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José Mourinho Antonio Conte

Rieccoli: uno contro l’altro. Antonio Conte e José Mourinho animano, a parole, un campionato inglese che sul campo pare aver già decretato chi vincerà il titolo: il Manchester City. Lui, l’italiano che ha rifatto grande la Juventus, e il portoghese che ha portato l’Inter al Triplete, danno titoli ai tabloid inglesi (che non ne avrebbero bisogno, in realtà). Lo dicevamo all’inizio della stagione: ci divertiremo in conferenza stampa. Pensavamo a un Mou contro Pep (Guardiola), ma il secondo guarda tutti dall’alto (in tutti i sensi), e allora lo Special One prende a bersaglio Antonio da Lecce, che invece in classifica sgomita con lui per la seconda posizione.

Inizia proprio Josè. Non fa nomi, ma parla di clown che si agitano in panchina, riferendosi al tarantolato Conte: “Io non ho bisogno di fare il clown per dimostrare il mio attaccamento al Manchester United” la sentenza di Mourinho. Del resto, l’anno passato, il Chelsea ne fece quattro allo United e Mou, a partita in corso, si avvicinò all’italiano chiedendogli di ricomporsi, che non c’era bisogno di esultare in modo così sfrenato per il quarto gol. Insomma, Josè non fa nomi, ma fa feriti.

Ecco allora la conferenza stampa di Conte che, nella dialettica, rivaleggia con il portoghese. In italiano, il nostro spiega ai giornalisti inglesi che Mourinho forse soffre di “demenza senile”, ossia, non ricorda la sue esultanze smodate nel passato. Apriti cielo: il tecnico di Manchester non accetta e rilancia: “Io di errori ne ho fatti e ne farò ancora di sicuro, però non sono mai stato squalificato per calcioscommesse. Che poi, Conte, in realtà è stato sospeso per omessa denuncia, cosa diversa dalle scommesse proibite. Ma tant’è.

Voi direte che basta così. Anche perché in Inghilterra, contrariamente all’Italia, si continua a giocare, e dunque ci sarebbe da sviscerare l’eliminazione dell’Arsenal in Fa Cup a opera del Nottingham Forest. Niente da fare. Conte replica nuovamente, la stampa prende nota: “Quando offendi la persona e non conosci la verità sei un piccolo uomo. Forse lui è un piccolo uomo nel passato, nel presente e nel futuro”.

Siamo partiti dal modo di esultare, siamo arrivati alle frasi dritte e dirette alle persone. Escalation da prime pagine, l’eco arriva pure in Italia, Paese dalla polemica molto più facile di così. Chissà al Chelsea cosa ne pensano, però: il loro ex Special One che attacca Conte, dunque anche i Blues, che ormai hanno adottato il tecnico fumantino nostrano.

In questo tirar di sciabola e di spada – poco di fioretto – mancano un paio di cose: le scuse di Conte a chi soffre veramente di demenza senile, ma anche un accenno alle accuse e alla condanna del presidente del Porto per corruzione. Proprio quel Porto che è stato il trampolino di lancio per lo Special One, quel Porto che è salito sul tetto d’Europa con Mou in panchina. Dall’altra parte, è lecito pensare che a José non vada giù che qualcuno possa vincere con il Chelsea (e Conte ha conquistato la Premier League al primo colpo), oscurandone la fama immortale.

Il 24 febbraio, intanto, United e Chelsea si affronteranno davvero. Sul campo. Non prendete impegni per quella data. O anche prima visto che, da buon italiano focoso, Conte ha proposto di risolvere la cosa a due. Senza microfoni e giornali vicino. Non sappiamo se a scazzottate, a ricordi di sconfitte altrui, magari a calcio uno contro l’altro (Mou, in questo caso, sarebbe probabilmente spacciato).

Resta una cosa che nessuno dei due contendenti probabilmente potrà cambiare: la classifica. Guardiola se n’è andato, non si iscrive all’arena che Mou ha voluto aprire, a uso e consumo di giornalisti, tifosi e squadra. Se solo fosse stato più vicino Pep, il suo eterno avversario avrebbe provato a tirarlo dentro per i capelli (diciamo così).

