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Guai agli sconfitti. Ma soprattutto al Valencia, finora l’unica squadra a saper rimanere in scia del Barcellona nella Liga spagnola. I catalani hanno fin qui rischiato di fare filotto, con 10 vittorie e un pareggio, gli avversari inseguono a quattro punti e sono reduci da otto vittorie consecutive. Se dovessero salire sull’ottovolante, domenica al Mestalla, si porterebbero a un solo punto dalla formazione di Valverde. Perché quella sera c’è proprio Valencia-Barcellona, il big match del campionato spagnolo.

L’anti Barça, a sorpresa, non è infatti il Real Madrid di Zidane, e neanche l’Atletico Madrid di Simeone: è il Valencia di Marcelino (che non sarà in panchina per squalifica). Imbottito di ex giocatori che sono transitati dal campionato italiano, tutti a caccia di riscatto: da Zaza e Kondogbia a Neto e Murillo che, però, si è fatto male all’inguine nell’ultimo turno contro l’Espanyol (vittoria per 2-0 dei Pipistrelli) e salterà dunque il super match del Mestalla.

Geoffrey Kondogbia Valencia

Proprio l’ex Inter Kondogbia è uno dei trascinatori dell’undici di Marcelino. Ha già segnato tre gol – bellissimo l’ultimo – ed è lontanissimo parente del fantasma visto con la maglia nerazzurra. Contro gli azulgrana tornerà in campo pure Simone Zaza, nonostante il menisco rotto, perché serve la sua furbizia contro la difesa migliore della Liga. Sì, perché il Barcellona di Valverde è diversissimo da quelli che eravamo abituati ad ammirare, non solo perché non c’è più il brasiliano Neymar, ma perché in attacco si segna di meno (i blaugrana hanno comunque il miglior attacco del torneo iberico) e la difesa è una cassaforte. Se le reti fatte sono 33, quelle subite in 12 turni risultano essere appena 4 (meglio pure dell’Atletico Madrid che, con Simeone, ha fatto proprio del reparto arretrato il punto forte). Il Valencia di gol ne fatti finora 32, subendone però 11.

Zaza nella classifica del Pichichi segue Leo Messi: 12 gol per la Pulce in 12 partite, 9 in 11 per l’ex Juventus e Sassuolo, ma il Valencia poi può contare pure sull’attaccante Rodrigo, che si trova a quota 7 reti, e su Santi Mina, che è a 5.

Insomma, ci sono tutti i presupposti per una partita incerta anche se, per forza di cose, il Barcellona si prende il ruolo di favorita, con un Luis Suarez che, dopo la doppietta nell’ultimo turno di campionato, pare di nuovo in grande spolvero e con in mano la pistola fumante. Dall’altra parte, al posto di Murillo, ci sarà un giocatore esperto come Garay, perché il Valencia di quest’anno pare avere anche una rosa ampia, come ha dimostrato nella già citata vittoria per 2-0 a Barcellona, pur con in campo tanti rincalzi per via della sfida contro Valverde.

Luis Suárez festeggia uno dei due gol segnati in Real Madrid-Barcellona 0-4.

Un’assenza pesante, in difesa, pure per gli ospiti che domenica dovranno rinunciare a Gerard Piqué. Non solo: non ci sarà neanche Javier Mascherano e Valverde sarà obbligato ad affidarsi a Umtiti e Vermaelen. Difficile, però, parlare di emergenza per una squadra che può schierare al centro del reparto difensivo due titolari delle rispettive nazionali.

La domanda che tutti si fanno in Spagna in questi giorni è: il Valencia può veramente tenere aperto il campionato o dovremo parlare già di titolo mezzo assegnato a fine novembre? Se Messi e compagni dovessero fare bottino pieno al Mestalla, infatti, volerebbero a +7 sui diretti avversari. E con Real e Atletico a -10, la banda Valverde potrebbe iniziare ad amministrare il vantaggio.

