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Lionel Messi e Cristiano Ronaldo in Barcellona-Real Madrid.

La rincorsa è stata lunga e faticosa, ma alla fine Cristiano Ronaldo è riuscito a raggiungere Leo Messi: 5 Palloni d’oro contro 5. Loro, nell’ultimo decennio, non hanno lasciato che le briciole ai rivali. Loro, i due super giocatori della Liga spagnola, simboli di Real Madrid e Barcellona. Uno portoghese, l’altro argentino. Uno forte fisicamente, l’altro agile e veloce come nessuno negli spazi stretti. Mai amici: sempre rivali, su barricate opposte.

Mentre Leo Messi costruiva e rilanciava l’epopea del Barcellona, CR7 iniziava a far parlare di sé nel Manchester United prima che il Real Madrid se lo portasse a casa per rispondere al lusso blaugrana e interrompere l’egemonia del club allenato in quel periodo da Pep Guardiola. I due – Cristiano e Leo – hanno illuminato il calcio iberico e quello europeo. Portando a casa non solo campionati e coppe nazionali, ma anche Champions League e Mondiali per club. Le ultime due sono finite nella bacheca del portoghese, probabilmente all’apice della sua carriera dopo aver vinto anche gli Europei con la maglia del Portogallo.

Quest’anno, però, i destini dei due fuoriclasse paiono quanto mai diversi e lontani. Il Barcellona vola in Liga, forse imprendibile per l’Atletico Madrid, lontano ormai dai radar di un Real Madrid in crisi. Messi comanda la classifica del Pichichi, con 17 gol, e una magica punizione a siglare il 4-2 contro la Real Sociedad. Una rete che è entrata nella storia in quanto è stata la numero 366 con la maglia del Barça, un gol più di un certo Gerd Muller, tedescone che con il Bayern Monaco si fermò a 365. Nessuno mai aveva fatto così tanti gol la stessa casacca in uno dei cinque maggiori tornei europei (Spagna, Francia, Italia, Germania e Inghilterra).

Lionel Messi

Messi è la follia, la genialità applicata al calcio. Se ultimamente sembrava un po’ essersi nascosto, con la partenza di Neymar è tornato a essere lui il Barcellona. Non che prima sonnecchiasse la Pulce, come segnalato dai suoi 100 gol in 125 presenze nelle competizioni Uefa, ovvero togliendo dalla lista campionati e coppe delle federazioni nazionali, laddove Muller ne aveva siglati 62 in 71 apparizioni. Ma siccome Messi è famelico e prolifico, ha ora un altro obiettivo da avvicinare e poi superare: Josef Bican, attaccante austriaco naturalizzato cecoslovacco, tra gli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso segnò 410 gol in campionato indossando solo la maglia dello Slavia Praga. Leo ha i numeri per fare ancora meglio, intanto guida una spaventosa macchina da guerra che quest’anno non vuole fare prigionieri, ma vincere tutto. Il Barcellona è l’unico club imbattuto nei cinque tornei maggiori d’Europa: 16 vittorie e tre pareggi. Gli altri sono lontani.

Cristiano Ronaldo in estate pareva intristito dalla questione fisco. E addirittura pronto a fare le valigie secondo i giornali portoghesi, ma Florentino Perez l’aveva convinto a restare, prospettandogli un ricco rinnovo di contratto. Le nuvole erano parse allontanarsi: bene, benissimo in Europa, con 9 gol su 6 presenze in Champions League, due tanto per gradire nel Mondiale per club vinto dalle merengues. Una rete pure in Supercoppa spagnola, ma in campionato è un’altra storia: CR7 ha messo a segno appena 4 marcature in 14 incontri, roba da attaccante mediocre.

Sempre più intristito, contro il Villarreal al Bernabeu, ha fallito più di un’occasione solo davanti al portiere avversario. La sua astinenza è l’astinenza di tutto il Real, che ha perso e che ormai vede il Barcellona con il binocolo. Zinedine Zidane rischia l’esonero, il pubblico è sconcertato. E in una situazione simile, non potevano non fioccare le voci di un trasferimento del portoghese, a breve. L’uomo dei record (anche lui, sì), a febbraio farà 33 anni e Florentino Perez pare aver detto al suo agente, il potente Jorge Mendes, che il suo assistito può andarsene. Bisogna naturalmente trovare l’offerta giusta.

