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Napoli

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1154 giorni. Più di 3 anni senza Serie A (l’ultima partita da allenatore nel nostro campionato, prima di domenica, era il famoso Inter-Verona 2-2, quello della frase culto “poi è cominciato anche a piovere”, pronunciata nel post partita per giustificare un altro risultato negativo dei nerazzurri), alla fine il ritorno tanto agognato.

Walter Mazzarri sentiva il bisogno di ricominciare in Italia, per tanti motivi. La scelta di andare all’estero, per cambiare un po’ aria e rimettersi in discussione dopo la deludente esperienza a Milano, alla fine non ha portato i frutti che il tecnico di San Vincenzo avrebbe sperato. Non che abbia fatto così male in Inghilterra, ma quella barriera linguistica mai definitivamente abbattuta per il club alla fine ha contato molto, forse più dei risultati che alla fine non sono stati neanche così pessimi (salvezza raggiunta nonostante la stagione disastrosa di Ighalo, che l’anno prima era stato il trascinatore della squadra a suon di gol).

Si dice che il club gli avesse consigliato più volte di migliorare il suo inglese, che Mazzarri aveva studiato in quella specie di anno sabatico precedente al suo ingaggio. Un anno di preparazione sul posto, che però evidentemente non è bastato a imparare la lingua a un livello tale da renderlo autonomo nel gestire allenamenti e conferenze stampa (tanto da dover far ricorso costantemente ad un’interprete). Queste cose per gli inglesi hanno un peso importante, anche se la società è gestita dai Pozzo, e Mazzarri, che già con la  presentazione non aveva destato una buonissima impressione (il suo inglese scolastico ha reso il video virale in pochissimo tempo), ha pagato il suo scarso feeling con la lingua d’oltremanica.

Lo disse già in tempi non sospetti, l’idea era quella di fare un’esperienza diversa da quelle affrontate fino a quel momento, ma di fare ritorno nel suo paese: “Se mi mancherà? L’Italia è l’Italia, ma ora sono proiettato in questa nuova avventura; staccare dopo 15 anni fatti in Italia per poter magari rientrare un domani con ancora più voglia e stimoli”.  La chiamata del Torino è arrivata al momento giusto, per tanti motivi. Urbano Cairo stima da tempo Mazzarri, fin dai mesi che precedettero il suo arrivo alla Sampdoria (il presidente granata provò a portarlo a Torino, ma il tecnico aveva già firmato con i blucerchiati), la piazza è importante, entusiasta, pronta a sostenere una squadra che fino a questo momento ha espresso solo in parte le proprie potenzialità.

La netta vittoria col Bologna è da considerare fino a un certo punto, sia per i pochi giorni passati dall’arrivo del tecnico alla partita che per i cambiamenti tattici non ancora apportati, ma la voglia con cui i granata sono scesi in campo è quella giusta.  Aggressività bassa in fase di non possesso nella metà campo offensiva e forte in quella propria (a chiudere gli spazi agli avversari) e gioco sulle fasce si sono intravisti, ma i primi aggiustamenti veri il tecnico toscano li studierà in questi giorni di pausa dal campionato. Il passaggio alla difesa a 3, in cui a fiano a N’koulou e Burdisso potrebbe trovar spazio anche Moretti (che si gioca un posto con Lyanco) è prevedibile, così come la presenza di due mediani forti fisicamente (gli indiziati sono Rincon e Baselli, con quest’ultimo che però potrebbe essere schierato come mezz’ala offensiva per le qualità balistiche).

In attacco il tecnico toscano invece dovrà cercare gli giusti equilibri per non sprecare i talenti a disposizione, con Belotti come unica certezza e tanti altri calciatori forti da gestire. Iago Falque e Ljajic potrebbero appoggiare il Gallo, come trequartisti, oppure giocare singolarmente in alcune occasioni per aggiungere un centrocampista in determinate partite. Da non dimenticare anche la presenza di Niang, Boye, Berenguer e dell’emergente “canterano”  Edera, tutti talenti con qualità importanti pronti a dare il loro contributo. La storia dice che il tecnico toscano è capace di valorizzare al meglio proprio gli attaccanti (per rendersene conto basta guardare i numeri di Lucarelli e Protti a Livorno, Amoruso e Bianchi alla Reggina, Pazzini e Cassano alla Samp e Cavani al Napoli quando lui era in panchina) e con i granata avrà la possibilità di scegliere come forse mai prima.

