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Lewis Hamilton è a un passo dal Mondiale di Formula Uno, con la Ferrari di Sebastian Vettel ha una remotissima possibilità di riaprire la corsa. Il verdetto è arrivato ad Austin, dove la Mercedes del britannico ha vinto, precedendo sul traguardo proprio il tedesco.

Ma che l’ultimo week end sia stato nero per i colori italiani dei motori lo conferma anche la Ducati in MotoGP. Qui, lo spagnolo Marc Marquez ha vinto, consolidando la sua posizione di capo classifica, con Andrea Dovizioso precipitato a -33 punti dopo un fine settimana infernale in Australia, mentre Valentino Rossi andava a prendersi il secondo posto.

Insomma, le Rosse a due e a quattro ruote stanno per chiudere la stagione a mani vuote. I rimpianti sono soprattutto per la Ferrari, a un certo punto della stagione in lotta serrata per conquistare il titolo piloti. Adesso, dopo le due vittorie consecutive di Hamilton, i punti di ritardo di Vettel sono 66, così a Città del Messico o poco dopo, sarà trionfo Mercedes. Manca solo il sigillo, buono per le statistiche. Non solo: anche il titolo costruttori è nelle mani della Casa tedesca.

Ad Austin, Vettel avrebbe potuto vincere e tenersi ancora un piccolo spiraglio e non consola il fatto che sul podio ci fosse anche l’altro ferrarista, Raikkonen. Ma la doppietta non deve ingannare: è stata solo la grande partenza di Vettel a impedire una doppietta sì, ma d’argento. È l’ultima parte del campionato, in particolare, quella in cui la Ferrari ha sbagliato molto, ha lasciato punti per strada che si sono tramutati in rimpianti.

Siccome siamo quasi a fine stagione, l’arretramento della Ferrari nei confronti della Mercedes non è un bel segnale neanche per il prossimo Mondiale. Quanto lavoro bisognerà fare per ripresentarsi a marzo alla pari se non davanti alla Mercedes? Quanto è distante il Cavallino?

Intanto, a Città del Messico, ad Hamilton sarà sufficiente arrivare tra i primi cinque per portare a casa un altro trofeo, visti 1 10 punti mancanti per chiudere il discorso. Anche se Hamilton facesse cilecca, Vettel potrebbe tenere aperto il Mondiale solo arrivando primo o secondo.

Spostiamoci alla MotoGP. Dovizioso non vuole mollare, anche perché ha la metà dei punti di distacco da Marquez rispetto a quelli di Vettel da Hamilton. Ma la festa Rossa Ducati pare essersi allontanata dopo l’Australia. La corsa di Sepang è vicina, il forlivese deve scalare una montagna e lo sa: “Ho perso molti punti a Phillip Island e adesso la mia corsa per il titolo sembra compromessa. Però penso positivo, la Malesia è una pista molto impegnativa, anche a causa del caldo. L’anno scorso qui ho vinto e tutto può ancora succedere”.

Tutto potrebbe succedere se Marquez rallentasse, ma lo spagnolo non pare proprio averne intenzione. Mancano due gare alla fine, Dovizioso non ci vuole pensare: “Noi a questo punto dobbiamo solo cercare di portare a casa il massimo risultato e ce la metteremo tutta”. Con 50 punti ancora disponibili, recuperarne 33 pare follia. Soprattutto con l’immagine del Dovi tredicesimo e Marquez che taglia per primo il traguardo.

Diciamo la verità: forse ci eravamo illusi, sia in Formula Uno e in MotoGP, con il sogno delle Case italiane davanti a tutti. Questa volta senza Valentino Rossi a portare in alto il vessillo tricolore, ma addirittura con un pilota italiano (Dovizioso) su una moto italiana (la Ducati). Ci abbiamo sperato. Le possibilità ci sono state. In F1, mai come quest’anno, è parso possibile fare lo scherzetto alla Mercedes, che ha dovuto spingere a fondo per comandare ancora. Non è sufficiente a Maranello aver insidiato così a lungo le monoposto argentate, e non potrebbe essere altrimenti visto che la Rossa è abituata a vincere (anche se il successo manca da un po’).

In MotoGP, quando Rossi si è fatto male, stavamo abdicando. Ma è spuntato il sole rosso fuoco della Ducati, che ha tenuto letteralmente svegli i tifosi italiani, disposti ad alzarsi all’alba pur di vedere cosa avrebbe fatto Dovizioso. Se solo in Australia avesse confermato il quarto posto dell’anno scorso, chissà. Invece, la Ducati ha trovato la sua giornata nera. Inspiegabile. Del resto, la tecnologia moderna rende auto e moto praticamente perfette, ma poi c’è sempre l’episodio, l’errore umano che può cambiare le carte in tavola.

