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Come costruire in laboratorio i giocatori di basket perfetti (sulla carta). Tu, professionista mancato, ma dal fisico decisamente da pallacanestro (201 centimetri di altezza), sposi un’ex giocatrice universitaria, 190 centimetri, e le ‘ordini’ di fare tre figli maschi. Poi, inizi ad allenare tutti e tre come se fossimo in un durissimo collegio, sette giorni su sette. Nessuna possibilità di distrarsi, come spetterebbe di diritto a tre giovanotti, avversari sempre più forti e più grandi d’età da affrontare.

Troppi sacrifici? Rischi di soffocare i tuoi figli? Bene, in casa LaVar Ball questo non è successo. E il prossimo campionato Nba vedrà ai nastri di partenza, tra i rookie (le matricole), Lonzo Ball, classe 1997, scelto al secondo giro del draft niente meno che dai Los Angeles Lakers. Qui inizia l’avventura vera e propria del primo giocatore di basket Nba costruito in laboratorio. O meglio, è già iniziata. Nella Summer League, il torneo estivo pre-campionato, Lonzo ha fatto vedere di non essere soltanto un ‘figlio di papà’ oppressivo, tutt’altro. I Lakers vincono, lui viene eletto miglior giocatore del torneo.

Gioca veloce, Lonzo, gli assist non si contano. Come i rimbalzi. Segna pure tanto. Insomma, appare già completo. Al punto che gli scommettitori sono pronti a investire forti somme su di lui come il nuovo LeBron James. E scusate se è poco. Gioca play Lonzo, di cose ne ha imparate in quella difficile gavetta nel giardino di casa con il papà e i fratellini: “È meglio tirare da otto metri completamente smarcati piuttosto che da più vicino ma con un uomo addosso”. Insomma, il tiro da tre è una sua specialità, nonostante i 198 centimetri di altezza.

La storia, questa storia, va raccontata dall’inizio alla fine, però, senza tralasciare altri particolari. Papà LaVar è ingombrante come pochi, del resto, come ogni bravo scienziato, vuole seguire il progetto dall’inizio alla fine. Ha generato – dice – tre fenomeni: gli altri due sono LiAngelo (1998) e LaMelo (2001) e anche loro presto busseranno alle porte dell’Nba. Perché ne siamo certi? Perché al liceo i ‘Ball Brothers’ erano dei veri e propri fenomeni (e non da baraccone) tutti e tre: su YouTube i video hanno fatto il giro del mondo grazie alle loro giocate da Globetrotters consumati. La squadra di Chino Hills che chiude la stagione con 35 vittorie e neanche una sconfitta grazie ai tre figli di un papà gelido calcolatore. E parliamo di una squadra sconosciuta. Quindi, se tanto ci dà tanto, i due fratelli di Lonzo valgono lui, che è già in Nba semplicemente perché è il più grande in famiglia.

Ma la storia non finisce qui, e non potrebbe essere altrimenti. Se resta un po’ ai margini mamma Tina, che pure ha avuto il merito di metterli al mondo i tre bimbi uno dopo l’altro, quasi fossero tiri da infilare nella retina per vincere, ci pensa papà LaVar, in ogni caso, a seguire i marmocchi ormai adolescenti. L’università di UCLA ingaggia Lonzo e dà una futura borsa di studio agli altri due fratelli. Il primo sogno del signor Ball si concretizza: monetizzare il talento immenso che crede di aver trasmesso prima geneticamente e poi con gli allenamenti alla prole.

Ma serve altro perché l’America parli di te e così LaVar cambia faccia, diventa antipatico e sbruffone, cosa che nell’era di Donald Trump pare che faccia audience. Comincia da Michael Jordan, mica pizza e fichi. “Lo distruggerei in una sfida uno contro uno”. Chissà quante risate si sarà fatto MJ. Poi propone di vendere in blocco i diritti d’immagine dei suoi tre figli a una delle maggiori aziende produttrici di scarpe da basket per un miliardo di dollari. “Pagabili anche in dieci annualità da 100 milioni l’una”.