Il Torino è pronto a ripartire con nuove ambizioni, così come il tecnico, desideroso di rifarsi anche quell’immagine di allenatore di alto livello che aveva costruito con fatica dopo la gavetta, partendo dal basso, fino ad arrivare a giocare anche la Champions e a vincere trofei come la Coppa Italia.

Ultimamente il suo nome più che altro è stato citato per ricordare le stagioni storte e le occasioni in cui ha cercato di giustificare i suoi risultati negativi con scuse un po’ rivedibili. Ora è arrivato il momento di ricordare a tutti che Walter Mazzarri non è un allenatore in declino, ma il tecnico capace di raggiungere risultati spesso inaspettati e di valorizzare al massimo il materiale umano a sua disposizione.

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Nelle ultime giornate, soprattutto negli scontri diretti tra le squadre che stanno giocando per vincere lo scudetto, è sembrato di assistere a una specie di ritorno al passato. Pochi gol, partite non belle dal punto di vista estetico, calcio fisico e attenzione difensiva ai massimi livelli sono stati i leitmotiv di gran parte delle sfide tra i top club della Serie A giocate negli ultimi 2 mesi.

Anzi, in generale, le 4 squadre che guidano la classifica (nonostante i tanti gol segnati) fanno dell’attenzione difensiva un punto di forza fondamentale, anche in un campionato che invece tendenzialmente sta privilegiando l’aspetto offensivo del gioco. Negli ultimi 10 anni infatti la Serie A è passata da secondo peggior torneo per gol segnati (nel 2007/2008, anno in cui vinse l’Inter di Mancini, solo in Francia si segnava meno) ad essere quello con la media gol più alta (nel 2016/2017 la Serie A, con 2.96 gol segnati di media, è davanti a Liga e Bundesliga, leadership mantenuta anche nella prima parte di questo campionato).

Inter, Juve, Napoli, Lazio e Roma partecipano al festival del gol all’italiana, segnano tanto e subiscono pochissimi gol negli scontri con le squadre medio/piccole (quella dei biancocelesti, tralasciando i 4 gol subiti nella sfortunata partita persa con il Napoli, rimane comunque una difesa forte). Queste ultime ormai difficilmente riescono a “rubare” punti a quelle che sono nei piani alti, venendo spesso sommerse di reti senza riuscire a fare granché, segno di un abbassamento qualitativo generale (soprattutto nella fase difensiva).

Ma è negli scontri diretti che viene fuori tutta l’importanza data alla difesa, quella che ha reso celebre il calcio italiano e lo ha portato in cima al mondo più di una volta, che è tornata a rivestire un ruolo di primo piano. In Juve-Inter, Napoli-Juve, Napoli-Inter e Roma-Napoli, in alcuni frangenti sembrava di assistere alle omonime partite giocate negli anni 70/80, quelle in cui si badava prima a non prenderle. La Juventus ha espugnato il San Paolo, campo più volte avverso anche negli anni scorsi in cui ha dominato il campionato, lasciando il pallino del gioco agli uomini di Sarri e ripartendo in contropiede con le frecce Douglas Costa e Dybala, con linee ravvicinate e nessuno spazio concesso agli avanti azzurri. Anche le prestazioni dell’Inter al San Paolo e all’Allianz Stadium sono state improntate soprattutto all’attenzione difensiva e alle ripartenze (più efficaci col Napoli, meno contro i bianconeri).

In questo le vittorie della Juventus del ciclo Conte/Allegri hanno tracciato il solco che poi gli altri stanno seguendo. I bianconeri hanno fondato la propria forza sulla difesa quasi insuperabile, con la BBC e Buffon a proteggere i pali, mentre le altre squadre perdevano i migliori difensori (Thiago Silva venduto dal Milan, Lucio venduto dall’Inter ma ormai a fine corsa, Samuel non più muro dopo il 2010) senza sostituirli adeguatamente. Roma e Napoli hanno provato a scontrarsi con i bianconeri, uscendone quasi sempre con le ossa rotte.