E ancora: può una squadra che, nei pronostici della vigilia, veniva inserita tra quelle che si sarebbero accontentate di un posto nella prossima Europa League essere in grado di fermare la corazzata Barça, avvicinandosi e facendo un po’ spaventare i catalani? Gli esempi di underdog che poi hanno fatto la storia ci sono. Come dimenticare il Leicester di Claudio Ranieri?

Zaza Kondogbia Real Betis-Valencia

Ruben Urìa, vice allenatore del Valencia, dice: “Sarebbe un errore pensare che siamo candidati per il titolo”. Il sospetto che si preferisca volare bassi, di non volersi far pizzicare dai radar c’è. Ma anche la consapevolezza di non avere probabilmente la forza e l’esperienza per durare a lungo su questi ritmi. Al Mestalla, però, l’apporto del pubblico (e le fatiche di Champions del Barcellona) potrebbero pesare, se non altro per continuare a braccare da vicino i grandi favoriti della Liga. Quelli che, senza Neymar, avrebbero dovuto faticare e che invece stanno correndo più veloci degli anni passati, grazie a un modo nuovo di giocare, meno spettacolare ma più attento al risultato.

Restando in Spagna, nel 2013/2014 l’Atletico Madrid fece più o meno la stessa cosa: data per outsider in estate, a questo punto della stagione era in una situazione simile. E poi portò a casa la Liga. Pure allora c’era il Barcellona davanti, ma la seconda squadra di Madrid restò in scia finché, a febbraio e marzo, con tre inciampi consecutivi, il Barça si fece acchiappare e superare.

Marcelino come Simeone, quindi? Un po’ ci sta. Pochi fronzoli, squadra unita, sacrificio da parte di tutti. Giocatori che credono ciecamente nel loro allenatore e che sono venuti a Valencia voluti fortissimamente proprio da lui, come Gabriel Paulista, discepolo di Marcelino già al Villarreal. Ma il tecnico è riuscito a resuscitare tanti altri giocatori, non solo chi proveniva dall’Italia: Santi Mina, Rodrigo e Dani Parejo sembravano sulla via del tramonto prima di oggi.

Marcelino García Toral Valencia

Certo, resta l’incognita di una squadra che, come il Barcellona, finora vede immacolato lo score sotto la voce sconfitte: zero. Dovesse arrivare la prima, le vele si sgonfierebbero e il Valencia potrebbe crollare? Meno grave un ko del Barcellona, sia per la posizione in classifica sia per la personalità e l’abitudine a stare sotto pressione di Iniesta e compagni.

Guai ai vinti, dunque. Soprattutto se saranno quelli del Valencia.

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Può una squadra che annovera in rosa Cristiano Ronaldo e Karim Benzema avere da ridire sul rendimento del proprio attacco? La risposta è affermativa, se si parla di quel covo di campioni e trofei come il Real Madrid allenato da Zinedine Zidane. Ancor più paradossale il fatto che a salire sul banco degli imputati siano due calciatori che insieme totalizzano con i blancos 600 reti: 416 per l’attaccante portoghese, 184 per il 29enne francese, che condividono l’area di rigore dal 2009 e in coppia hanno sollevato 2 Liga (2012 e 2017), due Coppe del Re (2011 e 2014), due Supercoppe spagnole (2012, 2017), 3 Champions League (2014, 2016 e 2017), 3 Supercoppe UEFA (2014, 2016 e 2017) e 2 Mondiali per club (2014 e 2016).

Corrente alternata

A stupire è il rendimento diametralmente opposto che i due attaccanti hanno messo in luce nei primi tre mesi di stagione. Tra Champions League e Liga vengono fuori due volti dello stesso calciatore. Una sorta di Dr. Jekyll e Mr. Hyde in salsa madrilena: già, perché se nel massimo campionato spagnolo Benzema e CR7 hanno accumulato la miseria di due centri -uno a testa- giocando complessivamente 16 partite, equamente suddivise, mentre durante la settimana in Coppa hanno messo in luce la loro versione più brillante. Otto reti per Cristiano, due per Karim, che anche a Cipro contro l’Apoel Nicosia hanno concesso il personale bis, mettendo le proprie firme sul secco 6-0 che ha consegnato al Real Madrid il secondo posto nel girone. Come se la musichetta di Champions gli ricordasse i campioni che sono, sono stati e saranno.