L’America ride. Ne parla. E questo è l’obiettivo di LaVar. Sì, perché tv, giornali e radio si interessano a lui, pagano per ospitarlo, sperando in una delle sue battute impossibili. Negli States la famiglia Ball si prende i titoli dei giornali sportivi, per adesso più che altro per le sparate del papà, che non è sazio. Al Draft Nba, l’estate scorsa, Lonzo arriva con scarpette fatte su misura, ‘signature shoes’. Sì, avete capito bene: non avendo concluso la trattativa con l’importante azienda di scarpette da basket, LaVar si è fatto un marchio tutto suo. Si chiama ‘Big Baller Brand’. Autoproduce le ZO2, mettendole in vendita a una cifra inaccessibile: 495 dollari. Il figlio le indossa quando le franchigie devono scegliere su chi puntare. Provocazioni su provocazioni, insomma, da questo papà ingombrante. Intanto, Lonzo finisce sotto i riflettori, probabilmente per la prima volta per doti solo sue, non costruite mediaticamente, in laboratorio. I Lakers lo scelgono, lo mandano in campo: lui non ha paura e fa il leader.

La famiglia LaVar fa discutere davvero più di Trump e questo risultato è da ascrivere completamente al capo famiglia, bravo e scaltro, pure un po’ fortunato. Ha chiesto disciplina (forse anche un po’ troppa), sta riscuotendo i primi risultati, inizia a far soldi con i suoi Ball Brothers che finora non si sono mai domandati sul serio se papà l’abbia fatto davvero per riscattare il suo fiasco e il suo sogno andato in frantumi (diventare professionista), per dare una chance vera ai figli o semplicemente per farci su dei soldi. Poco importa, forse, ora che Lonzo è in Nba. Qui, tra i giganti, dovrà dar prova di avere anche un cuore, oltre che un atletismo formatosi con il duro impegno. Qui non si scherza. E quando davanti si troverà i mostri sacri, dovrà ricordarsi che se finora ha ‘giocato’, ora ci vuole un attimo per passare dalla prima pagina all’ultima. Dalle stelle alle stalle.

Andrà un po’ meglio a LaVar che, dovesse fallire con Lonzo, avrebbe ancora due carte da giocarsi sui parquet americani. LiAngelo e poi LaMelo. In fondo, quando fai un esperimento, non è detto che la prima volta tutto funzioni a dovere. Finora è andata così però e i ‘replicanti’ sono pronti ad affiancare, nelle stagioni future, il fratellone in Nba. Roba da prima pagina, questa sicuramente, se tutti e tre dovessero trovare posto un giorno nella stessa franchigia. Ma pensate ai titoli pure se dovessero giocare uno contro l’altro. Insomma, LaVar Ball hai fatto centro. Tre volte.

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Un pugno, sferrato dopo un contatto sotto canestro a un avversario contro cui non c’era nulla in gioco. Una semplice amichevole di preparazione a un Europeo atteso un anno, per poter riscattare la bruciante sconfitta con la Croazia nel preolimpico della scorsa estate. Quello giocato a Torino, in casa propria, vantaggio che non è servito a regalare una gioia in uno sport come il basket in cui l’Italia è da troppo tempo relegata a un ruolo da comparsa, dopo gli anni ruggenti culminati con un indimenticabile argento Olimpico.

Quel pugno di Gallinari al carneade olandese Kok non è solo un gesto insensato, da parte del giocatore che, grazie alla sua immensa classe, avrebbe dovuto essere il trascinatore del gruppo. È la metafora che riassume la frustrazione di una generazione di giocatori troppe volte etichettata come “la più forte di sempre“, con tre giocatori in grado di arrivare in Nba, ma che poi alla prova dei fatti non è mai riuscita a raggiungere risultati degni del valore che le è stato attribuito. Un gruppo capace di singole prestazioni di livello assoluto, come la vittoria con la Spagna agli Europei del 2015, ma mai in grado di fare il salto di qualità in grado di portarlo a competere per una medaglia.

La generazione di Bargnani e Gentile, neanche convocati per i prossimi europei. Uno, prima scelta assoluta in Nba, giocatore etichettato come erede di Nowitzki per la sua capacità di tirare da fuori e per la coordinazione incredibile per uno della sua altezza, poi smarritosi tra infortuni e limiti caratteriali mai superati (ad oggi è senza squadra). L’altro, prima giovane capitano dell’Olimpia Milano scudettata, poi mandato in prestito in giro per l’Europa a causa dei dissapori con ambiente e società e ora a Bologna per provare a rilanciarsi insieme alla Virtus.

