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mondiali 2018

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I risultati delle gare di stanotte del girone di qualificazione sudamericano (dopo quelle giocate poche ore prima in Europa) hanno chiuso il cerchio relativo agli spareggi mondiali che si giocheranno nelle prossime settimane e che decideranno chi raggiungerà le nazionali già qualificate per Russia 2018.

Spareggi che riguardano da vicino la nazionale azzurra, che dopo aver ottenuto la certezza matematica di disputarli grazie alla vittoria del Belgio in Bosnia della scorsa settimana, con la sudata vittoria in Albania risulta tra le 4 seconde classificate teste di serie in Europa, assieme a Svizzera (battuta dal Portogallo nella gara decisiva per il primo posto del girone, ma che aveva vinto tutte le gare precedenti), Croazia (qualificata in extremis grazie alla vittoria in Ucraina) e Danimarca (trascinata da un fenomenale Eriksen). L’urna di Zurigo, il prossimo 17 ottobre, deciderà gli accoppiamenti tra queste 4 formazioni e le altre 4 migliori seconde (non teste di serie), ovvero Svezia, Irlanda del Nord, Irlanda e Grecia. 

Avversari da non sottovalutare, ma di certo non quanto lo sarebbero state le teste di serie se l’Italia non fosse riuscita a rientrare tra di esse. La Svezia, dopo il ritiro dalla Nazionale di Ibrahimovic, è squadra quadrata ma non particolarmente talentuosa; l’Irlanda del Nord fa della forza fisica dei suoi calciatori il punto di forza (a Euro 2016 ha fatto una buonissima figura, arrivando fino agli ottavi); la Grecia ha giocatori di talento ma negli ultimi anni ha ottenuto risultati deludenti. La più pericolosa delle 4 è forse l’Irlanda, che ha fatto fuori dai Mondiali i “cugini” del Galles (semifinalisti a Euro 2016, non dimentichiamolo) vincendo sul loro campo.

McClean, che con un suo gol ha portato l’Irlanda agli spareggi

Galles, Olanda, Bosnia e Slovacchia (peggiore seconda) sono probabilmente le squadre più deludenti tra quelle escluse, visto il potenziale tecnico e fisico a disposizione.

L’andamento degli altri gironi nel resto del mondo, in molti casi,  è stato degno di una sceneggiatura hollywoodiana, con qualificazioni dirette e agli spareggi in bilico fino all’ultimo secondo, colpi di scena ed eliminazioni difficilmente pronosticabili di squadre forti, che non avranno la possibilità di giocarsi l’ultima possibilità.

Lo psicodramma dell‘Argentina, costretta a non perdere l’ultima partita per disputare almeno gli spareggi (con una serie di incastri favorevoli) e non rischiare di rimanere clamorosamente fuori, ha colpito tutto il mondo. La squadra di Messi e degli altri grandi talenti offensivi che tutti conosciamo era obbligata a vincere in Ecuador, dopo l’incredibile pareggio con il Perù di qualche giorno fa. Sotto per 1-0 dopo neanche un minuto, l’albiceleste si è affidata alle giocate di una “Pulga” in stato di grazia. La tripletta del fuoriclasse del Barcellona ha trascinato la squadra di Sampaoli (le cui scelte sono state comunque discutibili) direttamente ai Mondiali, assieme a Uruguay, Colombia e Brasile.

I verdeoro, già qualificati, sono stati gli artefici della sorprendente eliminazione del Cile, campione sudamericano in carica. Vidal, Sanchez e gli altri potranno assistere ai Mondiali solo guardando la Tv, senza poter nemmeno provare a entrare dalla porta secondaria. Agli spareggi è andato il Perù, squadra dal passato glorioso che non disputa un mondiale dall’anno di grazia 1982. Guerrero e compagni se la vedranno con la Nuova Zelanda, con l’ambizione più che legittima di giocare la competizione calcistica più importante dopo tanti anni di assenza.

