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Roma

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Gli ultimi 6 mesi del 2017, anche per un ragazzo giovane, talentuoso e con la testa sulle spalle come Patrick Schick, sono stati tutto fuorché come ci si aspettava. La stagione da rivelazione con la maglia della Sampdoria, gli 11 gol segnati giocando spesso spezzoni di partita, la voglia di consacrarsi come uno dei maggiori talenti emergenti del calcio mondiale ha attirato su di lui l’interesse di grandi club italiani e stranieri. Alla fine sembrava averla spuntata la Juve, tanto che il calciatore ceco aveva già ricevuto la benedizione di Pavel Nedved e si era fatto fotografare mentre svolgeva le visite mediche.

Sorrisi, dichiarazioni di circostanza, tutto come da copione. Quando sembrava tutto fatto però è accaduto l’imponderabile: la diagnosi di un’infiammazione cardiaca, la Juve non più convinta di prenderlo, la ricerca di altre soluzioni in attesa che quel problema fosse risolto. Schick si è ritrovato in una situazione anomala, spiazzante, senza certezze di alcun tipo. Alla fine è arrivata la Roma, che ha scelto di soddisfare le richieste di Ferrero pur di fargli vestire subito la maglia giallorossa, convinta in ogni caso che quel problema temporaneo non avrebbe creato troppi fastidi.

Poi però, quando sembrava in rampa di lancio, ci hanno pensato un paio di fastidiosi infortuni muscolari a frenare il suo inserimento. Dopo qualche partita da subentrante e l’esordio da titolare nello sfortunato 0-0 contro il Chievo è arrivato anche il primo gol, anche se non è servito ad evitare l’eliminazione dalla Coppa Italia per mano del Torino. Quando stava per raggiungere la fine del lungo tunnel di difficoltà, ecco poi l’incredibile gol sbagliato all’Allianz Stadium, contro quella Juventus che sembrava prima averlo scelto e che poi ha preferito ritornare sui suoi passi.

Ormai quell’azione è stata vista, vivisezionata, e ha lasciato un segno nell’ambiente giallorosso. I bianconeri sono l’avversario per eccellenza, la rivale che da troppi anni vince e lascia le briciole agli altri. A Torino poi la squadra allenata da Di Francesco non vince da troppo tempo (la Juventus, prima dell’ultima sfida, veniva da sei vittorie consecutive in casa contro i giallorossi, vittorie nelle quali per ben 4 volte non hanno subito neanche una rete. Il trend, quindi, è stato più che confermato) e un pareggio, nell’ottica di un campionato combattuto come mai negli ultimi anni, avrebbe significato tantissimo.

Dopo quella sera Schick è diventato una specie di capro espiatorio, il bersaglio di critiche preferito di molti dei suoi stessi tifosi. Il giocatore costato più di 40 milioni, il miglior talento giovane espresso dalla Serie A, nei pochi secondi intercorsi tra l’errore di Benatia e Alex Sandro e il pallone tirato sui piedi di Szczesny è passato da possibile eroe a sopravvalutato/scarso. Come può uno così sbagliare un gol del genere? In fondo è il calciatore più pagato nella storia del club, quindi dovrebbe essere quasi infallibile. E via con i dubbi sul suo reale valore e con offese varie. Come se quell’errore dovesse essere l’unico elemento di giudizio per un ragazzo alla sua seconda stagione vera tra i professionisti.

Si, Patrick Schick è un ragazzo, che ha passato dei mesi molto difficili che sta provando a mettersi alle spalle, e metterlo alla berlina in questo modo è davvero ingiusto. In molti hanno dimenticato i suoi problemi, i periodi di inattività dovuti prima al cuore e poi alla fibrosi muscolare che ne ha complicato il recupero in questi mesi. Hanno dimenticato anche la lezione avuta con Dzeko, etichettato già come fallimento di mercato e diventato poi capocannoniere della Serie A e finalista nella classifica del Pallone d’oro.