La generazione di Belinelli, sempre ottimo comprimario Nba e vincitore di un anello a San Antonio, che in maglia azzurra non è mai stato capace di diventare trascinatore, anche se è tra quelli che hanno sempre dato tutto alla maglia (come ha spiegato Messina nella sua intervista più recente, “dipende se hai vinto con ruolo da protagonista o meno, non è la stessa cosa. Posso essere stato molto bravo in un team dove c’erano due giocatori che erano punto di riferimento, ma non è detto che quando tocca a me essere il faro io ne sia in grado“)

La generazione mai capace di sfornare un lungo vero, in grado di battagliare sotto canestro con i top mondiali (anche se Cusin, con tutti i suoi limiti, è sempre risultato tra i migliori) e che ha cambiato tanti playmaker senza mai trovarne uno in grado di interpretare il ruolo nel modo giusto. Neanche l’esperimento Travis Diener, agli Europei del 2013, ha sortito effetti positivi.

La sconfitta ai quarti degli Europei del 2013, forse la più bruciante della storia recente, nella partita che poteva cambiare le sorti della Nazionale azzurra
La sconfitta ai quarti degli Europei del 2013, forse la più bruciante della storia recente, nella partita che poteva cambiare le sorti della Nazionale azzurra

Di questa generazione Gallinari avrebbe dovuto diventare faro e uomo principale, per doti caratteriali e cestistiche. Gli infortuni spesso gli hanno impedito di esprimersi al meglio, ma il “Danilo step back” (Flavio Tranquillo docet) contro la Germania di due anni fa, il tiro che all’ultimo secondo ci ha portato ai supplementari di una partita fondamentale degli Europei 2015 (poi vinta), sembrava aver certificato la leadership finalmente acquisita da un giocatore che in Nba ha raggiunto lo status di quasi-stella (e che quest’anno, col passaggio ai Clippers, è diventato lo sportivo italiano più pagato di sempre). La sua rabbia dopo la sfortunata sconfitta con la solita Lituania (diventata l’incubo azzurro nelle ultime competizioni) nella stessa competizione, sempre ai supplementari, il suo “mi sono rotto le p..le di perdere sempre” poteva significare voglia di riscatto. Invece, in una calda serata estiva, in un’amichevole senza nulla in palio, Gallinari con quel pugno e con la frattura alla mano ha buttato all’aria una delle ultime grandi opportunità che poteva avere con la Nazionale.

Nelle parole di Messina traspare la delusione di chi si aspettava tanto dal Gallo, da chi si è sentito tradito prima umanamente e poi sportivamente: “Ha chiesto scusa, era mortificato. Ma io non avevo molta voglia di parlargli. È difficile spiegare a un uomo di 30 anni concetti come lealtà e responsabilità”. Gallinari ha provato a scusarsi, anche se parzialmente ha incolpato gli avversari rei di averlo provocato. I campioni però sanno resistere alle provocazioni, e lui in Nba avrà preso e dato colpi anche più forti di quella mezza gomitata di Kok. 

gallinari kok

All’Italia non resta che affidarsi a chi rimane. La squadra azzurra rimane ancora in grado di dire la sua, nonostante la situazione che si è creata. Con Datome che finalmente avrà un ruolo da titolare dopo la vittoria dell’Eurolega, Melli pronto a dimostrare in azzurro i progressi incredibili degli ultimi anni, Belinelli desideroso di riscatto e tutto il gruppo compatto gli azzurri devono puntare a giocarsela con tutti. Nel 2003, con una squadra operaia molto meno talentuosa di questa, Recalcati e i suoi arrivarono al bronzo.

Il riscatto azzurro passa proprio da qui. A Messina il compito di creare l’alchimia giusta e di motivare un gruppo di giocatori sempre perdente nei momenti importanti. Senza il Gallo, ma con la rabbia giusta, il riscatto è ancora possibile.

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Nella lunga storia del basket professionistico americano, la NBA ha salutato decine di stelle di prima grandezza che hanno contribuito a renderla la più importante e conosciuta Lega al mondo. Dal drammatico addio di Magic Johnson, che nei primi anni ’90 contrasse il virus dell’HIV, agli addii e ritorni di Michael Jordan (pre e post parentesi nel baseball), sino ai saluti più crepuscolari e inevitabili della generazione dei Big Man degli anni ’90: Patrick Ewing, Hakeem Olajuwom, Charles Barkley, Shawn Kemp, David Robinson e Shaquille O’Neal, solo per citarne alcuni. Nomi, volti e presenze sceniche che hanno fatto sognare milioni di fan in tutto il mondo e lasciato alle spalle vuoti malinconici e nostalgici, colmati solo in parte dal ricambio generazionale intervenuto. L’ultima stagione, però, è andata ben oltre. Il campionato che ha scritto l’importante pagina di storia rappresentata dalla vittoria di LeBron con i suoi Cleveland, in verità ne ha lasciate in scorta agli annuari molte di più. Altre pagine di addio, attese, ma non così. Non tutte insieme.