Uno sconsolato Sanchez, sconfitto dal Brasile e fuori dal Mondiale assieme al suo Cile

Nel girone nordamericano ha del clamoroso la mancata qualificazione degli Stati Uniti. Messico, Costa Rica e la sorprendente nazionale di Panama sono qualificate al Mondiale (Panama per la prima volta nella sua storia). Ai playoff ci va l’Honduras, che si giocherà il Mondiale nel turno successivo interzona contro l‘Australia, vincente dello spareggio asiatico con la Siria. Quella della nazionale siriana sarebbe stata la storia calcistica più significativa di questi anni, se fossero riusciti almeno a raggiungere lo spareggio. Dopo l’ 1-1 casalingo, nel ritorno in Australia la Siria è addirittura passata in vantaggio, ma poi l’eterno Tim Cahill (a cui gli Aussie dovranno dedicare una statua prima o poi) con una doppietta ha regalato ai suoi la chance di giocarsi la qualificazione contro gli honduregni.

Non resta che aspettare il 17 ottobre per conoscere gli accoppiamenti delle Europee e avere il quadro completo delle gare, dalle quali usciranno le ultime squadre qualificate ai Mondiali 2018. L’ultimo treno per la Russia sta per passare e ci auguriamo con tutto il cuore che l’Italia sia tra le nazionali che ci saliranno. 

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Ci sono momenti dopo cui la reputazione di un calciatore cambia per sempre, momenti di rottura che certificano in modo definitivo un’evoluzione e che fanno capire anche al diretto interessato che forse la carriera è davvero arrivata a un punto di svolta. Spagna-Italia è stata la partita che ha definitivamente consacrato la stella di Francisco Román Alarcón Suárez detto Isco, la prova che ha fatto capire a tutto il mondo che il suo processo di maturazione calcistica è arrivato a un punto di non ritorno.

Non è di certo la prima prestazione meravigliosa regalata dallo spagnolo negli ultimi mesi, basti pensare alla finale di Cardiff e alle tante partite di fine campionato nelle quali è stato decisivo per la vittoria della Liga. La prestazione contro la nazionale azzurra però va oltre ogni immaginazione: 2 gol, giocate di classe cristallina a getto continuo, l’impressione di avere sempre il controllo tecnico ed emozionale della partita. Isco non è più solamente una promessa del calcio, un talento straordinario ma troppo anarchico per essere inquadrato in un sistema di gioco ben definito: Isco è a tutti gli effetti un fuoriclasse che è in grado di trascinare una delle Nazionali più forti al mondo in una partita fondamentale per la qualificazione a un Mondiale, quello di Russia 2018.

Le parole per definire la sua prestazione contro l’Italia si sono sprecate, ma quelle che probabilmente hanno più valore sono le dichiarazioni di Marco Verratti, suo avversario diretto: “Neanche Lionel Messi si è mai avvicinato a quel livello. Quando mi ha fatto il tunnel volevo alzarmi ed applaudire…”, ha rivelato il centrocampista del Psg al sito della Uefa. “Ho sofferto molto a marcarlo, la sua prestazione mi ha veramente impressionato”. Al netto di tutte le considerazioni tattiche sul modulo adottato da Ventura e sui problemi della nostra Nazionale, di fronte allo spagnolo quello che probabilmente è il miglior talento espresso dal calcio italiano negli ultimi anni è sembrato un pulcino alle prime armi.

L’immagine di Isco circondato da calciatori italiani poi è simbolicamente simile a quella di Iniesta degli Europei di qualche anno fa, come a sancire una specie di passaggio di consegne tra il vecchio fuoriclasse al tramonto e l’erede pronto a prenderne il posto a tutti gli effetti.

Non è strano che il Barcellona abbia pensato di scipparlo al Real per farne proprio l’erede di Don Andres, anche perché a un certo punto sembrava che il futuro di Isco dovesse essere davvero lontano dal Bernabeu. Tanti club importanti si sono avvicinati a lui: la Juventus ha provato più volte a prenderlo negli scorsi anni, qualcuno dice che lo spagnolo è stato il primo giocatore chiesto da Allegri alla dirigenza bianconera (richiesta ribadita dopo la cessione di Vidal). La valutazione di 40 milioni in quel periodo sembrò eccessiva e la trattativa naufragò. Il Manchester United lo fece seguire da un osservatore, che lo descrisse come “buono, ma non sufficientemente rapido, con la testa troppo grossa per il suo corpo” (si, avete letto bene).

