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Dopo il grande mercato di questa estate, gli investimenti fatti e l’acquisto di giocatori del calibro di Bonucci, Biglia e Kalinic, nessuno, nemmeno il tifoso più pessimista, si sarebbe aspettato che a novembre la situazione del Milan sarebbe stata così grigia e che il grande entusiasmo di agosto avrebbe lasciato il posto ai dubbi ed allo scoramento odierni.

I numeri sono eloquenti e non lasciano spazio a nessun equivoco. I rossoneri sono settimi in classifica, a pari punti con Fiorentina e Bologna, con appena 21 gol segnati e ben 20 subiti. Il club di Yonghong Li in campionato non va in rete a San Siro dal 20 settembre, giorno di Milan-Spal. Ultimo marcatore casalingo è stato Frank Kessié, che ha archiviato la pratica contro la squadra ferrarese su calcio di rigore. La squadra vive un momento di confusione generale, ma sono gli attaccanti quelli che stanno rendendo molto al di sotto delle aspettative. Solo 6 gol segnati in tutto dalle punte in Serie A e nello specifico 4 gol Kalinic, 2 Cutrone e 0 André Silva.

Diverso è il discorso in Europa League dove un girone abbordabile ha permesso al Milan di qualificarsi primo per i sedicesimi di finale. Emblematico è il caso di André Silva, promettentissimo attaccante portoghese che in Europa tra preliminari e partite ufficiali è andato in rete 8 volte su 8 match giocati. Dopo la scoppiettante vittoria contro l’Austria Vienna era obbligatorio ripartire anche in campionato. Quella col Torino poteva e doveva essere la prima di un’ipotetica striscia di vittorie visto che, dopo aver incontrato tutte le big, la strada del Milan, almeno sulla carta, sembrava più agevole. È arrivato, invece, un pareggio senza reti contro la squadra dell’ex tecnico Sinisa Mihajlovic.

Nikola Kalinić Milan

Pareggio che non è passato inosservato. Il centravanti del Milan, Nikola Kalinic, dopo aver fallito due occasioni clamorose è stato sommerso dai fischi al momento della sostituzione. Fischi che sono piovuti abbondanti anche al triplice fischio. 20 punti in 14 giornate sono davvero pochi per una squadra che, per storia e blasone, ambisce a posizioni più importanti di classifica e che dopo anni difficili e il cambio di proprietà, sta tentando rilanciarsi già in questa stagione. Il campo ed i numeri però al momento non stanno dando ragione ai dirigenti milanisti che hanno dovuto sollevare dal suo incarico Vincenzo Montella, affidando la squadra alla bandiera Gennaro Gattuso, già allenatore della Primavera.

L’esordio di Ringhio, a Benevento, è stato purtroppo quasi tragico: primo pareggio regalato ai campani, con gol addirittura del portiere. La scossa, quindi, stenta ad arrivare. Ora c’è il Bologna, a San Siro, dove il Milan spera di rompere una maledizione in atto da 3 mesi.

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Cane che abbaia non morde, ma se ringhia abbiatene paura. Con questa filosofia, probabilmente, i dirigenti del Milan si sono affidati a Rino ‘Ringhio’ Gattuso per sostituire Vincenzo Montella. L’unico a pagare per la classifica, i risultati e i fischi di San Siro. Se volessimo essere meno benevoli – e anche più realistici – potremmo però dire che il Milan ha scelto l’ex mediano perché siamo a fine novembre, sulla piazza di allenatori liberi c’era solo Carlo Ancelotti (che però non avrebbe accettato ora l’incarico). E poi bisogna risparmiare perché i cinesi saranno anche ricchi, ma in estate hanno speso tanto.

Gattuso arriva, per così dire, dalla cantera del Diavolo visto che il buon Ringhio, dopo le ultime esperienze con il Pisa, aveva deciso di fare ritorno a casa, per ripartire dal settore giovanile, dalla Primavera rossonera. Gattuso, finora, mai ha allenato in serie A. Dopo l’esordio in Svizzera con il Sion, la gavetta l’ha fatta a Palermo (in B), nell’Ofi Creta e, appunto, in Toscana dove ha ottenuto la promozione proprio nel torneo cadetto, ma dove si è ritrovato l’anno dopo a dover gestire una situazione tra il surreale e l’inverosimile, tra stipendi che non arrivavano e proprietà che cambiavano.