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Il primo è stato Kobe Bryant con il suo “Farewell Tour“, un’intera stagione per salutare a suo modo le altre 29 squadre della Lega. Uno stillicidio per cuori teneri. Ad ogni partita una celebrazione, un’ovazione, un tributo, lacrime, tante lacrime, versate peraltro da avversari tanto fieri e ostici, in campo e fuori, quanto onesti nel riconoscere la primaria grandezza del “nemico”. Una star capace di salutare come a nessuno era riuscito prima di lui: i suoi 60 punti con vittoria in rimonta contro i Boston Celtic, lo scorso 13 aprile, difficilmente saranno replicabili a breve da un altro giocatore, alla soglia dei 38 anni, capace un attimo dopo aver siglato gli ultimi canestri di pronunciare le parole più difficili in mondovisione: “Mamba out“.

Quindi è stata la volta di Kevin Garnett, un altro dei più grandi della sua generazione. Giocatore polivalente: ala piccola, ala grande, centro all’occorrenza. Ottimo difensore e trash talker come pochi (c’è anche questo a contraddistinguere la personalità di un big). 40 anni e spenderli ancora benissimo sul parquet con i suoi Minnesota Timberwolves. Poesia anche nel suo addio, sebbene pronunciato lontano dai riflettori. KG, infatti, ha deciso di tagliare il traguardo di una lunga carriera con la squadra che gli aveva permesso di arrivare in NBA e di segnare i suoi primi 19mila punti. Dopo i sei anni spesi a Boston con la conquista di un anello e il passaggio per i Brooklyn Nets, il ritorno con i Lupi. In tono minore forse, ma con la maglia che ha sempre amato.

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Infine, Tim Duncan. Non si sono ancora spente le luci della sua ultima notte di gloria all’all’AT&T Center di San Antonio, dopo la vittoria dei neroargento su New Orleans. Il numero 21 non era naturalmente in pantaloncini e maglietta, ma come ha scherzato durante la cerimonia di ritiro della sua maglia ha “vinto parecchie scommesse: non ho indossato un paio di jeans, ho addosso una giacca e ho parlato per più di 30 secondi“. Quasi una forzatura per un tipo schivo del suo calibro, che ha annunciato il ritiro con un breve comunicato, neanche di suo pugno, e lontano dai riflettori dei play off. Ha evitato di commuoversi anche quando coach Popovich lo ha sorpreso con le sue lacrime e la voce rotta: “Questo è il commento più importante che possa fare su Duncan. Dico una cosa ai suoi genitori, che se ne sono andati. Posso garantirvi una cosa, Tim è la stessa persona che si è presentata a me per la prima volta”. E ove servisse un’ulteriore conferma, è bastato il suo saluto ai tifosi del Texas che “mi hanno dato molto più di quanto io ho dato loro“.

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Golden State Warriors vs Cleveland Cavaliers, un anno dopo. L’attesa rivincita delle finals Nba è entrata già nel vivo questa notte e il primo atto si propone da succulento antipasto di quello che continueremo a vivere nelle prossime settimane. Alla Oracle Arena di Oakland, violata quest’anno in due sole occasioni su 41 incontri di stagione regolare, sono i padroni di casa dei Warriors a imporsi con un netto 104-89. Gara dominata dalla squadra di Steve Kerr, con parziali sempre positivi, eccetto quello del terzo quarto perso di appena tre punti, senza intaccare però il dominio gialloblù, grazie a un ottimo avvio di ultimo parziale. Una vittoria che assume ancora più valore alla luce della serata no delle stelle Curry e Thompson, che hanno messo insieme appena 20 punti in due, con 8/27 al tiro dal campo.