Pancia piena vs Operazione remuntada

Certo, non può esserci solo la condizione psicologica a spiegare questa differenza di rendimento: bisogna anche tenere conto del fatto che il fuoriclasse portoghese ha dovuto saltare le prime quattro di Liga a causa della squalifica e Benzema altrettante giornate per un infortunio alla coscia. Un avvio ad handicap che ha avuto un peso specifico elevato sulla classifica del Real, ora distante ben 10 (!) punti dalla vetta occupata dal Barcellona e chiamato a rincorrere, con all’attivo soltanto 22 reti, 12 in meno rispetto alla passata stagione. Una crisi di gol che si acuisce se paragonata alle principali coppie d’attacco del calcio europeo: Cavani e Neymar del PSG sono già a 22 gol, Fekir e Mariano del Lione a 20, Messi e Suarez a 17, Lewandowski e Muller del Bayern Monaco a 14.

Lo scorso anno, di questi tempi, CR7 e Benzema erano già a quota 12: otto per il portoghese, quattro per il francese. Oggi la vetta si è ribaltata: guardando alle 98 squadre dei 5 maggiori campionati europei (Liga, Premier, Bundesliga, Serie A e Ligue 1), i due occupano l’ultimo gradino della classifica insieme a coppie come Iemmello-Armenteros (2 gol con il Benevento) e Depoitre-Kachunga (2 gol con l’Huddersfield).  Basta questo per capire che qualcosa non va.

AAA, cercasi BBC

Sindrome da pancia piena dopo aver riportato alla Casa Blanca la storica accoppiata Liga-Champions nello scorso giugno o semplice congiuntura negativa dopo anni di successi? Agli interrogativi sul presente e sul futuro della coppia d’attacco di Zinedine Zidane vanno sommate le precarie condizioni di Gareth Bale, freccia praticamente mai a disposizione dell’arco di ZZ in stagione.  Il numero 11 gallese non scende in campo con le Merengues dal 26 settembre in Champions League contro il Dortmund e complice una rottura fibrillare dell’adduttore della gamba sinistra accusata con il Galles, starà fermo fino a fine anno. Una costante, nel quadriennio madrileno: 8 stop fra il 2013 e il 2015, 11 dopo, quasi sempre per problemi muscolari, con il 36% dei match a disposizione vissuti in infermeria. Un’assenza che sta pesando sul rendimento dei compagni di reparto, abituati a viaggiare negli spazi aperti da Bale e firmare reti sugli assist dell’ex Tottenham.

Per fortuna c’è Isco

Paradosso dei paradossi, più di qualcuno in Spagna ha “addebitato” le polveri bagnate di CR7 e Benzema alla presenza in campo di…Isco. Già, la stella emergente del calcio spagnolo e del Real Madrid, che a 25 anni sta vivendo la piena consacrazione su scala europea. Ci ha messo un po’ di tempo il malagueño, ma finalmente è riuscito a diventare imprescindibile per le Merengues. Se con Benzema l’ipotesi “oscuramento” può reggere, con Cristiano Ronaldo non sta in piedi. Per personalità, curriculum e attitudine alla concorrenza, in campo e sulle copertine. Anzi, qualità chiama qualità: o almeno, dovrebbe. Quindi, ben vengano Isco e i suoi fratelli. La statistica, invece, è dolente per Cristiano e Karim: dopo aver stabilito il record di gol della storia del Real Madrid nelle prime 12 giornate di Liga (27 gol nella stagione 2014-15) , ora hanno toccato quello negativo. E a rialzarsi possono essere solo loro. Come? A suon di gol, la compagnia di una vita.