Misurarsi con le grandi è un banco di prova forse persin troppo duro per Rino. Cuore Milan, è vero, amato dai tifosi. Anche da quelli illustri – vedi Silvio Berlusconi – ma che si ritrova in mano una squadra fuori ormai dai giochi di alta classifica, che ha come obiettivo stagionale l’Europa League, dove Montella ha dato il meglio di sé.

Non solo. Gattuso va a guidare una squadra figlia di una Società che ha dimostrato, da tre anni a questa parte, di non trovare mai il bandolo della matassa. Dopo Allegri (esonerato il 12 gennaio del 2014), il buio: Tassotti, Seedorf, Pippo Inzaghi, Sinisa Mihajlovic, Cristian Brocchi e Vincenzo Montella. L’ex centrocampista è dunque il settimo a sedere sull’illustre panchina negli ultimi tre anni – quasi quattro. Ognuno di quelli sopra elencati, se escludiamo Tassotti e Brocchi, avrebbe dovuto aprire un ciclo. Tutti se ne sono andati, non capiti, senza risultati, talvolta derisi dalla stessa tifoseria.

Clima difficile per il nostro Ringhio. Verrebbe da dire che questo è il clima che preferisce. Da giocatore si esaltava nella battaglia, da tecnico ha vissuto i giorni tempestosi di Pisa. Sarà dunque pronto per recitare alla Scala del Calcio da Maestro e non più da comprimario, da medianaccio che doveva portare la croce per i solisti là davanti?

In conferenza stampa, Gattuso non ha perso tempo: “Quella con il Benevento è una finale”. Frase che molti allenatori dicono. E ancora: “Seedorf? Pippo? Non voglio fare la loro fine”. Già meno scontato. Fino a quello che potremmo definire un Manifesto del Gattuso non più in pantaloncini e scarpe bullonate, ma in tuta: “Il patentino non me l’hanno regalato. Io non sono solo grinta, ma anche preparazione”.

Ha preso pure la distanze da Montella, quando a Milanello ancora risuona il suo accento campano: “Lo stimo, ma abbiamo filosofie di gioco diverse”. La difesa a tre sarà uno dei suoi capisaldi. Vincenzo ama il palleggio, io preferisco verticalizzare e arrivare al tiro prima. Come dire: niente svolazzi, anche se siamo al Milan. Dritti alla meta. Machiavellico.

Vuole entrare nella testa dei giocatori, come dice di aver fatto con quelli più piccoli. Anche se potrebbe essere un’esperienza cuscinetto in attesa di affidare la squadra a qualche solone già a giugno. Forse per questo motivo Gattuso, che a Milanello è comunque a casa sua, può pure scherzare con il proprietario cinese: “Non ho ancora parlato con il presidente Yonghong Li, lui non parla inglese e neanche calabrese. Ci mancava un interprete. Ma nei prossimi giorni troveremo il modo di farlo”. Ha sentito, invece, Berlusconi: “L’ho ascoltato, non ho fatto finta. Lui è in grande conoscitore di calcio. Abbiamo parlato dei due attaccanti, del dna del Milan”.

Pare di capire che, comunque, sarà un Milan diverso anche nell’approccio alla gara: A me non interessa che i giocatori escano insieme la sera, ma che mettano la gamba e si buttino nel fuoco per un compagno.

Forse Mirabelli e Fassone hanno voluto Gattuso anche per frasi di questo tipo: “Quando si perde, deve bruciare. A Milanello deve essere un funerale”. Non importa se sarà un contratto a tempo determinato, da precario: “L’avrei pensato se mancassero cinque partite, ma ci sono 72 punti in palio”. Vincenzo Montella è già lontano, è tornato Ringhio. Pronto pure per abbaiare, ma per davvero, in faccia ai suoi ragazzi: “Ho detto loro di non essere permalosi. Le cose ce le dobbiamo dire in faccia, sempre”.