Il tecnico toscano però aveva intuito cosa potesse diventare Isco quando se lo era trovato di fronte nei gironi di Champions 2013. Allora allenava ancora il Milan e Isco era la stella più lucente del Malaga. Il piccolo club spagnolo quell’anno arrivò ai quarti e tenne testa degnamente al Borussia Dortmund poi finalista, soprattutto grazie alle giocate del talento (allora ventenne) cresciuto giocando tra le strade di Benalmadena.

Le caratteristiche di chi è cresciuto giocando per strada c’erano allora e ci sono ancora adesso: il dribbling nello stretto, il controllo di palla perfetto e la capacità di creare la giocata anche in situazioni difficili. Le partite con i ragazzi più grandi sono state la sua vera scuola calcio, quelle che lo hanno modellato. A quei tempi Isco era un bambino con qualche chilo in più, ma la classe era già quella del predestinato.

Dopo il passaggio al Real le aspettative su di lui erano molto alte. A Madrid poteva essere protagonista fin da subito, in mezzo agli altri fuoriclasse dei Blancos. La sua esperienza al Real però è stata un continuo oscillare tra picchi positivi di rendimento e panchine, con cambiamenti continui di ruolo e la sensazione di non essere mai al centro del progetto: nel 4-3-3 di Ancelotti inizialmente era la prima alternativa al trio Bale-Cristiano Ronaldo-Benzema (con Di Maria nei 3 di centrocampo), poi con l’arrivo di James e l’infortunio di Modric è stato spostato al centro della manovra, come mezz’ala o regista (risultando spesso tra i migliori). Benitez, che ama un calcio verticale, gli preferiva spesso James per la maggior capacità di interpretare i suoi dettami tattici e per la fase realizzativa. Anche con Zidane, che lo aveva paragonato a lui ben prima di diventare allenatore del Real, Isco sembrava dover rimanere un attore non protagonista.

Con l’ennesimo infortunio di Gareth Bale le cose però sono cambiate. Isco, da calciatore scontento per lo scarso impiego (18 presenze tra campionato e Champions League fino a quel momento) è diventato un punto fermo, anzi, è il giocatore che ha dato una marcia in più al Real. Riportato sulla trequarti, in un ruolo più vicino a quello degli inizi a Malaga, il ragazzo di Benalmadena ha giocato una seconda parte di stagione da fenomeno. La sua capacità di spaccare le difese, di tenere palla, di trovare sempre lo spazio giusto e di innescare i compagni ha permesso al Real di essere più imprevedibile e di dominare con il possesso tutti gli avversari incontrati.

Quest’anno Isco è un titolare inamovibile, con buona pace Mr 100 milioni Gareth Bale. Un calciatore unico, che può ancora migliorare e che è pronto a scrivere pagine di storia anche con la maglia della Spagna. E chissà a cosa starà pensando quell’osservatore dello United in questo momento…

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Doveva essere la squadra in grado di rilanciarlo, senza troppe pretese. Sarà il club che proverà a catapultarlo ancora più in alto, ossia ai Mondiali russi del 2018 con l’Italia. SuperMario Balotelli ha rinnovato per due anni con il Nizza, la squadra francese che – anche grazie all’attaccante bresciano – l’anno prossimo farà i preliminari di Champions League.

Il nuovo accordo scadrà il 30 giugno 2019. A poche ore dalla firma, il Balo ha ripreso ad allenarsi al centro sportivo del Nizza, dove ha salutato l’allenatore e i compagni. Qui è stato coccolato, e non poteva essere altrimenti: l’anno passato, Mario ha segnato 15 gol. Soprattutto, ha evitato le balotellate, tanto famose prima dell’approdo in Costa Azzurra. Sul sito ufficiale, il Nizza gli ha scritto: “Bentornato a casa”. Definendo il giocatore “l’idolo di grandi e piccini”.

Insomma, Mino Raiola – pur impegnato decisamente su altri fronti, in particolare su Gigio Donnarumma – è riuscito a lavorare pure sul contratto di Balotelli, altro cavallo della sua scuderia che, dopo le fallimentari stagioni in Italia e in Inghilterra, sembrava ormai perso. Bruciato. In Francia, si è rimesso a giocare e a segnare, guadagnandosi la stima e il rinnovo di contratto. Il Nizza ha ottenuto uno storico terzo posto, dopo aver lottato anche per il titolo.

