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Quando Montella schierò in campo Cutrone nella partita di International Cup contro il Bayern, in pochi sapevano chi fosse quel ragazzino dai capelli scuri e con barba che lo faceva sembrare più grande dei suoi 19 anni. Neanche gli stessi tifosi rossoneri, a meno che non avessero seguito le giovanili della loro squadra negli anni precedenti.

Quel giorno in panchina c’erano Andre Silva e Carlos Bacca ma il tecnico di Pomigliano non ebbe remore a schierare titolare il più giovane dei suoi attaccanti, quello che già col Lugano aveva segnato il primo gol del precampionato rossonero. Quella decisione, vista oggi, potrebbe avere un peso importante sulla stagione del Milan di quest’anno. A Cutrone non tremavano le gambe di fronte ai colossi del Bayern, li affrontava come se fosse una partita qualsiasi delle giovanili, quelle in cui ha stabilito il record di gol nella storia della società meneghina.

I due gol successivi sono stati solo conseguenza delle capacità, dell’atteggiamento e della voglia di Patrick, uno che ha fame di diventare qualcuno senza avere la pressione di giocare tra i “grandi“. E che il gol ce l’ha nel sangue, da quando muoveva i primi passi con i Pulcini della Parediense e attirava l’attenzione di tutti gli scout che andavano a visionare le sue partite. La sua storia con le giovanili è una lunga sequenza fatta di gol, dalla doppietta segnata al fortissimo Barcellona nella finale del Trofeo Scirea del 2012 (che però non evitò la sconfitta al Milan) al magnifico pallonetto che realizzò in un derby Milan-Inter nella categoria Allievi Lega Pro (vinto 5 a 0 dai rossoneri),  fino ai 43 gol in 67 partite segnati negli anni trascorsi in Primavera.

Classe, senso del gol, freddezza: Cutrone versione 2014 era già molto simile al Cutrone di oggi

Destro naturale, forte fisicamente e anche dotato sotto il profilo tecnico, è una prima punta di ruolo che a volte è stato anche schierato più largo, una sorta di esterno d’attacco sui generis con licenza di accentrarsi per tentare il tiro in porta. Montella però non ha avuto esitazione a schierarlo da centravanti nell’attacco a 3, il ruolo che esalta meglio le sue doti da finalizzatore.

Certo, fare gol a un avversario come il Bayern è motivo di orgoglio, ma il calcio estivo ha spesso creato illusioni. Sponda Milan i tifosi storici ricordavano la storia di Graziano Mannari e di quella volta in cui segnò al Real Madrid in una serata di fine estate del 1988. Mannari poi si è perso nei meandri delle serie minori, chiudendo la carriera in modo anonimo. Serviva una conferma che Cutrone non fosse solo un carneade di mezza estate, conferma arrivata nei Preliminari di Europa League grazie anche alla fiducia accordatagli dal tecnico rossonero, che rivede molto del se stesso giovane in lui. Prima partita ufficiale a San Siro, contro il Craiova, e primo gol di Patrick, che come al solito si trovava al posto giusto al momento giusto.

La doppietta di André Silva nell’andata contro lo Shkendija sembrava aver riportato il portoghese al primo posto tra le scelte d’attacco, ma a Crotone ancora una volta Montella ha dato fiducia a Cutrone. Crotone-Cutrone, un’assonanza linguistica non casuale visto poi il gol segnato sul campo della squadra calabrese, che tra l’altro è una di quelle che hanno corteggiato maggiormente il ragazzo di Como.

Taglio sul primo palo, anticipo di testa sull’avversario diretto e la corsa verso la panchina, che ormai sta diventando consuetudine.

Pochi giorni fa a Milano è sbarcato anche Nikola Kalinic, centravanti che sa far gol e, soprattutto, sa come far girare l’intero reparto d’attacco di una squadra.

L’arrivo del croato restringe ancora gli spazi lì davanti, soprattutto se si continuerà a giocare con il 4-3-3, ma Montella è troppo scaltro per poter fare a meno di Patrick Cutrone, il ragazzo nato sotto il segno del gol. 

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C‘era un Milan-Fiorentina per la gloria anche 4 anni fa. All’epoca ci si giocava l’accesso alla Champions, e Vincenzo Montella era dall’altra parte, sulla panchina viola, a dare battaglia ai rossoneri. Andò bene al Milan, che chiuse terzo con 72 punti, seguito proprio dalla Fiorentina con appena 2 punti in meno.

Quattro anni dopo, il rush finale ha visto ancora una volta Milan e Fiorentina giocarsi un posto in Europa (quella minore), e stavolta ha vinto Montella, che però non è più a Firenze ma sull’altra sponda.

