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Palermo

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In una eventuale classifica dei giocatori più eleganti e belli da vedere della Serie A, Josip Ilicic sarebbe uno dei primi classificati senza nemmeno starne troppo a discutere.  Eppure è alto quasi un metro e novanta e, guardandolo al di fuori da un campo di calcio, quel corpo più simile a un giocatore di basket (sport in cui buona parte degli sloveni giocano fin da piccoli, come dichiarato anche dallo stesso Ilicic, e che ha messo il piccolo stato dell’est Europa sulla mappa dei principali serbatoi mondiali di talento cestistico, visto anche l’ultimo Europeo dominato) non trasmette certo l’impressione di essere elegante. Poi però c’è il campo, la partita, e Ilicic su un prato verde e con un pallone tra i piedi si muove con l’eleganza di un ballerino classico. Movimenti felpati, con i quali salta gli avversari senza nemmeno dover correre più di tanto, tocchi di fino alternati a tiri di potenza, sempre e solo col piede sinistro. Un piede che è davvero capace di inventare calcio.

Considerando solo i mesi di novembre e dicembre non è un’eresia affermare che il giocatore dell’Atalanta sia,  il fantasista/esterno più incisivo di tutta la Serie A, visti anche gli acciacchi fisici di Insigne, il momento no di Dybala e le prestazioni un po’ sotto tono di Suso. Ilicic ha messo a segno 4 gol e servito un assist nelle ultime 3 partite giocate, numeri che per l’Atalanta sono oro colato. Si, perché quando lo sloveno segna o serve un assist ai compagni la squadra nerazzurra, quest’anno, non ha mai perso una partita (considerando sia il campionato che l’Europa League).

Ilicic i numeri da campione li ha sempre avuti, già da quando arrivò da sconosciuto giocatore del Maribor a Palermo (dopo una prestazione in Europa League la dirigenza rosanero si innamorò di lui). Quel che gli è sempre mancato è la continuità di rendimento. Mesi interi passati a vagare per il campo, poi da un momento all’altro era capace di accendersi e risolvere una partita con una giocata delle sue. Ilicic è uno che per rendere al meglio deve sentirsi importante, e soprattutto deve divertirsi in ciò che fa. Nella scelta di andare all’Atalanta ha pesato molto quest’aspetto, come dichiarato dallo stesso calciatore sloveno (“L’anno scorso ho visto come giocava l’Atalanta e sono rimasto impressionato. I giocatori sembravano che si divertissero parecchio. E io non so giocare a calcio senza divertirmi”). 

Gli orobici, dopo le tante cessioni estive e con uno Spinazzola rimasto inizialmente contro voglia (che in estate aveva manifestato il suo desiderio di ritornare alla Juve), si è ritrovata con diversi buchi tra centrocampo e fasce. Conti, al suo meglio, è uno dei migliori esterni di spinta della Serie A, come lo stesso Spinazzola, e gli inserimenti di Kessie creavano sempre problemi alle difese avversarie. In una situazione del genere ci voleva una mossa anche un po’ azzardata per non perdere qualità in fase offensiva, e proprio quando sembrava già pronto per vestire la maglia della Samp, Percassi e Gasperini hanno convinto Ilicic a scegliere l’Atalanta, prospettandogli un ruolo importante dopo un anno di (pochi) alti e (molti) bassi a Firenze.

Dopo pochi mesi i fatti hanno dato ragione ai nerazzurri: lo sloveno, schierato da trequartista o largo sulla fascia destra, sta trovando una continuità di gioco forse mai avuta, con colpi di bellezza assoluta come l’assist servito a Freuler nel 3-1 contro l’Apollon Limassol in Europa League.