Mourinho ama fare la guerra con le parole. E qualcuno potrebbe obiettare che questo è il suo più grande pregio, non come schiera la squadra in campo. Conte ha ricordato anche questo, disegnando il portoghese come un bullo falso: “Mi ricordo quando offese Ranieri per il suo inglese. Poi quando fu esonerato, indossò la sua maglia. È un falso”. E prima ancora c’erano stati Benitez e Wenger. Sennò non si diverte, Mou. E Conte, probabilmente, è caduto anche lui nella rete. Però, diciamolo, senza questi due la Premier League sarebbe veramente noiosa.

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A volte basta il nome per dire quello che sei, o che sarai. Pensate ad Harry, 24enne di Chingford -quartiere “bene” nell’area est di Londra- che di cognome fa Kane: Harry Kane, appunto, assonanza clamorosa con “Hurricane”, che in inglese coincide con uragano. Una forza della natura, che fa paura e affascina al tempo stesso: quello che il numero 10 del Tottenham è stato nel 2017, anno solare nel quale nessuno ha segnato più di lui.

Con quella faccia un po’ così

Volto un po’ snob, movenze eleganti, fiuto letale. Così Kane si è impadronito del Tottenham e delle vette del calcio continentale.  L’uragano degli Spurs ha in sé tutte le doti dell’attaccante moderno: senso della posizione, resistenza fisica e spirito di squadra. La sua stella polare nel ruolo? Teddy Sheringham. Dai primi passi mossi nel Leyton Orient fino ai corsi di apprendistato da centravanti del terzo millennio con le maglie di Leicester City, Norwich e Millwall, Kane ne ha fatta di strada. Fino ai numeri pazzeschi dell’anno solare 2017: 56 gol in partite ufficiali, cifre che hanno portato “Hurricane” davanti a totem del calcio moderno come Lionel Messi e Cristiano Ronaldo: l’argentino del Barcellona e il portoghese del Real Madrid si dividevano lo scettro dal 2010. Traguardo tagliato nel Boxing Day, grazie alla tripletta rifilata al Southampton: in quello che nel Regno Unito è per eccellenza il giorno in cui ci si scambia i regali di Natale, Kane ha scartato il suo personalissimo omaggio.

Piedi da 10, fiuto da 9

La vera forza di Harry Kane è nella completezza: segna di testa, di destro, di sinistro e non solo in area. La soluzione ideale per gli ultimi 30 metri. Ad analizzare i 56 centri del 2017, infatti, non si riscontra un’autentica predominanza: logica prevalenza del piede destro (33 centri a fronte dei 17 di sinistro e dei 6 di testa), quello naturale, ma una sola certezza. Una serie avviata lo scorso 1 gennaio, con la doppietta nel 4-1 al Watford, passata per 21 centri in Premier League e 4 in FA Cup. Senza dimenticare le marcature multiple: un poker, tre triplette e due doppiette. Abitudine consolidata anche nella seconda parte del 2017, quando sono arrivati due centri singoli, 5 doppiette e due tris: nella stagione in corso, inoltre, l’attaccante ha trascinato il Tottenham con 15 reti in 16 incontri di Premier League e altri 5 nelle 6 gare del girone di Champions League.

È tempo di raccolta

Kane fa gol, non importa come. E spesso decisivi: 39 dei 123 centri inanellati con la maglia del Tottenham sono stati quelli della vittoria. Della serie, Kane è come il potere: logora chi non ce l’ha. Grazie alle due triplette nelle ultime due partite di Premier League, Kane ha superato il record di Shearer, battuto dopo oltre vent’anni (39 gol in campionato nell’anno solare contro i 36 di Alan), ma il 2018 si presenta all’orizzonte come l’anno della potenziale svolta: dai traguardi personali alle vittorie di squadra.  È un paradosso, infatti, che il capocannoniere delle ultime due edizioni di Premier League non abbia neanche una coppa nella sua bacheca. Vincere: una condizione necessaria per consacrarsi su scala intercontinentale, ma anche per alimentare la sua storia con gli Spurs, un marchio ormai cucito sulla pelle.  È inevitabile che oggi realtà come Real Madrid e Barcellona si facciano avanti. Se il Tottenham vincesse dei trofei, sarebbe più facile trattenerlo. Equazione tanto semplice sulla carta, quanto complicata per un club che da anni pratica un calcio godibile esteticamente, ma in fin dei conti poco produttivo.

Madrid calling?