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Ci sono momenti dopo cui la reputazione di un calciatore cambia per sempre, momenti di rottura che certificano in modo definitivo un’evoluzione e che fanno capire anche al diretto interessato che forse la carriera è davvero arrivata a un punto di svolta. Spagna-Italia è stata la partita che ha definitivamente consacrato la stella di Francisco Román Alarcón Suárez detto Isco, la prova che ha fatto capire a tutto il mondo che il suo processo di maturazione calcistica è arrivato a un punto di non ritorno.

Non è di certo la prima prestazione meravigliosa regalata dallo spagnolo negli ultimi mesi, basti pensare alla finale di Cardiff e alle tante partite di fine campionato nelle quali è stato decisivo per la vittoria della Liga. La prestazione contro la nazionale azzurra però va oltre ogni immaginazione: 2 gol, giocate di classe cristallina a getto continuo, l’impressione di avere sempre il controllo tecnico ed emozionale della partita. Isco non è più solamente una promessa del calcio, un talento straordinario ma troppo anarchico per essere inquadrato in un sistema di gioco ben definito: Isco è a tutti gli effetti un fuoriclasse che è in grado di trascinare una delle Nazionali più forti al mondo in una partita fondamentale per la qualificazione a un Mondiale, quello di Russia 2018.

Le parole per definire la sua prestazione contro l’Italia si sono sprecate, ma quelle che probabilmente hanno più valore sono le dichiarazioni di Marco Verratti, suo avversario diretto: “Neanche Lionel Messi si è mai avvicinato a quel livello. Quando mi ha fatto il tunnel volevo alzarmi ed applaudire…”, ha rivelato il centrocampista del Psg al sito della Uefa. “Ho sofferto molto a marcarlo, la sua prestazione mi ha veramente impressionato”. Al netto di tutte le considerazioni tattiche sul modulo adottato da Ventura e sui problemi della nostra Nazionale, di fronte allo spagnolo quello che probabilmente è il miglior talento espresso dal calcio italiano negli ultimi anni è sembrato un pulcino alle prime armi.

L’immagine di Isco circondato da calciatori italiani poi è simbolicamente simile a quella di Iniesta degli Europei di qualche anno fa, come a sancire una specie di passaggio di consegne tra il vecchio fuoriclasse al tramonto e l’erede pronto a prenderne il posto a tutti gli effetti.

Non è strano che il Barcellona abbia pensato di scipparlo al Real per farne proprio l’erede di Don Andres, anche perché a un certo punto sembrava che il futuro di Isco dovesse essere davvero lontano dal Bernabeu. Tanti club importanti si sono avvicinati a lui: la Juventus ha provato più volte a prenderlo negli scorsi anni, qualcuno dice che lo spagnolo è stato il primo giocatore chiesto da Allegri alla dirigenza bianconera (richiesta ribadita dopo la cessione di Vidal). La valutazione di 40 milioni in quel periodo sembrò eccessiva e la trattativa naufragò. Il Manchester United lo fece seguire da un osservatore, che lo descrisse come “buono, ma non sufficientemente rapido, con la testa troppo grossa per il suo corpo” (si, avete letto bene).

Il tecnico toscano però aveva intuito cosa potesse diventare Isco quando se lo era trovato di fronte nei gironi di Champions 2013. Allora allenava ancora il Milan e Isco era la stella più lucente del Malaga. Il piccolo club spagnolo quell’anno arrivò ai quarti e tenne testa degnamente al Borussia Dortmund poi finalista, soprattutto grazie alle giocate del talento (allora ventenne) cresciuto giocando tra le strade di Benalmadena.

Le caratteristiche di chi è cresciuto giocando per strada c’erano allora e ci sono ancora adesso: il dribbling nello stretto, il controllo di palla perfetto e la capacità di creare la giocata anche in situazioni difficili. Le partite con i ragazzi più grandi sono state la sua vera scuola calcio, quelle che lo hanno modellato. A quei tempi Isco era un bambino con qualche chilo in più, ma la classe era già quella del predestinato.