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La vittoria contro il Manchester United del “nemico” Mourinho non è bastata a rasserenare il clima teso che si è creato intorno al Chelsea allenato da Antonio Conte. Anzi, la vittoria della squadra londinese contro una diretta rivale è passata quasi sottotraccia rispetto alla mancata stretta di mano tra il tecnico leccese e quello portoghese. Questa situazione è paradigmatica della situazione dell’ex Ct della nazionale azzurra, che in questo inizio di stagione è stato messo costantemente in discussione per i risultati non sempre in linea con le attese.

E proprio queste ultime forse sono il problema principale: il Chelsea lo scorso hanno ha vinto il titolo in modo netto ribaltando anche le previsioni di inizio stagione che non lo vedevano di certo favorito visto il disastroso campionato disputato due stagioni fa. Quest’anno invece la situazione è molto diversa, con le due squadre di Manchester rinforzate da un mercato faraonico: il City di Guardiola ha iniziato triturando qualsiasi avversario affrontato e sembra non potersi più fermare; lo United è molto più solido e continuo (e manca ancora Ibra). Senza dimenticare il Tottenham capace di battere in modo netto i Campioni d’Europa del Real in Champions e l’ambizioso (ma discontinuo) Liverpool di Klopp.

Vincere in questo campionato è difficilissimo, quindi dobbiamo cercare di fare il miglior lavoro possibile. Negli altri campionati ci sono delle partite in cui puoi anche rilassarti un po’, qui no”

Antonio Conte


Il carico di aspettative per questa stagione ha portato ad una situazione di nervosismo generale all’interno della società, con Abramovich scontento delle sconfitte rimediate finora e la stampa sempre pronta a mettere in discussione la posizione del tecnico (prima della vittoria con lo United qualcuno parlava di esonero in caso di sconfitta). Conte invece ha sottolineato diverse volte il fatto di avere a disposizione una rosa numericamente non sufficiente a sostenere tutte le competizioni a cui il Chelsea partecipa: gli acquisti di Zappacosta, Bakayoko, Rudiger, Drinkwater e Morata non possono bastare a rinforzare una squadra orfana di due elementi fondamentali come Matic e Diego Costa.

La gestione del bomber brasiliano/spagnolo ha contribuito in modo fondamentale a incrinare il rapporto tra Conte e Abramovich. Il fatto che uno dei protagonisti principali della scorsa stagione sia stato scaricato con un sms non è andato giù al proprietario russo, tanto che ad agosto si era parlato di Tuchel come possibile candidato a sostituire il mister leccese.

Questo continuo sentirsi in bilico infastidisce il tecnico, che dopo il titolo dello scorso anno probabilmente si aspettava maggior considerazione da parte della società e maggior fiducia. Abramovich invece si fida esclusivamente di Marina Granovskaia, suo braccio destro fin dai tempi della Sibneft (ex compagnia petrolifera russa di cui era socio, dalla cui cessione delle sue quote a Gazprom ha guadagnato 13 miliardi di dollari). Un sodalizio inscindibile, con Conte tagliato praticamente fuori dalle decisione riguardanti acquisti e cessioni di calciatori.

In estate il tecnico ha chiesto diversi calciatori, in primis Alex Sandro e Lukaku, che alla fine non sono arrivati. I nuovi, tra problemi fisici e di adattamento (escluso Morata, che finora si è dimostrato all’altezza, anche se gli 80 milioni spesi per lui non sono proprio pochi) non hanno inciso più di tanto, e con alcuni dei “senatori” i rapporti non sembrano essere più così buoni.

Oltre ai 3 gol subiti a Roma nella partita di Stamford Bridge contro i giallorossi c’è stata la polemica sollevata da David Luiz. Il difensore ha reagito molto male alla sostituzione e, dopo la prestazione negativa dell’Olimpico, è stato escluso dalla partita con lo United. Questo è solo l’ultimo episodio che ha coinvolto l’ex Ct della nazionale e uno dei suoi giocatori: dopo la partita con la Roma anche Gary Cahill e Cesc Fabregas hanno avuto un confronto con Conte, ma non sono stati puniti come David Luiz. Per molti sulla decisione hanno pesato anche i buoni rapporti tra Diego Costa e Luiz, con quest’ultimo che ha sempre sostenuto l’attaccante.