Per tornare il giocatore capace di incantare l’Olimpico a suon di numeri da giocoliere e gol da bomber vero, per sviluppare al meglio il suo incredibile potenziale, il ragazzo di Praga ha bisogno di essere sostenuto da tutte le parti in causa, anche dai tifosi. Ha la totale fiducia di Di Francesco (c’è chi dice che stia pensando a un modulo con il doppio attaccante, con lui e Dzeko accentrati e due esterni offensivi a supporto), così come dei suoi compagni e della società. La Roma ha la miglior difesa del campionato, è solida ed equilibrata, ma lì davanti con la partenza di Salah e il periodo di appannamento del bomber bosniaco il bilancio non è dei più positivi.

Proprio per questo, nella lunga corsa che si prospetta da qui a maggio, poter contare sul talento di Patrick Schick al meglio può fare la differenza tra l’ennesimo buon piazzamento finale e la vittoria tanto rincorsa.

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Non può mai essere banale Juventus-Roma. Dai centimetri di Turone in poi, è sempre stata accompagnata da rivalità feroce. Quasi come un derby. Da una parte, come al solito, il Nord potente e supponente, dall’altra la capitale d’Italia che però, raramente, lo è stata nel mondo del calcio. Da una parte il ‘rigore’ (assolutamente tra virgolette) e i soldatini sabaudi, dall’altra il chiasso e la passione di una città che prima fu impero e poi prese il titolo, l’onere e l’onore di provare a unire Italia e italiani.

Juventus-Roma, anche questa volta sarà partita di altissima classifica. Come spesso negli ultimi anni, come accadeva regolarmente in quegli anni ’80 in cui Dino Viola e Giampiero Boniperti discutevano di metro, centimetro e scudetto sfumato per colpa degli arbitri. Di quando Re Falcao riuscì a scucire il tricolore dalle maglie bianconere dei 6 campioni del mondo, riportandolo a Roma 40 anni dopo. Dovrà arrivare un friulano rigido e senza svolazzi, tale Fabio Capello, per riuscire a fare lo stesso, trasformando il Circo Massimo in un Circo, facendo spogliare persino Sabrina Ferilli.

Altri tempi? Forse. Oggi, però, qualcosa di simile accade. C’è Massimiliano Allegri, che i critici dipingono come unicamente attento al risultato. E coloro che lo appoggiano, pure, ma non con accezione negativa, bensì come capacità di adeguare continuamente squadra e uomini all’avversario che ha di fronte. E scusate se è poco. Dall’altra c’è Eusebio Di Francesco, uscito dalla scuola zemaniana, ma più accorto in difesa. Uno che, però, mette al primo posto gli schemi e poi gli uomini. E che di gavetta ne ha fatta parecchia, lanciandosi nel bel mondo calcistico con il Sassuolo prima di assaggiare una grande.

Juventus-Roma sarà la prima Juve-Roma senza Francesco Totti dopo 20 anni. Quello del ‘4, a casa’. Uno dei tanti aneddoti della partitissima, che andremmo ben oltre Natale e Capodanno se dovessimo parlarne. Vi basti ricordare i guanti di Aldair, l’aiutino del guardalinee e il gol di Ravanelli, il violino di Rudy Garcia. Ma pure i rigori di un incredibile match che la Roma prima stava perdendo, poi vincendo, poi pareggiando e, infine, che ha perso per un missile all’ultimo minuto da parte di Leonardo Bonucci, che all’epoca gli equilibri li spostava eccome.

Avrete capito, insomma, che se date del normale a Juve-Roma da entrambi i campanili ci si arrabbia. Ma oggi, che cos’è Juventus-Roma? Virtualmente alla pari in classifica, è la partita che dovrebbe sorteggiare l’avversaria del Napoli per lo scudetto. Tutti puntano di nuovo sulla Signora, dopo che ha chiuso la saracinesca in difesa. Sette partite in cui il pallottoliere ha smesso di contare quanti palloni entravano nella porta dei campioni d’Italia. E non capitava da febbraio del 2016. Se prima ci si divertiva a contare pure quelli fatti, da un po’ di tempo a questa parte ci sono stati fior fiori di 1-0 (vedi quello di Napoli) e pure due 0-0 (con Inter a Barcellona). Con questo, Higuain e compagni sono ancora il miglior attacco del campionato. E sfidano la miglior difesa di serie A e terza meno battuta d’Europa. Chi aveva paura che con DiFra i giallorossi potessero aprire la porta, si sono dovuti ricredere. Dieci gol subiti in 16 partite di campionato, il brasiliano Alisson – fino a 12 mesi fa quasi un carneade pur essendo titolare del Brasile – che nove volte ha tenuto la porta inviolata.

