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Neymar

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Neymar PSG

Prima Leonardo Bonucci, poi Neymar. Se il primo trasferimento ha fatto rumore prevalentemente in Italia, il secondo è diventato un fenomeno planetario. Per le cifre, 222 milioni di euro (la clausola di rescissione posta dal Barcellona sul gioiellino sudamericano) e perché Neymar non è solo un giocatore, ma un vero e proprio brand.

Bonucci e Neymar, uno difensore e l’altro attaccante, non avrebbero nulla in comune. Apparentemente. In realtà, oltre che essere sulle prime pagine dei giornali in questa rovente estate 2017, hanno deciso entrambi di fare un passo indietro. Il primo ha lasciato la Juventus dopo sei scudetti, due finali di Champions perse, Coppe Italia e Supercoppe italiane. Per andare a giocare nel Milan che, invece, è ripartito dai preliminari di Europa League. Lo ha fatto per gli attriti con Massimiliano Allegri, forse per i soldi. Di certo, ha deciso di rimettersi in gioco. Ha detto che alla Juve non si sentiva più importante, se non a fasi alterne, in rossonero sarà il leader della difesa. E non solo. L’uomo che dovrà restituire un’anima guerriera al Diavolo.

Neymar ha lasciato il Barcellona, per molti il massimo tra i club, anzi ‘mes que un club’, per dirla alla catalana. Ha lasciato una squadra capace di vincere la Champions League, di laurearsi campione del mondo, di lottare ogni anno da pari a pari con l’altra grande di Spagna e del mondo, il Real Madrid. Ha sciolto la MSN – Messi-Suarez-Neymar – probabilmente il miglior tridente nella storia del calcio. E lo ha fatto per andare a Parigi, al Paris Saint Germain degli sceicchi. Urbi et orbi, ha spiegato di aver preso questa decisione perché ama le sfide. Effettivamente, il Psg – pur avendo speso moltissimo in questi anni – la Champions finora l’ha vista solo in fotografia. Ed è chiaro che sotto la Tour Eiffel si punti proprio a questa. Altrimenti, non avrebbe senso il trasferimento, giusto? Né l’impegno economico degli sceicchi danarosi. Che vincere la Ligue 1 non è un’impresa, di sicuro non come prevalere nella Liga spagnola. Che giocare in un campionato come quello francese non è come farlo in quello iberico. Che, in competitività, surclassa i cugini transalpini.

Neymar, come Bonucci, aumenta e di molto il suo conto in banca a Parigi. Ma a Barcellona non sarebbe stato povero, di certo. Anche lui, dunque, fa un passo indietro. Di allenanti, in Francia, troverà sì e noi 2 – 3 squadre. Contro tutte le altre, potrà concedere molto alla platea. Riempirà gli stadi già solo il nome, come ha fatto al Parco dei Principi pure senza giocare. Ma può bastargli? Dicono che il cognome Messi lo offuscasse e che volesse andarsene per essere il numero uno. Lo è, a Parigi, dove fino a un paio d’anni fa era pure Zlatan Ibrahimovic. Non per niente, entrambi hanno fatto colorare la Tour Eiffel. Pure Ibra lasciò il ‘grande calcio‘ a caccia della Champions. E scelse Paris. Ma fallì. Guidando però i rossoblù parigini a vincere tanto in patria (ma, ripetiamo, il campionato francese viene di sicuro dopo quello inglese, quello tedesco, quello spagnolo e quello italiano).

Lionel Messi, Neymar e Luis Suárez festeggiano uno dei tanti gol del Barcellona nella stagione 2015-2016.

Se vogliamo restare alla cronaca recente, la stessa cosa ha fatto Paul Pogba. Decisamente in rampa di lancio con la Juventus, reduce anche lui da una finale di Champions persa, ma con prospettive di giocarne ancora, decise di tornare all’ovile, al Manchester United. Dove ha vinto, sì, ma l’Europa League. In questo caso, però, il discorso differisce un po’ dagli altre tre. La Premier è affascinante, il Polpo è nato calcisticamente proprio in questa città. Aveva saudade, insomma.

E allora, tornando agli ultimi due, il passo del gambero c’è stato. Ma nel calcio dicono che vincere annoi. E allora si cercano nuove sfide. La stessa cosa fece Antonio Conte, lasciando la Juventus dei tre scudetti consecutivi. O José Mourinho, lasciando l’Inter orfana subito dopo lo storico ‘Triplete’.

