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Quando l’avanzamento della trattativa Bonucci-Milan ha iniziato a circolare tra le notizie principali del calciomercato estivo, in pochi credevano che alla fine sarebbe andata davvero in porto.  Andare via da Torino per giocare in una delle rivali principali della Juventus, senza la Champions, pareva davvero uno scenario impraticabile. Alla fine però i dissapori con Allegri e la voglia di Leonardo di essere ancora al centro di un progetto, e non più uno fra tanti, ha prevalso su tutto, e in pochi giorni si è concretizzata una trattativa che sembrava davvero quasi impossibile.

Sul momento entrambe le parti avevano motivi per ritenersi più che soddisfatte: la Juventus ha incassato più di 40 milioni per un difensore di 30 anni, scontento della sua situazione, mantenendo però in rosa tutti gli altri protagonisti principali della retroguardia delle ultime stagioni (e acquistando anche il tedesco Howedes come ulteriore rinforzo nel ruolo), Bonucci è andato in una squadra che ha riconosciuto lo status da difensore top che si è guadagnato negli anni con un contratto faraonico, che lo ha subito eletto capitano e guida di un gruppo che punta fin da subito ad essere protagonista, sia in Italia che in Europa.  A distanza di qualche mese, paradossalmente, le cose non sono andate proprio come le due parti avrebbero sperato, o almeno non per ora.

La Juventus, dopo 8 giornate, ha già 5 punti di ritardo dalla vetta e ad ogni partita mostra lacune difensive che nei 6 anni precedenti non aveva mai fatto intravedere.  Sono già 13 i gol subiti in 11 partite ufficiali tra Supercoppa, campionato e Champions, un numero inusuale per una squadra che ha sempre fatto della tenuta difensiva il suo principale punto di forza. Barzagli a 36 anni viene impiegato con parsimonia per sfruttare le sue doti su meno partite, Rugani non ha ancora fatto quel salto di qualità a livello mentale che gli permetterebbe di essere titolare fisso, Benatia va a fasi alterne e Howedes non si è ancora visto causa infortunio. L’unica certezza si chiama Giorgio Chiellini, ma da solo non può reggere un intero reparto, soprattutto in una squadra che gioca 2 competizioni.

Bonucci di quella difesa era la guida, e a sua volta veniva “protetto” da Chiellini e Barzagli. La loro intesa straordinaria, forgiata da Antonio Conte e rinsaldatasi negli anni successivi, ha fatto la fortuna loro e della Juve. Senza Leonardo al centro la squadra ha perso un riferimento importante e le precarie condizioni fisiche di diversi elementi della retroguardia hanno fatto pesare ancor di più la sua assenza.

Bonucci è sempre stato bravissimo a impostare il gioco e a dirigere il reparto, lasciando ai suoi due compagni le marcature più insidiose. Nel caso della Juventus degli anni passati poi, con una squadra intera a fare una fase difensiva di alto livello per un difensore la vita è più semplice. In quel contesto sono venute fuori le qualità che lo hanno portato ad essere considerato uno dei migliori al mondo nel suo ruolo, ma al Milan le cose sono molto diverse.

Una squadra in rifondazione, all’anno zero dopo l’arrivo della proprietà cinese che ha portato tantissimi calciatori nuovi, in cerca di equilibri che non è facile trovare immediatamente; un contesto totalmente diverso da quello in cui si è trovato fino a pochi mesi prima. Le responsabilità sulle sue spalle, con la fascia di capitano al braccio, sono molto maggiori, ma questo è uno dei motivi principali per i quali ha chiesto la cessione alla dirigenza bianconera.

I primi mesi in rossonero di Bonucci sono da dimenticare, tanto da aver suscitato l’ironia della rete in merito ai famosi equilibri che avrebbe dovuto spostare con il suo arrivo a Milano. Il fatto che il Milan sia ancora una squadra in fase di assestamento non può giustificare alcuni errori di posizione e di concetto che un difensore di alto livello non dovrebbe commettere. Il derby in questo senso è la partita che riassume al meglio il primo Bonucci rossonero: in ritardo sul cross di Candreva che ha portato al primo gol di Icardi, completamente fuori posizione sul cross di Perisic con lo stesso Icardi libero di colpire al volo in area di rigore.