La vittoria di ieri contro il Bologna ha regalato ai rossoneri la certezza matematica del sesto posto, che significa accesso all’Europa League, previo superamento dei preliminari, ovviamente. E a Milanello, dove si è abituati a ben altri venti di passione, quello che si è sollevato ieri a San Siro porta con sé comunque un odore speciale.

Tre anni di purgatorio, una malinconia triste, un progressivo allontanarsi dagli standard elevati di una storia fatta di successi soprattutto in terre continentali. Al Milan il digiuno europeo è mancato ancor più di quanto si facesse trapelare: da nomade su palcoscenici internazionali, è passato a sedentario habituè di quelli italiani, con lo scorrere inesorabile e sempre uguale di settimane, mesi, anni interi.

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Tutto uguale a se stesso, compresa una squadra che si stava spegnendo perdendo di vista il senso del proprio essere, la sua identità, quel senso di giusta riverenza che provocava in chiunque passasse per San Siro. Non è stato Milan, in questi 3 anni.

Con l’arrivo di Montella al timone, invece, l’incantesimo si è spezzato. Una squadra viva, energica, con un’anima nuova, ha condotto una prima parte di stagione perfetta, culminata con la vittoria della Supercoppa a Doha, contro la quasi invincibile Juventus. Da gennaio in poi un calo fisico ed emotivo considerevoli, con punti persi spesso banalmente e una forte carestia in fase realizzativa. Nonostante questo, però, il traguardo di inizio campionato è stato tagliato, e ora a Milanello c’è spazio solo per i sorrisi.

“La coincidenza ci farà incontrare, tu chiamalo destino quel percorso naturale”.

Il Milan torna in Europa. Casa sua, in fondo.

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Occasioni sprecate, lo svantaggio di due gol, la “remuntada” nel quarto d’ora finale con gol del pareggio all’ultimissimo secondo (forse anche oltre). Il primo Derby cinese per il Milan è stato senza dubbio una scarica di adrenalina non indifferente, un punto di partenza importante che ha dimostrato ancora una volta che la formazione di Montella, pur con i limiti e i difetti che ancora possiede, ha carattere, non molla neanche quando sembra sul punto di soccombere e che con qualche innesto mirato potrebbe fare ancora di più. Yonghong Li e soci hanno potuto osservare per la prima volta dal vivo la squadra, e se hanno visto almeno una volta una partita di calcio nella loro vita dovrebbero aver sottolineato sul loro taccuino il nome di Gerard Deulofeu.

Con Suso ben tenuto da Nagatomo (ma comunque in grado di servire l’assist a Romagnoli), nei momenti di difficoltà i rossoneri gli facevano recapitare in qualche modo la palla e Deulofeu è riuscito sempre a creare il panico nella difesa dell’Inter. D’Ambrosio o Medel hanno provato a tenerlo nell’uno contro uno, ma per tutta la partita sono riusciti a prendergli solo la targa. Candreva andava a raddoppiare? Niente da fare, il funambolo spagnolo è riuscito a trovare sempre il modo per prendersi gioco dei nerazzurri e dai suoi piedi sono nate quasi tutte le occasioni più importanti. Una prestazione sontuosa, a cui è mancata la ciliegina sulla torta del gol, che un paio di volte si è mangiato lui (ad inizio partita ha avuto un’incertezza davanti alla porta, poi si è fatto togliere il pallone dai piedi da Handanovic nel tentativo di saltarlo, dopo aver fatto secco Medel in velocità) e che una volta gli è stato negato dal portierone sloveno su un tiro nell’angolo basso dopo un movimento fulmineo poco fuori dal lato sinistro dell’area di rigore.

Quella con l’Inter non è la prima prestazione importante di Deulofeu in maglia rossonera. In meno di 3 mesi il ragazzo di Riudarenes è diventato un elemento imprescindibile per Montella e uno dei migliori esterni offensivi della Serie Ama quando è sbarcato in Italia a gennaio non c’erano certo gli squilli di tromba ad accoglierlo, anzi. Il suo arrivo in prestito dall’Everton è passato un po’ in sordina, visto che con gli inglesi nella prima parte della stagione aveva giocato solo 11 volte (solo 4 da titolare) senza mai andare a segno e senza servire nemmeno un assist. Eppure il talento non è mai stato in discussione, già dati tempi della Masia, di cui per un periodo è stato la stella più splendente. I dubbi su di lui, all’epoca, erano legati ad alcuni comportamenti non proprio maturi, ma di fronte a un talento del genere inizialmente sono passati in secondo piano.