Vedere giocare Ilicic, in questo periodo, riconcilia con il gioco del calcio, e gli applausi ricevuti dai tifosi atalantini sono solo la prova che dimostra il livello raggiunto dallo sloveno. Quando le sue lunghe leve nascondono il pallone agli avversari, quando serve il pallone sul piede di un compagno o calcia con violenza verso la porta, quando duetta col Papu Gomez o scambia il pallone con i compagni creando corridoi di gioco (che Cristante sta sfruttando alla grande) gli applausi sono l’unica reazione possibile. Qualche volta poi si mette in proprio, tirando fuori gol capolavoro come quello segnato al Crotone.

A 29 anni Josip Ilicic forse ha trovato il posto giusto in cui poter diventare quel giocatore che ha fatto intravedere nel corso della sua carriera. Fisicamente tirato a lucido come non mai, investito della responsabilità di guida (insieme agli altri calciatori di maggior esperienza) di un gruppo giovane, nell’ultimo periodo sta forse compiendo la sua evoluzione definitiva. Gasperini lo ha avvicinato alla porta, quasi da seconda punta alle spalle di Petagna, e lui lo ha ripagato con 3 gol da attaccante vero contro Genoa, Torino e Lazio (di taglio sul primo palo, con un movimento in profondità al limite del fuorigioco e con un tiro a volo in area dopo uno scatto tra i centrali avversari).

L’impressione, visti questi primi mesi, è che l’Ilicic show quest’anno sia appena iniziato e che ci riserverà molte altre cose interessanti da qui a fine stagione.

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Non si tratta di basket, nonostante ormai tutti parlino di A2. Parliamo di calcio. Ed esattamente, si parla della seconda serie italiana, meglio nota come Serie B. Sempre un po’ snobbata, sottovalutata e non considerata all’altezza dei grandi palcoscenici che offre la Serie A. Negli ultimi anni il trend si è quasi invertito: la Serie B accoglie un bacino di tifosi in molte piazze più ampio di quello della Serie A. Bari, Salerno, Avellino e Cesena sono le piazze più calde che, ormai da anni, militano stabilmente in Serie B: una media costante di 10.000 tifosi ogni match e tanti sostenitori sempre presenti in trasferta. Piazze che, se si considerassero soltanto le presenze sugli spalti, non meriterebbero la Serie B.

Curva del Bari

Quest’anno chiamarla semplicemente Serie B o seconda divisione italiana, è veramente difficile. Un campionato che trasuda di storia, piazze prestigiose e curve che sono pronte a riempirsi ogni weekend. La Serie B 2017-2018 accoglierà 20 squadre che nella loro storia hanno disputato anche la Serie A, con soltanto Virtus Entella e Cittadella che non hanno mai partecipato ad un campionato di massima serie.

Le matricole terribili

La Serie C ha consegnato alla cadetteria quattro piazze calde, ambiziose e storiche: Parma, Foggia, Venezia e Cremonese. Quattro squadre che vengono da promozioni esaltanti e vantano alle spalle società che tenteranno la scalata verso la Serie A. Il Parma di D’Aversa ha già messo a segno i primi colpi di mercato portando in Emilia giocatori del calibro di Siligardi, Dezi, Di Gaudio e Gagliolo, per citarne qualcuno, e il duo Faggiano-D’Aversa ha nel mirino il triplo salto, dalla D alla A in tre anni.

Sogno che cova anche la deliziosa Venezia con SuperPippo Inzaghi alla guida dei veneti, che tornano in B dopo 11 anni: in silenzio, e dietro le quinte, lavora Giorgio Perinetti, specializzato in promozioni. C’è il Foggia poi, che dopo 19 anni con Giovanni Stroppa torna a calcare campi di B ed ora sogna ad occhi aperti, perché la storia recente ha lasciato una convinzione: le neo-promosse in Serie B sono le più temibili, rodate e con una marcia in più degli altri.

Dulcis in fundo, c’è la Cremonese: la squadra di Attilio Tesser lo scorso anno ha compiuto un’impresa incredibile riuscendo a riprendere in classifica l’Alessandria, che sembrava promossa in B da mesi. I grigiorossi hanno messo a segno qualche colpo che in Serie B può fare la differenza ma i lombardi partono a fari spenti, con l’obiettivo di lasciare tutti a bocca aperta.