Dopo il passaggio al Real le aspettative su di lui erano molto alte. A Madrid poteva essere protagonista fin da subito, in mezzo agli altri fuoriclasse dei Blancos. La sua esperienza al Real però è stata un continuo oscillare tra picchi positivi di rendimento e panchine, con cambiamenti continui di ruolo e la sensazione di non essere mai al centro del progetto: nel 4-3-3 di Ancelotti inizialmente era la prima alternativa al trio Bale-Cristiano Ronaldo-Benzema (con Di Maria nei 3 di centrocampo), poi con l’arrivo di James e l’infortunio di Modric è stato spostato al centro della manovra, come mezz’ala o regista (risultando spesso tra i migliori). Benitez, che ama un calcio verticale, gli preferiva spesso James per la maggior capacità di interpretare i suoi dettami tattici e per la fase realizzativa. Anche con Zidane, che lo aveva paragonato a lui ben prima di diventare allenatore del Real, Isco sembrava dover rimanere un attore non protagonista.

Con l’ennesimo infortunio di Gareth Bale le cose però sono cambiate. Isco, da calciatore scontento per lo scarso impiego (18 presenze tra campionato e Champions League fino a quel momento) è diventato un punto fermo, anzi, è il giocatore che ha dato una marcia in più al Real. Riportato sulla trequarti, in un ruolo più vicino a quello degli inizi a Malaga, il ragazzo di Benalmadena ha giocato una seconda parte di stagione da fenomeno. La sua capacità di spaccare le difese, di tenere palla, di trovare sempre lo spazio giusto e di innescare i compagni ha permesso al Real di essere più imprevedibile e di dominare con il possesso tutti gli avversari incontrati.

Quest’anno Isco è un titolare inamovibile, con buona pace Mr 100 milioni Gareth Bale. Un calciatore unico, che può ancora migliorare e che è pronto a scrivere pagine di storia anche con la maglia della Spagna. E chissà a cosa starà pensando quell’osservatore dello United in questo momento…

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Messi Barcellona-Real Madrid

La Liga 2017-2018 deve ancora iniziare (partirà la prossima settimana, come la Serie A) ma è già il momento di un doppio Clásico. Real Madrid e Barcellona giocano infatti per la Supercopa de España, andata stasera ore 22 al Camp Nou e ritorno mercoledì alle 23 (per non coincidere con i play-off di Champions League, visto che la UEFA non lo permette) al Santiago Bernabéu. Sarà pure calcio d’agosto, ma visto quanto successo in questa folle estate di calciomercato il trofeo assume un’importanza maggiore.

Real Madrid Supercoppa Europea

LA FORZA DEI CAMPIONI

Prima squadra a vincere la Champions League per due anni di seguito e già con una coppa in tasca all’esordio ufficiale in questa stagione. Non potrebbe esserci nulla di meglio per il Real Madrid, che ha ripreso da dove aveva finito, ossia sollevando un trofeo con la Supercoppa Europea di martedì scorso, battendo 2-1 il Manchester United. Zinédine Zidane continua nel suo percorso quasi netto da allenatore e a Skopje ha pure vinto senza Cristiano Ronaldo, rimasto in panchina per ottantadue minuti. Il portoghese sarà a pieno regime col Barça, dove almeno per l’andata mancherà Luka Modrić (sostituito dal connazionale Mateo Kovačić), ma potrebbe invece vedersi per la prima volta in maglia blanca Theo Hernández, uno dei pochi rinforzi estivi (assieme a Dani Ceballos e al rientrante Jesús Vallejo) “scippato” ai cugini dell’Atlético. Di certo problemi per il Real Madrid non ce ne sono, anche senza acquisti di grido e con la cessione di Álvaro Morata la squadra è completa e pronta per rilanciare l’assalto a tutti i trofei nazionali e continentali, con tante opzioni di lusso.