Il motivo del nervosismo, dei pochi gol, della rottura con la Società madridista? La promessa non mantenuta dopo il bis in Champions League, ossia il rinnovo del contratto. Si è sparsa addirittura la voce di un CR7 utilizzato come pedina di scambio per arrivare a Neymar che, dopo solo un anno, tornerebbe in Liga, ma con la maglia dei nemici storici del Barcellona: un affare da 400 milioni di euro tra Real e Psg. Più praticabile la strada che riporterebbe Cristiano Ronaldo dove ha spiccato il volo, ossia in un Manchester United dove ritroverebbe José Mourinho e dove le difese meno ferree che in Spagna gli darebbero la possibilità di essere ancora leader.

“Ronaldo si è sentito ingannato”: filtra questo virgolettato. Proprio nell’anno in cui CR7 ha preso Messi, la coppia rischia di separarsi definitivamente. Del resto, uno è lucidato a nuovo, l’altro appare appassito. Uno si sente di Barcellona, non solo del Barcellona; l’altro è stato adottato da Madrid. Di mezzo, oltre che tutta la seconda parte della stagione – la canzoncina della Champions potrebbe riportare il portoghese ai suoi livelli – c’è un Mondiale in Russia. I due saranno rivali. Come sempre. Come la storia ha imposto dal principio ai simboli dell’ultimo decennio del calcio mondiale. Anche se CR7 dovesse emigrare in UK, facendo il percorso inverso di quanti per la Brexit faranno le valigie. Anche se la Spagna perdesse, prima del tempo, il duello della settimana. Di ogni maledetto weekend. Perché una cosa è sicura: Cristiano Ronaldo non è ancora arrivato all’ultimo atto della sua carriera. E se Leo Messi dovesse andare a prendersi il sesto Pallone d’oro, state certi che l’altro non mollerà prima di aver provato a riprenderlo. Sapete che chi parte di rincorsa…

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Bale Iniesta Barcellona-Real Madrid

Prima di pensare ai regali e alle feste di Natale c’è un lunghissimo sabato di calcio da seguire, e la giornata si apre con una delle partite più sentite al mondo: alle ore 13 all’Estadio Santiago Bernabéu si gioca Real Madrid contro Barcellona, il Clásico della Liga che può dare un’indicazione su come le due squadre potranno affrontare la seconda parte di stagione non solo a livello nazionale. Ci sono undici punti di distacco in classifica, ma con i blancos che hanno una partita in meno c’è la possibilità di accorciare notevolmente e rimettere il campionato in discussione, senza contare che Atlético Madrid e Valencia (rispettivamente seconda e terza) guarderanno la sfida di Madrid con occhi decisamente interessati.

Barcellona-Deportivo La Coruña

CAMPIONATO DA CHIUDERE

Vincere al Bernabéu, come nell’ultimo precedente in campionato (2-3 all’ultimo secondo il 23 aprile), direbbe di fatto la parola fine sulla Liga. Con tredici vittorie e tre pareggi il Barcellona è ancora imbattuto, pur non essendo riuscito fin qui a vincere gli altri scontri diretti (0-0 in casa dell’Atlético Madrid e 1-1 a Valencia fra le polemiche arbitrali). Ernesto Valverde ha capovolto le difficoltà estive ed è riuscito a ricompattare il gruppo, facendo rendere al meglio pure chi sembrava un rincalzo (come Paulinho, che ha ridato linfa al centrocampo e fornito un contributo realizzativo decisamente inaspettato).

Il Barça ha il miglior attacco, quarantadue gol segnati, e il capocannoniere (Lionel Messi, quattordici reti ma solo tre negli ultimi due mesi), Neymar è un ricordo lontano e anche l’infortunio di Ousmane Dembélé è stato assorbito senza traumi. Avere il discorso titolo virtualmente chiuso a Natale permetterebbe di concentrarsi sulla Champions League, dove agli ottavi ci sarà l’ostacolo Chelsea, e cancellerebbe del tutto le perplessità avute in estate. È un’occasione forse unica.