Aspettiamo l’anno prossimo, quindi. Bisognerà lavorare ancora più duro in Ferrari e in Ducati. Ma statene certi, nessuno ha intenzione di mollare. Dai meccanici agli ingegneri. La fame di successo è tanta.

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Due Mondiali, un anno e mezzo e 532 giorni dall’ultima volta. È il lasso di tempo che appassionati e tifosi hanno dovuto attendere per rivedere Valentino Rossi sul gradino più alto della classifica della MotoGp. Spente 38 candeline sull’ultima torta e alla 22esima stagione da pro nel motociclismo, il campione di Tavullia è stato protagonista dell’ennesimo exploit, proprio quando in molti erano pronti a scommettere su un campionato a far da chioccia al talentuoso compagno di squadra, Maverick Vinales, sostituto del mai amato Lorenzo in Yamaha. E invece il vecchio leone è tornato e ruggisce a pieni polmoni.

Dai fattacci di Valencia 2015, con il decimo Mondiale soffiato all’ultimo atto da un Lorenzo agevolato dalla squalifica del Dottore post-Sepang (Rossi ultimo in griglia e quarto sul traguardo, alle spalle dello spagnolo e dei due connazionali della Honda, Marquez e Pedrosa), alla felicità di Austin: l’esperto pilota si scopre costante anche fuori dai confini europei e con 23 punti in più rispetto allo scorso anno.

Passano gli anni, insomma, ma Rossi migliora come fosse un buon vino. Più maturo, paziente, forse meno veloce di un tempo, ma con la stessa capacità di leggere le gare e risultare spietato per i suoi avversari con la gara in bilico e quando più conta. Si veda l’ultimo sorpasso ad Austin su Pedrosa e in generale tutta la gestione delle tre gare. Ancora una volta Vale è stato bravo a scardinare certezze, pronostici e convinzioni. L’inizio con i fiocchi (terzo in Qatar e secondo in Argentina e ad Austin) ha permesso in particolare di lasciarsi alle spalle una fase di preparazione parecchio complicata. Come da sua stessa ammissione: “Me lo avessero detto in inverno non ci avrei assolutamente creduto – ha spiegato -. Anche se già in Qatar, non so perché, ero ottimista. Forse perché ero talmente disperato che, come i matti, mi ripetevo ‘va tutto bene, va tutto bene’“.

Adesso quindi può gridarlo a gran voce. Ha 6 punti più del compagno di squadra Maverick, vincitore dei primi due Gran Premi ma fuori al secondo giro in America, e 18 più di Marquez, confermatosi dominatore sulla pista americana. Ora si va in Europa, a cominciare da Jerez in Spagna, dove proprio lo scorso anno il numero 46 ha interrotto il predominio iberico. “Essere primo è un gran risultato – ha commentato ancora Rossi – anche se so che sarà difficilissimo restarci. Il mio primo obiettivo all’inizio di ogni stagione è provare a vincere una gara e quest’anno è lo stesso. Jerez, Le Mans, Mugello, Barcellona, Assen… ho sempre avuto un gran feeling su quelle piste, ho memorie fantastiche, lì si respira la vera atmosfera del Mondiale“.

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Quanto ai suoi avversari: “Tra Maverick e Marquez c’è una grandissima rivalità e cercheranno di fare il massimo. Hanno una grande motivazione, ma anche se sono favoriti penso che da adesso in poi un’occhiata me la daranno“. E lo stesso farà la marea gialla che ad ogni gara colora le tribune dei Gp. I tifosi di Rossi pregustano un’altra stagione di primo piano, pronti a palpitare per l’obiettivo “decimo Mondiale”. Ancora presto per dire se sarà la sua ultima stagione, ma laddove lo fosse sarebbe un finale all’altezza del suo essere Fenomeno. Con la F maiuscola.

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Nell’ultimo weekend abbiamo assistito, quasi in contemporanea, a due grandi eventi sportivi: il Gran premio di Monza ed il Gp di Silverstone in Gran Bretagna. Le due gare ci hanno fatto ragionare: appassiona di più la F1 o la MotoGP? La risposta è soggettiva, chiaro; noi però abbiamo analizzato i Gran Premi cercando spunti interessanti per rispondere a questa domanda.

