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Rino Gattuso

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Cane che abbaia non morde, ma se ringhia abbiatene paura. Con questa filosofia, probabilmente, i dirigenti del Milan si sono affidati a Rino ‘Ringhio’ Gattuso per sostituire Vincenzo Montella. L’unico a pagare per la classifica, i risultati e i fischi di San Siro. Se volessimo essere meno benevoli – e anche più realistici – potremmo però dire che il Milan ha scelto l’ex mediano perché siamo a fine novembre, sulla piazza di allenatori liberi c’era solo Carlo Ancelotti (che però non avrebbe accettato ora l’incarico). E poi bisogna risparmiare perché i cinesi saranno anche ricchi, ma in estate hanno speso tanto.

Gattuso arriva, per così dire, dalla cantera del Diavolo visto che il buon Ringhio, dopo le ultime esperienze con il Pisa, aveva deciso di fare ritorno a casa, per ripartire dal settore giovanile, dalla Primavera rossonera. Gattuso, finora, mai ha allenato in serie A. Dopo l’esordio in Svizzera con il Sion, la gavetta l’ha fatta a Palermo (in B), nell’Ofi Creta e, appunto, in Toscana dove ha ottenuto la promozione proprio nel torneo cadetto, ma dove si è ritrovato l’anno dopo a dover gestire una situazione tra il surreale e l’inverosimile, tra stipendi che non arrivavano e proprietà che cambiavano.

Misurarsi con le grandi è un banco di prova forse persin troppo duro per Rino. Cuore Milan, è vero, amato dai tifosi. Anche da quelli illustri – vedi Silvio Berlusconi – ma che si ritrova in mano una squadra fuori ormai dai giochi di alta classifica, che ha come obiettivo stagionale l’Europa League, dove Montella ha dato il meglio di sé.

Non solo. Gattuso va a guidare una squadra figlia di una Società che ha dimostrato, da tre anni a questa parte, di non trovare mai il bandolo della matassa. Dopo Allegri (esonerato il 12 gennaio del 2014), il buio: Tassotti, Seedorf, Pippo Inzaghi, Sinisa Mihajlovic, Cristian Brocchi e Vincenzo Montella. L’ex centrocampista è dunque il settimo a sedere sull’illustre panchina negli ultimi tre anni – quasi quattro. Ognuno di quelli sopra elencati, se escludiamo Tassotti e Brocchi, avrebbe dovuto aprire un ciclo. Tutti se ne sono andati, non capiti, senza risultati, talvolta derisi dalla stessa tifoseria.

Clima difficile per il nostro Ringhio. Verrebbe da dire che questo è il clima che preferisce. Da giocatore si esaltava nella battaglia, da tecnico ha vissuto i giorni tempestosi di Pisa. Sarà dunque pronto per recitare alla Scala del Calcio da Maestro e non più da comprimario, da medianaccio che doveva portare la croce per i solisti là davanti?

In conferenza stampa, Gattuso non ha perso tempo: “Quella con il Benevento è una finale”. Frase che molti allenatori dicono. E ancora: “Seedorf? Pippo? Non voglio fare la loro fine”. Già meno scontato. Fino a quello che potremmo definire un Manifesto del Gattuso non più in pantaloncini e scarpe bullonate, ma in tuta: “Il patentino non me l’hanno regalato. Io non sono solo grinta, ma anche preparazione”.

Ha preso pure la distanze da Montella, quando a Milanello ancora risuona il suo accento campano: “Lo stimo, ma abbiamo filosofie di gioco diverse”. La difesa a tre sarà uno dei suoi capisaldi. Vincenzo ama il palleggio, io preferisco verticalizzare e arrivare al tiro prima. Come dire: niente svolazzi, anche se siamo al Milan. Dritti alla meta. Machiavellico.

Vuole entrare nella testa dei giocatori, come dice di aver fatto con quelli più piccoli. Anche se potrebbe essere un’esperienza cuscinetto in attesa di affidare la squadra a qualche solone già a giugno. Forse per questo motivo Gattuso, che a Milanello è comunque a casa sua, può pure scherzare con il proprietario cinese: “Non ho ancora parlato con il presidente Yonghong Li, lui non parla inglese e neanche calabrese. Ci mancava un interprete. Ma nei prossimi giorni troveremo il modo di farlo”. Ha sentito, invece, Berlusconi: “L’ho ascoltato, non ho fatto finta. Lui è in grande conoscitore di calcio. Abbiamo parlato dei due attaccanti, del dna del Milan”.

Pare di capire che, comunque, sarà un Milan diverso anche nell’approccio alla gara: A me non interessa che i giocatori escano insieme la sera, ma che mettano la gamba e si buttino nel fuoco per un compagno.

Forse Mirabelli e Fassone hanno voluto Gattuso anche per frasi di questo tipo: “Quando si perde, deve bruciare. A Milanello deve essere un funerale”. Non importa se sarà un contratto a tempo determinato, da precario: “L’avrei pensato se mancassero cinque partite, ma ci sono 72 punti in palio”. Vincenzo Montella è già lontano, è tornato Ringhio. Pronto pure per abbaiare, ma per davvero, in faccia ai suoi ragazzi: “Ho detto loro di non essere permalosi. Le cose ce le dobbiamo dire in faccia, sempre”.