iguodala

È stato quindi un successo figlio delle tante vite che quest’anno hanno animato e rianimato continuamente i Golden State che, dopo la portentosa rimonta contro Oklahoma in finale di Conference (passaggio del turno dopo essere stata sotto per 3-1; un’impresa riuscita solo a 10 squadre nella storia dell’Nba), appaiono sempre più come il protagonista di “Die hard”, duri a morire. E in effetti, anche in una serata in cui sono venuti meno i principali terminali offensivi, ci ha pensato la panchina a indirizzare la serie su binari favorevoli. Una panchina lunga, determinante e determinata. Ci ha pensato Iguodala (12 punti, 7 rimbalzi e 6 assist, ma soprattutto una difesa da re) per primo a dare il buon esempio: quell’Iguodala che, già da gara 6 con i Thunder era entrato nella modalità “Superman”, la stessa che lo scorso anno gli ha permesso di essere nominato Mvp delle Finali. E ci hanno pensato anche Shaun Livingston, 20 punti (sei dei quali nell’allungo decisivo all’inizio dell’ultimo quarto) e l’incoronazione di “miglior play di riserva dell’Nba” da parte di Thompson, e Leandro Barbosa con 11.

Eppure alla vigilia della serie, le prospettive sembravano tutt’altro che favorevoli a Curry e soci: orfani dell’Mvp stagionale nelle prime gare di play off causa infortunio, autori dell’ennesima impresa stagionale in semifinale dopo il record di vittorie in regular season (73-9, meglio dei Bulls di Jordan e Pippen), sembravano arrivati in fondo col fiato corto. Dall’altra parte, invece, i Cavs dopo un avvio complicato, il cambio in panchina con la promozione dell’ex primo assistente Lue al posto di Blatt, hanno saputo ricompattarsi e sbocciare nella post-season inanellando due 4-0 di fila contro Detroit e Atlanta, per poi domare gli emergenti Toronto Raptors per 4-2 in finale di Conference. Evidentemente aver riposato qualche giorno in più ha tolto un po’ di ritmo a LeBron e soci, che hanno patito al contrario un avversario ancora in piena volata dopo la serie mozzafiato con Oklahoma.

lebron_curry

Ma non è detta l’ultima parola. La vittoria all’esordio è solo la conferma che assisteremo a una serie tiratissima, probabilmente destinata a gara 7. Domenica è già in programma il secondo atto, ancora alla Oracle Arena e toccherà a Cleveland reagire al colpo subito. Del resto, c’è una significativa differenza rispetto alle precedenti finals: James può disporre del supporto dei grandi assenti dello scorso anno, in particolare il play Irving e il lungo atipico Love, autori insieme di una media di oltre 40 punti a partita, con il primo abile a distribuire anche 5 assist a partita e il secondo a catturare quasi 10 rimbalzi ad allacciata di scarpe. Un ruolo decisivo sarà ricoperto, infine, anche dai tiri dalla lunga distanza e dalla capacità dei Cavs di limitare le percentuali di Curry e Thompson. Al resto ci penseranno le panchine e un assaggio in questo primo atto della serie si è già avuto in maniera molto significativa. Staremo a vedere.

Il film è solo all’inizio.

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Quando a inizio stagione i Golden State Warriors, campioni in carica, hanno infilato la 24esima vittoria consecutiva ottenendo il miglior inizio nella storia della Nba, sono stati in molti a sbilanciarsi in proiezioni circa le possibilità di attentare al record dei Chicago Bulls 1995-1996 di Jordan, Pippen e Rodman che chiusero la stagione con 72 e 10. Una quota inavvicinabile per molti, alla portata per altri, soprattutto guardando alle giocate di quel funambolo che risponde al nome di Steph Curry. E in effetti la squadra allenata da Steve Kerr si è dimostrata ancora una volta capace di sovvertire i pronostici e far saltare il banco. Sia pure al netto di qualche passo falso sopraggiunto con l’approssimarsi della post-season (ko con le non irresistibili Boston e Milwaukee), proprio con i principali avversari sulla strada per il titolo, i San Antonio Spurs, nella notte tra domenica e lunedì hanno infilato il 72esimo successo.