Curva del Foggia
Nel segno della Z: Zeman e Zamparini (ri)vogliono la A

Ci ha pensato anche la Serie A a rendere il campionato di B più affascinante, costringendo alla retrocessione Palermo, Pescara ed Empoli. Il Palermo, nonostante la permanenza di Zamparini, si candida prepotentemente per la pronta risalita in A. In panchina c’è Tedino, ex allenatore del Pordenone, all’esordio in B ma esponente di idee tattiche affascinanti ed innovative: il suo Pordenone ha sfiorato la promozione in cadetteria.

Non può passare inosservato il boemo, Zdenek Zeman alla guida del Pescara. Gli abruzzesi dallo scorso anno hanno cominciato a costruire una squadra che rispecchi a pieno le ormai note idee zemaniane. La prima giornata offre già un incrocio nostalgico: proprio il boemo contro il suo Foggia, una delle tante sfide che la Serie B settimana dopo settimana sarà pronta a sfornare.

L’Empoli è, tra le tre retrocesse, la squadra che parte a fari spenti. Un giovane allenatore, Vivarini, ed un ambiente distrutto da una retrocessione inaspettata. Toccherà al mister, attraverso il suo calcio propositivo, rilanciare le ambizioni biancoazzurre.

Zdenek Zeman, allenatore del Pescara
Benvenuti in B, campioni!

Sarà una Serie B anche da campioni del mondo. All’esordio sia Fabio Grosso, alla guida del Bari, che Filippo Inzaghi, con il suo Venezia. L’ex terzino della nazionale rappresenta una vera e propria scommessa del direttore sportivo Sogliano che ha scelto un profilo giovane per riscattare la stagione deludente dello scorso anno. Prima esperienza tra i professionisti per l’ex tecnico della Primavera della Juventus, che sta provando ad imprimere il suo ‘credo‘ ai biancorossi: fraseggio veloce, ricerca del possesso palla e squadra corta.

Inzaghi e Grosso con la maglia della nazionale
Tra sorprese e certezze

Da un lato il Carpi di Antonio Calabro e dall’altro il Frosinone di Moreno Longo. Antonio Calabro per molti tifosi della B sarà sconosciuto, viene dalla Virtus Francavilla ed è nato a Galatina, provincia di Lecce. Modello? Antonio Conte, non uno qualunque. Ha condotto la Virtus Francavilla dall’Eccellenza alla Serie C, qualificandosi l’anno scorso per i play-off di Serie C come quinto e venendo eliminato, dopo un doppio pareggio, dalla corazzata Livorno. Un calcio aggressivo, intenso e, fino ad oggi, vincente, con il Carpi che ha deciso di puntare su di lui per il dopo-Castori. Il primo risultato, arrivato in Coppa Italia, non può che essere ben augurante: 4-0 al Livorno e, dopo aver dominato dall’Eccellenza alla Serie C, arriva il banco di prova della Serie B. Molti parlano di lui come un predestinato, ora sarà il campo ad emettere l’ultima sentenza.

Antonio Calabro, nuovo allenatore del Carpi

La certezza non può che essere il Frosinone, squadra che l’anno scorso ha sfiorato la promozione in A, e che vanta una società ricca ed ambiziosa, guidata dal presidente Stirpe. La scelta di Moreno Longo, ex allenatore della Pro Vercelli, segna l’inizio di  un nuovo progetto, che riparte, però, da solide basi: Ciofani, Dionisi, Maiello, Krajnc e Soddimo. Confermata, quasi in toto, la squadra che l’anno scorso per lunghi tratti ha dominato il campionato di Serie B.

Non ci resta che attendere, i presupposti sono ottimi ed i tifosi attendono con trepidante attesa la prima giornata che, probabilmente, rimarrà nella storia. Calore, passione e storia. Ed è solo la seconda divisione italiana. Anzi, forse è meglio non chiamarla così. Siete ancora in tempo: salite sulla giostra!