Quest’anno chi lotta per i posti Champions non può esimersi dal mostrare una fase difensiva solida. Il pilastro su cui Spalletti ha impostato il suo lavoro nei primi mesi all’Inter è stata la difesa, affidata a un tecnico preparato come Martusciello, e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Il reparto che lo scorso anno faceva acqua da tutte le parti ora è diventato quasi impenetrabile e gli zero gol subiti contro Napoli e Juve sanno di battesimo del fuoco superato per Skriniar e compagni.

Eusebio Di Francesco ha restituito solidità alla Roma con il suo 4-3-3, tanto che i giallorossi (al pari di Inter e Napoli) sono la miglior difesa del campionato. Lo stesso Napoli di Sarri, espressione di un calcio offensivo tra i migliori d’Europa, quest’anno il vero salto di qualità lo ha fatto in difesa, con errori sempre più rari e un Koulibaly ormai tra i migliori in Europa nel suo ruolo.

Anche Emiliano Mondonico, uno dei maestri del calcio all’italiana, ha dichiarato qualche giorno fa che a suo parere “sta ritornando il catenaccio e guardando le partite, tutti giocano dietro la linea della palla. Vedo tatticamente una grande predisposizione di molti verso questo modo di fare calcio: col catenaccio abbiamo vinto i Mondiali, non dimentichiamo che il contropiede e il catenaccio fanno parte della nostra storia”. 

Forse parlare di catenaccio puro è esagerazione, viste soprattutto le medie gol in Serie A nell’ultimo anno e mezzo, ma è indubbio che anche in un campionato sempre più votato all’attacco la fase difensiva sia poi il fondamento su cui costruire una squadra che poi possa aspirare alle posizioni di vertice.

Primo, non prenderle. Soprattutto negli scontri diretti.

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Un ribaltone nelle ultime ventiquattro ore. Fino a ieri mattina la presenza di Gonzalo Higuaín al San Paolo era in fortissimo dubbio, poi il Pipita è stato definito recuperato da Massimiliano Allegri in conferenza ed è stato incluso nell’elenco dei convocati. Stasera potrebbe persino partire titolare nella supersfida fra Napoli e Juventus, sarebbe la sua quinta volta da acerrimo nemico e la terza nello stadio dove si è laureato miglior marcatore di sempre in una singola stagione di Serie A.

Gonzalo Higuaín Sampdoria-Juventus

DA ESCLUSO A PROBABILE TITOLARE

Quando domenica è uscita la formazione ufficiale della Juventus per la partita col Crotone la panchina di Higuaín sembrava normale riposo, ma già prima del fischio d’inizio la società bianconera aveva fatto sapere che il motivo era un trauma al terzo raggio metacarpale della mano sinistra. Allegri, nelle interviste del dopogara, ha lanciato l’allarme per la trasferta di Napoli, diventata sicura assenza lunedì quando è venuto fuori che il trauma era in realtà una frattura che necessitava di intervento chirurgico. Operato nel pomeriggio sembrava a rischio pure per le altre due sfide decisive, contro l’Olympiakos in Champions League e l’Inter, ma a conclusione della giornata è arrivato il primo spiraglio: l’ha dato Giuseppe Marotta, intervistato durante il Gran Galà del Calcio AIC a Milano, dove ha dato il 50% di possibilità di vederlo in campo al San Paolo. Sembrava pretattica, invece era tutto vero: al post su Instagram dove annunciava l’esito dell’operazione Higuaín ha fatto seguire un graduale rientro in gruppo in allenamento, fino alla convocazione di ieri pomeriggio. Considerato che un infortunio ha messo fuori causa Mario Mandžukić ora è probabile che parta addirittura titolare assieme a Douglas Costa e Paulo Dybala, a chiudere cinque giorni pieni di colpi di scena.