Leonardo Bonucci e Neymar jr. sanno che dovranno pedalare, ma anche che nelle nuove squadre loro in spogliatoio avranno l’ultima parola. A Barcellona, Neymar giocava ‘in funzione di’; a Parigi, saranno gli altri a sbattersi (tutti) per lui. A Torino, Bonny sapeva che la Bbc era quasi insuperabile. Il miglior modo per farsi rimpiangere da chi forse gliene aveva dette anche troppe (vero, Max?) è non solo riportare il Milan ai vertici, ma anche guardare come i vecchi compagni e amiconi della difesa se la cavino meno bene senza di lui.

L'ultima volta di Zlatan Ibrahimović con la maglia del PSG.

Forse qualche brivido lo proveranno entrambi la prima volta che torneranno sul luogo del delitto. Allo Juventus Stadium che, però, ora si chiama Allianz Stadium e forse a Leonardo peserà un po’ meno – entrando allo stadio – vedere la nuova scritta e non quella dei tanti successi. Al Camp Nou dove tutti si inchinano per le reti di Messi e urlano ‘Messi, Messi’, ma dove agli ex considerati traditori riservano trattamenti mica da poco (chiedere a Luis Figo per chiarimenti). Ovvio, Neymar non è andato al Real Madrid, ma un po’ tutti – dal presidente al magazziniere, passando per il bambino in curva – pensano che lui abbia tradito la causa. Perché essere tifosi del Barcellona ed essere giocatori del Barça significa fare una scelta pure politica: stare dalla parte di chi vuole l’indipendenza da Madrid. Andare a Parigi, invece, significa essere ‘mercenari’, guidati dal dio denaro. Che se un giorno lo sceicco dovesse stancarsi, potrebbe pure saltare tutto il circo. E chissà se fino ad allora qualcuno quella Champions l’avrà alzata.

Bonucci, poi, al Milan rischia addirittura di prendersi la fascia da capitano. Da ultimo arrivato. Ma del resto, già Kessie gli ha dovuto cedere la maglia numero 19. Insomma, il tappetino rosso per Bonny è già stato steso da tempo. Alla Juve non era così, no, ma in curva lo striscione con il difensore che esulta dicendo a tutti di sciacquarsi la bocca prima di parlare di lui e della Juventus, non ci sarà più. E anche questo, a ben pensarci, sarà strano. Per tutti, per lui anche.

Siamo troppo romantici? Può darsi. Le bandiere non ci sono più, i calciatori scelgono, e spesso scelgono il miglior ingaggio. E chi resta a guardia di una fede piange per un po’, ma poi elegge nuovi idoli. Così come chi ti insultava fino a poche ore prima, ora ti acclama come un Messia. E in questo caso, Messi non c’entra. Lui è fedele. L’ultima bandiera. Insieme a un certo Gigi Buffon. Toh, che caso, ma non giocano proprio a Barcellona e a Torino?

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200 milioni per Neymar, 90 milioni per Thiago Alcantara, 125 milioni per Paulo Dybala, 50 milioni per Marcelo Brozovic. Signori e signori, è il calciomercato. Con prezzi di nuovo gonfiatissimi per colpa delle grandi potenze del calcio. Se per qualcuno si può dire ‘ok, il prezzo è giusto’, per altri le esagerazioni sono dietro l’angolo. Ma vedendo la cosa da un altro punto di vista, se un Brozovic viene a costare 50 milioni – con tutto il rispetto per il centrocampista dell’Inter – allora i 200 milioni di Neymar finiscono per essere addirittura pochi.

Al centro di tutto le spagnole e il Manchester United. Ma sarebbe meglio dire, il Barcellona e Josè Mourinho. I primi hanno messo su Neymar una sorta di ‘taglia’, da 200 milioni, pensando così di aver messo alla porta tutti i mal intenzionati. Chi mai arriverà a spendere tanto? Risposta semplice: lo United. Che già 12 mesi fa strappò alla Juventus Paul Pogba per 120 milioni e spiccioli. Lo ‘Special One’ ha praticamente un arsenale economico illimitato e, giustamente, non bada a spese. La clausola picchia duro? Lui è pure un duro e ci sguazza in questi intrecci di mercato.