Ma la storia della Lega professionistica americana è ancora tutta da scrivere. Ai Warriors, infatti, è rimasta un’altra partita da giocare: mercoledì faranno visita a Memphis e con un’altra “W” marchieranno a fuoco il loro nome negli annali dello sport mondiale. Privilegio già ottenuto grazie al primato dei 34 successi esterni strappato proprio ai Bulls di quell’annata magica che diede il via al secondo Three-peat degli anni ’90. Un roster fortissimo, quello allenato da Phil Jackson, con Harper, Jordan, Pippen, Rodman e Longley in quintetto e gente del calibro di Kukoc e Wennington, ma soprattutto Kerr, nel ruolo di rincalzi di lusso. Proprio Kerr è l’anello di congiunzione tra le due formazioni: tiratore implacabile in maglia Bulls (a fine di quell’annata collezionò la più alta percentuale da tre), coach vincente nella baia di San Francisco. Ma anche questi Warriors non scherzano, dotati di talento a profusione che si sprigiona attorno ai detonatori Curry, Thompson e Green, con gli esperti Iguodala e Bogut a completare il quintetto. L’accostamento tra i due team ha generato così un dibattito su chi dei due si possa considerare il più forte di sempre, rispetto al quale le parti si sono divise. Il primo a uscire allo scoperto è stato proprio Pippen: “In una finale avremmo vinto noi, 4-0. Senza dubbio – ha commentato senza troppa diplomazia – Non penso che ci saremmo potuti permettere nemmeno il lusso di una serata a vuoto. Io avrei marcato Curry, e Jordan si sarebbe occupato di Klay Thompson. Credo che con la mia altezza avrei potuto dare parecchio fastidio a Curry in difesa. Non penso che avrebbe potuto segnare più di 20 punti contro di me“. Dopo il successo, però, anche lui ha inteso celebrare i meriti di Golden State in un tweet.

Più morbida la posizione di Kerr, ma anche perché parte in causa: “Stiamo paragonando ere differenti e per me è impossibile distinguere il ‘noi’ dal ‘loro’. Posso solo dire che, nel caso di un’ipotetica sfida, noi potremmo sicuramente batterli, e loro potrebbero sicuramente batterci. Da un punto di vista arbitrale, sarebbe una partita molto difficile, perché quei Bulls commetterebbero tantissimi falli di hand-checking nella marcatura su Curry, mentre a noi fischierebbero tantissime infrazioni di 3 secondi in difesa perché flotteremmo tantissimo sul lato debole per portare aiuti contro Michael Jordan. Con tutti questi fischi, la partita rischierebbe di durare 6 ore, anche senza tante infrazioni di passi. Non le fischiano oggi come non le fischiavano allora“.

Per quanto ci riguarda, ci limitiamo a condividere la considerazione che si tratti di ere (geologiche) diverse. Due basket diversi, la stessa intensità, ma un altro modo di intendere il gioco, a cominciare dal diverso “peso” del contatto fisico e dalle diverse “spaziature” difensive in area (molto più larghe ai giorni nostri) e proseguendo con le diverse filosofie di gioco, molto più accentrato su un solo uomo – specie in alcuni momenti – nel caso dei Bulls, più di squadra in quello dei Warriors. A far pendere l’ago della bilancia, per certi versi, ci riesce solo Michael Jordan. Lui sì, di un altro pianeta.

 

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Presidenti che cacciano gli allenatori, con l’alibi che sono loro che pagano. Il re è di sicuro il numero uno del Palermo, Maurizio Zamparini. Ma anche giocatori che fanno la fronda e, spesso, ottengono la testa del tecnico. Sì perché, alla fine, chi scende in campo può decidere di ‘giocare contro’, benché il professionismo imponga tutt’altre regole.

Uno dei casi più recenti di cronaca arriva dal basket Nba. Protagonista il leader dei Cleveland Cavaliers, LeBron James, il prescelto, l’uomo che ha racconto il testimone da Michael Jordan. Dopo una sottile guerra di nervi, alla stella del canestro Usa è riuscito il colpaccio: far mandare via il coach, David Blatt, odiatissimo. Al suo posto un ‘signor nessuno’ come Tyronn Lue, che però aveva un vantaggio su tutti i possibili successori: era l’allenatore addetto proprio a James (lo conosce da quando era minorenne). Blatt, uno dei migliori dell’ultimo decennio, messo alla porta senza tanti complimenti.

Da sottolineare, poi, che al momento dell’esonero, la squadra di Blatt era in testa nella Eastern Conference. Ma in Nba funziona anche peggio che nel calcio europeo: sono i grandi giocatori a comandare, pure mediaticamente, e gli allenatori un semplice obbligo di distinta (non sempre è così, ovviamente). Il pubblico, così in America giustifica la cacciata di Blatt: paga per vedere i LeBron James, non i Blatt. E l’azienda deve tenerne conto.

lebron james

Sacchi o Van Basten

Uno dei casi più eclatanti del calcio italiano risale ai tempi del Milan olandese. Silvio Berlusconi si trova con una brutta gatta da pelare quando la sua stella più luminosa, Marco van Basten, gli dà l’ultimatum: “O me o Arrigo Sacchi. Immaginiamo l’imprenditore a sfogliare la margherita di notte e, infine, a prendere la decisione più logica: addio al profeta di Fusignano.