La gara di Monza è stata, in una parola, “monotona“: Mercedes davanti e tutti gli altri dietro. Ovvio, la partenza da città trafficata di Hamilton ha reso l’esito finale differente da quello che ci aspettavamo, ma sempre due macchine della casa di Stoccarda davanti ed i poveri “umani” ad oltre 20” dal vincitore Rosberg.

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Il podio di Monza 2016 – Rosberg, Hamilton e Vettel

Insomma, la gara è durata 800 mt, quelli che hanno fatto sperare al popolo rosso di vedere Vettel attaccare la Mercedes numero 6. Il popolo rosso, appunto. Tifosi che non hanno mai abbandonato la speranza di vedere una delle due macchine di Maranello stare davanti ad almeno una Mercedes ma, purtroppo, non è stato così. Il tifo Ferrari merita altro.

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Il “popolo rosso” all’autodromo di Monza

La MotoGP, al contrario della F1, ci sta abituando all’imprevedibilità. Le ultime 5 gare ci hanno consegnato 5 differenti vincitori: Miller, Marquez, Iannone, CrutchlowViñales, roba da sogno per chi è abituato alle 4 ruote. La gara di Silverstone è stata l’apoteosi dell’ignoranza come direbbero i piloti romagnoli; tralasciando la gara del vincitore (possiamo riassumere la prestazione del buon Maverick con partenza, fuga, traguardo, vittoria) quello a cui abbiamo assistito dietro di lui ci ha fatto stare incollati alla televisione: 4 “pazzi” di nome Cal, Valentino, Marc e Iannone (nonostante l’ennesima caduta) se le sono date di santa ragione, come se non ci fosse un domani.

Abbiamo visto sorpassi, staccate e carenate a cui, da qualche tempo, non eravamo più abituati.

È questo ciò che rende eccitante e adrenalinico questo sport: puoi non essere un tifoso o essere il direttore del fan club di Valentino Rossi, ma quando assisti ad un sorpasso millimetrico effettuato ad oltre 250 km/h su due ruote, sale quasi spontanea quella sensazione che ti fa stringere le mani sui braccioli del divano sperando che il tentativo vada a buon fine.

La battaglia tra Valentino e Marquez ha emozionato per spettacolarità e decisione

Gli amanti della F1 vivono di storia: portano avanti il ricordo delle battaglie di un tempo, dei grandi duelli che hanno animato le domeniche di milioni di appassionati. Chi non ha mai sentito parlare di Jackie Stewart, Niki Lauda, Nelson Piquet, Gilles Villeneuve, Ayrton Senna, Alain Prost, Nigel Mansell, Michael Schumacher?

Oggi, la tecnologia, ha scavalcato il pilota.

Le macchine influiscono oltre il 70% sulle prestazioni in pista,  rendendo il pilota una componente non più fondamentale in gara. I mondiali vengono vinti a dicembre da ingegneri e meccanici rendendo la competizione priva di duellismi se non tra compagni di scuderia (vedi Rosberg – Hamilton).

Questo sport ha perso la sua componente “umana”: vincono le macchine, non i piloti.

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Da sinistra: Senna, Prost, Mansell e Piquet

La MotoGP si è affacciata agli occhi delle persone più recentemente: è vero che campioni come Mike Hailwood, Giacomo Agostini, Wayne Rainey, Kevin Schwantz e Mick Doohan hanno creato le fondamenta di questo sport, facendoci emozionare con le loro storie e rivalità, ma possiamo affermare, senza essere troppo patriottici, che con l’arrivo nel “circus” di Valentino Rossi questo spettacolo è stato reso ancora più coinvolgente.

In passato il motomondiale era conosciuto solo agli addetti ai lavoro ed agli appassionati: negli ultimi anni si è notato un importante incremento del seguito a questo sport, con tifosi che riempiono le tribune dalle prime ore del sabato mattina. Questo succede perchè ogni weekend abbiamo la possibilità di assistere ad uno spettacolo diverso e sempre imprevedibile; basti pensare alla stagione 2015, la più seguita di sempre per via dell’ormai celebre “duello da strada” tra Rossi e Marquez.

Questo è quello che vuole vedere la gente. Spettacolo, andrenalina, rivalità; soprattutto vuole sapere chi c’è dentro quel casco. Vuole conoscere la sua storia, le sue sfaccettature, vuole sapere cosa pensa prima e soprattutto dopo la gara.

E tutto questo la MotoGP lo offre.

