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Premier League

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La vittoria contro il Manchester United del “nemico” Mourinho non è bastata a rasserenare il clima teso che si è creato intorno al Chelsea allenato da Antonio Conte. Anzi, la vittoria della squadra londinese contro una diretta rivale è passata quasi sottotraccia rispetto alla mancata stretta di mano tra il tecnico leccese e quello portoghese. Questa situazione è paradigmatica della situazione dell’ex Ct della nazionale azzurra, che in questo inizio di stagione è stato messo costantemente in discussione per i risultati non sempre in linea con le attese.

E proprio queste ultime forse sono il problema principale: il Chelsea lo scorso hanno ha vinto il titolo in modo netto ribaltando anche le previsioni di inizio stagione che non lo vedevano di certo favorito visto il disastroso campionato disputato due stagioni fa. Quest’anno invece la situazione è molto diversa, con le due squadre di Manchester rinforzate da un mercato faraonico: il City di Guardiola ha iniziato triturando qualsiasi avversario affrontato e sembra non potersi più fermare; lo United è molto più solido e continuo (e manca ancora Ibra). Senza dimenticare il Tottenham capace di battere in modo netto i Campioni d’Europa del Real in Champions e l’ambizioso (ma discontinuo) Liverpool di Klopp.

Vincere in questo campionato è difficilissimo, quindi dobbiamo cercare di fare il miglior lavoro possibile. Negli altri campionati ci sono delle partite in cui puoi anche rilassarti un po’, qui no”

Antonio Conte


Il carico di aspettative per questa stagione ha portato ad una situazione di nervosismo generale all’interno della società, con Abramovich scontento delle sconfitte rimediate finora e la stampa sempre pronta a mettere in discussione la posizione del tecnico (prima della vittoria con lo United qualcuno parlava di esonero in caso di sconfitta). Conte invece ha sottolineato diverse volte il fatto di avere a disposizione una rosa numericamente non sufficiente a sostenere tutte le competizioni a cui il Chelsea partecipa: gli acquisti di Zappacosta, Bakayoko, Rudiger, Drinkwater e Morata non possono bastare a rinforzare una squadra orfana di due elementi fondamentali come Matic e Diego Costa.

La gestione del bomber brasiliano/spagnolo ha contribuito in modo fondamentale a incrinare il rapporto tra Conte e Abramovich. Il fatto che uno dei protagonisti principali della scorsa stagione sia stato scaricato con un sms non è andato giù al proprietario russo, tanto che ad agosto si era parlato di Tuchel come possibile candidato a sostituire il mister leccese.

Questo continuo sentirsi in bilico infastidisce il tecnico, che dopo il titolo dello scorso anno probabilmente si aspettava maggior considerazione da parte della società e maggior fiducia. Abramovich invece si fida esclusivamente di Marina Granovskaia, suo braccio destro fin dai tempi della Sibneft (ex compagnia petrolifera russa di cui era socio, dalla cui cessione delle sue quote a Gazprom ha guadagnato 13 miliardi di dollari). Un sodalizio inscindibile, con Conte tagliato praticamente fuori dalle decisione riguardanti acquisti e cessioni di calciatori.

In estate il tecnico ha chiesto diversi calciatori, in primis Alex Sandro e Lukaku, che alla fine non sono arrivati. I nuovi, tra problemi fisici e di adattamento (escluso Morata, che finora si è dimostrato all’altezza, anche se gli 80 milioni spesi per lui non sono proprio pochi) non hanno inciso più di tanto, e con alcuni dei “senatori” i rapporti non sembrano essere più così buoni.

Oltre ai 3 gol subiti a Roma nella partita di Stamford Bridge contro i giallorossi c’è stata la polemica sollevata da David Luiz. Il difensore ha reagito molto male alla sostituzione e, dopo la prestazione negativa dell’Olimpico, è stato escluso dalla partita con lo United. Questo è solo l’ultimo episodio che ha coinvolto l’ex Ct della nazionale e uno dei suoi giocatori: dopo la partita con la Roma anche Gary Cahill e Cesc Fabregas hanno avuto un confronto con Conte, ma non sono stati puniti come David Luiz. Per molti sulla decisione hanno pesato anche i buoni rapporti tra Diego Costa e Luiz, con quest’ultimo che ha sempre sostenuto l’attaccante.