Più di 20 anni dopo, Sacchi ha spiegato: “Marco mi faceva arrabbiare. Gli dicevo che era meteoropatico, mi chiese che cosa voleva dire. Anni dopo, mi ha detto di aver capito quanti problemi aveva causato, ma io gli ho risposto che me ne aveva pure risolti tanti”. Con il tempo, si tende a cancellare il ricordo brutto. Ancora Sacchi:Van Basten aveva un carattere bizzarro, ma un grande talento. Giocava con e per la squadra, caso raro nei talenti. All’inizio pensava che noi italiani avessimo l’anello al naso: se aveva male al dente, correva in Olanda. Gli dissi: noi eravamo campioni del mondo quando voi ancora eravate sott’acqua”.

Battute a parte, i due non andavano particolarmente d’accordo. Anche se Arrigo smentisce che sia stato proprio il tulipano – alla fine – a remargli contro: “Sono andato via perché lo stress mi uccideva e non volevo lasciarci la pelle. Il primo anno Marco disse qualcosa di critico su di me e sui giornali uscì: “Van Basten contro Sacchi”. La settimana dopo giocavamo a Cesena. Non dissi nulla e lo mandai in panchina: “…visto che sai molto di calcio, vieni in panchina con me…”.

Sorrentino esonera Ballardini in diretta tv

Facendo un salto avanti negli anni, arriviamo al presente. Palermo, la terra degli allenatori a tempo. Questa volta, però, non è Zamparini a premere il grilletto, ma il portiere rosanero Stefano Sorrentino. L’esonero per Davide Ballardini arriva addirittura in diretta tv, una prima mondiale. I siciliani hanno appena strappato una vittoria fondamentale a Verona, il portiere e leader dello spogliatoio, con calma serafica, ai microfoni spiega: “Abbiamo vinto da soli. Ballardini non ha mai parlato con noi. Né prima, né dopo la partita. Quanto successo ha dell’incredibile. La squadra ha giocato e vinto da sola, preparando nel migliore dei modi una partita che valeva sei punti”.

Inutile dire che il giorno dopo Ballardini non è più l’allenatore del Palermo. E a distanza di qualche settimana, la battaglia pare essere solo all’inizio, con l’ex tecnico che minaccia querele per il portiere.

CR7 scarica Benitez

Non ci sono conferme dirette, ma pure Rafa Benitez pare aver pagato non tanto le prestazioni mediocri del Real Madrid, ma la guerra con Cristiano Ronaldo, l’uomo merengue per eccellenza. Pure in questo caso, la piazza e la società hanno deciso di dare credito al portoghese e far arrivare, a furor di popolo, Zinedine Zidane.

Ma siamo sicuri che il ricatto dei giocatori sia qualcosa di accettabile? Naturalmente no. Pur se stelle, sono stipendiati dalla società e dovrebbero rendere conto al loro superiore, che è appunto chi siede in panchina. Non succede, naturalmente. In ogni spogliatoio ci sono i leader, quelli che possono portarti a vincere i titoli – se gli va a genio ambiente e allenatore – o spernacchiare la stagione, se non sono contenti dei carichi di lavoro, del troppo sudore in allenamento o della tattica rinunciataria che impedisce alla squadra di lavorare per il campione. Cioè, per se stessi. Capaci di determinare e di spostare, capaci di portare dalla loro parte i giocatori più timidi. E di manipolare la stampa amica.

Rafa Benítez durante Valencia-Real Madrid del 3 gennaio 2016.

‘Special One’ chi?

Amatissimo a Stamford Bridge, Josè Mourinho ha fatto la stessa fine di Rafael Benitez. Stagione ai minimi storici, quella del Chelsea, squadra che non seguiva più il portoghese. Impossibile non intervenire, anche se in questo caso la piazza non era contro lo ‘Special One’. Ma si era fatto troppi nemici, Josè, e questa volta non erano gli avversari, ma i suoi calciatori. Tre anni nello stesso club son tanti per uno come Mourinho: il primo anno i ragazzi si butterebbero nel fuoco per te, il secondo lottano ancora, ma con meno convinzione. Il terzo ti scaricano.