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Schwantz-Rainey, il duello “clou” di inizio anni 90′

Se la Formula Uno in passato rappresentava lo sport motoristico per eccellenza, la lotta dell’uomo prima contro la propria macchina, poi contro gli altri piloti, oggi è l’emblema di quanto la parola tecnologia, nel mondo dei motori, non significhi per forza “passi avanti“. La noia e l’invariabilità di risultati rendono questo sport un passatempo per appassionati tendenzialmente “over 50”. Il rischio è di ritrovarsi, fra qualche anno, con sempre meno patiti trasformando questo spettacolo in un porto di innovazione automobilistica.

La MotoGP, per intensità, storie e colpi di scena ha decisamente superato in termini di “intrattenimento” la F1. Questo è uno sport giovanile, al passo coi tempi, dalle ombrelline alla telecronaca, dalle livree dei caschi alla scelta dei circuiti. Gli spettatori restano incollati al teleschermo per 40 minuti isolandosi dal mondo circostante sicuri che assisteranno ad uno spettacolo sempre differente.

Ci auguriamo che la nuova proprietà del circus delle 4 ruote riporti questo sport agli antichi splendori, lasciando perdere le regole assurde e sempre differenti che ogni anno causano “scompensi” tra i piloti e tra i tifosi; contrariamente, ci auguriamo che la MotoGP possa restare avvincente e sempre imprevedibile, che ci possa narrare ogni weekend una storia nuova e, per un’ora o più, distrarci dalla noiosità domenicale.

Recuperiamo la F1, salvaguardiamo la MotoGP.

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Un finale di stagione come l’ultimo vissuto dalla MotoGp sarà difficile da dimenticare o lasciare alle spalle senza colpo ferire. Veleni, polemiche, diffuso senso di ingiustizia e più di una storia senza lieto fine all’interno dello stesso racconto. Su tutte quella di Valentino Rossi, il campione 37enne, tornato leone pronto a ringhiare e a impadronirsi del decimo Mondiale di una carriera infinita, disarcionato a un passo dal traguardo proprio da chi, tra gli altri, aveva mostrato di avere il talento e la fame per avvicinarsi a lui. Almeno sino a quando Marc Marquez non ha deciso di ergersi a protagonista di una contesa, quella per il titolo, che lo vedeva da tempo fuori dai giochi.

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Da contendente, ormai lontano in classifica, si è trasformato in arbitro decidendo la sfida tutta Yamaha tra il Dottore e il compagno Lorenzo. E il paradosso di vedere due Honda (contando anche il compagno e connazionale Pedrosa) impegnarsi così a fondo per far trionfare la moto rivale (dello spagnolo Lorenzo) è forse l’immagine di una stagione avvincente conclusasi in modo assurdo. Marquez sarà dunque riuscito nel suo intento, ma non uscendo di certo indenne dal polverone mediatico che ne è conseguito. Il danno di immagine è difficile da riparare e guardando alle gare la storia di Valentino insegna che chiunque abbia provato a sbarrargli la strada, con le buone o con le cattive, ne sia uscito puntualmente con le ossa rotte. In termini sportivi s’intende.

Non è un caso quindi che, sin dall’avvio delle prove in Qatar, Rossi non abbia perso tempo per mettere le cose in chiaro. Lui non dimentica e non si sente vecchio pure alla vigilia della sua 21esima stagione da professionista: una “primavera” in più fa poca differenza e la M1 continua a essere la moto più affidabile del circuito. Ne vedremo delle belle, insomma e c’è curiosità soprattutto rispetto alle novità introdotte in vista della nuova stagione. Due su tutte potrebbero aumentare l’imprevedibilità: il cambio di fornitore di gomme (Michelin ha preso il posto di Bridgestone), ma soprattutto l’obbligo di software unico; se fino all’anno scorso ciascuna Casa motoristica sviluppava la propria elettronica, in questo gli organizzatori hanno scelto di ridurre gap in pista e spese di gestione uniformando la dotazione.

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Guardando infine alle forze in gioco, detto del ruolo di favorita della Yamaha di Rossi e Lorenzo, che si conferma affidabile e dalla tenuta solida (con lo spagnolo un po’ più avanti del numero 46 nella preparazione), alle spalle arranca la Honda di Marquez e Pedrosa, ancora alle prese con problemi di tenuta del motore (il 4 cilindri sembra essere ancora troppo irruento e va domato a livello di tenuta); cresce invece a vista d’occhio la Ducati di Dovizioso e Iannone, sempre imprendibile sul lungo e con un’elettronica che sembra poter regalare il salto di qualità. Quanto alle altre, c’è curiosità per il ritorno dell’Aprilia e, restando in orbita tricolore, anche per la crescita di Danilo Petrucci con la sua Pramac.