E allora, ci si prospetta un noioso 0-0 come Napoli-Inter o Juventus-Inter? In Coppa Italia, i destini delle due antagoniste sono stati opposti. La Signora ha regolato il Genoa, ritrovando gol e sorrisi di Paulo Dybala. Dall’altra parte, la Lupa non è riuscita a concedersi un quarto di finale da urlo proprio contro i bianconeri, incappando nell’1-2 dell’Olimpico contro il Torino. Ha trovato però il primo gol di Patrick Schick, che per la Juve aveva firmato l’estate scorsa, prima dei problemi di salute, del ritorno sul mercato e dell’assalto finito bene da parte della Roma, che ha speso 40 milioni per portare l’ex Samp a Trigoria.

Arrivano entrambe in forma all’appuntamento dell’Allianz Stadium. Gli ospiti dovranno evitare di sentire la ‘paura’ che negli ultimi anni spesso ha giocato un ruolo fondamentale nelle visite a Torino. Di Francesco potrebbe anche giocare per il pari, ma non è il tipo. Dopo l’ampio turnover di Coppa, schiererà i migliori. Allegri non potrà perché in infermeria ci sono diversi pezzi pregiati: da Buffon e De Sciglio (sicuri assenti) ai malandati Cuadrado e Mandzukic. In porta l’ex, Szczesny, che sta contribuendo a riportare la difesa di Madama tra le migliori (e senza questa, in Italia, difficilmente si mettono le mani sullo scudetto). A centrocampo e in difesa altri due ex, Pjanic e Benatia, due che possono far pendere l’ago della bilancia dalla parte juventina.

Già, centrocampo e difesa: dicono che qui si giocherà la partita. Matuidi contro Nainggolan, Chiellini contro Dzeko, Fazio contro Higuain. Ma attenzione alle fasce: Kolarov o Douglas Costa? Qui i centimetri che uno saprà dare all’altro durante le fughe potranno veramente decidere chi vincerà. E poi: Dybala o Schick? Quanti duelli! Juve-Roma è partitissima, forse non fondamentale per le sorti del campionato, ma chi vincerà si prenderà un bel vantaggio, non solo e non soprattutto di classifica, ma psicologico.

Si gioca a 48 ore da Natale, chi lo passerà in bianco? Babbo Natale sarà parsimonioso con Max o Eusebio? Al Polo Nord (nessun riferimento al Nord Italia, naturalmente) sarà arrivata prima la letterina di uno o dell’altro? E Tagliavento, saprà evitare scivoloni come l’ultimo del mani di Torreira non visto? Ci sarà il Var, anch’esso invitato a mangiare il panettone. Benché qualcuno storca il naso, ci sarà fino a fine stagione. E probabilmente anche oltre. Esonerare lui non si può. Per vendicare i tanti Turone della storia, dicono. Leggi: per togliere i veleni. Ma Juve-Roma potrà mai essere solo e semplicemente una partita di calcio in cui vince il migliore? Andate al Testaccio, chiedete in via Po: scuoteranno tutti il capoccione. Noi speriamo però di godercela Juve-Roma. In mancanza del prossimo Mondiale, è qui che si fa il prossimo campione d’Italia. O, perlomeno, lo sfidante per Sarri.

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Nelle ultime giornate, soprattutto negli scontri diretti tra le squadre che stanno giocando per vincere lo scudetto, è sembrato di assistere a una specie di ritorno al passato. Pochi gol, partite non belle dal punto di vista estetico, calcio fisico e attenzione difensiva ai massimi livelli sono stati i leitmotiv di gran parte delle sfide tra i top club della Serie A giocate negli ultimi 2 mesi.