Sergio Ramos Real Madrid FIFA Club World Cup

UN ANNO PRESSOCHÉ PERFETTO

Il Mondiale per club FIFA vinto sabato è stato il quinto trofeo alzato dal Real Madrid nel 2017, solo la Copa del Rey è sfuggita ai blancos che hanno lasciato le briciole agli avversari. Zinédine Zidane in neanche due anni è diventato il secondo allenatore più vincente della storia del club con otto titoli, dietro solo a Miguel Muñoz (quattordici). La squadra ha leggermente pagato il dazio di tutti questi impegni in autunno, con qualche inciampo costato il -11 dalla vetta e il secondo posto nel girone di Champions League dietro al Tottenham, ma nelle ultime settimane sembra aver ritrovato la forma migliore e in più è tornato Gareth Bale, decisivo in semifinale contro l’Al Jazira nemmeno un minuto dopo il suo ingresso in campo.

Le uniche sconfitte del Barcellona sono arrivate contro le merengues, nelle due partite di Supercopa de España ad agosto: il trionfo negli Emirati Arabi Uniti targato ovviamente Cristiano Ronaldo (suo l’1-0 al Grêmio in finale) dà lo slancio: tre punti nel Clásico riaprirebbero la Liga e chiuderebbero in bellezza un anno memorabile.

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Guai agli sconfitti. Ma soprattutto al Valencia, finora l’unica squadra a saper rimanere in scia del Barcellona nella Liga spagnola. I catalani hanno fin qui rischiato di fare filotto, con 10 vittorie e un pareggio, gli avversari inseguono a quattro punti e sono reduci da otto vittorie consecutive. Se dovessero salire sull’ottovolante, domenica al Mestalla, si porterebbero a un solo punto dalla formazione di Valverde. Perché quella sera c’è proprio Valencia-Barcellona, il big match del campionato spagnolo.

L’anti Barça, a sorpresa, non è infatti il Real Madrid di Zidane, e neanche l’Atletico Madrid di Simeone: è il Valencia di Marcelino (che non sarà in panchina per squalifica). Imbottito di ex giocatori che sono transitati dal campionato italiano, tutti a caccia di riscatto: da Zaza e Kondogbia a Neto e Murillo che, però, si è fatto male all’inguine nell’ultimo turno contro l’Espanyol (vittoria per 2-0 dei Pipistrelli) e salterà dunque il super match del Mestalla.

Geoffrey Kondogbia Valencia

Proprio l’ex Inter Kondogbia è uno dei trascinatori dell’undici di Marcelino. Ha già segnato tre gol – bellissimo l’ultimo – ed è lontanissimo parente del fantasma visto con la maglia nerazzurra. Contro gli azulgrana tornerà in campo pure Simone Zaza, nonostante il menisco rotto, perché serve la sua furbizia contro la difesa migliore della Liga. Sì, perché il Barcellona di Valverde è diversissimo da quelli che eravamo abituati ad ammirare, non solo perché non c’è più il brasiliano Neymar, ma perché in attacco si segna di meno (i blaugrana hanno comunque il miglior attacco del torneo iberico) e la difesa è una cassaforte. Se le reti fatte sono 33, quelle subite in 12 turni risultano essere appena 4 (meglio pure dell’Atletico Madrid che, con Simeone, ha fatto proprio del reparto arretrato il punto forte). Il Valencia di gol ne fatti finora 32, subendone però 11.

Zaza nella classifica del Pichichi segue Leo Messi: 12 gol per la Pulce in 12 partite, 9 in 11 per l’ex Juventus e Sassuolo, ma il Valencia poi può contare pure sull’attaccante Rodrigo, che si trova a quota 7 reti, e su Santi Mina, che è a 5.

Insomma, ci sono tutti i presupposti per una partita incerta anche se, per forza di cose, il Barcellona si prende il ruolo di favorita, con un Luis Suarez che, dopo la doppietta nell’ultimo turno di campionato, pare di nuovo in grande spolvero e con in mano la pistola fumante. Dall’altra parte, al posto di Murillo, ci sarà un giocatore esperto come Garay, perché il Valencia di quest’anno pare avere anche una rosa ampia, come ha dimostrato nella già citata vittoria per 2-0 a Barcellona, pur con in campo tanti rincalzi per via della sfida contro Valverde.

Luis Suárez festeggia uno dei due gol segnati in Real Madrid-Barcellona 0-4.

Un’assenza pesante, in difesa, pure per gli ospiti che domenica dovranno rinunciare a Gerard Piqué. Non solo: non ci sarà neanche Javier Mascherano e Valverde sarà obbligato ad affidarsi a Umtiti e Vermaelen. Difficile, però, parlare di emergenza per una squadra che può schierare al centro del reparto difensivo due titolari delle rispettive nazionali.