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10 al campionato di serie A, mai così bello ed equilibrato. Più volte lo avevamo pronosticato, ma così è oltre ogni ragionevole speranza di divertimento. Comanda la Roma, con soli due punti su quattro squadre; ogni settimana uno scontro al vertice. Dopo Napoli-Fiorentina e Fiorentina-Roma ci attendono Inter-Roma e Roma-Lazio.


9 per Mohammed Salah. Uno stadio e una città lo aspettano con cori di scherno e fischi, che non lo abbandonano mai fin dal riscaldamento. Gioca una gara di straordinario sacrificio, condita dalla perla che consente alla Roma di sbloccare e giocarsela nel modo che ama di più. E non esulta. Alza solo troppo il braccio nel finale e si fa espellere, ma la tensione accumulata fa propendere per la giustificazione. 24 partite di A 11 gol. Grande giocatore.


8 a Paulo Dybala. La pressione di Salah era ambientale, la sua, invece, generale. L’allenatore lo usa poco e tutti lo vogliono in campo. Ha i numeri dalla sua parte e la partita con l’Atalanta ha dimostrato, inequivocabilmente, che ha anche una grande personalità. Prima la Juve gli consegna l’attacco, prima si ripagherà l’enorme sforzo economico estivo. Gol, assist, rincorse agli avversari. Sempre nel vivo. E per il bene della Juve, mai più in campo solo 11 minuti.


7 era il suo numero l’anno scorso. Oggi ha il 10 e come tale gioca. Felipe Anderson è una delle cose più belle che girano per la nostra serie A. Anche lui ha fatto i conti con le panchine (troppe!) all’inizio dell’anno. Ma oggi Pioli lo mette in campo sempre. E i risultati dicono che la Lazio vola, 8 vittorie su 8 in casa (5+3) e secondo posto in classifica.


6 a Ciccio Lodi. Non tanto per la punizione, perché ne ha segnate di più belle. Ma per la voglia di rimettersi in discussione, la capacità di ritrovarsi e di diventare fondamentale per una squadra senza regista di qualità. Ci sono pochi ruoli così importanti nel calcio, e con Lodi l’Udinese può certamente riuscire a salvarsi senza soffrire.


5 alla Fiorentina e a Paulo Sousa, per una volta tra i bocciati. La settimana dell’1-2 si è conclusa. Era quella della maturità e sia con Napoli che Roma sono arrivate sconfitte onorevoli e con bel gioco. Sconfitte di misura, ma sempre sconfitte. Con l’aggravante del maxi turnover di giovedì coi polacchi che costringe la squadra ad inseguire la qualificazione avendo due partite in trasferta.


4 a Lorenzo Lollo. Il Carpi vince un match fondamentale per la stagione, che può far allungare in classifica su un’avversaria diretta e lui trova il modo di prendere 2 gialli in mezz’ora e farsi cacciare. Una follia che potrebbe far svoltare in negativo il Carpi e in positivo il Bologna.


3 al Chelsea. Ancora sconfitto, ancora polemiche, ancora con un espulso. Certamente qualcosa all’interno non funziona. Mourinho non è entrato sotto pelle ai giocatori come nelle sue precedenti avventure, la squadra mentalmente è debole e la fortuna, stranamente, ha abbandonato il portoghese. La stagione sta prendendo una piega inquietante.


2 a Marc Marquez. Ha restituito la foto di Icardi bambino con Maxi Lopez al Barcellona, un’immagine vecchia e poco significativa. 7 anni fa idolatrava Valentino (come ogni centauro dovrebbe fare) e da qualche settimana non solo lo sta danneggiando, ma sta rovinando l’immagine propria e di uno sport fantastico, nuocendo anche a Lorenzo. Non sarà mai Valentino Rossi, per carisma, talento e popolarità, se ne facesse una ragione. E preghi che non succeda l’incredibile all’ultima gara.