Anzi, in generale, le 4 squadre che guidano la classifica (nonostante i tanti gol segnati) fanno dell’attenzione difensiva un punto di forza fondamentale, anche in un campionato che invece tendenzialmente sta privilegiando l’aspetto offensivo del gioco. Negli ultimi 10 anni infatti la Serie A è passata da secondo peggior torneo per gol segnati (nel 2007/2008, anno in cui vinse l’Inter di Mancini, solo in Francia si segnava meno) ad essere quello con la media gol più alta (nel 2016/2017 la Serie A, con 2.96 gol segnati di media, è davanti a Liga e Bundesliga, leadership mantenuta anche nella prima parte di questo campionato).

Inter, Juve, Napoli, Lazio e Roma partecipano al festival del gol all’italiana, segnano tanto e subiscono pochissimi gol negli scontri con le squadre medio/piccole (quella dei biancocelesti, tralasciando i 4 gol subiti nella sfortunata partita persa con il Napoli, rimane comunque una difesa forte). Queste ultime ormai difficilmente riescono a “rubare” punti a quelle che sono nei piani alti, venendo spesso sommerse di reti senza riuscire a fare granché, segno di un abbassamento qualitativo generale (soprattutto nella fase difensiva).

Ma è negli scontri diretti che viene fuori tutta l’importanza data alla difesa, quella che ha reso celebre il calcio italiano e lo ha portato in cima al mondo più di una volta, che è tornata a rivestire un ruolo di primo piano. In Juve-Inter, Napoli-Juve, Napoli-Inter e Roma-Napoli, in alcuni frangenti sembrava di assistere alle omonime partite giocate negli anni 70/80, quelle in cui si badava prima a non prenderle. La Juventus ha espugnato il San Paolo, campo più volte avverso anche negli anni scorsi in cui ha dominato il campionato, lasciando il pallino del gioco agli uomini di Sarri e ripartendo in contropiede con le frecce Douglas Costa e Dybala, con linee ravvicinate e nessuno spazio concesso agli avanti azzurri. Anche le prestazioni dell’Inter al San Paolo e all’Allianz Stadium sono state improntate soprattutto all’attenzione difensiva e alle ripartenze (più efficaci col Napoli, meno contro i bianconeri).

In questo le vittorie della Juventus del ciclo Conte/Allegri hanno tracciato il solco che poi gli altri stanno seguendo. I bianconeri hanno fondato la propria forza sulla difesa quasi insuperabile, con la BBC e Buffon a proteggere i pali, mentre le altre squadre perdevano i migliori difensori (Thiago Silva venduto dal Milan, Lucio venduto dall’Inter ma ormai a fine corsa, Samuel non più muro dopo il 2010) senza sostituirli adeguatamente. Roma e Napoli hanno provato a scontrarsi con i bianconeri, uscendone quasi sempre con le ossa rotte.

Quest’anno chi lotta per i posti Champions non può esimersi dal mostrare una fase difensiva solida. Il pilastro su cui Spalletti ha impostato il suo lavoro nei primi mesi all’Inter è stata la difesa, affidata a un tecnico preparato come Martusciello, e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Il reparto che lo scorso anno faceva acqua da tutte le parti ora è diventato quasi impenetrabile e gli zero gol subiti contro Napoli e Juve sanno di battesimo del fuoco superato per Skriniar e compagni.

Eusebio Di Francesco ha restituito solidità alla Roma con il suo 4-3-3, tanto che i giallorossi (al pari di Inter e Napoli) sono la miglior difesa del campionato. Lo stesso Napoli di Sarri, espressione di un calcio offensivo tra i migliori d’Europa, quest’anno il vero salto di qualità lo ha fatto in difesa, con errori sempre più rari e un Koulibaly ormai tra i migliori in Europa nel suo ruolo.