A lanciare la bomba di mercato è il quotidiano sportivo catalano, ‘Sport’. Se Leo Messi è irraggiungibile, più che altro perché simbolo della Catalogna ormai, Neymar è il suo degno fratello, ma è anche considerato colui che proseguirà sulla rotta tracciata dall’argentino. A meno che… A meno che non arrivi chi mette sul piatto i 200 milioni che servono. E Neymar, d’altro canto, la porta l’ha già schiusa: “La Premier League è un campionato davvero affascinante”.

brozovic-inter

L’altro protagonista della storia è Marcelo Brozovic. Sempre lo United dietro a lusingare con il dio denaro. Ma, in questo caso, i 50 milioni che sarebbero pronti per far cedere l’Inter appaiono davvero troppi. La Società nerazzurra, certo, avrà sorriso e avrà anche stappato lo spumante alla notizia. Sarà vera, però? Se sì, beh, non resta che pensare che il prezzo – clausole rescissorie a parte – lo gonfiano le Società acquirenti più che quelle che vendono. Brozovic è un onesto centrocampista, che di sicuro non vale tutti questi soldi. Ma con tutti questi soldi, sei sicuro che non si scatenerà neanche l’asta e che l’affare andrà in porto. Insomma, alla porta metti la concorrenza prima ancora che possa essercene. E l’Inter mette a posto il bilancio, sistema il fair play finanziario e ti spedisce Brozovic sul primo aereo. Con tanto di fiocchetto. Destinazione Manchester. In questo caso, è il ‘Sun’ a lanciare la bombetta (che fa molto inglese, no?).

A proposito, chi ci sarebbe dietro a questa super valutazione? Sempre Mourinho, che stravede per il centrocampista croato e lo vede benissimo al fianco di Pogba. Il tecnico portoghese aveva pure in mente Ivan Perisic, ma se 50 milioni sono tanti per Brozovic, per Perisic evidentemente ne servirebbero molti di più.

Torniamo adesso un attimo a Neymar. Con la clausola rescissoria convinci il club, o meglio lo obblighi a cedere. Ma se il calciatore fa i capricci? Niente paura, c’è dietro un’offerta irrinunciabile: 25 milioni netti a stagione, il doppio di quanto l’attaccante sudamericano percepisca a Barcellona. E le paroline dolci di Mou come candeline sulla torta: “Se vieni da noi, vinci il Pallone d’oro. Se resti in Spagna, rimani l’ombra di Messi”.

mourinho

Perché l’assegno da 200 milioni venga staccato a cuore leggero, serve però che lo United vinca l’Europa League, che permetterebbe agli inglesi di partecipare alla prossima Champions League. Senza quella, oltre al danno economico per la proprietà (30 per cento di introiti in meno dalla Adidas), pure il giocatore storcerebbe il naso.

Passiamo oltre. E torniamo a vestirci da Babbo Natale: il Barcellona avrebbe pronta una mega offerta per far tornare in Spagna Thiago Alcantara. Novanta milioni sull’unghia al Bayern Monaco. Che, un po’ come l’Inter con Brozovic, impacchetterebbe il giocatore con tanto di ringraziamenti ai blaugrana. Possibile? Sì e no. Sì perché il Barça non ha certo problemi di soldi. No perché Thiago non li vale. E allora torniamo al discorso di prima: a fare il prezzo, più che le squadre venditrici, sono quelle che comprano. E se il prezzo è tanto alto, accontentano pure i tifosi. Che dicono: “Se è stato pagato così tanto, non potrà che essere un fenomeno”.

I 120 milioni di Pogba, tra pochi mesi, saranno solo uno dei tanti trasferimenti ‘monstre’, ma i record saranno altri. Già l’estate scorsa si diceva che forse lo United aveva pagato troppo il francese, figuriamoci se un Thiago Alcantara po’ valere ‘solo’ 30 milioni in meno di quello che viene considerato come il centrocampista più forte del mondo. Prossimo al Pallone d’oro.

Chiudiamo la rassegna ancora con l’Italia e il Barcellona. Pronto a fiondarsi su Paulo Dybala, da molti considerato l’erede di Leo Messi ma, in questo caso, l’uomo giusto per ricomporre il tridente con l’argentino e Suarez, dovesse partire Neymar. Siamo a 125 milioni di euro, offerta che la Juventus non potrebbe rimandare al mittente. Robert Fernandez, segretario generale del Barcellona, ha ammesso che la ‘Joya’ e Marco Verratti interessano eccome. Il secondo come erede di Xavi. Ma c’è un problema: dodici mesi fa, il Psg rimase con un pugno di mosche in mano quando provò a prendere Neymar. Ora è pronto il pan per focaccia: non si tratta con il Barcellona. Vi starete domandando se 125 milioni per Dybala sono tanti o pochi. A giudicare da quanto abbiamo scritto finora, il prezzo è giusto.

