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È bastata solo una partita a Manolo Gabbiadini, M’Baye Niang e Andrea Ranocchia per far parlare di sé dopo l’approdo in Premier League avvenuto nell’ultima finestra di mercato.

Poche le presenze racimolate quest’anno nelle loro ormai vecchie squadre, negativo il bilancio delle prestazioni. E nel calcio che si fa, quando tutto sembra fermo? Si cambia destinazione, così, chissà, magari cambia pure il vento.

Ma analizziamo tutte e tre le situazioni.

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Gabbiadini. L’attaccante italiano è stato presentato nel 2015 come uno dei colpi più importanti per il Napoli di De Laurentiis che lo ha pagato ben 12,5 milioni di euro pur di assicurarsi le sue prestazioni. Tra Manolo e il club azzurro, però, non è scattata mai la scintilla e la presenza di Higuain prima, e quella di Milik poi, passando per questa straordinaria stagione di Mertens, reinventato da Sarri come falso 9, lo hanno spinto  a fare le valigie e a tentare fortuna in Inghilterra, al Southampton. È bastata una sola partita, anzi solo 12 minuti, per lasciare subito il segno con una rete che però non è servita per evitare la sconfitta alla sua nuova squadra.

Watford v Burnley - Premier League

Storia strana anche quella di Niang. Il giocatore francese, classe ’94,  sembra avere i numeri del campione, corsa e forza fisica. Dopo una prima fase caratterizzata da più ombre che luci al Milan, passa in prestito per sei mesi al Genoa di Gasperini, dove il suo talento sembra sbocciare definitivamente. Richiamato dal Milan nel giugno del 2015, nella stagione successiva si contraddistingue per alcune prestazioni molto positive ma il suo rendimento ritorna ad essere altalenante. Con l’arrivo di mister Montella alla guida dei rossoneri, l’involuzione del giocatore è netta ed anche l’atteggiamento non convince la società. In questo mercato di riparazione si accasa al Watford con la formula del prestito con diritto di riscatto a favore del club inglese. Anche per Niang c’è il gol all’esordio in Premier League. Marcatura che risulta decisiva per la seconda vittoria consecutiva degli uomini di Walter Mazzarri.

Manchester United v Hull City - Premier League

Andrea Ranocchia è una di quelle classiche promesse calcistiche che poi non vengono mantenute, almeno per il momento. L’esordio in serie A col Bari, nel 2009, lascia ben sperare, tant’è vero che nel gennaio del 2011 l’Inter decide di acquistarlo definitivamente. Sono poche, però, le prestazioni positive, e col passare del tempo arrivano le critiche e le panchine. Con l’arrivo di mister De Boer, il giocatore finisce ai margini del progetto sportivo interista e la situazione non cambia con l’esonero del tecnico olandese sostituito da Pioli. Anche per Ranocchia, in questa sessione di mercato invernale, arriva la chiamata da una squadra di Premier League, l’Hull City, ed anche per lui, come per gli altri giocatori citati, l’esordio è molto positivo. La buona prestazione difensiva è stata condita anche dall’assist vincente per Niasse che ha segnato il 2-0 dell’Hull contro un temibile avversario come il Liverpool.

Insomma, il nuovo capitolo è stato appena aperto ma l’introduzione sembra già promettere bene. Premier-medicina, quindi. Se sia una cura definitiva, però, lo capiremo solo più in là.

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Uno ha il fuoco dentro, e la sicurezza di chi ha vinto cinque scudetti di fila. I baffi di chi può permettersi anche un look alternativo e l’atteggiamento da ambizioso, a volte quasi presuntuoso. L’altro sembra averla persa la sicurezza di un tempo (perché c’è stato, un tempo). Troppi errori, troppi fischi, perché San Siro non perdona e la fascia di capitano dell’Inter può essere un fardello pesantissimo.

Bonucci e Ranocchia, due storie così simili, eppure così diverse. Questioni di scelte, di fortuna, di percorsi imprevedibili. Quelli del pallone. Eppure la loro storia era iniziata assieme, a San Siro, contro l’Inter che avrebbe poi vinto il triplete. Giampiero Ventura, alla sua prima in A sulla panchina del Bari, sta decidendo la formazione. In avanti, per i nerazzurri, ci sono Milito ed Eto’o, non esattamente gli ultimi arrivati.