La situazione attuale di Conte non è per nulla semplice, ma il campionato per il Chelsea è ancora aperto (è a 1 punto dallo United secondo e il City potrebbe accusare un calo fisiologico, dopo la partenza a razzo) così come la qualificazione agli ottavi di Champions.

L’impressione però è che, anche di fronte a risultati positivi, a fine stagione le strade tra Conte e il club londinese si separeranno. Per un passionale come lui i rapporti con la società e i calciatori sono fondamentali e al Chelsea la situazione non è certo di suo gradimento (il corteggiamento dell’Inter, in estate, lo aveva già fatto vacillare parecchio). L’Italia lo aspetta e lui sente la mancanza del suo paese. Rivederlo su una panchina di Serie A, nella prossima stagione, è un’ipotesi sempre più credibile.

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In Premier League sembra arrivato finalmente il momento della sfida tra i due allenatori più vincenti della storia del calcio contemporaneo. Josè Mourinho e Pep Guardiola, dopo un anno in cui il campionato è scomparso abbastanza velocemente dai radar di entrambi, quest’anno sembrano pronti a battagliare fino all’ultima giornata per giocarsi la vittoria del titolo inglese.

La prospettiva, in questo momento, è quella di uno scontro fino all’ultima giornata tra il City allenato dal tecnico catalano e lo United guidato dal mago portoghese. Paolo Condò, in un bellissimo libro, li ha definitii duellanti, andando a sottolineare come gli incroci tra le squadre guidate da questi due geniali interpreti del ruolo di allenatore non siano mai delle semplici partite, ma veri e propri scontri tra filosofie e personalità opposte e ugualmente vincenti. Addirittura la rivalità tra i due viene definita “materiale da film“, e paragonata a “un franchise cinematografico“, e a guardar bene queste definizioni risultano tutt’altro che esagerate.

Mourinho ha vinto ovunque col suo calcio verticale e pragmatico, e grazie al suo modo di entrare sotto pelle ai calciatori ha spremuto sempre il 110% del loro potenziale. Guardiola, grazie ad un mix tra il calcio totale olandese e il possesso palla a livelli celestiali, ha inventato il tiki taka e dato vita a quella che forse è la squadra più forte di tutti i tempi.

Due personaggi così diversi sono nati praticamente nello stesso ambiente, in quel Barcellona di cui Pep è stato bandiera in campo e che poi ha portato in cima al mondo e in cui Mou ha militato per alcuni anni da allenatore in seconda (ha cominciato come braccio destro di Bobby Robson, dopo un passato di calcio giocato praticamente inesistente). Mentre il Porto di Josè arrivava in cima all’Europa, Pep muoveva i primi passi da capo allenatore al Barcellona B, poi forse l’evento che ha generato la rivalità tra i due: la panchina blaugrana è vacante, il portoghese sembra essere l’indiziato numero uno a sostituire Rijkard. Guardiola stesso lo indica come possibile successore del tecnico olandese, ma alla fine la dirigenza sceglie di affidare proprio a lui il ruolo di capo allenatore. Una sceneggiatura quasi cinematografica, che ha continuato ad alimentarsi negli anni successivi

Quella scelta dirigenziale Mourinho in fondo non l’ha mai digerita (anche se Guardiola non c’entra direttamente) e da quel momento è un susseguirsi di duelli verbali e sul campo. Il primo incrocio è in occasione della Champions del 2010, prima nei gironi e poi in semifinale, con quella corsa liberatoria di Mou sul prato del Camp Nou che assume molti più significati di una semplice esultanza per un’impresa sportiva. I “Clasicos” spagnoli con vittorie spesso tonanti del Barça, quasi sempre ingiocabile anche per una corazzata come il Real, hanno alzato l’asticella dello scontro, fino al famoso dito nell’occhio del portoghese ai danni di Tito Vilanova (allora secondo di Guardiola, scomparso pochi anni fa a causa di un maledetto tumore) dopo l’ennesimo trofeo perso ai danni dei blaugrana (in quel caso la Supercoppa di Spagna).