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A Palermo, si sa, l’estate non è mai una passeggiata. Soprattutto non è una passeggiata fresca, vista la temperatura media di almeno 30 gradi. Questa stagione estiva, però, non sarà mai rovente quanto il vento che tira dalle parti del centro sportivo del Palermo calcio, dove è in atto una vera e propria bufera. La squadra, infatti, è rimasta senza presidente, dopo le dimissioni di Baccaglini e del consiglio di maggioranza (“L’U.S. Città di Palermo comunica che ieri, giorno 3/7/17, la maggioranza del CDA ha rassegnato le dimissioni. Pertanto l’intero consiglio ed il presidente sono decaduti dalle loro cariche. Dopo 10 giorni dal 3/7/17 verrà nominato il nuovo consiglio e designate le cariche di presidente e consiglieri delegati. La gestione provvisoria attuale è affidata all’attuale consigliere delegato”), e la patata bollente è passata nuovamente nelle mani di Zamparini.

baccaglini

La situazione è ancora poco chiara e probabilmente rimarrà tale vista l’impossibilità di pubblicare le cifre reali dell’offerta di Baccaglini per rilevare la società. Ovviamente entrambe le fazioni tirano acqua al proprio mulino e nel calderone si mischia di tutto e di più.

Baccaglini assicura di aver presentato una proposta importante, con tutte le premesse per un progetto vincente: “Ho chiamato a raccolta quelli che reputo tra i migliori professionisti per strutturare un progetto che potesse essere sostenibile e di crescita per il futuro della società. Ho sempre parlato dell’opportunità di acquistare il Palermo come un investimento e come tale deve quadrare anche a livello numerico. Il risultato di questo intenso lavoro è un’offerta che a nostro giudizio poteva soddisfare tutte le parti interessate con le doverose garanzie di pagamento, tenendo chiaramente gli interessi della squadra al primo posto, com’è giusto che sia”.  

zamparini

Di contro, Zamparini rilancia capovolgendo il quadro delineato dall’ex inviato de Le Iene: “Non ha mantenuto i patti, ora si dimetta. Ho ricevuto un’offerta ridicola”, ha detto il proprietario del Palermo.

Tra i due litiganti, purtroppo non gode nessuno. Anzi. La città soffre, costretta a un’inerzia su cui non ha alcun potere.

Avete giocato abbastanza con il nostro cuore, lo avete preso a calci, calpestato e ferito, non volevamo crederci che sareste arrivati a tanto! Avete oltrepassato i limiti!

 

Questo il messaggio della Curva Nord indirizzato ai protagonisti della vicenda.

curva palermo

Senza closing e con la retrocessione appena incassata, per i tifosi rosanero si prospetta non solo un’estate di fuoco ma un’intera stagione di passione.

In attesa di nuovi possibili acquirenti, comunque, sarà Zamparini a gestire la società.

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Il nuovo Palermo di Paul Baccaglini è vicino alla retrocessione in serie B, ma lui – che ha ereditato la barca alla deriva da Maurizio Zamparini – parla di Champions League. O meglio, è stato proprio l’ex presidente – padrone, all’atto della cessione della Società rosanero, ad accennare a ciò che hanno in mente i nuovi padroni del vapore.

Diciamo la verità: subito dopo aver preso in mano il Palermo, Baccaglini si è lasciato andare a una fortissima esposizione mediatica. Un’intervista di qua, un sorriso di là. E alla presenza allo stadio ‘Barbera’ insieme alla bellissima moglie nel match perso 3-0 contro la Roma. Chi è Paul Baccaglini? La sua pagina Wikipedia è stata cancellata, non si sa chi ci sia dietro a livello finanziario. Ma lui rassicura: “I soldi ci sono, tranquilli”.