Qualche mese fa Walter Sabatini, interpellato a proposito del quasi certo sbarco del difensore in rossonero, fu quasi profetico nell’affermare che “Bonucci al Milan indebolirà entrambe le squadre. È un trasferimento che toglierà certezze ad ognuna delle parti chiamate in causa”. 

Se ci si riferisce solo al periodo che va da agosto ad ora il dirigente dell’Inter ha avuto pienamente ragione: il paradosso di Bonucci è nell’aver indebolito contemporaneamente la squadra che lo ha ceduto e quella che lo ha acquistato. Due mesi però sono ancora pochi per dare sentenze definitive e nel calcio le situazioni possono cambiare molto velocemente. Starà alla società bianconera dimostrare di poter reggere dietro, anche senza il giocatore che ha guidato la difesa degli ultimi 6 scudetti, e allo stesso Bonucci dimostrare di poter essere un difensore di livello mondiale anche in una squadra che non si chiama Juventus.

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Ei fu, siccome Immobile gli fece tre gol, ridicolizzandolo verso fine partita in dribbling… L’Ei in questione altri non è che Leonardo Bonucci, neo capitano del Milan, l’uomo che con il suo trasferimento estivo ha messo a rumore il calciomercato italiano perché, da colonna portante della Bbc juventina esacampione d’Italia, si era concesso ai rivali del Diavolo. Non per una cifra irrisoria considerata l’età e il ruolo, ma comunque neanche per noccioline.

Solo che a Roma contro la Lazio, Bonny è naufragato un po’ come tutto il Milan. Al primo vero scoglio sul cammino della serie A, il rinnovatissimo Milan di Vincenzo Montella ha subito un 1-4 che più che sulla classifica potrebbe avere ripercussioni sul morale, sull’autostima che Donnarumma e compagni stavano riconquistando dopo le ultime annate storte. E proprio su Bonucci facevano leva per trasformare il settore difensivo in un bunker. Ma Leo ‘Napoleone’ ha fatto proprio come l’imperatore in quel 5 maggio di manzoniana memoria: ‘percosso’ tre volte, ‘attonito’ di fronte al dilagare della formazione di Simone Inzaghi.

Non sarebbe comunque giusto gettare la croce solo addosso a quello che ha scalato in fretta anche i gradi milanisti, portando da subito la fascia di capitano al braccio. Un po’ tutta la squadra si è disunita tra fine primo tempo (dopo il rigore) e l’inizio del secondo, con quattro gol presi in 13′. Difficile dare colpe specifiche, tutto non ha funzionato. Ma è anche vero che un po’ tutti dicevano che una squadra completamente nuova avrebbe avuto bisogno di tempo per carburare, per conoscersi. Vero. Infatti, non è il ko all’Olimpico a scuotere gli animi, ma le proporzioni.

Certo, questa Lazio che ha venduto Biglia e Keita, non pare inferiore a quella che conquistò a sorpresa l’accesso all’Europa League pochi mesi fa. Simone Inzaghi, senza squilli di tromba, sa il fatto suo. Ha tra le mani uno dei migliori talenti attualmente in circolazione nel nostro campionato, a centrocampo, Milinkovic-Savic, ha sostituito il regista con il solido Leiva. E con Immobile in giornata di grazia, può spezzare le reni non solo al povero Diavolo, ma pure a Nostra Signora degli Scudetti (Supercoppa, do you remember?).