Balotelli si allena

Ai 15 gol in campionato, bisogna aggiungere altre due prodezze di ‘Bad Balo’: il totale fa 17 reti in 28 presenze. “La bella storia tra il Nizza e Balotelli continua” ha scritto il club francese, ben sapendo che le prestazioni del 27enne ex Inter e Milan stanno facendo crescere pure il prezzo del cartellino. Di nuovo. Insomma, potrebbe essere un ottimo investimento cedere il calciatore tra un anno, intanto per altri 12 mesi a gustarselo saranno i tifosi degli Aiglons.

Dicevamo del valore del cartellino. Stando a ‘Transfermarkt.it’, oggi vale 15 milioni di euro. Vale a dire che la quotazione è la stessa raggiunta già in due occasioni: la prima volta nel 2010, l’anno del Triplete dell’Inter; la seconda dopo la prima stagione a Liverpool. Da allora, le azioni dell’attaccante erano nettamente crollate sotto i 20 milioni di euro, per la prima volta dall’addio ai nerazzurri.

‘Playratings.net’ fissa un prezzo più basso: 6,89 milioni di euro. E a pesare è la parabola discendente degli ultimi anni e la scarsa affidabilità in termini di continuità. Non solo: i guai fisici ci sono stati pure nell’ultima stagione, e questo pesa nella valutazione. Proprio ‘playratings.net’, però, riporta un grafico in cui fa notare come con Balotelli in campo, il Nizza aumenti di molto il tasso tecnico della rosa, le prestazioni medie di squadra e quelle individuali. Insomma, Super Mario fa giocare meglio pure i compagni.

Ancora il sito del Nizza per capire che il rinnovo ha portata storica da queste parti, forse anche perché in pochi se lo aspettavano: “Artefice del favoloso terzo posto, idolo di grandi e piccini, l’attaccante italiano ha voluto prolungare il suo contratto. Naturalmente le richieste le aveva, l’italiano ha fatto un grande sforzo finanziario per continuare la sua bella avventura, come ha sempre desiderato durante questo periodo di fermo tra una stagione e l’altra, sottolineando l’aspetto sportivo e la scelta del cuore. Orgogliosi di aver convinto la superstar dell’anno scorso e di vederlo fiorire dentro e fuori dal campo, il Nizza si gode la gioia di ricontarlo negli effettivi che si raduneranno nel nuovo centro di allenamento. Benvenuto a casa, SuperMario”.

Se in fase realizzativa, effettivamente, Balo è risbocciato, sul campo sono ancora parecchi i provvedimenti disciplinari che l’attaccante coloured ha collezionato: dieci i cartellini gialli e due quelli rossi.

Il presidente del club francese, Jean-Pierre Rivère, rivela: “Posso dirvi due cose: questo è un giocatore che vuole continuare con noi. Due, lui è disposto a fare sforzi finanziari”. Il rinnovo biennale – era arrivato in Costa Azzurra con un contratto annuale dopo l’addio al Liverpool – sarà da 450 mila euro a stagione.

Una star, abbiamo detto. A novembre del 2016, Balotelli faceva vendere una maglietta del Nizza e con il suo nome ogni sei minuti. Pure gli abbonamenti al campo sono schizzati in alto dopo il colpo della proprietà nizzarda: +20%, da 10 a 12 mila. La media spettatori si è alzata da 19.192 a 22.695. Per non parlare delle piattaforme social del club: +32% Instagram, +18% Facebook. Il sito del Nizza è stato preso d’assalto dai fan italiani, specialmente appena il ‘cattivo ragazzo’ è arrivato in Costa Azzurra: a settembre dell’anno scorso un milione di visitatori unici.

In un campionato, la Ligue 1, che dopo Ibrahimovic rischia seriamente di perdere anche Verratti, Balotelli può essere l’uomo che richiama l’attenzione su un torneo che, altrimenti, tra i cinque principali campionati europei, perde appeal. Il rinnovo con il Nizza è dunque una buona notizia per tutti: per i francesi, per la Società Nizza, per Mino Raiola (“Deve fare 20 gol e se li farà si meriterà di andare al Mondiale”), per il giocatore e pure per Giampiero Ventura. Che, al momento, non è sicuramente alla ricerca di un attaccante (ce ne sono parecchi nell’Italia), ma che uno sguardo oltralpe lo dovrà dare obbligatoriamente nell’anno che porta in Russia.