Baccaglini con la fidanzata

Baccaglini gestisce un fondo, quale non si sa. Sarà quello con cui finanzierà l’acquisto del 100% del Palermo. È italo-americano, ha 33 anni, è nato negli Stati Uniti da papà americano e mamma italiana, ma da ragazzo si è trasferito nel nostro Paese per terminare gli studi. Bell’uomo, capacità notevole di arringare le folle, fascino: è così che si è fatto strada. Ma non nel mondo economico, bensì in quelli della comunicazione e del gossip. I più informati lo conoscono come inviato delle ‘Iene’ su Italia Uno, ma prima ancora si era dedicato a Rtl 102,5. Infine, una collaborazione con Pif e ‘Il Testimone’, che è andato in onda su Mtv.

Ha messo piede pure in politica, Baccaglini, creando il Partito del Limone. O meglio, c’è solo il sito, che contiene alcune foto del fondatore, nudo, in mezzo ai limoni, con il motto: “Limonare, limonare”. A questo punto, però, un po’ stanco di ‘apparire’, decide anche di ‘fare’, dedicandosi alla finanza. Ciò non toglie che proprio dal mondo dello spettacolo arrivi la sua attuale moglie, l’ex velina brasiliana ed ex fidanzata di Teo Mammuccari, Thais Souza Wiggers. Stimolato da questa bella donna, il nostro costituisce due fondi commerciali.

Con l’aiuto di due soci, crea il fondo d’investimento ‘Integritas Capital’. Il fondo si occupa di proporre ai clienti una serie di investimenti, con diversi tassi di rischio. Come si interseca dunque la vita di Paul Baccaglini con quella del Palermo Calcio? Lo scorso autunno, l’italo-americano conosce Maurizio Zamparini, proprio mentre si discuteva della possibile cessione a Frank Cascio. Uno specchietto per le allodole? No, non proprio. Ma con Cascio non si approda a nulla e intanto il Zampa lavora sottotraccia per il futuro rosanero, seduto al tavolo proprio con Baccaglini. Fino alla conferenza stampa dell’annuncio ufficiale.

zamparini

Misteriose pure le cifre dell’accordo: forse una somma tra i 50 e i 70 milioni e un progetto da 130 milioni per il nuovo stadio, con annesso centro sportivo. Moderno. Zamparini garantisce che il gruppo di Baccaglini ha davvero i soldi per questi progetti. Non solo, pure per riportare il Palermo in Champions League. Entro il prossimo 30 aprile bisognerà mettere nero su bianco il passaggio di proprietà. E ne sapremo per forza di più.

In Europa, l’unica società a chiamarsi ‘Integritas Capital’ è a Londra, ma il capitale sociale è di appena mille sterline. La società americana, con lo stesso nome, ha già fatto sapere di non avere niente a che vedere con Paul. Si sa molto di più sulla vita privata di Baccaglini: cestista da ragazzo, disc jockey e vocalist, traduttore di canzoni in radio. Si sente padovano doc, perché lì è cresciuto. La pelle non ha uno spazio libero, tatuaggi da tutte le parti. Tra una Madonna e i limoni. Da giovane pare odiasse il calcio: “A stento sapeva come fosse fatta una palla di calcio. Poi, magari, ha sviluppato una certa passione”.

Una vita piena di ‘magari’, ‘forse’, ‘non saprei’. Con Zamparini che ammonisce: la vita delle persone non si cerca sul web. Sua sorella Anna si è laureata con 110 e lode alla ‘Normale’ di Pisa. Da un paio di anni, il fratello Paul è board member e financial secretary di ‘Foundation International’, fondazione con base in America che investe in progetti umanitari a livello mondiale.

Palermo Pescara 1-1

Sarò un presidente presente, ma non invadente. Voglio entusiasmare la gente, parlare con loro e cercare canali alternativi per comunicare. Se ho i soldi? Ce li ho, è tranquillo Zamparini, sono tranquilli gli altri, potete stare tranquilli anche voi. Anche chi mi ha criticato, si ricrederà”.