Insomma, non è utopia pensare a una Lazio che possa lottare per un posto nella prossima Champions. Se Juventus e Napoli paiono star rispettando i pronostici e l’Inter sembra in grado di dare fastidio fino all’ultimo alle due duellanti, rimane il quarto posto. Il Milan salirà probabilmente di giri a campionato iniziato e bisognerà capire, a quel punto, dove sarà in classifica. La Roma sta incontrando difficoltà e ha un allenatore nuovo anche lei. La Fiorentina non pare in grado di entrare tra le magnifiche. A meno di qualche sorpresa, insomma, il quarto posto è raggiungibile dalla banda di Inzaghino, sempre più Inzagone, visto che il fratello al momento allena in serie B.

Ricapitolando, quindi: piccolo Milan, ma anche grande Lazio. E dire che dopo la Supercoppa portata a casa, in molti avevano storto il naso per l’esordio in campionato senza niente di fatto, in casa, contro la neopromossa Spal. Poi, però, i biancocelesti hanno espugnato il ‘Bentegodi’ proprio grazie a Milinkovic-Savic, sul taccuino delle grandi e non da adesso. Prima di stritolare i rossoneri.

Al contrario, Montella – preliminari di Europa League a parte – aveva vinto agevolmente a Crotone, ma contro una squadra subito ridotta in 10. Aveva poi faticato contro il Cagliari a San Siro, avendone ragione solo grazie a un’invenzione di Suso su punizione. Insomma, il calendario e gli eventi avevano concorso a far salire la squadra in cima alla classifica. E già i complimenti si erano alzati da più parti. Guarda com’è bravo Montella, ha già assemblato uno squadrone.

Ora, proprio Vincenzo, potrebbe studiare qualche stratagemma per aiutare la difesa. Magari passando a quella a tre. Gli uomini per farla ci sono. E Bonucci, ancora lui, proprio con questo schema ha fatto le fortune sue e della Juventus. Donnarumma sarebbe maggiormente protetto, Leonardo potrebbe concedersi qualche ‘bonucciata’ in più e, nello stesso tempo, avere più tempo e lucidità per fare il regista arretrato (come alla Juve con Pirlo, al Milan con Biglia). Il correttivo in corsa non sarebbe certo un rinnegare dei principi, ma semplicemente rendere la squadra più funzionale agli uomini che si hanno in rosa. L’esempio arriva proprio dalla Juve e da Max Allegri. Ereditata da Antonio Conte una squadra con il marchio di fabbrica del 3-5-2, poco alla volta le ha cambiato abito, fino ad arrivare allo spregiudicato 4-2-3-1 che è storia e attualità insieme. Vincenzo non è presuntuoso e neanche chiuso nei suoi schemi, se servirà cambierà la versione del suo Milan. Non è un oltranzista, sa però anche che passare alla difesa a 3 significherebbe ulteriore tempo per ingranare e imparare i nuovi meccanismi (non tanto della difesa, quanto degli altri reparti).

Tornando alla Lazio, Inzaghi ha fatto sapere urbi et orbi che lui Biglia lo rivorrebbe volentieri indietro. Ma un dubbio noi ce l’abbiamo: non sarà che adesso la Lazio è più imprevedibile? Biglia attirava palloni come fosse una calamita, ma tutti sapevano che le azioni partivano sempre dai suoi piedi. Leiva è un calciatore diverso, seppure preso per fare lo stesso ruolo. Adesso i biancocelesti si affidano pure ad altre soluzioni, dal lancio lungo all’uso della fasce. Non solo: Luis Alberto è la sorpresa, da trequartista, in attesa che Felipe Anderson si rimetta. Ma il brasiliano dovrà sudare per riprendersi la maglia da titolare. Chiudiamo con Strakosha: non sarà un fenomeno alla Peruzzi o alla Marchegiani (giusto per citare due ex numeri uno laziali), ma sta crescendo molto bene. Copre i pali, è essenziale. E si sa, in Italia, le grandi squadre nascono proprio da numeri uno affidabile.

Ah, ovvio: siamo solo alla terza giornata. Che il Milan possa riprendersi o affondare, che Bonucci possa tornare roccia o sgretolarsi, che la Lazio possa mettere la ‘quarta’ o restare nei ranghi al momento non si può dire. E Manzoni ci perdonerà se abusiamo ancora dei suoi versi: ai posteri l’ardua sentenza.