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L’uscita dal girone della Confederations Cup della Russia, dopo la sconfitta col Messico, è solo l’ultima delle magre figure che il grande paese dell’Est ha raccolto negli ultimi 9 anni. Una situazione sconfortante, sportivamente e non solo, a un anno dal Mondiale che ha fatto molto discutere già dalla sua assegnazione. Quasi un decennio di insuccessi, eliminazioni premature e forti difficoltà economiche di molte delle società che militano nella Prem’er-Liga, oltre che una mancanza cronica di grandi talenti da lanciare nel calcio che conta, hanno ridotto la Russia a una Nazionale marginale, che non riesce a essere protagonista a grandi livelli. A complicare il tutto ci si mettono anche la situazione dei club, con 26 delle 36 società di prima e seconda divisione in serie difficoltà economiche (molti sono controllati da società statali, che hanno risentito della crisi petrolifera del 2014) e un’indagine della Fifa sul doping che riguarda la Nazionale che ha partecipato ai Mondiali in Brasile (allenata da Fabio Capello).

Eppure nel 2008, dopo la semifinale degli Europei con la Spagna, le cose sembravano dover prendere una piega decisamente diversa: la squadra allenata dal santone Gus Hiddink, guidata dai talenti Arshavin e Pavliuchenko, aveva fatto un figurone e perso contro una delle migliori versioni delle “Furie Rosse“, giocandosela però alla pari per lunghi tratti della gara. La Nazionale sembrava riflettere al meglio il grande momento delle squadre di club, con l’ambizioso Zenit San Pietroburgo che 3 anni dopo il Cska Mosca si era portato a casa l’Europa League, battendo in finale i Rangers di Glasgow (e avrebbe vinto la Supercoppa Europea battendo il Manchester United qualche mese dopo).

arshavin

Proprio quello che sembrava l’inizio di un rinascimento calcistico si è rivelato solo un fuoco di paglia, perché in soli due anni la Russia ha dilapidato tutto ciò che di buono era stato fatto negli anni precedenti mancando clamorosamente la qualificazione ai Mondiali del 2010, dopo la sconfitta negli spareggi di qualificazione con la piccola Slovenia. Neanche l’arrivo di Fabio Capello ha invertito la tendenza, con una squadra che a Euro 2012 e Brasile 2014 non è mai riuscita ad invertire il trend negativo. Il punto più basso probabilmente è stato toccato agli ultimi Europei: una Nazionale svuotata, abulica, indegna di un paese come la Russia, che Slutsky aveva miracolosamente ripreso per guidarla alla qualificazione e che poi si è squagliata già nella fase ai gironi (in cui è stata surclassata da Galles e Slovacchia). Euro 2016 doveva essere un primo banco di prova prima del Mondiale, assieme alla Confederation Cup, ma se le premesse sono quelle viste in queste due competizioni difficilmente la situazione potrà essere positiva.

La Nazionale è il riflesso di un movimento allo sbando, che ha visto ridimensionarsi o crollare squadre che pochi anni prima avevano speso fior di milioni per comprare calciatori dall’estero. La Dinamo Mosca e l’Anzhi sono i due esempi più chiari di cattiva gestione, con proprietà spregiudicate capaci di gonfiare le sponsorizzazioni per nascondere le perdite (il caso della banca VFB con la Dinamo) o di investire centinaia di milioni per poi disinvestire all’improvviso e lasciare le macerie (ciò che ha fatto il miliardario Kerimov con l’Anzhi, la squadra che pagò a Eto’o un ingaggio di 20 milioni l’anno). Come scritto in precedenza poi la crisi del prezzo del petrolio del 2014 ha avuto effetti devastanti, visto che tante società sono legate ancora ad enti statali e para statali. Anche le squadre che in precedenza avevano ottenuto i migliori risultati in campo europeo e che sono economicamente più solide, il Cska e lo Zenit, non hanno mai fatto il salto di qualità. Dal 2010 ad oggi solo 4 volte in 7 anni una squadra russa ha raggiunto la fase a gironi della Champions League (lo Zenit 3 volte ed una volta il CSKA). In Europa League, negli ultimi 7 anni, solo tre volte la Russia è stata rappresentata ai quarti di finale della competizione.