Ernesto Valverde Barcellona

NEL MEZZO DEI GUAI

Forse non è proprio il momento giusto per far giocare una coppa al Barcellona. I blaugrana sono reduci da settimane molto difficili dovute al caso Neymar, col brasiliano che ha sì portato duecentoventidue milioni nelle casse catalane ma anche creato un buco difficilmente rimpiazzabile. Il Barça sta provando in tutti i modi a sostituirlo ma per ora trova un muro rappresentato dalle squadre proprietarie dei suoi obiettivi, da Philippe Coutinho a Ousmane Dembélé (con tutti quei soldi incassati è logico che chiedano di più…). Della MSN sono rimasti quindi Lionel Messi e Luis Suárez, da lì dovrà partire Ernesto Valverde che in carriera ha comunque dimostrato di saper plasmare bene anche squadre non proprio eccelse dal punto di vista qualitativo, quindi avere dei campioni a disposizione non dovrebbe certo essere un problema per lui. Certo è che il Barcellona arriva all’appuntamento distratto dal mercato e con una rosa incompleta, dove gli unici volti nuovi sono Nélson Semedo e Gerard Deulofeu. Il rischio è che il lungo ciclo del Barça sia al punto più basso.

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Gli Europei Under 21 che si stanno giocando in Polonia finora hanno confermato la supremazia di una squadra ai limiti dell’illegalità calcistica per una competizione giovanile, che schiera ragazzi già in grado di fare la differenza anche nelle competizioni più importanti. La Spagna di Bellerin, Saul, Deulofeu, ma soprattutto Marco Asensio, colui che più di tutti rischia di rendere la competizione quasi a senso unico (noi, da italiani, speriamo vivamente di no) con delle giocate che appartengono solo alla nobiltà calcistica mondiale. Tripletta alla Macedonia all’esordio, migliore in campo nella difficile sfida con il Portogallo.

Asensio è un calciatore multidimensionale, uno dei pochi in grado di correre velocemente palla al piede, a testa alta, e osservare al meglio il campo senza perdere velocità. Un giocatore capace di essere pericoloso partendo da destra (la posizione preferita, potendo rientrare sul suo micidiale mancino) per spostarsi quando la situazione lo richiede anche dietro le punte (ruolo in cui è esploso nella stagione giocata con l’Espanyol) e sulla sinistra. Basta guardare le reti segnate agli sventurati macedoni, che ancora si stanno chiedendo cosa sia accaduto di preciso in quella partita.

Botta da 30 metri dal centro-sinistra, tiro a incrociare sempre dalla sinistra, staffilata dal centro dopo 50 metri di corsa sulla fascia destra. Asensio però non è mai stato un grande realizzatore, anzi, fin dagli esordi gli veniva rimproverata una scarsa prolificità. Che fosse un talento fuori dal comune, in ogni caso, era chiaro a tutti. Figlio di padre spagnolo e madre olandese, Marco Asensio Wiillemsen (questo il nome completo) si mette in luce fin da bambino, tanto che il suo nome era noto in tutta l’isola di Maiorca. A 9 anni giocava con quelli di 15, perché troppo forte per i pari età. Leggenda vuole che suo padre abbia incontrato Florentino Perez in quel periodo e gli abbia detto che un giorno suo figlio avrebbe giocato con la maglia del Real. Il confine tra realtà e fantasia in questi casi è labile, quel che è certo è che Asensio era troppo forte per poter rimanere relegato nel calcio giovanile. Esordisce proprio nel Maiorca, con cui a 17 anni inizia subito a fare la differenza già in Segunda division. In quelle due stagioni Asensio è puro talento grezzo, capace di accelerazioni devastanti ma un po’ fuori dal gioco in alcune circostanze.