La situazione attuale di Conte non è per nulla semplice, ma il campionato per il Chelsea è ancora aperto (è a 1 punto dallo United secondo e il City potrebbe accusare un calo fisiologico, dopo la partenza a razzo) così come la qualificazione agli ottavi di Champions.

L’impressione però è che, anche di fronte a risultati positivi, a fine stagione le strade tra Conte e il club londinese si separeranno. Per un passionale come lui i rapporti con la società e i calciatori sono fondamentali e al Chelsea la situazione non è certo di suo gradimento (il corteggiamento dell’Inter, in estate, lo aveva già fatto vacillare parecchio). L’Italia lo aspetta e lui sente la mancanza del suo paese. Rivederlo su una panchina di Serie A, nella prossima stagione, è un’ipotesi sempre più credibile.

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Quando l’avanzamento della trattativa Bonucci-Milan ha iniziato a circolare tra le notizie principali del calciomercato estivo, in pochi credevano che alla fine sarebbe andata davvero in porto.  Andare via da Torino per giocare in una delle rivali principali della Juventus, senza la Champions, pareva davvero uno scenario impraticabile. Alla fine però i dissapori con Allegri e la voglia di Leonardo di essere ancora al centro di un progetto, e non più uno fra tanti, ha prevalso su tutto, e in pochi giorni si è concretizzata una trattativa che sembrava davvero quasi impossibile.

Sul momento entrambe le parti avevano motivi per ritenersi più che soddisfatte: la Juventus ha incassato più di 40 milioni per un difensore di 30 anni, scontento della sua situazione, mantenendo però in rosa tutti gli altri protagonisti principali della retroguardia delle ultime stagioni (e acquistando anche il tedesco Howedes come ulteriore rinforzo nel ruolo), Bonucci è andato in una squadra che ha riconosciuto lo status da difensore top che si è guadagnato negli anni con un contratto faraonico, che lo ha subito eletto capitano e guida di un gruppo che punta fin da subito ad essere protagonista, sia in Italia che in Europa.  A distanza di qualche mese, paradossalmente, le cose non sono andate proprio come le due parti avrebbero sperato, o almeno non per ora.

La Juventus, dopo 8 giornate, ha già 5 punti di ritardo dalla vetta e ad ogni partita mostra lacune difensive che nei 6 anni precedenti non aveva mai fatto intravedere.  Sono già 13 i gol subiti in 11 partite ufficiali tra Supercoppa, campionato e Champions, un numero inusuale per una squadra che ha sempre fatto della tenuta difensiva il suo principale punto di forza. Barzagli a 36 anni viene impiegato con parsimonia per sfruttare le sue doti su meno partite, Rugani non ha ancora fatto quel salto di qualità a livello mentale che gli permetterebbe di essere titolare fisso, Benatia va a fasi alterne e Howedes non si è ancora visto causa infortunio. L’unica certezza si chiama Giorgio Chiellini, ma da solo non può reggere un intero reparto, soprattutto in una squadra che gioca 2 competizioni.

Bonucci di quella difesa era la guida, e a sua volta veniva “protetto” da Chiellini e Barzagli. La loro intesa straordinaria, forgiata da Antonio Conte e rinsaldatasi negli anni successivi, ha fatto la fortuna loro e della Juve. Senza Leonardo al centro la squadra ha perso un riferimento importante e le precarie condizioni fisiche di diversi elementi della retroguardia hanno fatto pesare ancor di più la sua assenza.

Bonucci è sempre stato bravissimo a impostare il gioco e a dirigere il reparto, lasciando ai suoi due compagni le marcature più insidiose. Nel caso della Juventus degli anni passati poi, con una squadra intera a fare una fase difensiva di alto livello per un difensore la vita è più semplice. In quel contesto sono venute fuori le qualità che lo hanno portato ad essere considerato uno dei migliori al mondo nel suo ruolo, ma al Milan le cose sono molto diverse.