Il duello è proseguito anche quando i due erano in campionati differenti, con il solito Mou ad accendere la scintilla con dichiarazioni sempre pungenti (tipo nel 2014, quando disse che “se nella vita fai una cosa che ti piace, non perdi i capelli: e Guardiola è calvo. A Pep non piace il calcio”, oppure poco dopo la vittoria della Premier del 2015, quando disse in conferenza stampa: “avrei potuto scegliere di allenare un’altra squadra, in un paese dove diventare campioni è più facile: invece ho scelto il campionato più difficile in Europa”. Riferimento neanche tanto velato alle vittorie di Guardiola al Bayern).

L’anno scorso, quando si sono ritrovati a Manchester, tutti pensavano che la Premier dovesse da subito diventare una questione tra loro due. Alla fine invece United e City sono arrivati molto dietro il Chelsea di Conte. Ma il ritorno in vetta era solo questione di tempo, viste anche le disponibilità finanziarie praticamente illimitate dei due club.

Lo United, che comunque a portato a casa il “triplete” minore (Europa League, Community Shield e Supercoppa inglese) ha raddrizzato la mira sul mercato e, complice l’infortunio di Ibrahimovic (che a 36 anni non può più essere l’unico in grado di risolvere le partite) ha scelto di puntare sul devastante Lukaku e sulla solidità di Matic, due giocatori che hanno migliorato in modo esponenziale le prestazioni della squadra. Guardiola ha rifatto la difesa acquistando Mendy, Walker e Danilo, oltre al promettente portiere Ederson, ha preso il talentuoso Bernardo Silva e ha lanciato definitivamente il fenomenale Gabriel Jesus in avanti. Centinaia di milioni spesi, ma se i risultati seguiranno quelli di questi primi mesi di stagione non saranno stati soldi buttati.

Ex aequo in vetta in Premier League dopo la quinta giornata, entrambe con 13 punti, 16 gol fatti e 2 subiti. Un andamento quasi a specchio, anche se come al solito il modo di ottenere i risultati è molto diverso. Ultimamente gli animi tra Mou e Guardiola sembrano essersi placati, ma se le premesse sono queste il duello (anche verbale) sembra destinato a riaccendersi molto presto.

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Questa volta non potrà certo avere alibi. Frank de Boer è stato esonerato da manager del Crystal Palace dopo il peggior inizio nella storia della Premier League: zero punti in quattro giornate senza nemmeno fare un gol, cosa mai successa dalla riforma del campionato inglese nel 1992 e avvenuta l’ultima volta in Inghilterra addirittura nella stagione 1924-1925 col Preston. Il tecnico olandese sembra entrato da un anno e mezzo in un vortice negativo: prima l’Eredivisie persa all’ultima giornata con l’Ajax pareggiando in casa della penultima in classifica, poi la breve esperienza all’Inter e ora questo.

Frank de Boer Crystal Palace

LE PREMESSE ERANO ALTRE

Lo scorso 26 giugno il presidente del Crystal Palace, Steve Parish, ha annunciato de Boer come nuovo manager al posto di Sam Allardyce, che ha deciso di ritirarsi. All’Inter i cattivi risultati sono stati certamente dovuti al fatto che è arrivato a meno di due settimane dall’inizio della Serie A, senza conoscere il calcio italiano e senza aver fatto lui la squadra, reduce da una preparazione imbarazzante con Roberto Mancini.

Il fatto di partire da zero in Inghilterra sembrava potesse essergli utile per risolvere i problemi di adattamento, ma invece è stato pure peggio: 0-3 all’esordio contro il debuttante Huddersfield, 1-0 in casa del Liverpool, 0-2 con lo Swansea e domenica scorsa l’ultimo KO, 1-0 sul campo del Burnley. Sconfitta quest’ultima molto sfortunata, con un gol regalato al 3′ (retropassaggio di Lee da centrocampo che manda in porta Chris Wood) e due salvataggi sulla linea su Scott Dann che al 90′ si divora il pari di testa. Su cinque partite ufficiali ne ha vinta una, 2-1 contro l’Ipswich Town in Carabao Cup (la coppa di lega) il 22 agosto, e perse quattro: magari potrà essere stato un esonero affrettato, ma di certo non si può definire immotivato visti i risultati disastrosi.