La profezia del padre si realizza nel 2015, quando il Real Madrid lo acquista per poi girarlo in prestito all’Espanyol, dove impara a partecipare maggiormente al gioco. Anzi, spesso gioca lontano dalla porta per fare da raccordo tra centrocampo e attacco. Una visione di gioco naturale, che lo porta a essere il terzo giocatore con più passaggi medi effettuati per 90 minuti e il giocatore rivelazione della Liga. Con Cristiano Ronaldo, Isco, Bale, Lucas, James e Benzema già in squadra emergere è una mission impossible, ma Zidane vede in lui un talento raro unito alla voglia di migliorare sempre. Asensio è un ragazzo sempre umile, timido fuori dal campo, capace di commuoversi nel corso della conferenza stampa di presentazione ricordando sua madre, portata via da un tumore qualche anno prima. E proprio da quel dolore è nata una determinazione a farcela ancora più grande.

Il lavoro di quest’anno ha dato i suo frutti e il ragazzo maiorchino sta diventando sempre più costante, anche in zona gol: basti pensare alle 10 reti stagionali con i Blancos, nonostante tante partite in cui non è partito da titolare. Visto il tipo di gioco del Real ha dovuto fare un passo indietro, per tornare in parte il giocatore da transizione che era a Maiorca, con una maggiore capacità di incidere in zona gol. Oltre al numero di reti segnate, c’è da sottolineare un particolare che fa capire che Asensio è un giocatore destinato a fare la differenza nei prossimi 10-15 anni: con la casacca dei Blancos ha lasciato il segno all’esordio in tutte le competizioni, a partire della Supercoppa Europea vinta con il Siviglia fino ad arrivare al campionato (gol alla Real Sociedad il 21 agosto), alla Champions (gol al Legia Varsavia) e alla Copa del Rey. Ciliegina sulla torta è stato il gol realizzato alla Juve in finale di Champions, a chiudere la stagione straordinaria della squadra spagnola. Una stagione aperta da un suo gol e chiusa da un suo gol.

Ora c’è la Nazionale Under 21 da trascinare alla vittoria, e viste le prime due partite le possibilità sembrano decisamente alte. La nazionale maggiore lo aspetta, il Real è pronto a dargli ancora più spazio per lanciarlo definitivamente. Mamma Maria, da lassù, di sicuro sarà fiera del suo ragazzo.

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Qualche mese fa è comparso in libreria un libro scritto a quattro mani da Carlo Ancelotti e da un esperto di management che si intitola “Il leader calmo“. Una specie di memoriale, in cui il tecnico del Bayern riassume i princìpi che lo hanno portato a diventare l’allenatore ammirato e vincente che tutti conoscono. Un allenatore che riesce ad essere rispettato dai calciatori e a trasmettere le proprie idee anche senza utilizzare metodi da sergente di ferro, un leader calmo appunto.

“Un leader non dovrebbe mai aver bisogno di usare il pugno di ferro. L’autorità dovrebbe essere il risultato della stima e della fiducia”. Questa massima, con qualche aggiunta, potrebbe benissimo essere applicata anche per descrivere Zinedine Zidane, l’uomo che pochi giorni fa ha guidato il Real Madrid alla conquista della “Duodecima“, la dodicesima Champions, seconda consecutiva dopo quella vinta lo scorso anno sfidando l’Atletico Madrid di Simeone in un derby che (perlomeno nella massima manifestazione calcistica europea) ormai sembra avere una fine già scritta. Una vittoria netta, contro quella Juve in cui lo Zidane calciatore divenne quel fuoriclasse in grado poi di trascinare il Real alla vittoria della competizione nel 2002. Un trionfo grazie al quale la sua bacheca personale da allenatore conta già 2 Champions (consecutive, il primo a riuscirci dai tempi di Sacchi col suo Milan), le stesse di gente come Mourinho, Ferguson e dello stesso Ancelotti, che lo ha allenato per due anni a Torino e del quale è stato allenatore in seconda nel 2014, l’anno della “decima“.