Una squadra in rifondazione, all’anno zero dopo l’arrivo della proprietà cinese che ha portato tantissimi calciatori nuovi, in cerca di equilibri che non è facile trovare immediatamente; un contesto totalmente diverso da quello in cui si è trovato fino a pochi mesi prima. Le responsabilità sulle sue spalle, con la fascia di capitano al braccio, sono molto maggiori, ma questo è uno dei motivi principali per i quali ha chiesto la cessione alla dirigenza bianconera.

I primi mesi in rossonero di Bonucci sono da dimenticare, tanto da aver suscitato l’ironia della rete in merito ai famosi equilibri che avrebbe dovuto spostare con il suo arrivo a Milano. Il fatto che il Milan sia ancora una squadra in fase di assestamento non può giustificare alcuni errori di posizione e di concetto che un difensore di alto livello non dovrebbe commettere. Il derby in questo senso è la partita che riassume al meglio il primo Bonucci rossonero: in ritardo sul cross di Candreva che ha portato al primo gol di Icardi, completamente fuori posizione sul cross di Perisic con lo stesso Icardi libero di colpire al volo in area di rigore.

Qualche mese fa Walter Sabatini, interpellato a proposito del quasi certo sbarco del difensore in rossonero, fu quasi profetico nell’affermare che “Bonucci al Milan indebolirà entrambe le squadre. È un trasferimento che toglierà certezze ad ognuna delle parti chiamate in causa”. 

Se ci si riferisce solo al periodo che va da agosto ad ora il dirigente dell’Inter ha avuto pienamente ragione: il paradosso di Bonucci è nell’aver indebolito contemporaneamente la squadra che lo ha ceduto e quella che lo ha acquistato. Due mesi però sono ancora pochi per dare sentenze definitive e nel calcio le situazioni possono cambiare molto velocemente. Starà alla società bianconera dimostrare di poter reggere dietro, anche senza il giocatore che ha guidato la difesa degli ultimi 6 scudetti, e allo stesso Bonucci dimostrare di poter essere un difensore di livello mondiale anche in una squadra che non si chiama Juventus.

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Ei fu, siccome Immobile gli fece tre gol, ridicolizzandolo verso fine partita in dribbling… L’Ei in questione altri non è che Leonardo Bonucci, neo capitano del Milan, l’uomo che con il suo trasferimento estivo ha messo a rumore il calciomercato italiano perché, da colonna portante della Bbc juventina esacampione d’Italia, si era concesso ai rivali del Diavolo. Non per una cifra irrisoria considerata l’età e il ruolo, ma comunque neanche per noccioline.

Solo che a Roma contro la Lazio, Bonny è naufragato un po’ come tutto il Milan. Al primo vero scoglio sul cammino della serie A, il rinnovatissimo Milan di Vincenzo Montella ha subito un 1-4 che più che sulla classifica potrebbe avere ripercussioni sul morale, sull’autostima che Donnarumma e compagni stavano riconquistando dopo le ultime annate storte. E proprio su Bonucci facevano leva per trasformare il settore difensivo in un bunker. Ma Leo ‘Napoleone’ ha fatto proprio come l’imperatore in quel 5 maggio di manzoniana memoria: ‘percosso’ tre volte, ‘attonito’ di fronte al dilagare della formazione di Simone Inzaghi.

Non sarebbe comunque giusto gettare la croce solo addosso a quello che ha scalato in fretta anche i gradi milanisti, portando da subito la fascia di capitano al braccio. Un po’ tutta la squadra si è disunita tra fine primo tempo (dopo il rigore) e l’inizio del secondo, con quattro gol presi in 13′. Difficile dare colpe specifiche, tutto non ha funzionato. Ma è anche vero che un po’ tutti dicevano che una squadra completamente nuova avrebbe avuto bisogno di tempo per carburare, per conoscersi. Vero. Infatti, non è il ko all’Olimpico a scuotere gli animi, ma le proporzioni.