Rivisitazione in salsa castigliana di una delle hit dei Clash? Tutt’altro. Per Kane si tratta di una possibile realtà.  Al Bernabeu più di qualcuno sogna Kane accanto a Cristiano Ronaldo. Lo confermano i sondaggi pubblicati dal quotidiano “Marca”: oltre 100mila adesioni, che hanno attestato come l’88% dei sostenitori dei Blancos pensano che il settore da rinforzare sia l’attacco, con il centravanti del Tottenham in vetta all’indice di gradimento (34%) davanti a Neymar (23%) e Mbappè (14%). Più indietro stelle come Lewandowski, Hazard, Icardi e Dybala.

In attesa di decifrare il futuro con la maglia di club, Harry ha nel mirino anche la Nazionale dei Tre Leoni, dove il suo score è “inferiore” alle abitudini, per quanto ottime: 23 partite, 12 centri. Dopo il brillante esordio contro la Lituania nel 2015, passata per una rete dopo 79 secondi dal suo ingresso in campo, “Hurricane” vuole dimenticare l’esperienza degli Europei di Francia, archiviata con 4 presenze, nessuna rete e una bruciante eliminazione contro l’Islanda. E qualcuno lo candida anche come prossimo capitano…

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Manchester City's Argentinian defender Nicolas Otamendi (R) celebrates scoring their second goal during the English Premier League football match between Manchester United and Manchester City at Old Trafford in Manchester, north west England, on December 10, 2017. / AFP PHOTO / Oli SCARFF / RESTRICTED TO EDITORIAL USE. No use with unauthorized audio, video, data, fixture lists, club/league logos or 'live' services. Online in-match use limited to 75 images, no video emulation. No use in betting, games or single club/league/player publications. / (Photo credit should read OLI SCARFF/AFP/Getty Images)

Boring, boring Serie A? L’adagio spesso accompagnato oltremanica negli ultimi anni al massimo campionato italiano, vinto nelle ultime sei stagioni dalla Juventus, rischia concretamente di accompagnarsi alla Premier League edizione 2017/2018. Il “mandante” sull’assassinio del campionato a due turni dal giro di boa è Pep Guardiola, gli esecutori giocano a Manchester e vestono la maglia del City.

Dica 15

Il numero 15, nella smorfia, tanto in voga in quella Napoli calcistica gradita all’allenatore catalano (chi non ricorda i complimenti smielati rivolti a Sarri e la sua truppa in tempi recenti, in particolare a cavallo dei successi su Mertens e compagni in Champions League?) indica “o’guaglione“. Appunto, il ragazzo: già, perchè i Citizens, oltre ad avere qualità, hanno dalla loro un’età media relativamente bassa, 27 anni, che passa per i 20 anni di Sanè e i 21 di Gabriel Jesus, stelline di qualità internazionale che affiancano il già elevato tasso tecnico di De Bruyne, Sterling, David Silva e Aguero. 15 sono però anche le vittorie consecutive infilate dal 26 agosto ad oggi dal team di Guardiola: non accadeva dai tempi dell’Arsenal, detentore di 14 successi di fila a cavallo tra le stagioni 2001/2002 e 2002/2003. In Premier League solo l’Everton (1-1 al City of Manchester Stadium) è riuscito a rosicchiargli punti, mentre in Europa l’unica squadra che ha avuto ragione degli inglesi è stato lo Shaktar Donetsk in quel di Kharkiv. Sconfitta indolore, con Otamendi e compagni saldamente in vetta al girone.

L’estate dei 200 milioni

Che per il Manchester City, oggi primo con 49 punti dopo 17 partite, non sarebbe stata una stagione come le altre lo si era inteso dagli investimenti in sede di calciomercato estivo: quasi 250 milioni di euro per comprare Walker, Mendy, Danilo, Ederson Moraes e Bernardo Silva. Nessuna stella, e più di qualcuno aveva storto il naso: “Ma che combina Pep?”. Ecco, cosa sta combinando. Il suo City gioca con un 4-1-4-1 in  grado di schierare almeno cinque calciatori offensivi contemporaneamente. Il terzino sinistro è Delph, di professione mediano. Un film visto con Kimmich al Bayern Monaco e con Mascherano, diventato un centrale difensivo, al Barcellona in passato. Due difensori centrali di ruolo, un mediano come Fernandinho e libero spazio alla fantasia. Così è nata la squadra nella quale segnano tutti, e tanto: Aguero (10 gol) e poi Sterling e Gabriel Jesus (9 e 8 reti).