Il destino poi, che a volte sembra scritto da qualche sceneggiatore invisibile, ha voluto metterli l’uno contro l’altro ai quarti di finale. Il legame tra Zizou e Carletto è forte, anche nel modo di essere allenatori. Il dialogo con i calciatori prima di tutto, la capacità di saper parlare agli uomini prima che ai professionisti senza alzare i toni, di toccare determinate corde per farli rendere al massimo. Certo, poi ci ha messo del suo, perché ogni allenatore ha le proprie idee e i propri metodi. “Da loro (in questo caso si riferisce a Lippi e Ancelotti) ho imparato moltissimo, è normale. Ora sono un miscuglio di cose e di esperienze. Alla fine, quando alleni, la cosa fondamentale è trasmettere quello che hai qui (la mano risale dallo stomaco allo sterno, con movimento a uscire, ndr), quello che senti davvero. Non posso comportarmi proprio come Marcello o Carlo, sono una persona diversa, ma so che ai giocatori devo passare quello che ho dentro, sennò non funziona, anzi è impossibile che funzioni, e se non funziona devi cambiare qualcosa. Ho sbagliato, e sbaglierò ancora altre volte, ma l’importante è trasmettere me stesso“.

ancelotti-zidane

Umiltà

Non ero scarso prima e non sono un genio adesso“. Le parole nell’intervista post-finale testimoniano la grande umiltà di Zidane e sono anche una frecciatina a tutti coloro che all’inizio lo avevano definito un principiante baciato dalla fortuna di essere apprezzato da Florentino Perez, inadatto ad allenare il Real perché senza esperienza.

Fino al 2012 non aveva ancora chiaro il suo futuro e seguiva sia i corsi per diventare direttore sportivo che quelli per diventare allenatore. Poi ha deciso, ma il percorso che lo ha portato sul tetto d’Europa è stato per nulla semplice. Studio continuo, tante cose da imparare, mal di testa a fine giornata, Per uno come lui, che in campo da imparare aveva ben poco, un’atteggiamento del genere non è per nulla scontato. Molti ex grandi fuoriclasse hanno tentato, senza successo, la strada da allenatore, forse perché convinti di riuscire a trasmettere le proprie idee senza una preparazione tecnica adeguata. Zidane no, lui ha capito che senza una preparazione di base non è possibile comunicare con i calciatori in modo efficace. Ha accettato l’idea di doversi rimettere completamente in gioco, partire da zero, per imparare cose nuove. Non ha dato per scontato il fatto che le sue qualità si trasmettessero ai suoi giocatori solo grazie all’esperienza acquisita da calciatore. Nonostante abbia le sue convinzioni poi non smette mai di ascoltare gli altri, che siano membri del suo staff, calciatori o un dipendente qualsiasi del Club.

zidane allenamento

Un’umiltà che, unita al carisma che Zidane possiede naturalmente e che deriva anche dallo status raggiunto da calciatore, gli permette di essere ascoltato dai calciatori con facilità. Che non sia uno “scienziato” del gioco come Guardiola, Klopp o Bielsa sembra assodato, ma in un contesto come quello del Real Madrid attuale probabilmente serviva uno come lui. Benitez, nei 6 mesi precedenti al suo arrivo, aveva ottenuto buoni risultati, ma era riuscito a spaccare lo spogliatoio e a inimicarsi palesemente Cristiano Ronaldo.

Zidane è arrivato in punta di piedi e ha ricostruito un gruppo sull’orlo di una crisi di nervi, senza portare grossi stravolgimenti. Quest’anno però ha già dimostrato una maturità e un pragmatismo eccezionali, soprattutto dopo l’infortunio di Gareth Bale. Due le mosse vincenti: lo spostamento di Isco sulla trequarti e quello di Ronaldo a punta centrale, con meno campo da coprire. Il portoghese in questo modo è arrivato al top della condizione ed è stato decisivo nelle partite più importanti< lo spagnolo libero di inventare dietro le punte ha dipinto calcio con la sua classe immensa.

Lo Zidane delle panchine probabilmente non passerà alla storia come inventore di calcio, quel che invece era quando indossava gli scarpini ai piedi, ma ha davanti tutta una carriera per migliorare ancora e arricchire la sua bacheca con altri trofei. Vista la partenza, non è per nulla improbabile.