Gonzalo Higuaín Napoli-Juventus

IL PIÙ ODIATO DI NAPOLI

Il 4-0 al Frosinone del 14 maggio 2016 è ormai lontanissimo. Quella sera Higuaín aveva tutta Napoli ai suoi piedi, che lo celebrava per la magnifica tripletta con cui aveva stabilito il record assoluto di gol in un singolo campionato, trentasei. È stata anche la sua ultima in maglia azzurra: il clamoroso passaggio in estate alla Juventus per i novanta milioni della clausola rescissoria l’ha fatto diventare in un colpo da idolo a nemico giurato, core ‘ngrato anche più di José Altafini che aveva fatto lo stesso percorso nel 1972. Da lì per il Napoli non è andata per niente bene quando si è rifatto vivo: un gol (decisivo, senza esultare) nel 2-1 del 29 ottobre 2016, un altro nel 3-1 del 28 febbraio (andata delle semifinali di Coppa Italia) e soprattutto i due del 5 aprile, nel match di ritorno proprio al San Paolo, dove l’esultanza c’è stata e pure rabbiosa, indicando in tribuna Aurelio De Laurentiis ritenuto il responsabile del suo addio al Napoli. Quattro gol in quattro presenze, solo nell’1-1 del 2 aprile (unico incrocio a Fuorigrotta in Serie A) è andato a secco ma anche lì il risultato è stato positivo per la sua attuale squadra: alle 20.45 ci sarà il quinto faccia a faccia, i fischi sono scontati e pure qualcosa in più, ma tutta Napoli si augura che stavolta il risultato sia diverso. Perché oggi vale molto di più.

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Chiamatelo campionato equilibrato se vi fa piacere, ma la nostra serie A è straordinariamente lontana da questa definizione. Le prime cinque della classifica, su 162 punti a disposizione, nelle prime 11 giornate ne hanno lasciati sul tappeto appena 6 (escludendo gli scontri diretti). Pazzesco! Napoli, Inter, Juventus, Lazio e Roma stanno viaggiando a ritmi che vanno ben oltre i 90 punti finali: 2 punti li ha persi la Juve campione d’Italia a Bergamo con l’Atalanta, 2 l’Inter a Bologna con il pareggio per 1-1, 2 la Lazio all’Olimpico alla prima giornata contro la Spal.

Sono lontani, lontanissimi i tempi in cui le grandi dovevano sudare le sette camicie per uscire con la vittoria dalla baldanzosa e orgogliosa provincia. Quando ad Ascoli piuttosto che ad Avellino ti andava bene pure il pareggio che, in media inglese, significava un bell’uguale e ti portava potenzialmente a raggiungere i 45 punti finali e, spesso, a festeggiare lo scudetto. Era l’epoca dei due punti, quella, e quindi un pari valeva di più di oggi. Ma anche le piccole davano maggiormente battaglia.

Non siamo alle sette sorelle, ma quasi. E comunque neanche allora si passeggiava e si bivaccava così facilmente su campi ostici per eccellenza. Napoli, Inter, Juve, Lazio e Roma sono rulli compressori fino a questo momento. Per loro non fa differenza giocare sul campo amico o in trasferta. Costruite per vincere, vanno in fondo verso l’obiettivo. Il Napoli domina la classifica con appena un pari (peraltro in casa con l’Inter, diretta rivale) e poi solo vittorie. Ma è imbattuta anche l’Inter, la Juve ha perso solo in casa con la Lazio. La Roma è più lontana semplicemente perché ha una partita in meno da recuperare a Genova contro la Sampdoria.

Avellino-Inter 1-0 (18^,1985/86)

Dietro, si annaspa. Pure il Milan è ormai lontano dalla vetta e dalla zona Champions. A pesare, probabilmente, c’è anche l’allargamento delle squadre che andranno nella massima competizione europea l’anno prossimo: saranno quattro e non tre. Dunque, si gioca per i primi quattro posti, ben sapendo che l’approdo in Champions significa tanti soldi, visibilità, un mercato diverso e non dimesso.

Su 54 partite giocate finora, pensateci, solo tre volte le prime 5 in classifica hanno lasciato punti alla plebe. Non vale davvero più l’adagio tutto nostrano secondo cui, in Italia, si possono perdere punti su tutti i campi. Niente da fare. Oggi il tricolore non si vince in provincia, ma facendo bottino pieno negli scontri diretti.

Anche per questa sperequazione tra prime e resto della compagnia c’è chi spinge per tornare a un torneo a 18 squadre. Qualcuno lo vorrebbe addirittura a 16, esagerando un po’. Certo, tre sono le fasce in cui ormai è divisa la nostra serie A: le prime cinque, poi un gruppetto di altre 4-5 squadre (Milan, Atalanta, Sampdoria, Fiorentina e Torino) che giocheranno con il coltello tra i denti (forse) per l’ultimo posto valido per l’Europa League, poi tutte le altre, ossia almeno dieci squadre. La metà esatta della serie A.