Paulo Dybala

Tanto più che per Andrea Belotti il Torino ha messo una clausola da 100 milioni di euro, valida solo per l’estero. Un attaccante che sta vivendo un anno di grazia, che segna tanto, che combatte. Ma che vale dieci milioni più di Gonzalo Higuain: siamo sicuri? No, ma le clausole servono anche a scoraggiare. A meno che poi non arrivi il ‘matto’ di turno a far saltare il banco.

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Il triennio orribile del Brasile. La figuraccia in casa, ai Mondiali nel 2014, l’uscita ai quarti di finale nella Coppa America del 2015, l’eliminazione nei gironi all’edizione del Centenario. Per gli amanti del calcio, il ‘futbol bailado’ è solo un ricordo sbiadito. Le figurine di Zico, Socrates e Falcao o, ancora prima, il divertimento assicurato con Garrincha e Pelè. Per non parlare poi di ‘Subbuteo’ che, negli anni ’80, rendeva la squadra verdeoro il sogno di ogni bambino e ragazzino.

Quel Brasile non c’è più. La generazione di talenti, anche da quelle parti dove si comincia a palleggiare in fasce sulle spiagge, non ne sforna più a ripetizione. Colpa pure della crisi economica che ha colpito il Paese sudamericano. Perché il calcio, alla fine, è strettamente legato alle condizioni di vita di un popolo. Analizziamo nel dettaglio la debacle della selezione di Carlos Dunga, ricordando però che negli Stati Uniti ci è andata una Nazionale sperimentale, senza tanti big, e che l’eliminazione è avvenuta per un colpo di mano peruviano. Non la ‘mano de Dios’, questa volta, ma la ‘mano de Adios’.

Mano de Adios

DAL SETTEBELLO AL KO

E pensare che i tifosi della Selecao si erano divertiti, qualche giorno prima, seppellendo sotto sette reti (a una) Haiti. Non certo una corazzata, d’accordo, ma grazie a quel successo a Coutinho e compagni sarebbe bastato il pari nell’ultima. Senza andare a scomodare illustri (e dolorosi) precedenti, quando ai carioca bastava una ‘X’ per diventare campioni del mondo, e invece persero contro l’Uruguay, questa volta l’eliminazione è dolorosa perché conferma che in questo momento il Brasile non è una delle migliori nazionali al mondo. E neanche a livello continentale.

La mano di Ruidiaz è stato una specie di segno dal cielo. Gli dei del calcio non amano più i brasiliani. E li mandano spesso e volentieri all’inferno. Non siete d’accordo? E allora come ha fatto Elias a mangiarsi il gol del pareggio in uno degli ultimi assalti? La Coppa America del Centenario ha sbattuto fuori ai gironi Brasile e Uruguay. Teoricamente, l’Argentina di Leo Messi dovrebbe ora passeggiare.

DUNGA E GLI ESPERIMENTI

Dunga non pensava che la Nazionale sperimentale potesse uscire già ai gironi. E, comunque, non gli passava proprio per la testa che potesse essere messo in discussione dopo questa competizione. E invece, ora tutti vogliono la sua, di testa. Non c’era Neymar, risparmiato per le Olimpiadi di casa, mancavano Thiago Silva, Marcelo, Alex Sandro, Oscar e David Luiz. Coutinho è stato il trascinatore (e verrebbe da dire: ecco perché il flop). Jonas, 32 anni, fa fatica a trovare un posto da titolare nel Benfica; Renato Augusto fa il regista ed è ottavo in classifica con il suo Pechino Gouan. Questo il Brasile che si è presentato negli States, magari snobbando la competizione, ma sicuramente convinta di andare ancora un po’ avanti. Lo doveva ai tifosi, dopo le cocenti delusione con Scolari nel 2014.

