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1154 giorni. Più di 3 anni senza Serie A (l’ultima partita da allenatore nel nostro campionato, prima di domenica, era il famoso Inter-Verona 2-2, quello della frase culto “poi è cominciato anche a piovere”, pronunciata nel post partita per giustificare un altro risultato negativo dei nerazzurri), alla fine il ritorno tanto agognato.

Walter Mazzarri sentiva il bisogno di ricominciare in Italia, per tanti motivi. La scelta di andare all’estero, per cambiare un po’ aria e rimettersi in discussione dopo la deludente esperienza a Milano, alla fine non ha portato i frutti che il tecnico di San Vincenzo avrebbe sperato. Non che abbia fatto così male in Inghilterra, ma quella barriera linguistica mai definitivamente abbattuta per il club alla fine ha contato molto, forse più dei risultati che alla fine non sono stati neanche così pessimi (salvezza raggiunta nonostante la stagione disastrosa di Ighalo, che l’anno prima era stato il trascinatore della squadra a suon di gol).

Si dice che il club gli avesse consigliato più volte di migliorare il suo inglese, che Mazzarri aveva studiato in quella specie di anno sabatico precedente al suo ingaggio. Un anno di preparazione sul posto, che però evidentemente non è bastato a imparare la lingua a un livello tale da renderlo autonomo nel gestire allenamenti e conferenze stampa (tanto da dover far ricorso costantemente ad un’interprete). Queste cose per gli inglesi hanno un peso importante, anche se la società è gestita dai Pozzo, e Mazzarri, che già con la  presentazione non aveva destato una buonissima impressione (il suo inglese scolastico ha reso il video virale in pochissimo tempo), ha pagato il suo scarso feeling con la lingua d’oltremanica.

Lo disse già in tempi non sospetti, l’idea era quella di fare un’esperienza diversa da quelle affrontate fino a quel momento, ma di fare ritorno nel suo paese: “Se mi mancherà? L’Italia è l’Italia, ma ora sono proiettato in questa nuova avventura; staccare dopo 15 anni fatti in Italia per poter magari rientrare un domani con ancora più voglia e stimoli”.  La chiamata del Torino è arrivata al momento giusto, per tanti motivi. Urbano Cairo stima da tempo Mazzarri, fin dai mesi che precedettero il suo arrivo alla Sampdoria (il presidente granata provò a portarlo a Torino, ma il tecnico aveva già firmato con i blucerchiati), la piazza è importante, entusiasta, pronta a sostenere una squadra che fino a questo momento ha espresso solo in parte le proprie potenzialità.

La netta vittoria col Bologna è da considerare fino a un certo punto, sia per i pochi giorni passati dall’arrivo del tecnico alla partita che per i cambiamenti tattici non ancora apportati, ma la voglia con cui i granata sono scesi in campo è quella giusta.  Aggressività bassa in fase di non possesso nella metà campo offensiva e forte in quella propria (a chiudere gli spazi agli avversari) e gioco sulle fasce si sono intravisti, ma i primi aggiustamenti veri il tecnico toscano li studierà in questi giorni di pausa dal campionato. Il passaggio alla difesa a 3, in cui a fiano a N’koulou e Burdisso potrebbe trovar spazio anche Moretti (che si gioca un posto con Lyanco) è prevedibile, così come la presenza di due mediani forti fisicamente (gli indiziati sono Rincon e Baselli, con quest’ultimo che però potrebbe essere schierato come mezz’ala offensiva per le qualità balistiche).