Anche Emiliano Mondonico, uno dei maestri del calcio all’italiana, ha dichiarato qualche giorno fa che a suo parere “sta ritornando il catenaccio e guardando le partite, tutti giocano dietro la linea della palla. Vedo tatticamente una grande predisposizione di molti verso questo modo di fare calcio: col catenaccio abbiamo vinto i Mondiali, non dimentichiamo che il contropiede e il catenaccio fanno parte della nostra storia”. 

Forse parlare di catenaccio puro è esagerazione, viste soprattutto le medie gol in Serie A nell’ultimo anno e mezzo, ma è indubbio che anche in un campionato sempre più votato all’attacco la fase difensiva sia poi il fondamento su cui costruire una squadra che poi possa aspirare alle posizioni di vertice.

Primo, non prenderle. Soprattutto negli scontri diretti.

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Si può passare in due settimane dagli applausi di buona parte dei calciofili italiani per l’orgoglio mostrato nel corso dello scialbo pareggio a reti bianche dell’Italia contro la Svezia, costata la partecipazione ai Mondiali 2018, con quel “Che mi fai entrare a fare? Metti un attaccante” rivolto all’ex ct azzurro Giampiero Ventura in piena partita, alla gogna mediatica per uno schiaffo in pieno volto rifilato a un avversario? La risposta è sì, se ti chiami Daniele De Rossi e la tua carriera è fatta di (tanti) onori e (pochi) momenti da dimenticare.

Vedo rosso

Schiaffone in faccia a un avversario a palla lontana, rigore ed espulsione. Il cartellino rosso incassato a Marassi, con conseguente calcio di rigore trasformato dal numero 10 del Genoa e due punti persi dalla formazione di Eusebio Di Francesco, è stata la quindicesima espulsione in carriera per De Rossi (in Serie A solo Ledesma e Paolo Cannavaro hanno fatto peggio): 12 di questi allontanamenti in partita sono arrivati con la maglia della Roma, due sono invece arrivati in Nazionale. A stupire, nel post-partita di Genoa-Roma 1-1, sono state però le modalità scelte da DDR per scusarsi:

L’episodio mi lascia dispiaciutissimo. Ci stavamo strattonando, poco da dire. Ho sbagliato e ho trovato quello che si è buttato: è andata così. Contro la Lazio, con Parolo e Bastos ce le eravamo date di santa ragione sui corner, sempre, ma non era accaduto niente. Chiedo scusa a mister, compagni e tifosi.

Un’ammissione di colpa netta, ma incrinata dal tentativo di individuare un colpevole: quel Gianluca Lapadula che si “è buttato”. Già, l’attaccante del Grifone è andato giù, vero, ma dopo aver incassato uno schiaffo. Lo stesso che molti tifosi della Roma hanno sentito in pieno volto nel vedere il loro capitano gettare al vento un successo che avrebbe rappresentato per i giallorossi la quattordicesima vittoria esterna consecutiva in Serie A. Salterà quindi le partite contro Spal e Chievo Verona, ma i numeri della carriera sono preoccupanti: il regista ha già accumulato 37 turni di stop per espulsioni o prove video. Quasi un intero campionato.

Da McBride a Lapadula, braccia alte e testa bassa

Della rassegna di colpi proibiti rifilati da De Rossi agli avversari di turno si potrebbe stilare una mini-classifica: a guidare l’elenco resta sempre il gomito alto su Brian McBride, attaccante degli USA, costato un profondo taglio all’altezza dello zigomo per l’americano e quattro turni di squalifica nei Mondiali 2006, chiusi con il ritorno in campo in finale e il calcio di rigore realizzato nella vittoria sulla Francia.

Altri casi in cui Daniele De Rossi ha visto rosso? Pugno a Srna dello Shaktar Donetsk in Champions League nel 2011, ceffone a Mauri nel derby d’andata della stagione 2011/2012, entrata a forbice su Chiellini in Juventus-Roma e il gancio in pieno mento a Icardi nell’annata 2013/2014. Fino all’espulsione che forse ha fatto più male in giallorosso: match di ritorno dei preliminari di accesso alla Champions League 2016/2017, piede a martello su Maxi Pereira in occasione di Roma-Porto con espulsione diretta e rovinosa eliminazione dei giallorossi. Daniele, però, si è sempre rialzato: testa bassa per ricevere il perdono della sua gente e prestazioni gagliarde in campo.