Anche se la B è dietro l’angolo, pure per quest’anno Baccaglini non getta la spugna: “Io vedo tanti segnali incoraggianti e l’entusiasmo del pubblico che piano piano continua a ritornare”. Perché proprio Palermo e il Palermo? “Ogni dubbio che potevo avere è sparito dopo una settimana. La gente di Palermo è strepitosa: tutti danno tanto, ma nessuno chiede nulla in cambio. I tifosi vogliono solo divertirsi allo stadio. Poi chiaramente abbiamo dei progetti di marketing che renderanno il Palermo Calcio un brand importante. Investire qui vale la pena”.

Si era già favoleggiato di un Claudio Ranieri prossimo allenatore del Palermo, anche in B, ma Baccaglini ha smentito. Chissà quanti nomi importanti verranno associati a questa Società se davvero l’italo-americano venuto dal nulla manterrà le promesse. “L’avventura palermitana costituisce la possibilità di valorizzare una città straordinaria, la quinta in Italia e punto di riferimento per il Meridione. Siamo finiti sul ‘Washington Post‘, il nostro può essere un percorso con un impatto nazionale e internazionale. Se avessi preso il Chelsea avrei speso molto di più per poi rivenderla successivamente con un margine risicato. Con il Palermo, invece, si può fare qualcosa di molto diverso. Sono sostenuto dall’alta finanza, in particolare da una clientela che ha come punti di riferimento privacy e confidenzialità. A queste persone ho chiesto una serie di fondi per questa operazione che coinvolge l’intero gruppo Zamparini. Il Palermo è la punta di diamante, ma c’è molto di più”.

Baccaglini

Ci sono un piano A – in caso di salvezza – e un piano B. “Dobbiamo crescere anno dopo anno”. L’obiettivo è anche far crescere il settore giovanile. “Zamparini è stato per 30 anni un faro nel calcio professionistico, ignorare i suoi consigli sarebbe un errore”. Ma poi lui fa di testa sua: ha promesso che, in caso di salvezza, mangerà 20 panini alla milza. Sperando che i tifosi del Palermo, invece, non si debbano mangiare il fegato. Alla fine.

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E dai tira, tira, tira  cosa aspetti a finirmi?
Vedo il pallone calciato che arriva come una locomotiva
e sono solo nel cielo mentre volo incontro al tiro e voi trattenete il respiro.
Solo quando c’è il rigore vi ricordate di me, lo so. Del vostro portiere, chissà se parerò

Questi splendidi versi di Stefano Benni descrivono la solitudine e le incertezze di chi è messo a guardia di una porta di 7 metri e 32 centimetri, ultimo baluardo della difesa, che meno di tutti può permettersi di sbagliare. Gli sbagli di un difensore o di un attaccante, a meno che non siano clamorosi, si dimenticano in fretta, quelli di un portiere no, neanche quelli minimi, neanche se prima o dopo pari qualsiasi cosa passi dalle tue parti. Se poi il tuo Presidente, da pochi giorni ex (uno che in squadra ha avuto gente come Sorrentino e Sirigu) afferma con sicurezza che sei il miglior numero uno avuto durante i tre lustri in cui è a capo della società, nonostante tu abbia 20 anni e nemmeno una stagione di Serie A alle spalle, allora ogni errore peserà il doppio.

Essere Josip Posavec, in questi mesi, non deve essere la cosa più semplice del mondo. Il giovane portiere croato sta vivendo da titolare la peggiore annata del Palermo da quando è tornato in A e commettendo errori decisivi, con quell’etichetta che le parole di Zamparini gli hanno cucito addosso sempre pronta a essere tirata fuori. Non che il ragazzo non abbia talento, anzi. Fisico e reattività sono di primo livello e le tante parate realizzate (fino a poche giornate fa era il terzo in tutta la Serie A) stanno lì a dimostrarlo, ma la differenza per un portiere spesso la fanno altre qualità: tranquillità, maturità, tempismo.