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Nel calcio, si sa, il ruolo da “prima donna” è destinato agli attaccanti, ma una squadra forte, che ambisce a traguardi importanti, ha bisogno di ottimi giocatori in tutti i reparti. Lo sa bene la nuova dirigenza del Milan, che non ha badato a spese per regalare al mister Vincenzo Montella due profili giovani e molto promettenti per la difesa, per tornare a “volare” sulle fasce. Parliamo ovviamente di Andrea Conti, acquistato dall’Atalanta, e Ricardo Rodriguez, ex difensore del Wolfsburg, già da alcuni anni nell’orbita della nazionale svizzera. I due, oltre ad essere ottimi terzini, sono anche arruolabili come esterni in un centrocampo a cinque, duttilità che costituirà un’arma in più per il Milan che potrà, eventualmente, cambiare assetto a seconda delle necessità.

È vero che le gare disputate dai nuovi terzini del Milan sono ancora poche e che spesso il calcio d’agosto può ingannare, ma le premesse fanno brillare gli occhi ai milanisti. In queste poche uscite, infatti, i numeri 12 e 68 rossoneri hanno fatto vedere cross ben calibrati, scorribande offensive, una buona fase difensiva e soprattutto tanta corsa. Era da troppo tempo che, dalle parti di Milanello, le fasce non venivano presidiate da due giocatori così brillanti. L’ultima grande coppia di terzini milanisti è stata quella composta da Cafu e Serginho. Quello è stato un Milan bello e vincente e i loro cross hanno fatto la fortuna dei vari Inzaghi, Shevchenko, Tomasson e Crespo. Le due frecce brasiliane hanno vinto tutto sotto la gestione tecnica di Carlo Ancelotti.

Quasi 9 anni dal ritiro dei due brasiliani e molti terzini che si sono alternati al Milan. L’eredità del duo carioca venne raccolta da Oddo e Jankulovski che dopo un inizio molto incoraggiante non riuscirono a mantenere una certa continuità. Zambrotta ha avuto l’unico “demerito” di essere arrivato nella Milano rossonera troppo tardi, quando la sua brillantissima carriera era ormai in fase calante. Dopo di loro il nulla, o quasi. Il più costante è stato Ignazio Abate, tuttora presente nella rosa di Montella, ma che non ha mai incantato. De Sciglio, nonostante l’etichetta di grande promessa e la capacità di giocare su entrambe le corsie, non è mai riuscito ad imporsi e questa estate è passato alla Juventus. Troppo al di sotto delle aspettative ed incolore il contributo dei vari Antonini, Constant, Mesbah, Taiwo, Favalli, Zaccardo, Didac Vilà, Armero e Vangioni.

Dopo anni di difficoltà e di buio la nuova dirigenza del Milan ha mandato un messaggio importante ad avversari e tifosi. C’è voglia di ritornare ai fasti del passato e di volare alto. Lo sforzo economico è stato considerevole e solo il campo darà ragione oppure no alla compagine meneghina. Non sappiamo se il Milan tornerà di nuovo vincente in poco tempo, quello che sappiamo è che se Conti e Rodriguez continueranno a giocare a questi livelli le percentuali di successo saranno sicuramente più alte.

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Quando Montella schierò in campo Cutrone nella partita di International Cup contro il Bayern, in pochi sapevano chi fosse quel ragazzino dai capelli scuri e con barba che lo faceva sembrare più grande dei suoi 19 anni. Neanche gli stessi tifosi rossoneri, a meno che non avessero seguito le giovanili della loro squadra negli anni precedenti.

Quel giorno in panchina c’erano Andre Silva e Carlos Bacca ma il tecnico di Pomigliano non ebbe remore a schierare titolare il più giovane dei suoi attaccanti, quello che già col Lugano aveva segnato il primo gol del precampionato rossonero. Quella decisione, vista oggi, potrebbe avere un peso importante sulla stagione del Milan di quest’anno. A Cutrone non tremavano le gambe di fronte ai colossi del Bayern, li affrontava come se fosse una partita qualsiasi delle giovanili, quelle in cui ha stabilito il record di gol nella storia della società meneghina.