1 a Valentino, proprio per l’ultima riga su Marquez. Difficile che qualcuno possa essere come lui. E quindi seppur giustamente arrabbiato, seppur volgarmente provocato, non può fare quello che ha fatto. Perché i campioni sono tali soprattutto sotto pressione, perché la figura è internazionale, perché è un simbolo dello sport. E per quanto parecchi italiani pensino (pensiamo) che abbia fatto una cosa sbagliata ma comprensibile, se ci togliamo la bandiera dal collo e la analizziamo con distacco, possiamo solo condannare. E tifare perché all’ultima gara vada a vincere proprio in Spagna e ci regali un’impresa così grande da cancellare quel piccolo grande folle calcetto…

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Tre Gran Premi alla conclusione del Mondiale, 75 punti a disposizione, 18 a separare i due contendenti, una sola moto (la Yamaha) interessata dalla lotta per il titolo. Questi alcuni numeri salienti dell’entusiasmante finale di stagione che ci stiamo preparando a vivere nel Motomondiale 2015. Da una parte il vecchio leone, Valentino Rossi, a un passo dallo storico decimo titolo in carriera, dall’altro il compagno di squadra, Jorge Lorenzo, che di campionati ne ha vinti quattro e rispetto all’avversario ha anche otto anni in meno (classi ’79 e ’87). Una sfida venuta fuori alla distanza, per certi versi favorita dall’ammutinamento di Marc Marquez, il due volte campione in carica, quest’anno costretto a mangiare l’asfalto non solo degli avversari, ma anche quello che da solo si è propinato cadendo in cinque occasioni su 15 gare.

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Anche Lorenzo, però, ci ha messo del suo: un mix di talento, determinazione e capacità di migliorarsi settimana dopo settimana. La sua stagione era cominciata decisamente male: quarto in Qatar, ancora quarto in America, addirittura quinto in Argentina, accumulando subito un gap importante. Non ci ha impiegato molto a frantumarlo, però, grazie a una reazione d’orgoglio che ha subito prodotto quattro vittorie consecutive (Spagna, Francia, Italia e Catalogna) dopo le quali, sia pure a fronte di un andamento altalenante e a tratti discontinuo (compresa la caduta di San Marino), è riuscito finanche ad appaiare il Dottore in vetta alla classifica, salvo poi essere ricacciato indietro.

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E in effetti il 2015 di Valentino è stato da orologio svizzero: 14 podi con 4 vittorie (Qatar, Argentina, Olanda, Gran Bretagna), tre secondi posti (Francia, Catalogna, Giappone), sette terzi (America, Spagna, Italia, Germania, Indianapolis, Rep. Ceca, Aragona) e un solo quinto piazzamento a San Marino, dove è comunque riuscito a guadagnare sul rivale, in virtù del suo ritiro. Una macchina o come ha detto il suo primo manager, Carlo Pernat, un pilota con “un Mac al posto del cervello che entra in azione negli ultimi cinque giri e gli dice se vale la pena di rischiare o di accontentarsi e alla fine ha sempre ragione“.

Sono i numeri a confermarlo, ma anche la voglia che traspare, non solo in pista. Dopo il secondo posto in Giappone ha risposto per le rime a Lorenzo che aveva attribuito alla sfortuna le ragioni del suo insuccesso. Uno scatto d’orgoglio e – c’è da crederci -, uno scotto che il giovane avversario pagherà nel prossimo Gp, a Phillip Island. Proprio dell’Australia ha parlato sempre Pernat, rimarcando un incredibile legame tra il pilota di Tavullia e la pista: “È come se fosse in un mondo tutto suo – ha commentato in maniera efficace -. L’isola di Peter Pan. Farà di tutto per finire davanti, fregandosene di calcoli e statistiche“. Qui Vale ha vinto ininterrottamente dal 2001 al 2005, poi c’è stata l’era del padrone di casa Stoner (sei edizioni consecutive dal 2006 al 2012), il breve intermezzo di Lorenzo nel 2013 sino al ritorno alla vittoria dello scorso anno, sia pure a margine di una stagione piuttosto travagliata.

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A seguire sarà la volta della Malesia dove, sul circuito di Sepang, Lorenzo non ha mai vinto, mentre Rossi ha collezionato sei primi posti (2001, 2003, 2004, 2006, 2008, 2010), con l’ultimo però che affonda le radici in un lustro fa. Si chiude a Valencia e qui gli spagnoli saranno per forza di cose favoriti. Valentino ha trionfato solo in due occasioni, nel 2003 e 2004, più di recente si sono imposti Pedrosa (in tre occasioni), Lorenzo (in due), Marquez (lo scorso anno), ma è anche vero che i giochi in terra iberica potrebbero essere già fatti. Insomma, non resta che puntare la sveglia (i Gp d’Australia e Malesia si correranno all’alba in Italia) e palpitare al ritmo del rombo delle due Yamaha. Ci sarà da divertirsi.