A Torino, con la sua squadra in vantaggio, Posavec ha mostrato come peggio non poteva il suo essere ancora immaturo dal punto di vista calcistico: due uscite completamente a vuoto e una nemmeno tentata su una punizione lenta battuta da Ljajic hanno permesso al sempre elettrico Belotti di realizzare la tripletta che lo ha portato in cima alla classifica marcatori.

Questi sono solo gli ultimi di una lunga serie di errori: tiri passati sotto la pancia (il gol di Callejon in Palermo-Napoli), scontri con compagni che hanno favorito gli avversari (con Aleesami in Palermo-Milan), punizioni parabili lasciate entrare (quella di Parades in Roma-Palermo). La partita emblema della stagione di Posavec però è quella contro il Napoli al San Paolo: almeno 6 parate miracolose, ma un errore inspiegabile su un tiro debole e centrale di Mertens non bloccato, che gli passa tra le gambe. Il suo volto mentre osserva la palla rotolare in rete dice tutto.

Quelli come Donnarumma, pronti a 16 anni a giocare titolari in Serie A, nascono una volta ogni 10-15 anni. Per una squadra che vuole lottare per la salvezza lanciare allo sbaraglio un ragazzo di 20 anni, caricato di aspettative e nel bel mezzo della sua maturazione umana e calcistica, è stato un vero azzardo. In molti a Palermo pensano che con un guardapali più affidabile la squadra avrebbe potuto giocarsi meglio le proprie carte al tavolo di una lotta per la permanenza nel massimo campionato mai così povera di contenuti, e probabilmente hanno ragione.

Basti pensare alla differenza con chi lo ha preceduto in rosanero: il già nominato Stefano Sorrentino, portiere di rara continuità che milita in Serie A da tanti anni, l’anno scorso è stato uno dei principali motivi della salvezza miracolosa del Palermo e quest’anno è tra i protagonisti dell’ottima stagione del Chievo di Maran. Anche tra i portieri di Serie B si possono trovare elementi probabilmente più pronti di Posavec. Leandro Chichizola dello Spezia ad esempio da anni è uno dei portieri più continui del campionato cadetto e meriterebbe un’occasione in A. Alessio Cragno, un ’94 che come il croato è stato mandato in campo dal Cagliari in Serie A a 20 anni, quest’anno sta dimostrando tutto il suo valore a Benevento (dove è in prestito), tanto da attirare le attenzioni di grandi club.

Cragno

Alessio Cragno, protagonista in B con la maglia del Benevento

Una maturazione avvenuta dopo anni di giusta gavetta, dopo un inizio difficile, che testimonia l’importanza di un percorso di crescita per un portiere. Quello di Posavec è appena iniziato, non nel miglior modo possibile e con aspettative troppo alte rispetto al valore attuale del ragazzo croato, ma è solo il suo primo anno da titolare. Basterà non parlare di lui come del nuovo fenomeno del ruolo per un po’ e dargli il tempo di crescere con calma, magari ricominciando dalla Serie B.

 

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Se non avete avuto la possibilità di vedere gli highlights di Lazio-Chievo di sabato cercate pure su Youtube. Una partita a senso unico, dominata dalla squadra di Simone Inzaghi ma vinta dagli ospiti grazie a un gol di Inglese. Non ce ne voglia però l’ottimo attaccante di Lucera, ma se il Chievo è riuscito in qualche modo a portare a casa i 3 punti lo deve soprattutto alle parate di un fenomeno di 37 anni di nome Stefano Sorrentino. Colpi di testa, tiri da fuori e dentro l’area di rigore, nulla è riuscito a scalfire l’inviolabilità della porta del numero uno gialloblu.