I due gol successivi sono stati solo conseguenza delle capacità, dell’atteggiamento e della voglia di Patrick, uno che ha fame di diventare qualcuno senza avere la pressione di giocare tra i “grandi“. E che il gol ce l’ha nel sangue, da quando muoveva i primi passi con i Pulcini della Parediense e attirava l’attenzione di tutti gli scout che andavano a visionare le sue partite. La sua storia con le giovanili è una lunga sequenza fatta di gol, dalla doppietta segnata al fortissimo Barcellona nella finale del Trofeo Scirea del 2012 (che però non evitò la sconfitta al Milan) al magnifico pallonetto che realizzò in un derby Milan-Inter nella categoria Allievi Lega Pro (vinto 5 a 0 dai rossoneri),  fino ai 43 gol in 67 partite segnati negli anni trascorsi in Primavera.

Classe, senso del gol, freddezza: Cutrone versione 2014 era già molto simile al Cutrone di oggi

Destro naturale, forte fisicamente e anche dotato sotto il profilo tecnico, è una prima punta di ruolo che a volte è stato anche schierato più largo, una sorta di esterno d’attacco sui generis con licenza di accentrarsi per tentare il tiro in porta. Montella però non ha avuto esitazione a schierarlo da centravanti nell’attacco a 3, il ruolo che esalta meglio le sue doti da finalizzatore.

Certo, fare gol a un avversario come il Bayern è motivo di orgoglio, ma il calcio estivo ha spesso creato illusioni. Sponda Milan i tifosi storici ricordavano la storia di Graziano Mannari e di quella volta in cui segnò al Real Madrid in una serata di fine estate del 1988. Mannari poi si è perso nei meandri delle serie minori, chiudendo la carriera in modo anonimo. Serviva una conferma che Cutrone non fosse solo un carneade di mezza estate, conferma arrivata nei Preliminari di Europa League grazie anche alla fiducia accordatagli dal tecnico rossonero, che rivede molto del se stesso giovane in lui. Prima partita ufficiale a San Siro, contro il Craiova, e primo gol di Patrick, che come al solito si trovava al posto giusto al momento giusto.

La doppietta di André Silva nell’andata contro lo Shkendija sembrava aver riportato il portoghese al primo posto tra le scelte d’attacco, ma a Crotone ancora una volta Montella ha dato fiducia a Cutrone. Crotone-Cutrone, un’assonanza linguistica non casuale visto poi il gol segnato sul campo della squadra calabrese, che tra l’altro è una di quelle che hanno corteggiato maggiormente il ragazzo di Como.

Taglio sul primo palo, anticipo di testa sull’avversario diretto e la corsa verso la panchina, che ormai sta diventando consuetudine.

Pochi giorni fa a Milano è sbarcato anche Nikola Kalinic, centravanti che sa far gol e, soprattutto, sa come far girare l’intero reparto d’attacco di una squadra.

L’arrivo del croato restringe ancora gli spazi lì davanti, soprattutto se si continuerà a giocare con il 4-3-3, ma Montella è troppo scaltro per poter fare a meno di Patrick Cutrone, il ragazzo nato sotto il segno del gol. 

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“Io voglio tornare, ma questi stanno dormendo”

In tanti anni di calciomercato, raramente agli operatori del settore era capitato di assistere a una conferenza stampa social così efficace e virale come quella tenuta nella serata di sabato 12 agosto da Pierre-Emerick Aubameyang, attaccante del Borussia Dortmund, attraverso una diretta su Instagram. Una vera e propria dichiarazione d’intenti, senza passare per interviste da decriptare, messaggi lasciati a metà e segnali in codice. Il destinatario? Il Milan.

Addio, Westfalia!