La domanda che tutti si fanno in Spagna in questi giorni è: il Valencia può veramente tenere aperto il campionato o dovremo parlare già di titolo mezzo assegnato a fine novembre? Se Messi e compagni dovessero fare bottino pieno al Mestalla, infatti, volerebbero a +7 sui diretti avversari. E con Real e Atletico a -10, la banda Valverde potrebbe iniziare ad amministrare il vantaggio.

E ancora: può una squadra che, nei pronostici della vigilia, veniva inserita tra quelle che si sarebbero accontentate di un posto nella prossima Europa League essere in grado di fermare la corazzata Barça, avvicinandosi e facendo un po’ spaventare i catalani? Gli esempi di underdog che poi hanno fatto la storia ci sono. Come dimenticare il Leicester di Claudio Ranieri?

Zaza Kondogbia Real Betis-Valencia

Ruben Urìa, vice allenatore del Valencia, dice: “Sarebbe un errore pensare che siamo candidati per il titolo”. Il sospetto che si preferisca volare bassi, di non volersi far pizzicare dai radar c’è. Ma anche la consapevolezza di non avere probabilmente la forza e l’esperienza per durare a lungo su questi ritmi. Al Mestalla, però, l’apporto del pubblico (e le fatiche di Champions del Barcellona) potrebbero pesare, se non altro per continuare a braccare da vicino i grandi favoriti della Liga. Quelli che, senza Neymar, avrebbero dovuto faticare e che invece stanno correndo più veloci degli anni passati, grazie a un modo nuovo di giocare, meno spettacolare ma più attento al risultato.

Restando in Spagna, nel 2013/2014 l’Atletico Madrid fece più o meno la stessa cosa: data per outsider in estate, a questo punto della stagione era in una situazione simile. E poi portò a casa la Liga. Pure allora c’era il Barcellona davanti, ma la seconda squadra di Madrid restò in scia finché, a febbraio e marzo, con tre inciampi consecutivi, il Barça si fece acchiappare e superare.

Marcelino come Simeone, quindi? Un po’ ci sta. Pochi fronzoli, squadra unita, sacrificio da parte di tutti. Giocatori che credono ciecamente nel loro allenatore e che sono venuti a Valencia voluti fortissimamente proprio da lui, come Gabriel Paulista, discepolo di Marcelino già al Villarreal. Ma il tecnico è riuscito a resuscitare tanti altri giocatori, non solo chi proveniva dall’Italia: Santi Mina, Rodrigo e Dani Parejo sembravano sulla via del tramonto prima di oggi.

Marcelino García Toral Valencia

Certo, resta l’incognita di una squadra che, come il Barcellona, finora vede immacolato lo score sotto la voce sconfitte: zero. Dovesse arrivare la prima, le vele si sgonfierebbero e il Valencia potrebbe crollare? Meno grave un ko del Barcellona, sia per la posizione in classifica sia per la personalità e l’abitudine a stare sotto pressione di Iniesta e compagni.

Guai ai vinti, dunque. Soprattutto se saranno quelli del Valencia.

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Può una squadra che annovera in rosa Cristiano Ronaldo e Karim Benzema avere da ridire sul rendimento del proprio attacco? La risposta è affermativa, se si parla di quel covo di campioni e trofei come il Real Madrid allenato da Zinedine Zidane. Ancor più paradossale il fatto che a salire sul banco degli imputati siano due calciatori che insieme totalizzano con i blancos 600 reti: 416 per l’attaccante portoghese, 184 per il 29enne francese, che condividono l’area di rigore dal 2009 e in coppia hanno sollevato 2 Liga (2012 e 2017), due Coppe del Re (2011 e 2014), due Supercoppe spagnole (2012, 2017), 3 Champions League (2014, 2016 e 2017), 3 Supercoppe UEFA (2014, 2016 e 2017) e 2 Mondiali per club (2014 e 2016).

Corrente alternata

A stupire è il rendimento diametralmente opposto che i due attaccanti hanno messo in luce nei primi tre mesi di stagione. Tra Champions League e Liga vengono fuori due volti dello stesso calciatore. Una sorta di Dr. Jekyll e Mr. Hyde in salsa madrilena: già, perché se nel massimo campionato spagnolo Benzema e CR7 hanno accumulato la miseria di due centri -uno a testa- giocando complessivamente 16 partite, equamente suddivise, mentre durante la settimana in Coppa hanno messo in luce la loro versione più brillante. Otto reti per Cristiano, due per Karim, che anche a Cipro contro l’Apoel Nicosia hanno concesso il personale bis, mettendo le proprie firme sul secco 6-0 che ha consegnato al Real Madrid il secondo posto nel girone. Come se la musichetta di Champions gli ricordasse i campioni che sono, sono stati e saranno.