Il pallone sembrava quasi legato a un elastico: ogni qual volta uno tra Parolo, Felipe Anderson e Milinkovic-Savic ha provato a indirizzarlo verso la porta avversaria lo ha visto tornare indietro senza troppi compimenti. Una giornata di grazia, di quelle che ogni tanto capitano a tutti i portieri? No, non in questo caso. Anzi, per Sorrentino l’anormalità (in senso positivo) delle prestazioni è quasi diventata una regola. Anche a Milano contro l’Inter, qualche giornata fa, ha respinto l’impossibile e solo negli ultimi minuti è crollato sotto i colpi dell’attacco nerazzurro.

A Palermo, nella disastrata annata 2015/2016, le sue parate sono state decisive per arrivare a una salvezza che sembrava quasi impossibile vista la situazione societaria e gli allenatori defenestrati continuamente da Zamparini. Le medie voto parlano per lui: 6.48 nelle 35 partite giocate nella stagione scorsa, 6.44 (e ancora nessuna insufficienza) nella stagione attuale. Nonostante i 38 anni da compiere a fine marzo non ha perso un briciolo della reattività, del senso della posizione e della carica che mette in campo (quella che esplode quando lo si vede esultare dopo una parata decisiva), che forse è il segreto che gli permette di tenere alta la concentrazione per tutti i 90 minuti.

sorrentino perisic

Sono anni che ormai va così, ma nessuno sembra farci caso più di tanto. Si è dato quasi per scontato il fatto che il portiere nativo di Cava dei Tirreni dovesse essere quasi infallibile e che, nonostante tutto, non potesse essere adatto a giocare in una squadra in lotta per qualcosa in più della salvezza o di un posto a centro classifica. O che non potesse essere un ottimo rincalzo di Buffon in Nazionale, visto che dietro l’immortale Gigi in questi anni non si sono visti grossi fenomeni (a parte Donnarumma, che però è diventato quello che è da poco più di un anno). Una specie di maledizione che lo ha visto relegato nel girone dei portieri di provincia, in lotta ogni anno per guadagnarsi un altro anno nella massima categoria, senza possibilità di un salto di qualità o di un’affermazione a livelli superiori. Ma come è possibile che nessuno abbia voluto puntare su Sorrentino? C’è qualcosa che va oltre l’aspetto sportivo che non gli ha permesso di arrivare in alto?

sorrentino

Forse quella voglia di sentirsi sempre protagonista e mai gregario, a differenza di altri colleghi bravi che hanno accettato la panchina di una grande pur di far parte di una squadra top. Sorrentino non è uno che si è accontentato o si accontenta di partecipare, ha la competizione nel sangue e vuole essere il numero uno della sua squadra, l’ultimo baluardo. “Non faccio la chioccia a nessuno. Ma non perchè mi sento più forte, ma perché caratterialmente sono un competitivo ed il fatto di allenarmi tutti i giorni è una sfida quotidiana, per dimostrare che tutte le domeniche devo essere presente e soprattutto protagonista. Non ho mai fatto questione di soldi o di categorie”, ha affermato in un’intervista dello scorso anno. Un carattere poco incline al compromesso, difficile da addomesticare. Sorrentino è un portiere istintivo e spettacolare in campo e un leader capace di essere anche pungente nelle dichiarazioni rilasciate. Forse troppo per essere parte di un top team, perché in certe piazze la forma conta quanto la sostanza.

sorrentino huelva

Qualche soddisfazione professionale, come quella di essere il primo portiere italiano della storia del Recreativo Huelva (la squadra più antica di Spagna) o di giocare in Europa con l‘Aek Atene, l’attuale portiere del Chievo se l’è tolta. Con un po’ più di lungimiranza da parte di qualche dirigente e un carattere diverso forse ora staremmo parlando di una carriera di altro livello, di qualche riconoscimento personale.

Ma a lui forse i titoli e la carriera che poteva avere non interessano neanche così tanto: basta giocare in un ambiente che ne riconosca le qualità, sentirsi protagonista, essere in tutto e per tutto Stefano Sorrentino, senza troppi compromessi.

sorrentino