Siamo a record in positivo e a record in negativo. Il Benevento ha perso 11 partite consecutive e pare essere nella massima serie per caso, continuando a subire sberle a destra e a sinistra, e perdendo anche contro le dirette concorrenti: schiodarsi da zero punti, non salvarsi, pare il vero obiettivo dei campani. Mentre le altre sanno che dovranno fare come le grandi, ossia prevalere proprio negli scontri diretti per ottenere un altro biglietto omaggio per la serie A. Qualcuno potrebbe obiettare che forse rende di più (economicamente) la retrocessione (vedi paracadute), ma vuoi mettere riempire lo stadio per l’arrivo delle grandi e dei campioni?

Difficilmente, le 5 sorelle manterranno lo stesso ritmo fino alla fine, questo è chiaro, soprattutto quando, in primavera, ci saranno i tanti impegni europei, di Coppa Italia e di campionato. Qualcuna si staccherà, inizierà ad arrancare, e a quel punto sarà quasi impossibile una rimonta stile seconda Juve di Max Allegri che, proprio dopo un inizio shock, iniziò a rosicchiare punti a tutti, fino ad arrampicarsi al primo posto e a conquistare il campionato.

Le rimonte sono ammesse quando il gruppone si fa valere, quando il fattore campo ha ancora un senso anche per le piccole. Così, no. Così conta il braccio di ferro nel faccia a faccia. Vero è anche che contano ancora di più i pomeriggi storti, i rigori sbagliati (vedi Dybala, due consecutivi, tre punti in meno per la Juve che, altrimenti, sarebbe a braccetto con il Napoli). Insomma, la giostra gira veloce, chi cade o mette un piede per terra rischia di non riuscirci a salire più.

Non parlate più di campionato equilibrato, però. Perlomeno, parlate di una serie A1 e di una serie A2 con in mezzo alcune squadre cuscinetto, ancora indecise se provare a risaltare sulla giostra, osservare lo spettacolo o farsi riprendere da chi sta dietro e spinge per guardare un po’ più da vicino i campionissimi. I titolarissimi, come direbbe Maurizio Sarri, al momento dittatore della nuova serie A a 5 stelle.

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Dica 55. Non 33, perchè quelle (come presenze) le ha superate da un tempo. Nel calcio del turnover, delle rose ampie e delle rotazioni talvolta tanto programmate quanto stucchevoli per calciatori e addetti ai lavori, c’è un calciatore che entra in campo dal 1′ senza alcuna pausa da poco più di un anno. Il suo nome? Lorenzo Insigne, numero 24 del Napoli.

L’ultima panchina? A Crotone

23 ottobre 2016, Crotone-Napoli. Nell’1-2 dello “Scida”, siglato da Callejon e Maksimovic, Lorenzo il Magnifico -come dalle parti del San Paolo chiamano il loro “scugnizzo”- ha conosciuto di fatto per l’ultima volta il sapore della panchina.  In campo ci andò il tridente formato da Callejon, Gabbiadini e Mertens. L’attaccante centrale, oggi al Southampton, si fece espellere nel corso del primo tempo e obbligò il tecnico a tenere in panchina Insigne per il resto della gara. Da quel giorno, Maurizio Sarri non lo ha più “voluto” al suo fianco. Certo, non per mancanza di stima. Anzi: di Insigne l’allenatore toscano non sa proprio fare a meno. Regista laterale della squadra, assist-man (sei solo in questa stagione tra Serie A e Champions League, alla pari delle reti realizzate) e autentico equilibratore nel 4-3-3 partenopeo: ala sinistra solo sulla carta, libero di duettare e inventare nel tridente completato da altri due brevilinei come Mertens e Callejon. Sulle spalle il numero 24, nei piedi qualità sopraffine da 10: quelle cifre che a Napoli fanno rima con un solo nome: Diego Armando Maradona.