Questa situazione non favorisce neanche il ricambio generazionale: età media alta, pochi i giocatori di livello internazionale emersi, nessun leader carismatico dello spogliatoio e i migliori giocatori spesso fermi per infortunio. Dzagoev, probabilmente il miglior calciatore russo degli ultimi anni, ha saltato Europei 2016 e Confederations Cup per infortunio, e all’infermeria si sono aggiunti altri elementi fondamentali come Mário Fernandes, Zobnin e Dzyuba. Insomma, piove sul bagnato. A completare il quadro negativo c’è una difesa di burro, di scarsa esperienza e orfana dei ritiri dei super veterani Ignashevich e Berezutski. Un reparto da ricostruire, con il povero Akinfeev a dover difendere i pali dagli assalti continui degli avversari (come se già non bastassero le papere che il portiere del Cska colleziona da anni).

Akinfeev Lozano

L’uscita senza senso di Akinfeev, che colpisce Lozano con un calcione ma non gli impedisce di segnare

Il possibile vantaggio di giocare in casa, per una Nazionale del genere, potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio, viste la pressione che avranno i calciatori anche a causa di dirigenti come Vitaly Mutko, il discusso presidente della federazione russa di calcio, che ha specificato come obiettivo minimo per i Mondiali 2018 quello di arrivare tra le prime 4. Viste le condizioni attuali e le prospettive future, sembra più facile che i russi arrivino su Marte nel 2018. 

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Pressing alto, movimenti, occupazione degli spazi. Se alcuni dei concetti fondamentali del gioco del calcio si sono sviluppati in un certo modo il merito è di un paese poco più grande di Veneto e Lombardia messe insieme, una lingua di terra che si affaccia sull’Oceano Atlantico chiamata Olanda. La grande Nazionale olandese che negli anni ’70 ha portato una ventata d’aria nuova nel calcio, guidata dal Profeta del calcio totale Johann Cruijff, e che nei decenni successivi ha manifestato la sua grandezza con i tre fenomeni Van Basten, Rijkaard e Gullit e con diverse altre incarnazioni calcistiche di livello assoluto (vedi la squadra che contese al Brasile di Ronaldo la semifinale a Francia ’98, battuta solo ai rigori, e quella guidata dai “gemelli” Sneijder e Robben che ha perso la finale in Sud Africa solo per un gol di Iniesta ai supplementari) oggi è allo sbando. Non si tratta di una crisi passeggera, ma di una discesa verso il basso di cui non si intravede una fine, almeno non a breve termine.  L’esonero di Blind, pochi giorni prima dell’amichevole contro l’Italia all’Amsterdam Arena, è l’atto che sancisce definitivamente il momento di sbandamento totale di una Nazionale che da ormai 3 anni non riesce più a ritrovarsi.

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“Siamo in situazione drammatica, non siamo stati degni di rappresentare l’Olanda. Stiamo giocando male, è innegabile. Non è colpa dell’allenatore visto che con lui abbiamo giocato anche buone partite”. “Dobbiamo vergognarci, il primo tiro in porta lo abbiamo fatto a fine primo tempo. Stiamo zitti e prendiamoci tutte le critiche”. Le parole di Capitan Strootman dopo la sconfitta con la Bulgaria sono forti, oneste, e non lasciano spazio a grossi dubbi.

L’Olanda, dopo il girone di qualificazione disastroso e la mancata partecipazione agli Europei dello scorso anno, rischia seriamente di non qualificarsi ai Mondiali di Russia 2018. Attualmente è quarta nel suo raggruppamento, a 6 punti dalla capolista Francia e dietro anche alla Svezia e alla stessa Bulgaria. Una mancata qualificazione ad un Mondiale non è un inedito nella storia degli “Oranje“, ma sarebbe diversa da quella del 2002 e ancora di più da quelle del 1982 (nella Nazionale in cui militavano ancora le vecchie glorie Neeskens e Krol) e del 1986 (con gli allora emergenti Van Basten e Gullit e diversi altri componenti della squadra che due anni dopo avrebbe vinto gli Europei).