Basta guardare questo video per capire quanto Deulofeu fosse forte fin dagli inizi: dribbling, scatti, assist, un repertorio di finte pauroso.

Talento inespresso

Marca lo definì il nuovo Messi, ma quel titolo di giornale alle fine gli ha creato solo problemi, come ha spiegato anche lui in un’intervista: “Alla fine è stato più un danno che un vantaggio. Di solito non leggo i giornali ma quel titolo lo ricordo bene e ha finito per nuocermi, suscitando troppe aspettative tra i tifosi del Barcellona. Di Messi ce n’è uno solo“. Dopo un’annata da 33 partite e 18 gol col Barcellona B sembrava in rampa di lancio per diventare un elemento importante anche in prima squadra, ma alla prova dei fatti non è stato così: 6 misere presenze, niente più nuovo Messi, niente più Barcellona, che lo spedisce prima all’Everton e poi al Siviglia.

In Premier inizia a mostrare sprazzi di quelle giocate che lo avevano reso famoso nelle giovanili, trova un ambiente che lo sostiene e un mentore come Roberto Martinez, che crede in lui. Nel suo primo anno in Premier ha smazzato 8 assist decisivi e ha creato 26 occasioni da rete tramite key passes, anche se le medie realizzative degli inizi sono lontane. Ma sono le due stagioni successive a segnare un declino che lo fa accomunare ai tanti talenti della Masia persi per strada in questi anni dopo inizi brillanti. Neanche il ritorno all’Everton lo aiuta, visto che Koeman curiosamente ha visto in lui una prima punta. Piccolo particolare: lì c’è già un certo Romelu Lukaku a ricoprire quel ruolo.

Un nuovo inizio

Al Milan, con Niang ormai fuori dal progetto di Montella, si cerca un esterno d’attacco rapido e forte nell’uno contro uno. Il budget è basso, il closing non si è ancora concretizzato e Galliani, in uno dei suoi ultimi colpi da “condor” del calciomercato, pensa a quel ragazzo che tanto aveva incantato a Barcellona e ancora non ha mostrato tutto il suo potenziale. Dopo aver ottenuto dai tecnici del Barcellona (contattati grazie all’aiuto dell’amico Braida) una pioggia di rassicurazioni tecniche e qualche perplessità sull’aspetto caratteriale, alla fine lo porta in rossonero con un prestito per 6 mesi. Deulofeu però non è più il ragazzino della Masia, ora è diventato padre (sua figlia è nata proprio a Milano qualche mese dopo il suo arrivo, e in una foto postata sui suoi canali social le ha fatto già indossare una maglia rossonera) ed è concentrato sul suo lavoro al 100%.

deulofeu figlia

Montella lo rimette nel suo ruolo e i risultati arrivano subito. L‘assist di Bologna nell’epica vittoria in 9 contro 11, tante altre prestazioni convincenti e il derby da protagonista hanno certificato il ritorno ad alto livello di un talento straordinario, che sta trovando un’identità definita e definitiva. Assieme alla spina dorsale italiana composta da Donnarumma, Romagnoli, Locatelli e Bonaventura, Gerard Deulofeu può diventare un elemento cardine del Milan dei prossimi anni.

La nuova società rossonera dovrà impegnarsi molto per tenere il giocatore, che il Barcellona può riprendere per soli 12 milioni con la clausola di “recompra“. Se la proprietà cinese però vuole rilanciare seriamente il Milan può dare un segnale di forza sul mercato proprio con Deulofeu. Niente nuovo Messi, niente Masia, ma chi se ne importa: Deulofeu a Milano può finalmente diventare la migliore versione possibile di se stesso.

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Il Milan può finalmente alzare la cresta. E pazienza se a sventolare non è quella che tutti si aspettavano, appartenente a Mario Balotelli: le sliding doors del calciomercato hanno trasportato SuperMario a Nizza, in una staffetta di nazioni e costumi con M’Baye Niang, il “giovane vecchio che avanza”, nonostante 22 anni da compiere a dicembre. Dimenticate le etichette da bad boy, i tuffi da dieci metri in piscina prontamente immortalati su Instagram e le uscite fuori strada al volante: Niang si è rimesso in carreggiata e oggi, con 3 gol segnati, altrettanti assist vincenti per i compagni, il record di tiri a partita per l’attacco rossonero, la solita grande corsa unita a una disciplina tattica mai vista prima si candida a nuovo leader tecnico del baby-diavolo.