In attacco il tecnico toscano invece dovrà cercare gli giusti equilibri per non sprecare i talenti a disposizione, con Belotti come unica certezza e tanti altri calciatori forti da gestire. Iago Falque e Ljajic potrebbero appoggiare il Gallo, come trequartisti, oppure giocare singolarmente in alcune occasioni per aggiungere un centrocampista in determinate partite. Da non dimenticare anche la presenza di Niang, Boye, Berenguer e dell’emergente “canterano”  Edera, tutti talenti con qualità importanti pronti a dare il loro contributo. La storia dice che il tecnico toscano è capace di valorizzare al meglio proprio gli attaccanti (per rendersene conto basta guardare i numeri di Lucarelli e Protti a Livorno, Amoruso e Bianchi alla Reggina, Pazzini e Cassano alla Samp e Cavani al Napoli quando lui era in panchina) e con i granata avrà la possibilità di scegliere come forse mai prima.

Il Torino è pronto a ripartire con nuove ambizioni, così come il tecnico, desideroso di rifarsi anche quell’immagine di allenatore di alto livello che aveva costruito con fatica dopo la gavetta, partendo dal basso, fino ad arrivare a giocare anche la Champions e a vincere trofei come la Coppa Italia.

Ultimamente il suo nome più che altro è stato citato per ricordare le stagioni storte e le occasioni in cui ha cercato di giustificare i suoi risultati negativi con scuse un po’ rivedibili. Ora è arrivato il momento di ricordare a tutti che Walter Mazzarri non è un allenatore in declino, ma il tecnico capace di raggiungere risultati spesso inaspettati e di valorizzare al massimo il materiale umano a sua disposizione.

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Dopo Ferguson, Wenger. Anche se il rapporto con i tifosi e con i media, nonché con i colleghi (vedi Mourinho), non è esattamente lo stesso. Perché Wenger non ha le guance paonazze, non sembra un buon padre di famiglia, piuttosto uno zio distante, e non viene dalla Scozia ma è un giramondo francese, un giramondo che si è fermato, ed ha trovato casa a Londra.

Assieme a Carlo Ancelotti è l’unico ad aver centrato il double nella medesima stagione, ma nel calcio non è mai semplice diventare stanziali, e Londra non è Manchester. Eppure Arsène è lì, dal 1996: un’eternità, considerata sia la mole di trofei (sebbene manchi la Champions League, solo sfiorata nel 2006), ma anche i dissidi e le polemiche, che nel suo caso non sono mai mancati.


Wenger City

Più di un tifoso gli ha chiesto, in svariate occasioni, di lasciare il posto ad un nuovo manager, di prendere atto di un ciclo finito; eppure la classifica della Premier e le prestazioni della squadra dicono il contrario. Dicono che l’Arsenal è primo in campionato e, nonostante l’eliminazione nella Capitol One Cup ad opera dello Sheffield, sembra essere ricominciato un ciclo, a dispetto di chi dava Wenger per finito.

Patrick Vieira sembra quello destinato a prendere il posto dell’allenatore francese, in futuro, nonostante, quanto riferito dal “Mirror”, secondo cui la società sarebbe pronta ad offrire a Wenger un rinnovo biennale, fino al 2019. Nel frattempo i Gunners proveranno a portare nello staff tecnico l’ex giocatore della Juve e dell’Inter, che attualmente ricopre il ruolo di allenatore della Primavera del Manchester City, per poi consegnargli il timone della prima squadra una volta che il francese deciderà di farsi da parte.

 

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Non subito però, visto che Wenger sembra quasi divertirsi a tessere e disfare, scoprire giovani talenti e poi lanciarne di nuovi, sapendoli valorizzare al massimo: portò al Monaco un certo George Weah; ha messo sotto contratto giocatori relativamente sconosciuti, come Anelka, Fàbregas, Van Persie, Eboué e Vieira, trasformandoli tutti in giocatori di valore mondiale.

Avrebbe potuto appendere in camera un quadretto con la sua squadra di invincibili del 2004, quella con Bergkamp, Henry e Ljumgberg per intenderci, e invece continua a guardare al presente, al massimo al futuro, mai al passato.