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Il declino parte dai Club

Negli anni ’80 una squadra come il Psv era ancora in grado di arrivare fino in fondo in una competizione della Coppa dei Campioni, pochi anni prima del 2002 l’Ajax aveva vinto una finale di Champions perdendone un’altra contro la Juve e nello stesso 2002 il Feyenoord vinceva l’Europa League. E poi c’è quella semifinale di Champions dello stesso Psv con il grande Milan di Ancelotti, persa di pochissimo da Cocu e compagni. In quegli anni i vivai sfornavano ancora campioni ed era possibile pensare a un futuro migliore per la Nazionale.

Oggi le squadre olandesi hanno difficoltà, anche economiche (basti pensare che tredici società su diciotto sono state o sono ancora alle prese con problemi finanziari). Anche il glorioso Feyenoord ora primo in classifica, insieme ai vari Nec Nijmegen, Twente, Nac Breda, Roda e Excelsior Rotterdam, ha dovuto chiedere autorizzazioni speciali per completare operazioni in entrata e ha venduto i pezzi pregiati per risanare i conti. Tutte faticano ad imporsi in campo internazionale e non riescono più a lanciare giocatori di alto livello. La qualificazione dell’Ajax ai quarti di Europa League è un piccolo lampo in un cielo nuvoloso: l’Utrecht, ad esempio, nel 2013 è stato eliminato In Europa League dagli sconosciuti lussemburghesi del Diffendangen 03, che fino ad allora non avevano superato neanche un turno in una competizione europea.

Illusione

Il terzo posto del Mondiale brasiliano ha illuso tutti che l’Olanda si fosse ripresa dalla batosta di Euro 2012, ma i prodromi del momento attuale erano già intuibili in quel momento. Quel risultato è nato soprattutto dalle intuizioni tattiche di van Gaal, che ha rinnegato se stesso mettendo in campo una formazione tutta difesa e contropiede. Sfruttando lo stato di grazia di un Robben immarcabile, le intuizioni di uno Sneijder ritrovato e i gol di Van Persie quella squadra ha raggiunto un traguardo incredibile, molto al di sopra delle proprie possibilità di quel momento. Pensare che ancora oggi, con tre anni in più sulle spalle, gli stessi giocatori possano trascinare la squadra è impossibile: la loro generazione d’oro è ormai a fine corsa.

Quelli che dovrebbero essere i trascinatori attuali non sembrano in grado di sostituirli. Questa generazione doveva avere come punte di diamante Depay e Georgino Wijnaldum, giocatori non ancora esplosi, e anche quelli che potrebbero aspirare ad attivare a quei livelli hanno avuto problemi fisici che ne hanno minato la crescita (vedi Strootman e De Vrij).

Chiunque siederà ora sulla panchina dell’Olanda, che si chiami Seedorf o de Boer cambia poco, avrà un compito che definire delicato è eufemistico. Ricostruire una squadra, ma soprattutto una mentalità vincente, e rimettere in carreggiata la Nazionale nelle condizioni attuali è un’impresa non da poco. Anche chi è un po’ più in alto nelle gerarchie del calcio olandese dovrà rimboccarsi le maniche e fare la sua parte: far tornare di nuovo alto il livello dei vivai per migliorare il livello delle squadre di club è fondamentale anche in ottica Nazionale. Perché senza l’Olanda a lottare per la vittoria di sicuro il calcio è un po’ più povero.

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Neymar e Mascherano in Argentina-Brasile.

La terza giornata delle qualificazioni CONMEBOL ai Mondiali del 2018 prevede la sfida per eccellenza del calcio sudamericano: nella notte italiana fra giovedì e venerdì (calcio d’inizio all’1.00, in diretta televisiva) si giocherà Argentina-Brasile, il match più sentito dall’altra parte del mondo e da sempre ricchissimo di significati. La rivalità fra i due paesi ha origini antichissime (coloniali) e precede di gran lunga l’invenzione del gioco del calcio, tanto che nell’Ottocento ci fu anche una guerra (1825-1828) che portò all’indipendenza dell’Uruguay; si capisce perciò come le due nazioni siano vicine geograficamente, ma molto distanti sotto tanti altri aspetti. A livello calcistico lo scontro ha portato dispetti reciproci, con interventi ben oltre il limite, fino alla “lotta” su chi sia il migliore di sempre fra Pelé e Diego Armando Maradona.