Migliora con il tempo: Pep come il vino

La prima parte di stagione sta confermando una tendenza già denotata nelle precedenti esperienze da allenatore di Pep Guardiola: la seconda stagione è sempre meglio della prima in quanto a trofei sollevati. Così, dopo aver chiuso i suoi primi 12 mesi in Premier League con una bacheca vuota e le risate dei detrattori all’orizzonte, ora il suo City ha già 49 punti in classifica, che lo scorso anno avrebbero garantito l’ottavo posto a fine campionato. I suoi uomini vincono da più di 100 giorni e forse sono anche autori del miglior calcio europeo. Sicuramente il più efficace.

Al Barcellona Pep era diventato allenatore nel 2008, a 37 anni, scelto da Joan Laporta come allenatore della prima squadra. L’annata si chiuse con la vittoria di Coppa del Re, Liga e Champions League (ricordate la vittoria sul Chelsea nella semifinale che rese “celebre” l’arbitro Ovrebo?). Avvio sprint? E non avevate visto il resto. Secondo anno avviato con Supercoppa di Spagna e Supercoppa europea,  proseguito con il Mondiale per club e concluso con la vittoria della Liga. Una serie proseguita fino al 2012, anno dei saluti da allenatore più vincente della storia blaugrana con quattordici trofei in quattro anni.

Stesso film l’anno successivo al Bayern Monaco: cede al Borussia Dortmund in Supecoppa di Lega, ma vince la Supercoppa Europea contro il Chelsea e la Coppa del Mondo per Club, laureandosi per tre anni di fila campione di Germania. Senza però mai sollevare la Champions in Baviera. Una progressione incompleta, dal retrogusto amaro assaporato nel primo anno di Premier.

Corsa finita?

Quarantanove gol fatti e 10 subiti nelle ultime 15 gare. In Premier League i numeri del Manchester City spaventano tutti: basti pensare che negli ultimi cinque anni nessuna vincitrice del titolo ha avuto un vantaggio pari o superiore a quello detenuto oggi dai Citizens sulla seconda classificata, lo United di Mourinho. +7 per il Chelsea dello scorso anno, e risalendo alla stagione 2012/2013 si registrano il +10 del Leicester, il +8 del Chelsea, addirittura un +2 del City (2013/2014, allenava Mancini) e un +9 dello United. Gli avversari di oggi giurano di credere ancora alla vittoria finale, anche se le parole di un assertore dell’ottimismo come Mou riecheggiano nell’aria:

“Undici punti sono undici punti anche in un campionato ultracompetitivo come la Premier: è una distanza importante”

Se non è un’ammissione di inferiorità, poco ci manca: la sensazione è che l’ultimo treno per riaprire la Premier League possa arrivare già prima di Natale. Anzi, tra poche ore: in casa City arriva il Tottenham, quinto tra le squadre più odiate d’Inghilterra in sondaggi di un anno fa. Scommettiamo che in tanti tiferanno Spurs per un giorno?

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La vittoria contro il Manchester United del “nemico” Mourinho non è bastata a rasserenare il clima teso che si è creato intorno al Chelsea allenato da Antonio Conte. Anzi, la vittoria della squadra londinese contro una diretta rivale è passata quasi sottotraccia rispetto alla mancata stretta di mano tra il tecnico leccese e quello portoghese. Questa situazione è paradigmatica della situazione dell’ex Ct della nazionale azzurra, che in questo inizio di stagione è stato messo costantemente in discussione per i risultati non sempre in linea con le attese.

E proprio queste ultime forse sono il problema principale: il Chelsea lo scorso hanno ha vinto il titolo in modo netto ribaltando anche le previsioni di inizio stagione che non lo vedevano di certo favorito visto il disastroso campionato disputato due stagioni fa. Quest’anno invece la situazione è molto diversa, con le due squadre di Manchester rinforzate da un mercato faraonico: il City di Guardiola ha iniziato triturando qualsiasi avversario affrontato e sembra non potersi più fermare; lo United è molto più solido e continuo (e manca ancora Ibra). Senza dimenticare il Tottenham capace di battere in modo netto i Campioni d’Europa del Real in Champions e l’ambizioso (ma discontinuo) Liverpool di Klopp.