Dal Genoa a Genova

Eppure proprio contro il Genoa, nell’ultima domenica di maggio 2017, Daniele De Rossi aveva vissuto una delle domeniche più esaltanti ed emozionanti degli ultimi tempi in giallorosso: vittoria al fotofinish, accesso diretto ai gironi della Champions League in corso e rete. Il tutto nel giorno dell’addio al calcio di Francesco Totti.

Francesco e Daniele: due volti della stessa medaglia, la Capitale, uniti dalla carriera con una sola maglia sul petto, dall’amore viscerale per la Roma e dalla capacità di dimenticare in fretta gli errori. Così, al momento dell’avvicendamento nel ruolo di capitano giallorosso e del passaggio da “Capitan Futuro” a “Capitan Presente”, da De Rossi ci si attendeva una definitiva maturazione, a 34 anni compiuti.  Mai più colpi di testa. Purtroppo l’agonismo, la sua caratteristica maggiore che spesso e volentieri si è rivelata un pregio, lo ha tradito a Genova.

Che futuro?

Anche Eusebio Di Francesco, il suo allenatore, gli ha spiegato che non è più un ragazzino e che è il capitano della Roma. Tecnologia Var o no, il cartellino rosso è stata una costante negativa in una carriera di livello comunque molto elevato per uno degli interpreti più moderni nel ruolo di “volante”. Il gladiatore di Ostia avrebbe avuto tutti i numeri per diventare il più forte centrocampista difensivo del mondo,  ma nonostante 117 presenze in Nazionale e 574 caps con la Roma (è il calciatore giallorosso che conta più presenze e gol in nazionale) la sensazione è rimasta quella di un potenziale non sfruttato al 100%.

Il suo contratto con la Roma scadrà nel 2019 e forse sarà allora che De Rossi, dopo l’addio alla Nazionale, potrebbe lasciare il calcio, almeno quello italiano: ormai a fine carriera, è difficile pensare che il suo carattere possa cambiare. Più facile pensare, almeno dopo il “rosso” di Marassi, che a cambiare sia l’idea di calcio del numero 16: i gesti vigliacchi, che speravi potessero sfuggire all’arbitro, non sono più ammessi. Questo Daniele lo ha imparato sulla sua pelle.

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Le coreografie di Lazio e Roma per il derby d'andata della Serie A 2014-2015.

Roma-Lazio quest’anno non è solo derby capitale, ma è anche derby scudetto. Quella di sabato alle 18 sarà una stracittadina di altissima classifica. Non varrà solo per la supremazia cittadina, come tante volte è accaduto quanto a confrontarsi sono state le squadre del Cupolone, ma è sufficiente guardare la classifica per accorgersi che il derby sarà forse meno ‘spensierato’ di altri, pur essendo appena alla 13ª giornata, perché un pensiero non potrà non andare alla graduatoria.

La Roma e la Lazio sono rispettivamente a 27 e 28 punti, ed entrambe hanno una partita in meno di chi le precede. Come a dire che i biancocelesti di Simone Inzaghi potrebbero essere a braccetto con la Juventus al secondo posto, a -1 dal Napoli; i giallorossi a quota 30, comunque a tiro di sorpasso dei partenopei.

Ci si gioca tanto, e mai come questa volta non c’è una favorita d’obbligo. La Roma ha infilato un filotto di successi che l’ha proiettata direttamente nell’Olimpo del pallone, dopo che una partenza con il freno a mano tirato aveva fatto storcere un po’ il naso a più di qualcuno. Già erano saliti alti al cielo i mugugni per un Eusebio Di Francesco non ancora pronto per il salto in una grande, ma il ruolino di marcia di Dzeko e compagni, da quel momento, è stato impressionante: il 14 ottobre il Napoli passava per 1-0 all’Olimpico, poi ecco il 3-3 di Londra contro il Chelsea, in Champions, con tanto di rimonta romanista; quindi, tre 1-0 consecutivi prima dell’illustre scalpo di Antonio Conte in Europa e il 4-2 del Franchi contro la Fiorentina.