Pancia piena vs Operazione remuntada

Certo, non può esserci solo la condizione psicologica a spiegare questa differenza di rendimento: bisogna anche tenere conto del fatto che il fuoriclasse portoghese ha dovuto saltare le prime quattro di Liga a causa della squalifica e Benzema altrettante giornate per un infortunio alla coscia. Un avvio ad handicap che ha avuto un peso specifico elevato sulla classifica del Real, ora distante ben 10 (!) punti dalla vetta occupata dal Barcellona e chiamato a rincorrere, con all’attivo soltanto 22 reti, 12 in meno rispetto alla passata stagione. Una crisi di gol che si acuisce se paragonata alle principali coppie d’attacco del calcio europeo: Cavani e Neymar del PSG sono già a 22 gol, Fekir e Mariano del Lione a 20, Messi e Suarez a 17, Lewandowski e Muller del Bayern Monaco a 14.

Lo scorso anno, di questi tempi, CR7 e Benzema erano già a quota 12: otto per il portoghese, quattro per il francese. Oggi la vetta si è ribaltata: guardando alle 98 squadre dei 5 maggiori campionati europei (Liga, Premier, Bundesliga, Serie A e Ligue 1), i due occupano l’ultimo gradino della classifica insieme a coppie come Iemmello-Armenteros (2 gol con il Benevento) e Depoitre-Kachunga (2 gol con l’Huddersfield).  Basta questo per capire che qualcosa non va.

AAA, cercasi BBC

Sindrome da pancia piena dopo aver riportato alla Casa Blanca la storica accoppiata Liga-Champions nello scorso giugno o semplice congiuntura negativa dopo anni di successi? Agli interrogativi sul presente e sul futuro della coppia d’attacco di Zinedine Zidane vanno sommate le precarie condizioni di Gareth Bale, freccia praticamente mai a disposizione dell’arco di ZZ in stagione.  Il numero 11 gallese non scende in campo con le Merengues dal 26 settembre in Champions League contro il Dortmund e complice una rottura fibrillare dell’adduttore della gamba sinistra accusata con il Galles, starà fermo fino a fine anno. Una costante, nel quadriennio madrileno: 8 stop fra il 2013 e il 2015, 11 dopo, quasi sempre per problemi muscolari, con il 36% dei match a disposizione vissuti in infermeria. Un’assenza che sta pesando sul rendimento dei compagni di reparto, abituati a viaggiare negli spazi aperti da Bale e firmare reti sugli assist dell’ex Tottenham.

Per fortuna c’è Isco

Paradosso dei paradossi, più di qualcuno in Spagna ha “addebitato” le polveri bagnate di CR7 e Benzema alla presenza in campo di…Isco. Già, la stella emergente del calcio spagnolo e del Real Madrid, che a 25 anni sta vivendo la piena consacrazione su scala europea. Ci ha messo un po’ di tempo il malagueño, ma finalmente è riuscito a diventare imprescindibile per le Merengues. Se con Benzema l’ipotesi “oscuramento” può reggere, con Cristiano Ronaldo non sta in piedi. Per personalità, curriculum e attitudine alla concorrenza, in campo e sulle copertine. Anzi, qualità chiama qualità: o almeno, dovrebbe. Quindi, ben vengano Isco e i suoi fratelli. La statistica, invece, è dolente per Cristiano e Karim: dopo aver stabilito il record di gol della storia del Real Madrid nelle prime 12 giornate di Liga (27 gol nella stagione 2014-15) , ora hanno toccato quello negativo. E a rialzarsi possono essere solo loro. Come? A suon di gol, la compagnia di una vita.

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Ci sono momenti dopo cui la reputazione di un calciatore cambia per sempre, momenti di rottura che certificano in modo definitivo un’evoluzione e che fanno capire anche al diretto interessato che forse la carriera è davvero arrivata a un punto di svolta. Spagna-Italia è stata la partita che ha definitivamente consacrato la stella di Francisco Román Alarcón Suárez detto Isco, la prova che ha fatto capire a tutto il mondo che il suo processo di maturazione calcistica è arrivato a un punto di non ritorno.