Roy Hodgson Crystal Palace

ESONERI DA PRIMATO

Frank de Boer è durato appena settantasette giorni, ossia otto in meno rispetto a quanto era stato in carica all’Inter, e non è certo una cosa di cui andare fieri. È diventato il primo manager permanente in venticinque anni di storia della Premier League a non vedere la sua squadra segnare un gol, record difficilmente battibile, ma se non altro non ha stabilito la permanenza più breve, che rimane di Les Reed al Charlton nel 2006-2007 (quarantuno giorni, ma almeno nelle sette giornate di campionato una partita l’aveva vinta, 1-0 al Blackburn Rovers il 5 dicembre 2006).

I trentuno giorni dall’inizio della Premier League sono un altro numero da record, ma in tutto ciò de Boer può consolarsi: Brian Clough nel 1974 fu assunto e cacciato dal Leeds United nel giro di appena quarantaquattro giorni (contestati, come raccontano il libro e il film Il maledetto United), salvo poi andare al Nottingham Forest e rimanerci diciotto anni, vincendo soprattutto un titolo e due Coppe Campioni.

Brian Clough Leeds United

In attesa che l’olandese si rifaccia una carriera e cancelli la macchia dell’ultimo anno e mezzo il Crystal Palace punta su un’altra vecchia conoscenza di casa Inter, Roy Hodgson. Il tecnico settantenne non allena da giugno 2016, quando si è dimesso dopo la sconfitta dell’Inghilterra agli Europei contro l’Islanda: esordirà sabato a Selhurst Park contro il Southampton per poi sfidare di nuovo l’Huddersfield (“rivincita” della prima giornata, ma per la coppa di lega) e in campionato Manchester City, Manchester United e Chelsea. Auguri.

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The best is yet to come

Frank Sinatra non tifava certo Manchester United, eppure il titolo di uno dei pezzi di maggior successo del suo album “It Might As Well Be Swing” sembra la colonna sonora ideale per lanciare la stagione 2017/2018 del Manchester United. Se la scorsa annata è stata quella utile per porre le basi di una rivoluzione tecnica e culturale, dopo i mesi spesi -e spesso persi- sotto la guida di Moyes prima e Van Gaal poi, ora per i Red Devils targati Josè Mourinho è arrivato il momento di fare sul serio. Se poi a stringere il patto con il Diavolo è un “certo” Zlatan Ibrahimovic, c’è da starne certi: lo spartito che risuonerà all’Old Trafford sarà di assoluta qualità. I primi tre turni di Premier League, che vedono lo United a punteggio pieno, ne sono degna testimonianza.

Strangers in the night

Estranei, nelle notti d’estate, il Manchester United e Ibra lo sono anche stati. Distanti, quasi destinati a separarsi con un pizzico di amaro in bocca: quello di Zlatan per non aver preso parte da protagonista alla notte di Stoccolma, dove i Red Devils avevano sollevato al cielo l’Europa League dopo aver sconfitto per 2-0 l’Ajax, e dello stesso Mourinho, consapevole che con l’attaccante svedese in campo negli ultimi due mesi, la stagione in Premier League si sarebbe chiusa con un piazzamento migliore del quinto posto finale. Dopo l’infortunio al ginocchio nel match di Europa League contro l’Anderlecht la sua carriera sembrava addirittura a rischio: un’ipotesi che Ibra non ha mai preso in considerazione. Il suo unico obiettivo è stato da subito quello di recuperare e tornare a segnare, per completare un lavoro lasciato a metà. Un “corteggiamento”, quello tra Zlatan e lo United, maturato anche a colpi di messaggi social, come la modernità impone:  Ibra postava su Instagram foto e video di un recupero dai tempi prodigiosi, Mou sorrideva. Fino alla firma del 24 agosto.

Lo svedese ha bruciato le tappe, non ha mai smesso di lavorare e ha costretto lo United a tornare sui suoi passi. Fosse stato per Mourinho, il suo contratto sarebbe stato prolungato all’indomani dell’infortunio, il club invece non se l’è sentita subito di garantire quasi 13 milioni a stagione a un giocatore atteso da un lungo percorso riabilitativo. Poi la svolta, fino alla scena che ha fatto il giro del web. Lui vestito con una tunica bianca, il diavolo che lo fissa negli occhi: il patto è di quelli da non perdere. Non perdere: una filosofia che tanto Ibra quanto Mou non conoscono, tantomeno accettano.