Diego Armando Maradona e Pelé.

EL SUPERCLÁSICO DE LAS AMÉRICAS

Curiosamente sono ben sei anni che non si gioca una partita ufficiale tra le due squadre: ci sono state delle amichevoli, tra cui un folle 4-3 per l’Argentina negli Stati Uniti (2012) con un gol favoloso di Lionel Messi, autore di una tripletta, ma l’ultima sfida con qualcosa in palio risale al 5 settembre 2009. A Rosario il Brasile si impose per 1-3 con gol di Luisão e doppietta di Luís Fabiano (per la Selección segnò l’ex Napoli Jesús Dátolo) e mise a serio rischio la qualificazione albiceleste ai Mondiali di Sudafrica 2010, poi arrivata grazie al gol salvifico di Martín Palermo contro il Perù al 93′: ora siamo alla terza giornata di queste qualificazioni, ma la situazione è più o meno simile, perché l’Argentina ha iniziato malissimo perdendo 0-2 all’esordio con l’Ecuador e facendo 0-0 in Paraguay. Non che il Brasile se la passi meglio, essendo stato sconfitto 2-0 in Cile (poi ha però battuto 3-1 il Venezuela, in gol anche Ricardo Oliveira, ex meteora del Milan e riesumato dal CT Carlos Dunga).

IL DUELLO MONDIALE

Curiosamente le due squadre, pur essendo tra le più importanti della storia del calcio, non si sono mai incontrate in una finale dei Mondiali. Per tre volte, fra il 2004 e il 2007, la sfida tra Argentina e Brasile è stata l’ultimo atto di un torneo ufficiale, in occasione della Copa América 2004 e 2007 e della Confederations Cup 2005, con il Brasile sempre vittorioso. Ai Mondiali si sono affrontare per l’ultima volta a Italia ’90: negli ottavi al Delle Alpi di Torino un match non certo spettacolare fu risolto a pochi minuti dalla fine da Claudio Caniggia, al termine di una grande azione di Diego Armando Maradona, gol riportato all’attualità un anno fa nel coro di scherno dei tifosi argentini verso i brasiliani Brasil decime qué se siente….

La rivalità è talmente forte che nella finale fra Germania e Argentina i tifosi di casa hanno appoggiato la nazionale tedesca, nonostante pochi giorni prima avesse spento i sogni di gloria della Seleção con l’umiliante 7-1 di Belo Horizonte, versione aggiornata del Maracanazo del 1950.

LA PARTITA DEL MONUMENTAL

Giovedì notte purtroppo mancherà il migliore di tutti: Lionel Messi è ancora fuori per infortunio e non sarà della gara, ma per il CT Martino le soluzioni in attacco di certo non mancano. Al posto della Pulga ci sarà Gonzalo Higuaín, non convocato per le due precedenti partite e reduce dal rigore sbagliato in finale di Copa América, che avrà accanto un Lavezzi favorito su Paulo Dybala, con Ángel Di María a completare il tridente. Mascherano giocherà a centrocampo, perché dietro ci saranno Otamendi e la piacevole sorpresa Ramiro Funes Mori.
Difficoltà anche per Carlos Dunga, che si trova davanti uno dei cicli peggiori di sempre della Seleção: i giocatori più in forma sono Willian, unico a salvarsi nel disastro del Chelsea, e Douglas Costa; torna Neymar dopo la squalifica per espulsione rimediata a giugno contro la Colombia. Out il capitano Thiago Silva (c’è Miranda dell’Inter), Ricardo Oliveira è la punta.

Lo stadio Monumental di Buenos Aires, Argentina.

È tutto pronto al Monumental: giovedì notte le luci si accenderanno sullo stadio che solitamente ospita le partite del River Plate per una nuova grande edizione del Superclásico de las Américas. Argentina e Brasile si daranno battaglia ancora una volta per la supremazia del continente sudamericano, e come spesso accade sarà una partita tiratissima che di certo darà spettacolo: vale la pena rimanere alzati fino a tardi per gustarsela.