lo conosce bene e dovrà supportarlo alle prese con un ambiente la cui voglia di risalita si è acuita con anni di digiuno.

Luciano Spalletti e Giovanni Martusciello

Identità di gioco

1998, ben 19 anni fa. Già allora Spalletti sperimentava continuamente. Non si accontentava di proporre un solo sistema, voleva sempre ottimizzare le risorse a disposizione con idee innovative. Bravo a esaltare le qualità dei calciatori a propria disposizione, una caratteristica che in carriera gli ha sempre permesso di proporre un’idea di gioco moderna. Sarà questo tratto del suo profilo ad aver convinto i dirigenti dell’Inter, che nell’ultima stagione hanno visto quattro allenatori alternarsi in sella (Mancini, De Boer, Pioli e Vecchi)? L’identità è stata la grande assente dalle parti della Milano nerazzurra post Mourinho. Identità, capacità di riconoscersi in una guida, come il ringraziamento a mezzo Instagram di Kevin Strootman verso il suo ex allenatore ha testimoniato…

Grazie Mister per il sostegno e la fiducia che mi hai dato sempre. In bocca al lupo!

Un post condiviso da Kevin Strootman (@kevinstrootman) in data:

Identità, da non confondersi con appartenenza: a quella ipocrita che il calcio spesso ci offre, con maglie baciate al primo gol e dichiarazioni di amore eterno, Spalletti ci ha poco creduto. Per questo, non vivrà l’esperienza all’Inter come un “tradimento”.

Luciano Spalletti conferenza

Quattro punti per ripartire

Quattro punti hanno separato a fine stagione in classifica la Roma dalla esastellata Juventus: numeri da leggere con attenzione, per comprendere la differenza reale che esiste tra i giallorossi e quella che da sei anni è la Signora del calcio italiano. Probabilmente, un solco scavato anche da una situazione ambientale delicata come quella della sponda giallorossa della Capitale, in grado di alimentare pressioni che hanno inciso sulla gestione spallettiana. Nei momenti più complicati, De Rossi e compagni sono stati capaci di ripartire e andare oltre le negatività: merito indiscusso dell’allenatore, che alla fine della fiera ha centrato un secondo posto e una qualificazione in Champions League che sanno di un mini-trofeo.

A incidere sulla valutazione dello Spalletti giallorosso, invece, sono proprio i trofei: quelli mai sollevati a Roma, quelli sfuggiti di mano tra Europa League e Coppa Italia, complice un bimestre febbraio-marzo complicato nella gestione delle forze a disposizione. Lascia una Roma forte, l’allenatore toscano, una squadra che ha delle individualità importanti, che si è comportata “quasi” totalmente da collettivo.

Luciano Spalletti icona

Evitare crisi di nervi

Parlare di tattica con Spalletti all’Inter, oggi, parrebbe prematuro. La rosa neroazzurra ha poco da invidiare a quelle dei top club del calcio italiano: occorrerà solo fare delle scelte, dote che al tecnico raramente è mancata, a costo di risultare poco popolare. Rimettersi in carreggiata è stato sempre un suo must, come gli impatti imponenti: se Roma è stata la città delle 2 Coppe Italia (4 finali consecutive) e della Supercoppa italiana, con il tricolore sfiorato nella stagione 2007/08, a soli 3 punti dall’Inter campione d’Italia, allo Zenit (2010) al primo tentativo sono arrivate subito la Coppa di Russia e subito dopo il Grande Slam, con campionato e Supercoppa.  

Ora, salvo clamorosi colpi di scena, tornerà a lavorare con Walter Sabatini all’Inter anche se lui ancora glissa: incontrerà un ambiente incline alla depressione sportiva, con l’imperativo di classificarsi tra le prime quattro. Oltre a convincere, poi dovrà anche vincere. Sommando la sua voglia di riscatto a quella dei neroazzurri, forse, sarà più facile: perchè se è vero che l’unione fa la forza, l’unità di intenti è quasi una forza inarrestabile. Inter, eccoti il tuo colpo di spalla. O di Spalletti?