La Lazio non è stata da meno. Se escludiamo l’1-4 con il Napoli, dopo lo 0-0 della prima con la Spal, Immobile (capocannoniere) e compagni le hanno date a tutti. Compresa la Juventus sul suo campo.

Sarà il derby degli attaccanti, Immobile (che pare ad oggi poter essere del match) contro Dzeko, ma anche di qualche assente di troppo, con Felipe Anderson e Radja Nainggolan che cercano disperatamente di recuperare ed essere presenti. Perché è troppo importante. Il primo però difficilmente ce la farà. Roma e Lazio hanno già dimostrato e dimostrano di poter sopperire anche alle assenze.

E che dire poi di Simone Inzaghi ed Eusebio Di Francesco? Proprio mentre si mette in croce Gian Piero Ventura, ecco che due giovani allenatori ci fanno sperare in un futuro migliore. Entrambi per la prima volta a guerreggiare anche per lo scudetto. Per tutti e due la stracittadina – da giocatori e in panchina – non è sinonimo di gioia, ma per uno dei due potrebbe diventarlo sabato intorno alle 20. Di Francesco, tra l’altro, ha rivelato recentemente che proprio il derby era l’unica partita in cui gli tremavano le gambe. Adesso, dovesse capitargli ancora, potrà farsi aiutare dalla panchina, sedendocisi sopra.

Abbiamo lasciato per ultimo il grande assente della partita. Sarà il primo derby, dopo più di 20 anni, senza Francesco Totti in campo. Il simbolo della Roma, ma anche un po’ di tutta Roma. L’uomo del selfie sotto la curva, della maglietta e degli sfottò ai cugini. Guarderà la sfida dalla tribuna e sembrerà molto strano anche a lui.

Nonostante l’addio dell’ex Pupone, sarà proprio Di Francesco a schierare i veterani. Tutti hanno alle spalle almeno un derby: Kolarov l’ha vissuto sull’altra sponda, Alisson nelle semifinali di Coppa Italia. Solo in caso di forfait del Ninja, al suo posto giocherebbe un debuttante.

Inzaghino, invece, si affiderà ai soliti 11, gli stessi dell’impresa dell’Allianz Stadium. Qualche forfait potrebbe scaturire dagli impegni con le Nazionali, con in particolare Parolo e Immobile tornati delusi e spompati, ma in questo caso saremmo 2-2, perché pure Florenzi e De Rossi hanno vissuto l’amara notte di San Siro, chi in campo, chi dalla panchina. Una stracittadina, però, dovrebbe ricaricare presto le pile a tutti e quattro. De Rossi, poi, già sentiva questa partita più delle altre quando c’era il paravento Totti, adesso si sente ancora più responsabilizzato.

Se non l’aveste capito, insomma, sarà un derby diverso questo. Per la classifica, per gli uomini in campo, per chi li guida dalla panchina. Tutte variabili che concorrono a trasformare Roma-Lazio in una partita ancora meno uguale alle altre: dove fare un pronostico è impossibile, dove sarà anche il contorno dello stadio Olimpico a entrare in campo con i 22.

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Quando è atterrato a Fiumicino a fine luglio, per molti tifosi romanisti Alexander Kolarov era solamente un ex terzino della loro rivale cittadina più vicino ai 32 che ai 31. Un giocatore per molti sul viale del tramonto, tanto che qualcuno scriveva sui social frasi come “Ci siamo ridotti a pagare la pensione ai laziali. Oltretutto ai tempi della sua militanza con la Lazio aveva anche segnato in un derby vinto dai biancazzurri per 4-2 ed era uno dei giocatori più rappresentativi della rosa, uno di quelli che i tifosi apprezzavano di più.