Certo, questa Lazio che ha venduto Biglia e Keita, non pare inferiore a quella che conquistò a sorpresa l’accesso all’Europa League pochi mesi fa. Simone Inzaghi, senza squilli di tromba, sa il fatto suo. Ha tra le mani uno dei migliori talenti attualmente in circolazione nel nostro campionato, a centrocampo, Milinkovic-Savic, ha sostituito il regista con il solido Leiva. E con Immobile in giornata di grazia, può spezzare le reni non solo al povero Diavolo, ma pure a Nostra Signora degli Scudetti (Supercoppa, do you remember?).

Insomma, non è utopia pensare a una Lazio che possa lottare per un posto nella prossima Champions. Se Juventus e Napoli paiono star rispettando i pronostici e l’Inter sembra in grado di dare fastidio fino all’ultimo alle due duellanti, rimane il quarto posto. Il Milan salirà probabilmente di giri a campionato iniziato e bisognerà capire, a quel punto, dove sarà in classifica. La Roma sta incontrando difficoltà e ha un allenatore nuovo anche lei. La Fiorentina non pare in grado di entrare tra le magnifiche. A meno di qualche sorpresa, insomma, il quarto posto è raggiungibile dalla banda di Inzaghino, sempre più Inzagone, visto che il fratello al momento allena in serie B.

Ricapitolando, quindi: piccolo Milan, ma anche grande Lazio. E dire che dopo la Supercoppa portata a casa, in molti avevano storto il naso per l’esordio in campionato senza niente di fatto, in casa, contro la neopromossa Spal. Poi, però, i biancocelesti hanno espugnato il ‘Bentegodi’ proprio grazie a Milinkovic-Savic, sul taccuino delle grandi e non da adesso. Prima di stritolare i rossoneri.

Al contrario, Montella – preliminari di Europa League a parte – aveva vinto agevolmente a Crotone, ma contro una squadra subito ridotta in 10. Aveva poi faticato contro il Cagliari a San Siro, avendone ragione solo grazie a un’invenzione di Suso su punizione. Insomma, il calendario e gli eventi avevano concorso a far salire la squadra in cima alla classifica. E già i complimenti si erano alzati da più parti. Guarda com’è bravo Montella, ha già assemblato uno squadrone.

Ora, proprio Vincenzo, potrebbe studiare qualche stratagemma per aiutare la difesa. Magari passando a quella a tre. Gli uomini per farla ci sono. E Bonucci, ancora lui, proprio con questo schema ha fatto le fortune sue e della Juventus. Donnarumma sarebbe maggiormente protetto, Leonardo potrebbe concedersi qualche ‘bonucciata’ in più e, nello stesso tempo, avere più tempo e lucidità per fare il regista arretrato (come alla Juve con Pirlo, al Milan con Biglia). Il correttivo in corsa non sarebbe certo un rinnegare dei principi, ma semplicemente rendere la squadra più funzionale agli uomini che si hanno in rosa. L’esempio arriva proprio dalla Juve e da Max Allegri. Ereditata da Antonio Conte una squadra con il marchio di fabbrica del 3-5-2, poco alla volta le ha cambiato abito, fino ad arrivare allo spregiudicato 4-2-3-1 che è storia e attualità insieme. Vincenzo non è presuntuoso e neanche chiuso nei suoi schemi, se servirà cambierà la versione del suo Milan. Non è un oltranzista, sa però anche che passare alla difesa a 3 significherebbe ulteriore tempo per ingranare e imparare i nuovi meccanismi (non tanto della difesa, quanto degli altri reparti).

Tornando alla Lazio, Inzaghi ha fatto sapere urbi et orbi che lui Biglia lo rivorrebbe volentieri indietro. Ma un dubbio noi ce l’abbiamo: non sarà che adesso la Lazio è più imprevedibile? Biglia attirava palloni come fosse una calamita, ma tutti sapevano che le azioni partivano sempre dai suoi piedi. Leiva è un calciatore diverso, seppure preso per fare lo stesso ruolo. Adesso i biancocelesti si affidano pure ad altre soluzioni, dal lancio lungo all’uso della fasce. Non solo: Luis Alberto è la sorpresa, da trequartista, in attesa che Felipe Anderson si rimetta. Ma il brasiliano dovrà sudare per riprendersi la maglia da titolare. Chiudiamo con Strakosha: non sarà un fenomeno alla Peruzzi o alla Marchegiani (giusto per citare due ex numeri uno laziali), ma sta crescendo molto bene. Copre i pali, è essenziale. E si sa, in Italia, le grandi squadre nascono proprio da numeri uno affidabile.