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SETTE E NON PIÙ SETTE

Tornando al 7-1 ad Haiti, a qualcuno ne verrà in mente un altro di score simile. Solo che quella volta, a subirne sette, fu proprio la Selecao, al Maracanà contro i futuri campioni del mondo della Germania. Da allora, sono passati due anni e il Brasile pare aver fatto ancora dei passi indietro. Ha un unico fuoriclasse, lui sì cresciuto a dismisura rispetto al 2014, e si chiama Neymar jr. Una bella differenza dall’abbondanza di una selezione che metteva insieme Junior, Falcao, Socrates, Zico. A costo di ripetersi. Certo, ci son stati anni in cui il Brasile ha primeggiato pure più recentemente, vedi il 2002 in Corea e Giappone, ma allora davanti c’era un Fenomeno di nome Ronaldo. E dietro c’era comunque una squadra. Che ora manca.

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I FUORICLASSE SENZA ‘DIFESA’

La storia del calcio brasiliano è infarcita di personaggi. Le cinque Coppe del mondo sono state vinte con uomini del genere. Quei giocatori che non hanno neanche bisogno di un ct, che da soli ti fanno vincere le partite. Al commissario tecnico è sufficiente affiancare calciatori discreti per primeggiare. E anche quando le vittorie non sono arrivate, vedi proprio il 1982, il Brasile divertiva. Eccome.

Per tanto tempo ai sudamericani si è imputato il troppo spettacolo offensivo a scapito della difesa. Loro ci hanno provato a migliorare, finendo per snaturarsi. Abbandonato il ‘futbol bailado’, gli allenatori hanno tentato di seguire l’esempio europeo, i calciatori che andavano a cercare fortune nel Vecchio Continente riportavano la filosofia europea. Ma le basi continuavano a non esserci. Così, sono scomparsi i fuoriclasse e i medianacci e difensori hanno iniziato a invadere la Nazionale più bella del mondo. Pure il commissario tecnico è stato scelto tra i centrocampisti di sostanza e non di fantasia. E così il Brasile man mano ha perso la sua creatività, dimostrando di non avere conoscenze tattiche sufficienti per imbastire difese di razza (pur avendone, di difensori all’altezza in questa generazione).

IL TRIENNIO DELLE STREGHE

In Brasile c’è chi è convinto che abbiano fatto il malocchio al Paese. Crisi politica ed economica, calcio mai così in basso. Forse qualche stregone argentino si è divertito con la macumba? Fatto sta che la Nazionale è naufragata in casa, finendo al quarto posto in quello che doveva diventare il sesto Mondiale della storia; ha perso ai quarti di finale di Coppa America 2015 contro il Paraguay ai rigori; sta balbettando nelle qualificazioni ai Mondiali 2018 (al momento sarebbe clamorosamente esclusa) e ora si è presa quest’altra sberla negli States.

Di pari passo con la debolezza della moneta, l’impeachment di Dilma Rousseff, proprio negli anni in cui il Paese ha deciso di ospitare due eventi come la Coppa del mondo e le Olimpiadi, il Brasile ha dimostrato la sua debolezza. Per risalire ci vorrà molta, molta pazienza.

LE SPERANZE

Per non essere totalmente negativi, bisogna sempre guardare al futuro. Ricambiando mentalità, fin dalla tenera infanzia, in Brasile torneranno i fuoriclasse: questo è poco, ma sicuro. Nel frattempo, in questa fase di transizione, bisogna far legna con ciò che si ha in magazzino. E non è tutto legno ormai marcio. Ripartire, dunque, da Neymar. E fin qui ci siamo. Nel Barcellona è diventato anche lui un trascinatore, non più solo l’uomo sempre per terra o che cerca di irridere l’avversario. A 24 anni, è già a quota 46 reti con la Selecao.

In difesa, David Luiz e Thiago Silva continuano a essere i migliori. E sono affiatati, giocando entrambi nel Psg. Gil, Marquinhos e Miranda non si sono dimostrati all’altezza. In porta, Dunga (e la Roma) pensavano finalmente di aver trovato un ‘fuoriclasse’, tale Alisson. In Coppa America ha stentato parecchio, ma non dimentichiamo che ha 24 anni e la carta d’identità è sua alleata. Dani Alves, futuro sposo della Juventus, non è giovane, tutt’altro. Ma sulla fascia fa ancora il bello e cattivo tempo: almeno ai Mondiali russi ci può arrivare ancora integro. Sfiora le 100 presenze, ha 33 anni e tanta voglia di non smettere di vincere (dopo i tanti trionfi con il Barcellona). Dall’altra parte, invece, Alex Sandro può essere il titolare per molti anni.