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Thank you, Milan

E pensare che appena nove mesi fa, a gennaio, era stato a un passo dal diventare una mega-plusvalenza: il Leicester di Claudio Ranieri era pronto a sborsare 16 milioni e lui avrebbe vinto a maggio una storica Premier League. Niet, il Milan aveva stoppato la trattativa con un  tuffo alla disperata, simile a quello dal balcone che qualche mese prima sembrava aver segnato la parola “fine” sul suo rapporto con il club rossonero. Vincenzo Montella gli ha lanciato un messaggio chiaro in estate: “Hai grandi mezzi, ma vuoi restare un’eterna promessa?” risuonava il dialogo tra l’attaccante francese e l’aeroplanino, uno che di gol se ne intende da una vita. Non più spalla di Bacca nel 4-4-2, ma esterno con licenza di “uccidere” (sportivamente) le difese avversarie con il suo passo rapido e la capacità di spaccare in due una partita nel 4-3-3 completato dal killer instinct di Bacca appunto e dalla qualità di Suso. Con più di 150 presenze tra i “pro”, M’Baye si ritrova veterano in una squadra con tanti ragazzini di talento, capace di stupire e scalare la classifica fino al secondo posto.

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La cura Genoa nel destino

“Non paragonatemi a Balotelli” aveva detto a chiare lettere il giovane francese nel giorno della presentazione a Milanello. Eppure il fisico imponente, l’acconciatura e l’atteggiamento strafottente spingevano in tanti al parallelismo: a consigliarlo al club fu Ariedo Braida, a formarlo sono state…le uscite fuori strada. Ai tempi dell’Under 21 francese, scappò dal ritiro per passare una serata in discoteca, mentre ancora minorenne fu sorpreso e fermato dai vigili senza patente, spacciandosi per il proprio compagno di squadra Bakaye Traorè.

Grandi titoli fuori dal campo, grandi numeri in campo: con Balotelli ed El Shaarawy ha completato un tridente a cresta alta nella seconda parte della stagione 2012/2013 e ha fatto correre ampi brividi tre anni fa ai tifosi del Barcellona al Camp Nou, quando colpì un palo incredibile a qualificazione europea ancora aperta in una notte di Champions.

Il ragazzo cresciuto a Les Mureaux nell’Yvelines, non lontano da Parigi, doveva però ancora maturare: prima è stato necessario tornare in Francia (gennaio 2014) per ritrovare il gol. Nel primo anno e mezzo al Milan, zero gol in Serie A: ma a dargli la scossa sono state le lanterne di Genova grazie all’asse Galliani-Preziosi. Con i Grifoni, dal gennaio al giugno 2015, 5 reti in 14 presenze da centravanti: è Gasperini a compiere il miracolo, esaltando le qualità dell’attaccante nel suo gioco spettacolare. L’autore della stessa cura della quale ha beneficiato nella scorsa stagione Suso: 2/3 di attacco rossonero, affidati all’ex allenatore della Sampdoria, passano dall’altra sponda di Genova. Curiosità del calcio.

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La lezione di Vincenzo

In eredità dai sei mesi di Genova restano i gol e il rinnovo del contratto con il Milan, che lo blinda fino al 30 giugno 2019. La sfortuna, però, presenta il suo conto: ad agosto 2015 durante un’amichevole contro il Bayern Monaco, rimedia una frattura del quinto osso metatarsale del piede destro, che lo costringe a uno stop di tre mesi. Mihajlovic ne intuisce le potenzialità, ma è lo stesso giocatore a non crederci troppo: tutto si ferma ancora con un incidente d’auto a febbraio, in cui si infortuna gravemente alla caviglia e chiude così la stagione (e le ambizioni europee del Milan) in anticipo.

Estate 2016, si volta pagina: arriva Montella che se lo coccola dalle prime corse a suon di bastone e carota (“Le bravate di alcuni fanno più rumore di quelle di altri giocatori. Niang è giovanissimo e può migliorare in tutto. Sta lavorando per diventare un campione. Dal punto di vista tecnico, deve fare più gol”). A coccolarlo, fuori dal campo, ci pensa invece Emilie Fiorelli, vincitrice di Secret Story in Francia e oggi inviata-cronista per lo stesso reality: i due stanno insieme da sei mesi. “La mia storia più lunga” ha spiegato M’Baye.  Da bad boy a leader di una squadra che sabato sera a “San Siro” sarà chiamata ad accorciare le distanze in classifica dalla Juventus: Milan, ti è bastato aspettarlo.