Quando arrivò a Londra, nel 1996, il Club era fuori dall’Europa e faticava in campionato. Il francese iniziò un’autentica rivoluzione, portando con sé nuove logiche: controllo sull’alimentazione, nuove metodiche di allenamento, pugno di ferro (in guanto di velluto) con i giocatori,  gestione personalizzata dei trasferimenti e contatto continuo con quello che è il suo bacino di riferimento, l’Accademia Federale Francese di Clairefontaine. Da subito, dopo Platt e Bergkamp, si puntò anche su grossi nomi, come Marc Overmars ed Emmanuel Petit, sensazionali individualità messe al servizio della squadra.

I risultati tardarono ad arrivare, ma quel punto più basso partì la risalita: dal gennaio ’98 a fine campionato, l’Arsenal mise a segno una striscia di 18 risultati utili consecutivi e, contro tutti i pronostici, i Gunners centrarono un secondo ‘Double’ (campionato e FA Cup) nella stagione 1997-98, la prima interamente sotto la gestione Wenger. E avviarono un ciclo.

LONDON, UNITED KINGDOM: Arsenal's L to R Lauren , Jose Antonio Reyes , Ashley Cole ,Robert Pires, Edu and Thierry Henry celebrates winning the 2003/2004 Football Premier League after drawing 2-2 with Tottenham in their Premier League clash at White Hart Lane in north London, 25 April 2004. AFP PHOTO / ODD ANDERSEN - - No telcos,website use to description of license with FAPL on, www.faplweb.com - - (Photo credit should read ODD ANDERSEN/AFP/Getty Images)

Oggi l’Arsenal non vince da troppo tempo, ed uno come Mourinho non va giù che Wenger non venga mai messo in discussione.

Penso che in questo paese un solo manager non sia sotto pressione. Steve McClaren è sotto pressione, è sotto pressione Brendan (Rodgers, ex manager del Liverpool, ndr), Pellegrini (manager del Manchester City, ndr) è sotto pressione. Non possiamo perdere partite, non possiamo essere al di sotto delle aspettative. Poi c’è uno che per qualche motivo è al di fuori di questo elenco. Buon per lui. Lui può parlare con gli arbitri prima della partita, può parlare con gli arbitri dopo la partita, può spingere le persone nell’area tecnica, può piangere al mattino, può piangere la sera, non accade mai nulla. Anche se non vince si tiene il lavoro. È come un re, è un privilegiato“.

Sarà, ma sta di fatto che Arsène si scompone solo all’ennesima domanda su Mou o su Ospina, che in Champions gioca al posto di Cech. Accusa, con un pizzico di arroganza, i giornalisti di essere poco fantasiosi e di non preparare le domande, poi guarda la classifica e pensa che forse questo nuovo ciclo potrà permettergli di lasciare la panchina della vita con un trionfo. Anche se non è la sua priorità. Caso mai, la priorità è quella di lasciare un lavoro avviato, una mentalità che duri nei decenni, come ha fatto Cruijff con il Barcellona o Sacchi, in un tempo molto più breve con il Milan. Wenger è un manager a tutto tondo, un visionario, non un gestore. Recentemente ha dovuto rispondere anche a chi lo accusava di spendere troppo, e lui non le ha certo mandate a dire: “Non abbiamo paura di spendere sul mercato. So che abbiamo questa reputazione ma, se un giocatore ha qualità, investiamo. Ho dovuto affrontare delle avversità, ma sono più motivato che mai e sono determinato a fare il massimo fino all’ultimo giorno di contratto per riportare il titolo all’Arsenal e lasciarlo nelle condizioni di poter fare ancora meglio. Siamo stati bravi a costruire la squadra, dobbiamo essere più furbi dei nostri avversari più ricchi e non spendiamo solo per spendere“.

Forse ha ragione Mourinho, Wenger è un re e lascerà da re, in ogni caso. Ma la squadra attuale è qualcosa di più di una promessa. Rispetto al City le manca solidità e un pizzico di esperienza. Ma quella può metterla Wenger. Le Roi.