Dopo l’esperienza vincente al City (2 campionati, 2 Coppe di Lega, un Community Shield e una Coppa d’Inghilterra conquistate con i Citizens), reduce da una stagione in cui Guardiola lo ha quasi sempre fatto giocare da centrale sinistro della difesa a 3, Kolarov ha accettato di tornare in Italia e vestire proprio la maglia della squadra di cui per diversi anni è stato avversario nei derby all’ombra del Colosseo.

Un acquisto non gradito a tanti romanisti e in controtendenza con quelli soliti di Monchi, sempre propenso a prendere calciatori giovani dal grande potenziale (i vari Pellegrini, Under, Karsdrop, oltre alla lista chilometrica di talenti lanciati a Siviglia) e quasi mai giocatori ultratrentenni con tanto chilometraggio.  Una tendenza che si riscontra sempre più spesso anche nel lavoro di altri direttori sportivi, ma che non deve rappresentare un limite.

Il ds giallorosso si è fiondato su Kolarov perché in in una squadra che vuole puntare ai vertici non c’è solo bisogno di talenti da far crescere, ma anche di calciatori di esperienza che sanno cosa significhi giocare per vincere.  E finora ha avuto ragione, alla grande. Kolarov è, insieme a Dzeko, l’unico ad aver giocato tutte le partite tra campionato e Champions (solo una non intera, quella con l’Udinese) e oltre a rappresentare un argine per gli esterni avversari riesce ad essere decisivo anche nella fase offensiva, tanto che Espnfc si chiede se il suo possa essere considerato come il trasferimento dell’anno in Serie A.

La domanda che fino a pochi mesi fa sarebbe sembrata quantomeno ridicola, oggi ha tutto il diritto di essere formulata. I suoi 3 gol (due su punizione in campionato, che sono valsi 6 punti, e quello fantastico segnato al Chelsea in Champions League) e i 3 assist smazzati ai compagni sono stati decisivi per i risultati dei giallorossi, così come la sua continuità di rendimento in un ruolo difficile, in cui la squadra è stata falcidiata dagli infortuni.

Tutto questo è solo la parte più visibile dell’apporto che Kolarov sta dando alla Roma. Il suo innesto ha avuto un ruolo fondamentale soprattutto nel lavoro di tutti i giorni della squadra, quello che non passa in tv ma che alla fine fa la differenza, perché la sua straordinaria etica lavorativa alza l’asticella negli allenamenti. Di Francesco ne ha parlato qualche giorno fa, definendolo un esempio per tutti i calciatori, giovani e non, per la meticolosità nella preparazione di una partita e per la cura del suo corpo, che lo ha portato ad essere (a quasi 32 anni, ricordiamolo) quello che attualmente è uno dei calciatori più incisivi della Serie A.

In diverse partite è stato il calciatore della Roma a giocare più palloni (il record sono i 115 nella partita vinta a San Siro con il Milan), che insieme al lavoro “da terzino” ne fanno un interprete top del ruolo, capace di essere allo stesso tempo regista e stantuffo di fascia, assistman (miglior giallorosso per occasioni create, 17) e difensore efficace (è anche il secondo per il numero di eventi difensivi ogni 90 minuti).

Un calciatore completo come pochi, che ha saputo completarsi nell’esperienza inglese e aggiungere una fase difensiva di alto livello al proprio bagaglio, dimostrando un’apertura mentale e una duttilità non comuni (altrimenti con Guardiola non avrebbe mai giocato). Quest’anno è tornato al ruolo in cui lo abbiamo conosciuto al meglio nella sua prima versione italiana e nonostante un’età diversa sembra non aver perso quasi nulla della capacità di spinta che aveva quando era più giovane, oltre ad esser migliorato in tutto il resto.

Kolarov oggi è uno dei calciatori giallorossi più apprezzati e un punto di riferimento per tutti nell’ambiente. Altro che ex laziale a cui pagare la pensione, Alexandar a quasi 32 anni è ancora uno dei migliori terzini d’Europa e vuole vincere come non mai.