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Montella, prima insacca poi decolla, se tocca la palla fa impazzì tutta la folla (Brusco, AS Roma)

Il primo aeroplano non è mai decollato. Di nome faceva Sebastian e di cognome Rambert. Arrivò in Italia assieme ad un altro argentino, un ragazzo timido, che indossava un’orrenda cravatta ed era poco propenso a rilasciare dichiarazioni alla stampa. Rambert, l’avioncito, lasciò l’Inter dopo qualche mese, dopo aver fatto imbestialire Luisito Suarez, e senza aver mai fatto vedere mai il suo marchio di fabbrica. L’altro argentino, invece ne divenne simbolo e capitano. Vive ancora a Milano e sembra non essere invecchiato. Si chiama Javier Zanetti.

Ma questa non è la loro storia, questa è la storia di un altro aeroplano, che di voli ne ha fatti tanti. Fin dai tempi di Empoli, allora come oggi fucina di talenti e piccoli campioni. Vincenzo Montella cresce lì, giocando al fianco di un vecchio marpione che nel frattempo sta perdendo i capelli, ma sta imparando, in campo, a guidare la squadra: Luciano Spalletti, il suo rivale di domenica. Vincenzo approda poi a Genova, ma in rossoblu. Un’esperienza in serie B, il tempo di lasciare in dote 21 gol. A fargli fare l’esordio in A è, però la Sampdoria. Strana storia: prima l’Empoli lo riscatta, poi lo vende per quasi nove miliardi ai doriani. Anche questa volta i gol sono tanti: 22 in 28 partite, tanto per non sbagliare.

Il primo gol in Serie A arriva proprio a Roma, il 21 settembre del 1996, poi ne segna 20 l’anno dopo e appena 12 quello successivo. Ma c’è di mezzo una pubalgia, una stagione sciagurata e un mancato assist del carneade Catè a San Siro in una incredibile partita contro il Milan. Il brasiliano e Montella sono soli davanti ad Abbiati, il risultato è fermo sul 2 a 2 e mancano pochi minuti. Catè non vede Montella e spreca il match point. Un minuto dopo Ganz si avventa su un pallone che cade dal cielo e porta sul 3-2 il Milan che vincerà un’incredibile scudetto in rimonta. La Sampdoria di Montella (e Spalletti), invece, retrocederà.

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Ma l’aeroplanino accetta la corte di Fabio Capello e finirà alla Roma, dove si prenderà una delle più grandi soddisfazioni della carriera: lo scudetto. Ma non è una convivenza facile quella con il tecnico friulano. Arrivato Batistuta la prima polemica riguarda la maglia numero 9, assegnata naturalmente al bomber argentino. Poi inizia il campionato della gloria, che in realtà è una stagione molto tormentata per Vincenzo che diventa, a tutti gli effetti, il dodicesimo uomo della squadra. Capello gli preferisce Delvecchio, perché si integra meglio con Totti e Batistuta. Più altruista, più uomo di corsa, si sacrifica più volentieri sulla fascia.

Segna, ovviamente, meno. Ma questo è un particolare che interessa più ai tifosi (che vogliono vedere Vincenzo sempre in campo) che il tecnico. Fatto sta che Montella trova comunque un modo per essere decisivo, eccome. Lo fa siglando i due pareggi più importanti della stagione: quello in casa contro il Milan in una partita che sembra stregata e quello a Torino contro la Juventus, il 2-2 che vale lo scudetto. Poi mette la firma sul 3-1 contro il Parma, all’ultima giornata, nel match che vale la matematica. Nella stagione successiva mette a segno un incredibile poker contro la Lazio, in un derby epico vinto per 5-1, quello in cui Totti si dichiara all’attuale moglie Ilary Blasi, a cui dedica la maglia “Sei unica”.

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In nazionale non sarà fortunatissimo: Dino Zoff, all’Europeo del 2000, la pensa esattamente come Capello e gli preferisce ancora Delvecchio, che segna nella finale, poi persa, contro la Francia. Del Mondiale coreano ricordiamo la sua disputa con il quarto uomo su una collanina da togliere prima di non entrare contro la Corea a causa di un Golden Gol amarissimo di Ahn. Il Montella allenatore ha bruciato le tappe tra Catania e Firenze, ha attirato su di sé le attenzioni di squadre come il Milan e la stessa Roma, dove ha iniziato con i giovanissimi, prima di lasciarsi non benissimo con i Della Valle a Firenze, tra comunicati stampa al veleno e dichiarazioni sui social. Non ha saputo dire di no al suo primo amore, la Sampdoria, e adesso deve tirarla fuori da una situazione, e da una classifica, che nessuno si aspettava. Per decollare c’è ancora tempo, adesso basterebbe riprendere la corsa.