Un manifesto in piena regola, quello affisso da Aubameyang sulle porte dello spogliatoio del Borussia Dortmund: della serie, “se volete io sono qui”. Il messaggio arriverà a Milano, sponda rossonera? Chissà. Intanto Aubameyang fa il suo in campo con i colori gialloneri cuciti addosso, come la tripletta messa a segno in Coppa di Germania ha dimostrato: il feeling con l’ambiente Borussia, frequentato dall’attaccante gabonese da ormai 4 stagioni, condite da 128 presenze e 85 reti, sembra però essere in evidente calo. I due secondi posti, la terza posizione dello scorso anno e le quattro finali di Coppa di Germania giocate, di cui una vinta (da sommare in bacheca alle due Supercoppe di Germania conquistate) evidentemente stanno strette al numero 17. Che all’alba dei suoi 28 anni ha bisogno di nuove sfide, e fa poco per nasconderlo. Compreso il “raffreddore” che il 13 agosto l’ha spinto ad abbandonare anzitempo l’allenamento e i suoi compagni, o lo scambio di tweet con l’ex compagno di squadra Ciro Immobile, fresco vincitore della Supercoppa Italiana con la maglia della Lazio. Un arrivederci?

Che fine hai fatto, Ousmane?

Se Aubameyang continua ad essere a tutti gli effetti un tesserato dei Die Schwarzgelben, di ben altra consistenza è la spina che nella rosa di Peter Bosz risponde oggi al nome di Ousmane Dembelè: il talento francese classe 1997 ha deciso deliberatamente di non presentarsi qualche giorno fa all’allenamento per spingere il suo trasferimento al Barcellona. Un chiaro tentativo di forzare la mano, in linea con diversi esempi che il calciomercato sta portando in dote. Alle mode, però, si sa, in Germania non sono molto sensibili: così i gialloneri hanno deciso di escludere il calciatore dal gruppo fino a nuovo annuncio e di rifiutare la prima offerta blaugrana, anche se la sensazione è che alla fine prevarrà il volere del giocatore. Tenere in tribuna un 20enne con un lungo contratto serve a poco, così a pagare le conseguenze dell’effetto domino imposto dal faraonico trasferimento di Neymar al Psg potrebbe essere proprio il BVB. La Bundesliga infatti inizierà nel prossimo weekend e Peter Bosz si trova una rosa senza una pedina importante come Dembelè e con un mercato agli sgoccioli.

I’m the Bosz

Eppure, l’annata 2017/2018 doveva essere quella della ripartenza in casa Borussia Dortmund: salutato Thomas Tuchel dopo due stagioni, il club giallonero aveva scelto per la panchina Peter Bosz, 53enne allenatore olandese reduce da due secondi posti (uno in Eredivisie e l’altro in Europa League) con l’Ajax nella scorsa stagione. L’olandese ha firmato un contratto con i gialloneri fino al 30 giugno 2019 e sin dal suo arrivo era consapevole del fatto che avrebbe dovuto fare i conti con qualche problema all’interno dello spogliatoio, come gli infortuni di Reus, Guerreiro e Gotze (ancora convalescente dopo aver sconfitto il disturbo del metabolismo energetico) e la possibile cessione appunto di Aubameyang, alla quale si è aggiunto il caso- Dembelè. I movimenti in entrata? Minori. A Dortmund sono arrivati Omer Toprak dal Bayer Leverkusen, Mahmoud Dahoud dal Borussia Moenchengladbach e Maximilian Philipp dal Friburgo, per una spesa complessiva di 44 milioni di euro. Dal prestito al Colonia è rientrato Subotic, mentre per il futuro è stato acquistato dal Paris Saint-Germain il 18enne difensore centrale Zagadou.

Come si dice “inflessibilità” in tedesco?