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Ventura sceglie una coppia di centrali nati entrambi alla fine degli anni ’80, poco più che ventenni, alla loro prima esperienza in Serie A. Andrea Ranocchia ha disputato un grande finale di stagione con Antonio Conte, in B. Di lui si parla benissimo, ma certo bisogna vederlo in campo, alla prova del nove. E il nove lo indossa un giocatore che ha appena vinto la Champions League, segnando uno dei due gol. Il Barcellona lo ha ceduto all’Inter in cambio di Ibrahimovic e soldi, e lui ha voglia di rivincite. L’altro centrale scelto da Ventura è Leo Bonucci. A Bari si parla con insistenza di un rinforzo, un centrale di esperienza e il nome più gettonato è quello di Andreolli. Bonucci ha una chance, e gode della fiducia del mister, anche se nel pre-campionato ha commesso qualche errore di troppo.

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La partita inizia e i due sembrano patire un po’ l’emozione. Come potrebbe essere il contrario? San Siro, tutti quei campioni di fronte, Milito ed Eto’o, il caldo. Le gambe che tremano, e gli sguardi persi nel vuoto. Ma quella sensazione dura pochi minuti. Il tempo di anticipare l’avversario di testa. O di un tackle riuscito. Interventi puliti, anticipi, confidenza. Allora la bestia non è poi così feroce. Bonucci prende così tanta confidenza che nel secondo tempo si avventa su un pallone in aerea ma colpisce Milito, provocando un calcio di rigore. Eccesso di foga e irruenza, Eto’o non perdona e porta in vantaggio i nerazzurri. Ma il Bari pareggerà e i due centrali non sbaglieranno più un intervento in tutta la partita. Strepitoso sarà il campionato di Leo Bonucci, uno che l’anno prima, a Pisa, era retrocesso in Lega Pro. A Bari gioca da centrale di lusso, imposta, come fa oggi alla Juventus, segna gol pesantissimi.

Ranocchia gioca meravigliosamente fino alla fine del girone d’andata, quando si infortunia in maniera grave e deve, di fatto, chiudere anzitempo la stagione. Di lui, a Bari, resta una maglia che Barreto mostra dopo un gol, proprio contro l’Inter, nella partita di ritorno. L’anno dopo le strade si separano. Leo va alla Juve e Ranocchia al Genoa. Con Del Neri la Juventus gioca un campionato mediocre e Bonucci delude. Finisce sul banco degli imputati, come gran parte dei giocatori, e sembra destinato a fare le valigie. Ranocchia gioca una grande girone di andata al Genoa, e Leonardo (questa volta l’allenatore) chiede a Moratti di riscattarlo. A gennaio arriva all’Inter dove gioca subito da titolare, visti gli acciacchi di Samuel, Cordoba e Materazzi, ormai avviati verso il tramonto.

È un’ottima stagione (condita anche da qualche gol decisivo) la sua, quella che vale la riconferma. Dall’altra parte è arrivato Antonio Conte, che non ha mai allenato Bonucci a Bari, ma sceglie di puntare su di lui. Lo fa in maniera decisa e decisiva, anche quando la critica inizia ad individuare in lui l’unico punto debole della Juventus. In pochi anni ne diventa un punto di forza, non solo in difesa ma anche in impostazione. Spesso è lui a sostituirsi a Pirlo quando c’è da lanciare gli attaccanti. Con Allegri torna ad essere più difensore, ma diventa ancora più leader nello spogliatoio. Uomo simbolo della Juventus e dell’orgoglio di chi ha fame e non vuole fermarsi. Nel frattempo Ranocchia inizia la sua parabola discendente. La fascia di capitano, che indossa in alcune partite, non gli giova. Mazzarri prima e Mancini poi gli danno una fiducia limitata, a tempo.

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Ogni errore corrisponde con una panchina, e presto la panchina diventa un’abitudine. A gennaio Ranocchia va alla Sampdoria, in cerca di un po’ di serenità, per giocare titolare e non perdere il treno degli europei. Domenica scorsa a Palermo gioca una partita da incubo. Mentre l’ex compagno di reparto festeggia l’ennesimo scudetto da protagonista, Ranocchia inguaia la Sampdoria e compromette la sua partecipazione a Euro 2016.

Se il talento non si discute, è altrettanto vero che questo non basta ad affermarsi. Il resto lo fanno gli allenatori che incontri, le società, l’ambiente e la motivazione. Tutti elementi a favore di Bonucci. Ranocchia, invece, non sembra più il giocatore che aveva stupito tutti a San Siro. Sembra passato un secolo da quel giorno. Il giorno in cui due ventenni stupirono l’Italia intera giocando uno affianco all’altro.