My Way

A loro modo, l’allenatore e il “nuovo” numero 10 del Manchester United sono simili: testardi, top nel proprio ruolo, incapaci di accettare la sconfitta e bisognosi di avere sempre confronti con gli avversari. L’odore dei nemici è quello che agita Ibra nel cuore dell’area avversaria, come gli squali fanno con il sangue nelle acque marine. Il rumore degli oppositori è la leva sulla quale Josè ha costruito gran parte dei propri successi. L’emozione prima ancora dell’appagamento degli occhi, la motivazione prima della qualità, anche quando è tanta come nel caso di Zlatan e Josè. Filosofia comune per vincere a Manchester, città industriale fatta di working class heroes.  Alla sua esperienza 2.0 con lo United, Ibrahimovic ha trovato un attacco rinnovato: addio alla classe, seppur ascendente, di Rooney, e saluti alla straripante forza fisica di Lukaku, senza dimenticare Mata, Rashford, Martial, Mkhitaryan e Lingard. Frecce pronte ad essere esaltate dall’arco di giocate illuminanti di Ibra. Un faro nella notte. Che riparte dai 28 centri messi a segno nelle 46 partite stagionali e una convinzione:

Sono tornato per finire quello che avevo iniziato: la mia volontà è sempre stata quella di rimanere, la stessa cosa che voleva il club

I can’t stop loving you

Se Sinatra avesse dovuto cantare Mourinho, forse avrebbe scelto questo pezzo swing. Già, perchè il rapporto di amore (con i suoi sodali) e odio (con gli avversari) che lo Special One sa costruire non è semplice da spiegare: tende al logorio, eppure appaga pienamente, come un’abbondante porzione di pasteis de nata, dolce ben noto in Portogallo. Soprattutto se si ha pazienza: perché è nella seconda stagione che Mou si trasforma nello…Special Two. Prima l’ambientamento e la necessità di rimettere in piedi squadre in cerca d’identità, poi i risultati.

È successo al Porto, dove dopo un terzo posto ha vinto il campionato, mettendo in bacheca anche la Coppa di Portogallo, la Supercoppa nazionale e la Coppa Uefa, fino alla Champions League del 2003. Lo ha ribadito nella prima esperienza al Chelsea, portando in bacheca dal 2004 al 2007 due Premier League (2005 e 2006), due Coppe di Lega (2005 e 2007), una Coppa d’Inghilterra (2007) e un Community Shield (2005). Regola valsa anche all’Inter, dove dopo la vittoria del “solo” campionato nel 2009, ha centrato il celebre Triplete del 2010, e in Spagna al Real Madrid: prima stagione terminata con la vittoria della Coppa del Re, Liga conquistata al secondo tentativo. Quinta conferma ancora al Chelsea: richiamato da Abramovich ad allenare i Blues, lo Special One, dopo la solita prima annata di studio, ha vinto Premier League e Coppa di Lega, entrambe nel 2015.

The best is yet to come anche per il Manchester United? Probabile…

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Chi ben comincia è a metà dell’opera; chi comincia male, invece, come finisce? Dubbi e pensieri di Antonio Conte, dopo un avvio di campionato da incubo contro il Burnley. I campioni in carica, infatti, hanno inaugurato la nuova stagione con una pesante sconfitta casalinga, che ha lasciato strascichi, paure e polemiche.

Antonio Conte Chelsea

La squadra è incompleta? Il mercato oneroso ma insufficiente? Le domande in casa Blues sono soprattutto queste, mentre ancora si fatica a digerire il 2-3 allo Stamford Bridge. La modesta avversaria del Chelsea nell’esordio in Premier lo scorso anno aveva chiuso addirittura in 16esima posizione, eppure è uscita col bottino pieno dal tempio di Conte&Co.

La gara è stata un crescendo negativo per i Blues, ridotti in nove uomini per le espulsioni di Cahill e Fabregas. Qualche segnale positivo è arrivato solo da Morata, entrato nella ripresa, che però non è riuscito a scongiurare l’amaro risultato finale.

La sconfitta in Premier è arrivata una settimana dopo l’altro pesante KO, quello ai rigori con l’Arsenal nel Community Shield, rafforzando la convinzione di dover sistemare una rosa che attualmente appare incapace di bissare il successo dello scorso anno.