Pure a centrocampo c’è un punto fermo: Casemiro. Mediano tenace, dà copertura e nel Real Madrid che ha vinto la Champions si è ritagliato un posto da titolare. E poi, ancora: Lucas Lima, classe 1990, trequartista del Santos che in Coppa America ha segnato un gol di testa. Voci di mercato lo vogliono vicino allo sbarco in Europa.
Detto di Coutinho, che comunque merita la riconferma, se non altro nel gruppo, non si può lasciare a casa Douglas Costa, freccia del Bayern Monaco. Neymar, al suo fianco, potrebbe ritrovarsi il 19enne Gabriel Barbosa, già soprannominato ‘Gabigol’. Esordiente a fine maggio con la Selecao, ha già firmato due reti in quattro presenze.

Anche su di loro dovrà puntare Dunga o chi gli succederà al comando di una Nazionale dove la cosa importante è divertire.

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10 a Napoli-Fiorentina. Fino a questo momento la partita migliore delle prime otto giornate. Qualità di gioco, tecnica, tattica ispirata e rispettata alla perfezione. Il trionfo del calcio e delle idee. Non inganni lo 0-0 dei primi 45′, non era figlio della paura, ma della corsa e dell’intensità che prevalevano sul talento. Uscito fuori nel secondo tempo coi soliti noti: Insigne, Kalinic, Higuain. Bravi tutti.


9 a Miralem Pjanic. I primi anni non tirava sempre le punizioni, nel rispetto delle gerarchie. Ora quando c’è un calcio di punizione, sul pallone i compagni evaporano. Calcia lui. Punto. Dai tempi di Marcos Assuncao la Roma non aveva uno specialista così forte in materia. 8 gol della Roma arrivano da palla inattiva: sarà un caso?


8 al Sassuolo che continua a disturbare le grandi, ultima la Lazio. E prima la Roma e l’anno scorso Juve, Milan e Inter. Applausi alla società lungimirante, all’allenatore preparatissimo e ai giocatori. Alcuni predestinati (Berardi), alcuni recuperati (Missiroli), più tante certezze.


7 per il Genoa. Gasperini ogni anno si ritrova a doversi inventare la squadra dall’inizio, o addirittura a stagione in corso. Il lavoro è sempre egregio, la salvezza arriva presto e, conti permettendo, potrebbe arrivare in Europa. Lo ha fatto pochi mesi fa, perché non sognare il bis?


6 per il Frosinone, ultimo dei promossi di questa ottava giornata. Le partite si vincono con il gioco e con la voglia, non con i nomi, e Stellone e i suoi lo dimostrano settimana dopo settimana, grazie al fatto di aver imbrigliato, pur perdendo, la Roma, aver pareggiato a Torino con la Juve e aver ottenuto due vittorie preziose al Matusa.


5 a Inter-Juventus. L’opposto di Inter-Fiorentina. Tanta fisicità, poche idee, poco gioco, pochissimo divertimento. L’Inter conferma la sua solidità senza spettacolo e con un gioco non riconoscibile; la Juve, invece, le sue doti di tenacia, ma numericamente pur recuperando un punto sul primo posto, ne perde altri due su Roma e Napoli.


4 al Verona che non sa vincere. I pareggi muovono la classifica, ma molto poco nell’era dei tre punti. Sono le vittorie a fare la differenza e il Verona ne sembra allergico. Buona notizia il ritorno al gol di Pazzini, meno buona l’ennesimo errore di Rafael. La strada è lunga e in salita.


3 al Bologna come i suoi punti in classifica. Bologna inteso anche come società, perché una squadra che non ha un’anima deve inevitabilmente cambiare allenatore, non potendo cambiare 20 giocatori. Un immobilismo preoccupante, quasi più dell’orientamento classifica. La rosa è buona, serve più cattiveria e, temo, un altro allenatore.


2 ai detrattori di Neymar. Su questa pagina ne parliamo da tempo, la prestazione di sabato (con annesso stop da sconsigliare ai cardiopatici) dovrebbe averli spenti definitivamente. Il miglior brasiliano degli ultimi 20 anni. Escluso, ovviamente, Ronaldo Luiz Nazario da Lima.