Ah, ovvio: siamo solo alla terza giornata. Che il Milan possa riprendersi o affondare, che Bonucci possa tornare roccia o sgretolarsi, che la Lazio possa mettere la ‘quarta’ o restare nei ranghi al momento non si può dire. E Manzoni ci perdonerà se abusiamo ancora dei suoi versi: ai posteri l’ardua sentenza.

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Nel calcio, si sa, il ruolo da “prima donna” è destinato agli attaccanti, ma una squadra forte, che ambisce a traguardi importanti, ha bisogno di ottimi giocatori in tutti i reparti. Lo sa bene la nuova dirigenza del Milan, che non ha badato a spese per regalare al mister Vincenzo Montella due profili giovani e molto promettenti per la difesa, per tornare a “volare” sulle fasce. Parliamo ovviamente di Andrea Conti, acquistato dall’Atalanta, e Ricardo Rodriguez, ex difensore del Wolfsburg, già da alcuni anni nell’orbita della nazionale svizzera. I due, oltre ad essere ottimi terzini, sono anche arruolabili come esterni in un centrocampo a cinque, duttilità che costituirà un’arma in più per il Milan che potrà, eventualmente, cambiare assetto a seconda delle necessità.

È vero che le gare disputate dai nuovi terzini del Milan sono ancora poche e che spesso il calcio d’agosto può ingannare, ma le premesse fanno brillare gli occhi ai milanisti. In queste poche uscite, infatti, i numeri 12 e 68 rossoneri hanno fatto vedere cross ben calibrati, scorribande offensive, una buona fase difensiva e soprattutto tanta corsa. Era da troppo tempo che, dalle parti di Milanello, le fasce non venivano presidiate da due giocatori così brillanti. L’ultima grande coppia di terzini milanisti è stata quella composta da Cafu e Serginho. Quello è stato un Milan bello e vincente e i loro cross hanno fatto la fortuna dei vari Inzaghi, Shevchenko, Tomasson e Crespo. Le due frecce brasiliane hanno vinto tutto sotto la gestione tecnica di Carlo Ancelotti.

Quasi 9 anni dal ritiro dei due brasiliani e molti terzini che si sono alternati al Milan. L’eredità del duo carioca venne raccolta da Oddo e Jankulovski che dopo un inizio molto incoraggiante non riuscirono a mantenere una certa continuità. Zambrotta ha avuto l’unico “demerito” di essere arrivato nella Milano rossonera troppo tardi, quando la sua brillantissima carriera era ormai in fase calante. Dopo di loro il nulla, o quasi. Il più costante è stato Ignazio Abate, tuttora presente nella rosa di Montella, ma che non ha mai incantato. De Sciglio, nonostante l’etichetta di grande promessa e la capacità di giocare su entrambe le corsie, non è mai riuscito ad imporsi e questa estate è passato alla Juventus. Troppo al di sotto delle aspettative ed incolore il contributo dei vari Antonini, Constant, Mesbah, Taiwo, Favalli, Zaccardo, Didac Vilà, Armero e Vangioni.

Dopo anni di difficoltà e di buio la nuova dirigenza del Milan ha mandato un messaggio importante ad avversari e tifosi. C’è voglia di ritornare ai fasti del passato e di volare alto. Lo sforzo economico è stato considerevole e solo il campo darà ragione oppure no alla compagine meneghina. Non sappiamo se il Milan tornerà di nuovo vincente in poco tempo, quello che sappiamo è che se Conti e Rodriguez continueranno a giocare a questi livelli le percentuali di successo saranno sicuramente più alte.