Non è di certo la prima prestazione meravigliosa regalata dallo spagnolo negli ultimi mesi, basti pensare alla finale di Cardiff e alle tante partite di fine campionato nelle quali è stato decisivo per la vittoria della Liga. La prestazione contro la nazionale azzurra però va oltre ogni immaginazione: 2 gol, giocate di classe cristallina a getto continuo, l’impressione di avere sempre il controllo tecnico ed emozionale della partita. Isco non è più solamente una promessa del calcio, un talento straordinario ma troppo anarchico per essere inquadrato in un sistema di gioco ben definito: Isco è a tutti gli effetti un fuoriclasse che è in grado di trascinare una delle Nazionali più forti al mondo in una partita fondamentale per la qualificazione a un Mondiale, quello di Russia 2018.

Le parole per definire la sua prestazione contro l’Italia si sono sprecate, ma quelle che probabilmente hanno più valore sono le dichiarazioni di Marco Verratti, suo avversario diretto: “Neanche Lionel Messi si è mai avvicinato a quel livello. Quando mi ha fatto il tunnel volevo alzarmi ed applaudire…”, ha rivelato il centrocampista del Psg al sito della Uefa. “Ho sofferto molto a marcarlo, la sua prestazione mi ha veramente impressionato”. Al netto di tutte le considerazioni tattiche sul modulo adottato da Ventura e sui problemi della nostra Nazionale, di fronte allo spagnolo quello che probabilmente è il miglior talento espresso dal calcio italiano negli ultimi anni è sembrato un pulcino alle prime armi.

L’immagine di Isco circondato da calciatori italiani poi è simbolicamente simile a quella di Iniesta degli Europei di qualche anno fa, come a sancire una specie di passaggio di consegne tra il vecchio fuoriclasse al tramonto e l’erede pronto a prenderne il posto a tutti gli effetti.

Non è strano che il Barcellona abbia pensato di scipparlo al Real per farne proprio l’erede di Don Andres, anche perché a un certo punto sembrava che il futuro di Isco dovesse essere davvero lontano dal Bernabeu. Tanti club importanti si sono avvicinati a lui: la Juventus ha provato più volte a prenderlo negli scorsi anni, qualcuno dice che lo spagnolo è stato il primo giocatore chiesto da Allegri alla dirigenza bianconera (richiesta ribadita dopo la cessione di Vidal). La valutazione di 40 milioni in quel periodo sembrò eccessiva e la trattativa naufragò. Il Manchester United lo fece seguire da un osservatore, che lo descrisse come “buono, ma non sufficientemente rapido, con la testa troppo grossa per il suo corpo” (si, avete letto bene).

Il tecnico toscano però aveva intuito cosa potesse diventare Isco quando se lo era trovato di fronte nei gironi di Champions 2013. Allora allenava ancora il Milan e Isco era la stella più lucente del Malaga. Il piccolo club spagnolo quell’anno arrivò ai quarti e tenne testa degnamente al Borussia Dortmund poi finalista, soprattutto grazie alle giocate del talento (allora ventenne) cresciuto giocando tra le strade di Benalmadena.

Le caratteristiche di chi è cresciuto giocando per strada c’erano allora e ci sono ancora adesso: il dribbling nello stretto, il controllo di palla perfetto e la capacità di creare la giocata anche in situazioni difficili. Le partite con i ragazzi più grandi sono state la sua vera scuola calcio, quelle che lo hanno modellato. A quei tempi Isco era un bambino con qualche chilo in più, ma la classe era già quella del predestinato.

Dopo il passaggio al Real le aspettative su di lui erano molto alte. A Madrid poteva essere protagonista fin da subito, in mezzo agli altri fuoriclasse dei Blancos. La sua esperienza al Real però è stata un continuo oscillare tra picchi positivi di rendimento e panchine, con cambiamenti continui di ruolo e la sensazione di non essere mai al centro del progetto: nel 4-3-3 di Ancelotti inizialmente era la prima alternativa al trio Bale-Cristiano Ronaldo-Benzema (con Di Maria nei 3 di centrocampo), poi con l’arrivo di James e l’infortunio di Modric è stato spostato al centro della manovra, come mezz’ala o regista (risultando spesso tra i migliori). Benitez, che ama un calcio verticale, gli preferiva spesso James per la maggior capacità di interpretare i suoi dettami tattici e per la fase realizzativa. Anche con Zidane, che lo aveva paragonato a lui ben prima di diventare allenatore del Real, Isco sembrava dover rimanere un attore non protagonista.