Il cash investito dai Blues, infatti, non corrisponde alla funzionalità ed efficienza degli acquisti: 140 milioni non sono pochi, ma i soli Rudiger, Bakayoko e Morata non bastano a colmare le insicurezze della squadra e del suo tecnico. A questo si aggiunge una condizione fisica ancora approssimativa, che non riesce a reggere il gioco scoppiettante del tecnico.

A risentire dei risultati negativi è sopratutto lo spogliatoio, dove il clima si è surriscaldato: nel post della gara col Burnley, Conte ha puntato il dito contro l’arbitraggio riservato ai Blues nelle ultime tre partite (“tutte queste espulsioni sono strane”, ha detto l’ex Juve), ed è stato a sua volta attaccato da Diego Costa, messo ai margini della rosa.

Diego Costa, attaccante del Chelsea.

L’attaccante ispano-brasiliano, infatti, ha parlato dello strappo con il club inglese, prendendosela proprio con Conte: “Ho visto che tipo di persona è: ha le proprie opinioni e non le cambia. Come allenatore lo rispetto, perché ha fatto un buon lavoro, ma come persona no”.

Insomma, è vero che è solo calcio d’agosto, ma è pur sempre calcio che conta. Il Chelsea lo sa e sta già pensando di correre ai ripari: si cercano almeno altri tre giocatori, tra cui anche un attaccante di peso. Che sia Belotti?

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La sensazione, al 10 di agosto, è che a tutti manchi un soldo per fare una lira. Eppure lo “start” è dietro l’angolo. Domani sera, venerdì 11 agosto, sarà l’Emirates Stadium di Londra a ospitare il calcio d’inizio della Premier League 2017/2018: di fronte Arsenal e Leicester, l’eterna incompiuta e la sorpresa dell’edizione 2015/2016. Nel mirino di chi ambisce al titolo, però, c’è un solo nome: Antonio Conte.  Jamie Carragher ha previsto il suo addio a fine stagione, lui vorrebbe fare di tutto per smentirlo. O almeno provare a salutare da vincente.

Prima fermata, Londra

Non poteva che essere la Capitale la sede della prima partita ufficiale di stagione: è lì che il titolo è tornato a casa dopo due anni, sponda Chelsea. Merito dell’allenatore italiano, ormai un veterano quando si tratta di rilanciare nobili decadute, che si tratti di squadre di club o di rappresentative nazionali.  Confermarsi, però, è sempre più complicato, soprattutto se in ballo ci sono anche le coppe europee, come avverrà con i Blues nella Champions League al via tra un mese. La strategia applicata dal club di Roman Abramovich ha una definizione: oculatezza. Via Begovic? Arriva Caballero, affidabile secondo. Addio a Terry e Diego Costa? Dentro Rüdiger e Alvaro Morata. Matic saluta per ritrovare Mourinho nello United? C’è Bakayoko dal Monaco. Dietro, vista la partenza di Zouma, occorre un altro centrale affidabile, così come Moses, a destra, non potrà tirare la carretta per tutta la stagione, come già avvenuto nello scorso anno. Gli altri assalti alla Serie A (Candreva dall’Inter e Alex Sandro dalla Juventus) sono stati respinti, per ora, così il vero top player potrebbe dover essere ancora lui, Antonio Conte. Che ha già alzato l’asticella della tensione:

“Per essere competitivi e puntare di nuovo al titolo, servono nuovi acquisti: la società sa quali sono le mie priorità”

Ti tengo d’occhio

Storia infinita, quella tra Josè Mourinho e Antonio Conte. Avviata anni fa in Italia con una vittoria a sorpresa dell’Atalanta, allora guidata dall’allenatore italiano, sull’Inter dello Special One, e proseguita nel Regno Unito. La scorsa annata ha visto un vincitore, inequivocabile, del duello diretto e del campionato. Così Josè ha dato vita a una campagna di rafforzamento mirata: dentro il secondo miglior marcatore della scorsa Premier, Romelu Lukaku, per un “certo” Zlatan Ibrahimovic, e un granatiere della mediana quale Nemanja Matic.

A ballare, come dimostrato anche in finale di Supercoppa Europea contro il Real Madrid, è la difesa: Lindelof non è un nome in grado di cambiare il volto a un reparto. Occorre leadership, la stessa persa nello spogliatoio dopo l’addio di Wayne Rooney, tornato all’ovile dell’Everton. Ma la seconda stagione di Mourinho in un club, si sa, è sempre la più redditizia per trofei. Saprà confermarsi?