Vincere in questo campionato è difficilissimo, quindi dobbiamo cercare di fare il miglior lavoro possibile. Negli altri campionati ci sono delle partite in cui puoi anche rilassarti un po’, qui no”

Antonio Conte


Il carico di aspettative per questa stagione ha portato ad una situazione di nervosismo generale all’interno della società, con Abramovich scontento delle sconfitte rimediate finora e la stampa sempre pronta a mettere in discussione la posizione del tecnico (prima della vittoria con lo United qualcuno parlava di esonero in caso di sconfitta). Conte invece ha sottolineato diverse volte il fatto di avere a disposizione una rosa numericamente non sufficiente a sostenere tutte le competizioni a cui il Chelsea partecipa: gli acquisti di Zappacosta, Bakayoko, Rudiger, Drinkwater e Morata non possono bastare a rinforzare una squadra orfana di due elementi fondamentali come Matic e Diego Costa.

La gestione del bomber brasiliano/spagnolo ha contribuito in modo fondamentale a incrinare il rapporto tra Conte e Abramovich. Il fatto che uno dei protagonisti principali della scorsa stagione sia stato scaricato con un sms non è andato giù al proprietario russo, tanto che ad agosto si era parlato di Tuchel come possibile candidato a sostituire il mister leccese.

Questo continuo sentirsi in bilico infastidisce il tecnico, che dopo il titolo dello scorso anno probabilmente si aspettava maggior considerazione da parte della società e maggior fiducia. Abramovich invece si fida esclusivamente di Marina Granovskaia, suo braccio destro fin dai tempi della Sibneft (ex compagnia petrolifera russa di cui era socio, dalla cui cessione delle sue quote a Gazprom ha guadagnato 13 miliardi di dollari). Un sodalizio inscindibile, con Conte tagliato praticamente fuori dalle decisione riguardanti acquisti e cessioni di calciatori.

In estate il tecnico ha chiesto diversi calciatori, in primis Alex Sandro e Lukaku, che alla fine non sono arrivati. I nuovi, tra problemi fisici e di adattamento (escluso Morata, che finora si è dimostrato all’altezza, anche se gli 80 milioni spesi per lui non sono proprio pochi) non hanno inciso più di tanto, e con alcuni dei “senatori” i rapporti non sembrano essere più così buoni.

Oltre ai 3 gol subiti a Roma nella partita di Stamford Bridge contro i giallorossi c’è stata la polemica sollevata da David Luiz. Il difensore ha reagito molto male alla sostituzione e, dopo la prestazione negativa dell’Olimpico, è stato escluso dalla partita con lo United. Questo è solo l’ultimo episodio che ha coinvolto l’ex Ct della nazionale e uno dei suoi giocatori: dopo la partita con la Roma anche Gary Cahill e Cesc Fabregas hanno avuto un confronto con Conte, ma non sono stati puniti come David Luiz. Per molti sulla decisione hanno pesato anche i buoni rapporti tra Diego Costa e Luiz, con quest’ultimo che ha sempre sostenuto l’attaccante.

La situazione attuale di Conte non è per nulla semplice, ma il campionato per il Chelsea è ancora aperto (è a 1 punto dallo United secondo e il City potrebbe accusare un calo fisiologico, dopo la partenza a razzo) così come la qualificazione agli ottavi di Champions.

L’impressione però è che, anche di fronte a risultati positivi, a fine stagione le strade tra Conte e il club londinese si separeranno. Per un passionale come lui i rapporti con la società e i calciatori sono fondamentali e al Chelsea la situazione non è certo di suo gradimento (il corteggiamento dell’Inter, in estate, lo aveva già fatto vacillare parecchio). L’Italia lo aspetta e lui sente la mancanza del suo paese. Rivederlo su una panchina di Serie A, nella prossima stagione, è un’ipotesi sempre più credibile.

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In Premier League sembra arrivato finalmente il momento della sfida tra i due allenatori più vincenti della storia del calcio contemporaneo. Josè Mourinho e Pep Guardiola, dopo un anno in cui il campionato è scomparso abbastanza velocemente dai radar di entrambi, quest’anno sembrano pronti a battagliare fino all’ultima giornata per giocarsi la vittoria del titolo inglese.