Maradona nel destino: il genero gli “rovina” la festa

Nella platea europea, quella della definitiva consacrazione per un calciatore, Insigne ieri sera ha risposto presente: nella prima mezz’ora di gioco, quella che ha “massacrato” il Manchester City (parola di Pep Guardiola), Lorenzino ha aperto la partita con un gol fantastico, di quelli che suonano come un riscatto per i tanti sacrifici fatti in campo, e ha suonato la carica nella ripresa, cogliendo una traversa dalla distanza che avrebbe potuto cambiare l’inerzia del match. Il calcio, però, è materia strana, quasi stramba: e il destino presenta il suo conto. Così, a punire il Napoli e rendere complicati i piani di qualificazione alla fase a eliminazione diretta di Champions League ci ha pensato il genero di Maradona: “El Kun” Aguero, autore del 2-3 che ha spianato le porte al poker dei Citizens. E Insigne? Iper, super, ultra Magnifico ieri sera. Ma con un pugno di mosche in tasca, come ammesso dal diretto protagonista:

“Credo sia un risultato ingiusto per la prova che abbiamo disputato. C’è rammarico per la prova disputato, abbiamo messo sotto per lunghi tratti la squadra più forte d’Europa”

Riposo, questo sconosciuto

55 presenze consecutive tra campionato e coppe, tutte dal primo minuto (di cui 34 per tutti e novanta i minuti e 21 volte sostituito, spesso nei minuti finali), 26 reti, 15 assist. Negli ultimi anni meglio di lui ha fatto soltanto il difensore del Sassuolo Acerbi. La capacità di incidere di Insigne nel gioco del Napoli è pazzesca: negli ultimi 365 giorni dei partenopei, c’è il suo piede in un terzo delle azioni vincenti. Merito di una condizione fisica messa a puntino dello staff tecnico e medico del Napoli, ma anche una necessità –l’impiego ostinato di Lorenzo- dettata dalla sfortuna, che per due volte ha messo fuori causa Milik, lasciando il Napoli a secco di alternative per il cuore dell’attacco, dove Mertens è padrone unico della maglia. A Giaccherini e Ounas il numero 24 lascia briciole, scampoli di partita.  Briciole, come quelle che restano a tavola. La sana alimentazione è nel cuore dei segreti del “Magnifico”: niente bibite, niente dolci, niente cibi grassi e niente alcolici. In una parola, sacrifici: l’unica ricetta valida verso la vetta.

2018 di consacrazione

In attesa di capire se Sarri gli concederà un turno di riposo con la maglia del Napoli (difficile per un calciatore che sin qui in stagione è rimasto fuori soltanto per 88 minuti, neanche una partita intera), nell’immediato orizzonte di Insigne c’è la nazionale. Lo spareggio contro la Svezia, in calendario tra meno di due settimane, imporrà uno step di crescita all’intero gruppo guidato dal Ct Ventura. Per Lorenzo, sin qui autore di 3 reti in 20 presenze, l’occasione di confermare la definitiva consacrazione. Lasciando il segno, verso un 2018 decisivo per sè e per le maglie azzurre che indossa. Sempre in campo. Da buon Insostituibile doc.

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Il Napoli comanda con 24 punti su 24, la Juventus arranca a 19, dopo aver conquistato un solo punto nelle ultime due partite e aver perso prima il comando e poi anche la seconda posizione. Il Napoli sta giocando alla grande e sta dando dimostrazione di grande solidità, i bianconeri di Massimiliano Allegri stanno attraversando una piccola crisi.

Ma da cosa può dipendere questa situazione, oltre che da un calo fisiologico di chi arriva da sei scudetti consecutivi? Anche da un differente utilizzo della rosa. Maurizio Sarri sta impiegando moltissimo i cosiddetti titolarissimi, soprattutto in difesa e in attacco (dove, con Milik fuori fino a gennaio, il tridente Insigne-Mertens-Callejon gioca sia in campionato sia in Champions). Massimiliano Allegri, invece, sta facendo ampio uso del turnover, anche a scapito del risultato qualche volta, ma facendo leva probabilmente sul lungo termine. Il tecnico juventino non vuole che qualcuno non si senta parte del progetto e così dentro Asamoah e fuori Alex Sandro, dentro Bernardeschi e Dybala in panchina. Solo a centrocampo la coperta è un po’ corta a causa degli infortuni che hanno colpito il reparto.