Riscatto è invece la parola d’ordine per Pep Guardiola sull’altra sponda di Manchester. Dopo un’annata chiusa senza trofei all’attivo, per l’allenatore catalano è tempo di risposte. La prima è arrivata dal calciomercato: gli Sky Blues hanno acquistato Mendy per 57 milioni, Walker per 51, Bernardo Silva per 50, il portiere Ederson per 40, Danilo a 30, Douglas Luiz per 12. Con un altro arrivo supererebbe il Real Madrid dei record del 2009 per volume di spesa. Basterà?

Fix you

“Riparare”, un verbo che non solo ha dato vita a uno dei maggiori successi dei Coldplay (non a caso formatisi a Londra), ma che per Arsene Wenger sulla panchina dell’Arsenal è ormai una specie di mantra da un ventennio a questa parte. La conferma dell’allenatore francese alla guida dei Gunners si è chiusa con un lieto fine, sgradito a parte della tifoseria. In campo, tutto ruota intorno ad Alexis Sanchez:  se parte, l’arrivo di Lacazette (costato 58 milioni) da affiancare a Giroud resta un palliativo. Lo stesso dicasi per il Liverpool: Klopp in estate ha accolto Momo Salah ad Anfield Road, prelevato dalla Roma, ma rischia di perdere Emre Can (seguito dalla Juventus) e deve resistere alle sirene del Barcellona per Coutinho, per il quale si rischia di dover valutare offerte superiori ai 100 milioni di euro.

I bookmakers credono invece al Tottenham di Pochettino: ha cambiato poco, ma è garanzia di continuità dopo una stagione in cui è stata la principale rivale del titolo per il Chelsea: i segnali offerti nel precampionato da Kane e compagni, come la sonora vittoria sulla Juventus, ne sono conferma.  Per gli scommettitori d’Oltremanica, maestri in materia, la favorita di stagione non coincide con il campione uscente: il Chelsea di Antonio Conte è infatti quotato a meno di Manchester City e Manchester United. La ragione? Il bis non si vede da 10 anni sulla vetta della Premier League, ovvero dal biennio 2007-2008. Manco a dirlo, allora furono i Red Devils a realizzarlo.

Money, money, money

Una certezza c’è: quello inglese resta il campionato più ricco d’Europa. Per conferme chiedere al Liverpool, fresco di annuncio di un accordo con la Western Union, azienda fornitrice di servizi finanziari, per una cifra pari a 28 milioni di sterline. Per trovarsi dove? Sulla manica sinistra della maglia. E lo stesso accade per le altre “big”. Si spiega così un torneo in cui una potenziale outsider come l’Everton può permettersi di spendere 35 milioni per un portiere, Pickford. Il volume di spesa nei soli affari interni, sin qui, è di circa 150 milioni di sterline. E potrebbe non essere finita qui. Se il calcio europeo si scandalizza per le spese folli del Paris Saint Germain, la regina del mercato resta ancora la Premier League.

Breaking news

Le curiosità da tener d’occhio, infine. Non poche:  Frank de Boer, che i tifosi interisti hanno dimenticato volentieri, è alla guida del Crystal Palace; Rafa Benitez guida un Newcastle tornato in Premier dopo un anno di calvario, mentre il piccolo Huddersfield ha festeggiato il ritorno nella prima serie del calcio inglese dopo 45 anni dall’ultima volta.

Le novità “contagiano” anche le divise da gioco: ai club sarà data la possibilità di scegliere tra cinque differenti combinazioni (bianco con dettagli neri, e nero, blu notte, rosso e giallo, tutti con dettagli bianchi) per il nome e le modalità di stampa dei numeri sulle divise da gioco. Una scelta finalizzata ad omologare i club sotto l’egida della Football Association con quanto avviene in Europa League e Champions League.

Addio anche alle “pettinature” inedite sul campo:  la FA ha anche annunciato il divieto di disegnare sui terreni di gioco patch inedite e di pettinare il campo secondo modalità diverse da quelle tradizionali, orizzontali e bianche. Poche regole, ma chiare: in pieno stile “british”. Buon calcio!