Una vera e propria faida quella scatenatasi in spogliatoio. Diego Costa, uno che segnava a ogni pallone toccato, pareva una statua. “E’ lento a capire il gioco” la spiegazione di Mou, che all’attaccante non avrà fatto piacere. Così come i lunghi riscaldamenti, inutili, perché alla fine in campo non entrava e scagliava via la pettorina. Il belga Eden Hazard, un gioiellino, ombra di se stesso: “Sto pensando di cambiare squadra, il gioco del Chelsea non mi piace”, deriso dallo stesso allenatore per aver chiesto di uscire contro il Leicester: “Si vede che si era fatto mooolto male”. Matic e Fabregas, pur non volendo, finiti pure loro in mezzo.

Insomma, un disastro. Completato dalle polemiche con il bel medico donna del Chelsea, Eva Carneiro, fatto allontanare da Mou. Alla fine, Roman Abramovic ha deciso: via Josè, dentro Hiddink. E la squadra, nell’ultimo weekend, è andata a espugnare il campo della prima in classifica, l’Arsenal.

mourinho

Volley, Bonitta non piace

Spostiamoci nella pallavolo, sport che non è immune alle faide tra tecnici e giocatori. In questo caso, la vittima è Marco Bonitta, commissario tecnico della Nazionale femminile italiana di volley. È il 2006. Dopo sei anni, le parti non vanno più d’accordo. Dimenticato l’oro mondiale del 2002 e i due argenti europei. La luna di miele è durata pure troppo.

Il bronzo al World Grand Prix è l’ultimo picco. Piccinini e Lo Bianco vogliono la testa del ct su un vassoio d’argento. Il presidente della Federazione, Carlo Magri, si piega al volere delle ragazze. Ai Mondiali del Giappone mancano poche settimane, arriva Massimo Barbolini, ma di tempo per prepararsi ce n’è davvero poco.

Otto anni dopo, però, Bonitta tornerà sulla panchina azzurra. “Il 2006? Un caso unico, un gruppo che si solleva contro il proprio coach. E chiede ufficialmente che venga rimosso dal suo incarico. Richiesta che viene accettata. Esperienza eccezionale, ma necessaria. Qualsiasi allenatore, dopo tanto tempo nello stesso posto e con le medesime persone, perde stimoli. E anche il gruppo che guida non ne ha più. Io ero arrivato al capolinea, così loro. Nessuna ferita, tutto digerito e superato”.

Non tutti la prendono così bene. O forse è stato solo il tempo che ha cicatrizzato le ferite. “Forse con le donne bisogna parlare diversamente. Se fai un appunto a un uomo, sai che viene interpretato in un certo modo. Con le ragazze devi trovare un altro linguaggio: più raffinato, più gentile”.

Francesca Piccinini

Lo sciopero dei francesi

Fece notizia, nel 2010, lo sciopero dei calciatori francesi ai Mondiali in Sudafrica. Nicolas Anelka insulta il ct Raymond Domenech nell’intervallo di Francia-Messico e viene cacciato dal ritiro. Patrice Evra, oggi alla Juve, accusa di “tradimento” la talpa che ha spifferato tutto alla stampa. I Bleus si sfaldano e decidono di non allenarsi, prendendo chiaramente le difese di Anelka. Scrivono una lettera alla Federazione, “che non ha protetto la squadra”.

Federazione e stampa, come se non bastasse, criticano Franck Ribery per lo scarso impegno in campo. Tutti contro tutti. La Francia uscirà male e a pezzi da quel Mondiale (un solo punto in tre gare). Pioveranno le squalifiche. Il 5 settembre del 2010, Domenech verrà esonerato dalla Federazione, dopo aver incassato altre critiche da parte dei media e di Evra.

Raymond Domenech

L’eccezione di Livorno

Ogni tanto qualche allenatore viene riabilitato dai giocatori stessi. Un paio di anni fa, infatti, Davide Nicola venne esonerato dal Livorno. Ma giocatori e tifosi insorsero contro la decisione, inondando il web. E così, dall’esonero del 13 gennaio del 2014 si passa alla riassunzione del 19 aprile dello stesso anno. Storie da Libro Cuore, eccezioni in un mondo in cui comandano i giocatori. Più delle società.

Tifosi Livorno