L’intento di Allegri è di avere tutti contenti e un po’ meno stanchi a marzo-aprile, quello di Sarri pare essere prendere il massimo vantaggio in campionato adesso, anche a scapito della Champions, per poi amministrare nei mesi più caldi.

Ma guardiamo un po’ di numeri. In casa Juve, persino il portiere, Gigi Buffon, non è titolare fisso. Ha saltato due partite il capitano, lasciando spazio al polacco Szcsesny. Dall’altra parte, invece, Reina le ha giocate tutte e 8. Uno come Alex Sandro è apparentemente insostituibile, ma nella Juve ha giocato metà delle partite (4, con, 383 minuti totali) per lasciare spazio ad Asamoah (4, 382 minuti): un turnover addirittura scientifico, per non dire matematico, con lo stesso numero di minuti in campo per i due esterni di sinistra.

Nella difesa napoletana, Albiol (6 partite, 522 minuti), Ghoulam (8, 753), Hysaj (6, 554) e Koulibaly (8, 756) sono praticamente sempre presenti, con uno spazio davvero piccolo per Maksimovic (un match, 96 minuti). A Torino, invece, si alternano pure al centro della difesa: Barzagli, Chiellini, Benatia e Rugani (Chiello il più utilizzato, 6 partite e 577 minuti). Per necessità, è Lichtsteiner che in campionato le gioca tutte (8, 578 minuti) a causa dell’infortunio di De Sciglio e perché in Champions League non è iscritto alla lista Uefa.

A centrocampo, il Napoli utilizza sempre Allan e Hamsik, mentre Diawara e Jorginho sono i primi cambi (con quest’ultimo che in realtà è un titolare aggiunto). Rog conta 6 apparizioni, ma per appena 94 minuti, così come Giaccherini (2, 54). Zielinski viene spesso utilizzato a centrocampo da Sarri, infatti ha all’attivo ben 317 minuti e 6 partite. In casa Juve, con Marchisio fuori per infortunio, Khedira che spesso si ferma e Pjanic che è stato assente nell’ultimo mese, hanno dovuto tirare la carretta Matuidi (8 presenze, 608 minuti) e Bentancur (6, 334). Due nuovi arrivati, il che potrebbe portare a pensare che anche i meccanismi dei campioni d’Italia ancora non siano perfettamente oliati.

In fase offensiva, Sarri non rinuncia mai al tridente delle meraviglie, con Callejon, Insigne e Mertens che hanno giocato sempre (723 minuti per Insigne, 672 per Callejon e 665 per Mertens). Praticamente mai visto Ounas (2 partite per 36 minuti, Milik ha avuto tempo di segnare un gol in tre apparizioni (per 97 minuti complessivi) prima di infortunarsi.

Allegri, invece, praticamente mai rinuncia a Mandzukic (8 partite, 724 minuti), si affida spesso pure a Higuain come terminale offensivo (8, 646), ma poi ruota gli uomini. Dybala conta 6 presenze per 618 minuti, Bernardeschi 6 per 182 minuti, Cuadrado 6 per 443 minuti, Douglas Costa 6 per 255 minuti. Senza dimenticare che qualche volta pure Sturaro è entrato nei tre dietro la punta, oppure a centrocampo, o sulla destra per Lichtsteiner (3 partite per l’ex genoano, 191 minuti).

I dati confermano quanto detto a parole: filosofia diversa per le due squadre che dovrebbero contendersi lo scudetto alla fine, anche se di mezzo in questo momento c’è l’Inter. Forse anche per questo motivo Sarri si lamenta spesso del calendario, delle grandi sfide ravvicinate: sa di star giocando con il fuoco della stanchezza, spera di arrivare a Natale con un vantaggio incolmabile per poi mischiare un po’ le carte. Allegri, invece, cerca di restare in scia con il proposito opposto: scatenare il gruppo all’inseguimento quando l’inverno comincerà a diventare più mite. Sperando di essere ancora in lizza, a febbraio, per tutti e tre gli obiettivi.

Una gran rincorsa è già riuscita alla Juve, dopo una partenza falsa, non come questa che tutto sommato conta 6 vittorie, 1 pari e 1 sconfitta. Riuscirà di nuovo nell’impresa mettendo il gruppo al primo posto?