Di certo, alla dirigenza del Borussia non fa paura utilizzare il pugno duro. Per conferme, chiedere al direttore sportivo, quel Michael Zorc che tanta qualità aveva in campo, dove con il club della Westfalia ha giocato 463 partite, segnando 131 reti, e altrettanto polso ha dalla sua scrivania. Dembelè non si fa vedere? Sospeso a tempo indeterminato. Aubameyang ha un raffreddore? Va a casa a curarsi, senza manfrine. Già, perché in Germania non amano promesse roboanti e cifre da capogiro: così, mentre a Monaco di Baviera il presidente del Consiglio direttivo del Bayern Monaco, Karl-Heinz Rummenigge, si è lanciato contro le follie del mercato calcistico, in particolare commentando l’affare che ha portato Neymar al Paris Saint-Germain, a Dortmund non hanno paura di dar vita a un braccio di ferro con due dei calciatori più rappresentativi in rosa. Lo stesso è accaduto con Emre Mor, giovane talento turco la cui cessione all’Inter è saltata poche ore fa. Già, in Bundesliga va così: si vende, ma al prezzo fissato. Sabato intanto il Dortmund farà il suo esordio in campionato sul campo del Wolfsburg: con Auba e Dembelè? Chissà…

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Shkëndija

Domani il Milan giocherà l’andata dei play-off di Europa League contro il KF Shkëndija, formazione della Macedonia. Dopo aver superato senza grosse preoccupazioni i rumeni del Clubul Sportiv Universitatea Craiova la squadra di Vincenzo Montella si ritrova davanti un avversario che non solo ha gli stessi colori sociali del club, il rosso e il nero, ma ha pure vestito la maglia del Milan nel lontano 1994.

PUNTO D’ARRIVO

Per lo Shkëndija andare a giocare al Meazza è probabilmente il momento più alto della sua storia. Fondato nel 1979, il club di Tetovo (città quasi al confine con il Kosovo) rappresenta la minoranza albanese in Macedonia e solo negli ultimi anni ha iniziato ad avere un discreto successo: nel 2009-2010 ha vinto la Vtora Liga (seconda serie) e la stagione successiva, da neopromosso, a sorpresa si è imposto pure nel massimo campionato macedone (Prva Liga), giocando così le prime partite a livello internazionale (secondo turno preliminare di Champions League, battuto dal Partizan con un complessivo 5-0). È la seconda volta consecutiva che arriva ai play-off di Europa League: dodici mesi fa è stato eliminato dal Gent (squadra avanzata poi fino agli ottavi), quest’anno nei turni preliminari ha superato il Dacia Chişinąu (vittorie per 3-0 e 4-0), l’HJK Helsinki (3-1 all’andata e 1-1 in Finlandia) e il Trakai (3-0 rimontato al ritorno dopo aver perso 2-1 in Lituania). Avversari non certo di spessore, ma è pur sempre un club che gioca gare ufficiali dal 29 giugno.

Shkendija 1994 Milan

AVVERSARIO NON PROPRIO SCONOSCIUTO

Dieci mesi fa l’Italia ha giocato contro la Macedonia alla Skopje Arena (stadio dove si disputerà il match di ritorno giovedì 24 e dove si è giocata la Supercoppa Europea la settimana scorsa) vincendo 2-3 in rimonta nel finale. Il gol del momentaneo 2-1 l’ha segnato Ferhan Hasani che gioca proprio nello Shkëndija (è un centrocampista e capitano) e ha partecipato a quel match assieme al compagno di squadra Besart Ibraimi, punta di diamante della squadra e capocannoniere degli ultimi due campionati macedoni (venticinque gol nel 2015-2016, venti nel 2016-2017, più cinque reti nelle sei partite dei turni preliminari di questa Europa League). Loro sono i due giocatori più rappresentativi, assieme al trio che a giugno ha partecipato agli Europei Under-21 con la Macedonia, formato dai difensori Egzon Bejtulai e Mevlan Murati e dall’esterno destro Marjan Radeski. Il tecnico Qatip Osmani gioca col 4-2-3-1 e ha debuttato in campionato battendo 2-0 il FK Vardar (una delle rivali più accreditate) venerdì: il Milan è ovviamente molto più forte e non dovrebbe avere problemi a passare, ma lo Shkëndija ha sette gare ufficiali alle spalle e non è l’ultimo arrivato.