Con l’ennesimo infortunio di Gareth Bale le cose però sono cambiate. Isco, da calciatore scontento per lo scarso impiego (18 presenze tra campionato e Champions League fino a quel momento) è diventato un punto fermo, anzi, è il giocatore che ha dato una marcia in più al Real. Riportato sulla trequarti, in un ruolo più vicino a quello degli inizi a Malaga, il ragazzo di Benalmadena ha giocato una seconda parte di stagione da fenomeno. La sua capacità di spaccare le difese, di tenere palla, di trovare sempre lo spazio giusto e di innescare i compagni ha permesso al Real di essere più imprevedibile e di dominare con il possesso tutti gli avversari incontrati.

Quest’anno Isco è un titolare inamovibile, con buona pace Mr 100 milioni Gareth Bale. Un calciatore unico, che può ancora migliorare e che è pronto a scrivere pagine di storia anche con la maglia della Spagna. E chissà a cosa starà pensando quell’osservatore dello United in questo momento…

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Messi Barcellona-Real Madrid

La Liga 2017-2018 deve ancora iniziare (partirà la prossima settimana, come la Serie A) ma è già il momento di un doppio Clásico. Real Madrid e Barcellona giocano infatti per la Supercopa de España, andata stasera ore 22 al Camp Nou e ritorno mercoledì alle 23 (per non coincidere con i play-off di Champions League, visto che la UEFA non lo permette) al Santiago Bernabéu. Sarà pure calcio d’agosto, ma visto quanto successo in questa folle estate di calciomercato il trofeo assume un’importanza maggiore.

Real Madrid Supercoppa Europea

LA FORZA DEI CAMPIONI

Prima squadra a vincere la Champions League per due anni di seguito e già con una coppa in tasca all’esordio ufficiale in questa stagione. Non potrebbe esserci nulla di meglio per il Real Madrid, che ha ripreso da dove aveva finito, ossia sollevando un trofeo con la Supercoppa Europea di martedì scorso, battendo 2-1 il Manchester United. Zinédine Zidane continua nel suo percorso quasi netto da allenatore e a Skopje ha pure vinto senza Cristiano Ronaldo, rimasto in panchina per ottantadue minuti. Il portoghese sarà a pieno regime col Barça, dove almeno per l’andata mancherà Luka Modrić (sostituito dal connazionale Mateo Kovačić), ma potrebbe invece vedersi per la prima volta in maglia blanca Theo Hernández, uno dei pochi rinforzi estivi (assieme a Dani Ceballos e al rientrante Jesús Vallejo) “scippato” ai cugini dell’Atlético. Di certo problemi per il Real Madrid non ce ne sono, anche senza acquisti di grido e con la cessione di Álvaro Morata la squadra è completa e pronta per rilanciare l’assalto a tutti i trofei nazionali e continentali, con tante opzioni di lusso.

Ernesto Valverde Barcellona

NEL MEZZO DEI GUAI

Forse non è proprio il momento giusto per far giocare una coppa al Barcellona. I blaugrana sono reduci da settimane molto difficili dovute al caso Neymar, col brasiliano che ha sì portato duecentoventidue milioni nelle casse catalane ma anche creato un buco difficilmente rimpiazzabile. Il Barça sta provando in tutti i modi a sostituirlo ma per ora trova un muro rappresentato dalle squadre proprietarie dei suoi obiettivi, da Philippe Coutinho a Ousmane Dembélé (con tutti quei soldi incassati è logico che chiedano di più…). Della MSN sono rimasti quindi Lionel Messi e Luis Suárez, da lì dovrà partire Ernesto Valverde che in carriera ha comunque dimostrato di saper plasmare bene anche squadre non proprio eccelse dal punto di vista qualitativo, quindi avere dei campioni a disposizione non dovrebbe certo essere un problema per lui. Certo è che il Barcellona arriva all’appuntamento distratto dal mercato e con una rosa incompleta, dove gli unici volti nuovi sono Nélson Semedo e Gerard Deulofeu. Il rischio è che il lungo ciclo del Barça sia al punto più basso.