La prospettiva, in questo momento, è quella di uno scontro fino all’ultima giornata tra il City allenato dal tecnico catalano e lo United guidato dal mago portoghese. Paolo Condò, in un bellissimo libro, li ha definitii duellanti, andando a sottolineare come gli incroci tra le squadre guidate da questi due geniali interpreti del ruolo di allenatore non siano mai delle semplici partite, ma veri e propri scontri tra filosofie e personalità opposte e ugualmente vincenti. Addirittura la rivalità tra i due viene definita “materiale da film“, e paragonata a “un franchise cinematografico“, e a guardar bene queste definizioni risultano tutt’altro che esagerate.

Mourinho ha vinto ovunque col suo calcio verticale e pragmatico, e grazie al suo modo di entrare sotto pelle ai calciatori ha spremuto sempre il 110% del loro potenziale. Guardiola, grazie ad un mix tra il calcio totale olandese e il possesso palla a livelli celestiali, ha inventato il tiki taka e dato vita a quella che forse è la squadra più forte di tutti i tempi.

Due personaggi così diversi sono nati praticamente nello stesso ambiente, in quel Barcellona di cui Pep è stato bandiera in campo e che poi ha portato in cima al mondo e in cui Mou ha militato per alcuni anni da allenatore in seconda (ha cominciato come braccio destro di Bobby Robson, dopo un passato di calcio giocato praticamente inesistente). Mentre il Porto di Josè arrivava in cima all’Europa, Pep muoveva i primi passi da capo allenatore al Barcellona B, poi forse l’evento che ha generato la rivalità tra i due: la panchina blaugrana è vacante, il portoghese sembra essere l’indiziato numero uno a sostituire Rijkard. Guardiola stesso lo indica come possibile successore del tecnico olandese, ma alla fine la dirigenza sceglie di affidare proprio a lui il ruolo di capo allenatore. Una sceneggiatura quasi cinematografica, che ha continuato ad alimentarsi negli anni successivi

Quella scelta dirigenziale Mourinho in fondo non l’ha mai digerita (anche se Guardiola non c’entra direttamente) e da quel momento è un susseguirsi di duelli verbali e sul campo. Il primo incrocio è in occasione della Champions del 2010, prima nei gironi e poi in semifinale, con quella corsa liberatoria di Mou sul prato del Camp Nou che assume molti più significati di una semplice esultanza per un’impresa sportiva. I “Clasicos” spagnoli con vittorie spesso tonanti del Barça, quasi sempre ingiocabile anche per una corazzata come il Real, hanno alzato l’asticella dello scontro, fino al famoso dito nell’occhio del portoghese ai danni di Tito Vilanova (allora secondo di Guardiola, scomparso pochi anni fa a causa di un maledetto tumore) dopo l’ennesimo trofeo perso ai danni dei blaugrana (in quel caso la Supercoppa di Spagna).

Il duello è proseguito anche quando i due erano in campionati differenti, con il solito Mou ad accendere la scintilla con dichiarazioni sempre pungenti (tipo nel 2014, quando disse che “se nella vita fai una cosa che ti piace, non perdi i capelli: e Guardiola è calvo. A Pep non piace il calcio”, oppure poco dopo la vittoria della Premier del 2015, quando disse in conferenza stampa: “avrei potuto scegliere di allenare un’altra squadra, in un paese dove diventare campioni è più facile: invece ho scelto il campionato più difficile in Europa”. Riferimento neanche tanto velato alle vittorie di Guardiola al Bayern).

L’anno scorso, quando si sono ritrovati a Manchester, tutti pensavano che la Premier dovesse da subito diventare una questione tra loro due. Alla fine invece United e City sono arrivati molto dietro il Chelsea di Conte. Ma il ritorno in vetta era solo questione di tempo, viste anche le disponibilità finanziarie praticamente illimitate dei due club.

Lo United, che comunque a portato a casa il “triplete” minore (Europa League, Community Shield e Supercoppa inglese) ha raddrizzato la mira sul mercato e, complice l’infortunio di Ibrahimovic (che a 36 anni non può più essere l’unico in grado di risolvere le partite) ha scelto di puntare sul devastante Lukaku e sulla solidità di Matic, due giocatori che hanno migliorato in modo esponenziale le prestazioni della squadra. Guardiola ha rifatto la difesa acquistando Mendy, Walker e Danilo, oltre al promettente portiere Ederson, ha preso il talentuoso Bernardo Silva e ha lanciato definitivamente il fenomenale Gabriel Jesus in avanti. Centinaia di milioni spesi, ma se i risultati seguiranno quelli di questi primi mesi di stagione non saranno stati soldi buttati.