1 al Marsiglia, che giocava in Champions League e non proteggendo Bielsa è finito nel dimenticatoio. Nove punti in 10 giornate, e piena zona retrocessione. La società ha sbagliato con Bielsa, portandolo alle dimissioni, ed è stata lenta nel riorganizzarsi. Una svegliata può evitare una stagione senza coppe che sarebbe economicamente (e non solo) fallimentare…

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Ero a Fortaleza più o meno un anno fa. Era il 6 luglio e un ottimo Brasile puniva gli errori di Pekermann e della Colombia, vincendo con merito 2-1 e qualificandosi per la semifinale del Mondiale, divenuta involontariamente storica, contro la Germania. Quel giorno è stato drammatico però, perché un tamponamento pesante di Zuniga mise fuori gioco Neymar per un bel pezzo. Era Brasile-Colombia e l’incubo di O’Ney contro la Colombia aveva appena vissuto soltanto il primo capitolo.

Meno di 365 giorni dopo, stavolta in Coppa America, ecco di nuovo la sfida. Una chance per vendicarsi per lui e di chiudere il girone per i brasiliani, dopo la fortunosa vittoria inaugurale. Ecco, non solo non ha vinto il Brasile, ma per Neymar sfidare la Colombia sta diventando una roulette russa sempre col colpo in canna. Stavolta un suicidio del fuoriclasse del Barcellona gli è costato prima l’espulsione, poi una squalifica sospesa e infine quattro (infinite e forse eccessive) giornate di squalifica.

Tante volte ho celebrato anche da qui il talento del 10 brasiliano, che batterà ogni record con la Nazionale e che per me resta sempre un talento eccezionale. Ma caratterialmente deve ancora fare il salto di qualità per diventare perfetto. Perché irridere gli avversari va fatto con naturalezza (alla Messi, per intenderci) e non con arroganza. E perché le reazioni ai falli sono sbagliate anche più dei falli stessi (comunque sempre troppi su giocatori così). Il Neymar di Barcellona in Brasile si vede poco: troppa pressione e troppe coccole, forse. Tra l’altro quello di giovedì era un nervosismo incomprensibile, dopo una gara inaugurale giocata da fenomeno vero, con giocate pazzesche, gol da centravanti e tre punti griffati da lui al cento percento. Ma forse torniamo al punto centrale: il nervosismo arrivava da lontano, da Zuniga, da quel fallaccio e da un incubo chiamato Colombia.

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Il calcio piace a tutti (o quasi), soprattutto per due motivi: imprevedibilità e spettacolarità. La prima è facile da riassumere in un risultato recente: Porto-Bayern Monaco, 3-1. Aldilà di come finirà la prossima settimana all’Allianz Arena. Ma è la spettacolarità che (ci) fa divertire, godere, impazzire. E quando si parla di questo, dopo qualche parola, di solito si nomina il Barcellona. Non è una questione di maglia o di tifo. Ma sono dieci anni che in Catalogna godono di tridenti incredibili. I talenti, da Romario a Ronaldo passando per Rivaldo, li hanno sempre avuti. Lo spettacolo e i trofei non sono mai mancati. Ma è incredibile come in dieci anni si sia visto prima un trio come Ronaldinho-Eto’o-Messi, diventato Henry-Eto’o-Messi e finito, completato, perfezionato in Messi-Suárez-Neymar.

Questi ultimi tre, a mio parere, non solo sono i più spettacolari, ma anche i più completi e numericamente irraggiungibili. Messi è all’apice della carriera, così come Suárez; Neymar sta consacrandosi come il più forte brasiliano degli ultimi 30 anni (degli esseri umani, Ronaldo il Fenomeno è fuori concorso). Tre sudamericani tre, dei tre paesi calcisticamente egemoni assoluti. Il migliore di ognuno. Inarrivabili per tecnica, talento, senso del gol, eleganza, senso estetico del calcio. Messi è il più forte (per me di sempre, numeri alla mano), Suárez il realizzatore e Neymar il risolutore. Uno capace di esordire con gol nel Clásico, uno che viene sottovalutato perché simula troppo: ma è del 1992 e ha segnato 43 gol in Nazionale maggiore, 9 in Under-20, 4 con l’Olimpica: un mostro.

Io non ricordo un tridente con tre dei primi dieci giocatori al mondo, e sicuramente loro tre sono nella top ten anche dei più scettici. Ecco perché secondo me sono il miglior tridente della storia. Nonostante Luis Enrique, oggi giustamente incensato, ad inizio anno faticava a coglierne la grandezza e, colpito da inevitabile fenomenite da panchina, mandava in campo talenti straordinari come Rafinha e Munir. Fantastici, futuribili, ma imparagonabili al trio più bello della storia del calcio.

Appuntamento al prossimo (Bet)clic.