Ex aequo in vetta in Premier League dopo la quinta giornata, entrambe con 13 punti, 16 gol fatti e 2 subiti. Un andamento quasi a specchio, anche se come al solito il modo di ottenere i risultati è molto diverso. Ultimamente gli animi tra Mou e Guardiola sembrano essersi placati, ma se le premesse sono queste il duello (anche verbale) sembra destinato a riaccendersi molto presto.

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Questa volta non potrà certo avere alibi. Frank de Boer è stato esonerato da manager del Crystal Palace dopo il peggior inizio nella storia della Premier League: zero punti in quattro giornate senza nemmeno fare un gol, cosa mai successa dalla riforma del campionato inglese nel 1992 e avvenuta l’ultima volta in Inghilterra addirittura nella stagione 1924-1925 col Preston. Il tecnico olandese sembra entrato da un anno e mezzo in un vortice negativo: prima l’Eredivisie persa all’ultima giornata con l’Ajax pareggiando in casa della penultima in classifica, poi la breve esperienza all’Inter e ora questo.

Frank de Boer Crystal Palace

LE PREMESSE ERANO ALTRE

Lo scorso 26 giugno il presidente del Crystal Palace, Steve Parish, ha annunciato de Boer come nuovo manager al posto di Sam Allardyce, che ha deciso di ritirarsi. All’Inter i cattivi risultati sono stati certamente dovuti al fatto che è arrivato a meno di due settimane dall’inizio della Serie A, senza conoscere il calcio italiano e senza aver fatto lui la squadra, reduce da una preparazione imbarazzante con Roberto Mancini.

Il fatto di partire da zero in Inghilterra sembrava potesse essergli utile per risolvere i problemi di adattamento, ma invece è stato pure peggio: 0-3 all’esordio contro il debuttante Huddersfield, 1-0 in casa del Liverpool, 0-2 con lo Swansea e domenica scorsa l’ultimo KO, 1-0 sul campo del Burnley. Sconfitta quest’ultima molto sfortunata, con un gol regalato al 3′ (retropassaggio di Lee da centrocampo che manda in porta Chris Wood) e due salvataggi sulla linea su Scott Dann che al 90′ si divora il pari di testa. Su cinque partite ufficiali ne ha vinta una, 2-1 contro l’Ipswich Town in Carabao Cup (la coppa di lega) il 22 agosto, e perse quattro: magari potrà essere stato un esonero affrettato, ma di certo non si può definire immotivato visti i risultati disastrosi.

Roy Hodgson Crystal Palace

ESONERI DA PRIMATO

Frank de Boer è durato appena settantasette giorni, ossia otto in meno rispetto a quanto era stato in carica all’Inter, e non è certo una cosa di cui andare fieri. È diventato il primo manager permanente in venticinque anni di storia della Premier League a non vedere la sua squadra segnare un gol, record difficilmente battibile, ma se non altro non ha stabilito la permanenza più breve, che rimane di Les Reed al Charlton nel 2006-2007 (quarantuno giorni, ma almeno nelle sette giornate di campionato una partita l’aveva vinta, 1-0 al Blackburn Rovers il 5 dicembre 2006).

I trentuno giorni dall’inizio della Premier League sono un altro numero da record, ma in tutto ciò de Boer può consolarsi: Brian Clough nel 1974 fu assunto e cacciato dal Leeds United nel giro di appena quarantaquattro giorni (contestati, come raccontano il libro e il film Il maledetto United), salvo poi andare al Nottingham Forest e rimanerci diciotto anni, vincendo soprattutto un titolo e due Coppe Campioni.

Brian Clough Leeds United

In attesa che l’olandese si rifaccia una carriera e cancelli la macchia dell’ultimo anno e mezzo il Crystal Palace punta su un’altra vecchia conoscenza di casa Inter, Roy Hodgson. Il tecnico settantenne non allena da giugno 2016, quando si è dimesso dopo la sconfitta dell’Inghilterra agli Europei contro l’Islanda: esordirà sabato a Selhurst Park contro il Southampton per poi sfidare di nuovo l’Huddersfield (“rivincita” della prima giornata, ma per la coppa di lega) e in campionato Manchester City, Manchester United e Chelsea. Auguri.