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“Io voglio tornare, ma questi stanno dormendo”

In tanti anni di calciomercato, raramente agli operatori del settore era capitato di assistere a una conferenza stampa social così efficace e virale come quella tenuta nella serata di sabato 12 agosto da Pierre-Emerick Aubameyang, attaccante del Borussia Dortmund, attraverso una diretta su Instagram. Una vera e propria dichiarazione d’intenti, senza passare per interviste da decriptare, messaggi lasciati a metà e segnali in codice. Il destinatario? Il Milan.

Addio, Westfalia!

Un manifesto in piena regola, quello affisso da Aubameyang sulle porte dello spogliatoio del Borussia Dortmund: della serie, “se volete io sono qui”. Il messaggio arriverà a Milano, sponda rossonera? Chissà. Intanto Aubameyang fa il suo in campo con i colori gialloneri cuciti addosso, come la tripletta messa a segno in Coppa di Germania ha dimostrato: il feeling con l’ambiente Borussia, frequentato dall’attaccante gabonese da ormai 4 stagioni, condite da 128 presenze e 85 reti, sembra però essere in evidente calo. I due secondi posti, la terza posizione dello scorso anno e le quattro finali di Coppa di Germania giocate, di cui una vinta (da sommare in bacheca alle due Supercoppe di Germania conquistate) evidentemente stanno strette al numero 17. Che all’alba dei suoi 28 anni ha bisogno di nuove sfide, e fa poco per nasconderlo. Compreso il “raffreddore” che il 13 agosto l’ha spinto ad abbandonare anzitempo l’allenamento e i suoi compagni, o lo scambio di tweet con l’ex compagno di squadra Ciro Immobile, fresco vincitore della Supercoppa Italiana con la maglia della Lazio. Un arrivederci?

Che fine hai fatto, Ousmane?

Se Aubameyang continua ad essere a tutti gli effetti un tesserato dei Die Schwarzgelben, di ben altra consistenza è la spina che nella rosa di Peter Bosz risponde oggi al nome di Ousmane Dembelè: il talento francese classe 1997 ha deciso deliberatamente di non presentarsi qualche giorno fa all’allenamento per spingere il suo trasferimento al Barcellona. Un chiaro tentativo di forzare la mano, in linea con diversi esempi che il calciomercato sta portando in dote. Alle mode, però, si sa, in Germania non sono molto sensibili: così i gialloneri hanno deciso di escludere il calciatore dal gruppo fino a nuovo annuncio e di rifiutare la prima offerta blaugrana, anche se la sensazione è che alla fine prevarrà il volere del giocatore. Tenere in tribuna un 20enne con un lungo contratto serve a poco, così a pagare le conseguenze dell’effetto domino imposto dal faraonico trasferimento di Neymar al Psg potrebbe essere proprio il BVB. La Bundesliga infatti inizierà nel prossimo weekend e Peter Bosz si trova una rosa senza una pedina importante come Dembelè e con un mercato agli sgoccioli.

I’m the Bosz

Eppure, l’annata 2017/2018 doveva essere quella della ripartenza in casa Borussia Dortmund: salutato Thomas Tuchel dopo due stagioni, il club giallonero aveva scelto per la panchina Peter Bosz, 53enne allenatore olandese reduce da due secondi posti (uno in Eredivisie e l’altro in Europa League) con l’Ajax nella scorsa stagione. L’olandese ha firmato un contratto con i gialloneri fino al 30 giugno 2019 e sin dal suo arrivo era consapevole del fatto che avrebbe dovuto fare i conti con qualche problema all’interno dello spogliatoio, come gli infortuni di Reus, Guerreiro e Gotze (ancora convalescente dopo aver sconfitto il disturbo del metabolismo energetico) e la possibile cessione appunto di Aubameyang, alla quale si è aggiunto il caso- Dembelè. I movimenti in entrata? Minori. A Dortmund sono arrivati Omer Toprak dal Bayer Leverkusen, Mahmoud Dahoud dal Borussia Moenchengladbach e Maximilian Philipp dal Friburgo, per una spesa complessiva di 44 milioni di euro. Dal prestito al Colonia è rientrato Subotic, mentre per il futuro è stato acquistato dal Paris Saint-Germain il 18enne difensore centrale Zagadou.

Come si dice “inflessibilità” in tedesco?

Di certo, alla dirigenza del Borussia non fa paura utilizzare il pugno duro. Per conferme, chiedere al direttore sportivo, quel Michael Zorc che tanta qualità aveva in campo, dove con il club della Westfalia ha giocato 463 partite, segnando 131 reti, e altrettanto polso ha dalla sua scrivania. Dembelè non si fa vedere? Sospeso a tempo indeterminato. Aubameyang ha un raffreddore? Va a casa a curarsi, senza manfrine. Già, perché in Germania non amano promesse roboanti e cifre da capogiro: così, mentre a Monaco di Baviera il presidente del Consiglio direttivo del Bayern Monaco, Karl-Heinz Rummenigge, si è lanciato contro le follie del mercato calcistico, in particolare commentando l’affare che ha portato Neymar al Paris Saint-Germain, a Dortmund non hanno paura di dar vita a un braccio di ferro con due dei calciatori più rappresentativi in rosa. Lo stesso è accaduto con Emre Mor, giovane talento turco la cui cessione all’Inter è saltata poche ore fa. Già, in Bundesliga va così: si vende, ma al prezzo fissato. Sabato intanto il Dortmund farà il suo esordio in campionato sul campo del Wolfsburg: con Auba e Dembelè? Chissà…

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Shkëndija

Domani il Milan giocherà l’andata dei play-off di Europa League contro il KF Shkëndija, formazione della Macedonia. Dopo aver superato senza grosse preoccupazioni i rumeni del Clubul Sportiv Universitatea Craiova la squadra di Vincenzo Montella si ritrova davanti un avversario che non solo ha gli stessi colori sociali del club, il rosso e il nero, ma ha pure vestito la maglia del Milan nel lontano 1994.

PUNTO D’ARRIVO

Per lo Shkëndija andare a giocare al Meazza è probabilmente il momento più alto della sua storia. Fondato nel 1979, il club di Tetovo (città quasi al confine con il Kosovo) rappresenta la minoranza albanese in Macedonia e solo negli ultimi anni ha iniziato ad avere un discreto successo: nel 2009-2010 ha vinto la Vtora Liga (seconda serie) e la stagione successiva, da neopromosso, a sorpresa si è imposto pure nel massimo campionato macedone (Prva Liga), giocando così le prime partite a livello internazionale (secondo turno preliminare di Champions League, battuto dal Partizan con un complessivo 5-0). È la seconda volta consecutiva che arriva ai play-off di Europa League: dodici mesi fa è stato eliminato dal Gent (squadra avanzata poi fino agli ottavi), quest’anno nei turni preliminari ha superato il Dacia Chişinąu (vittorie per 3-0 e 4-0), l’HJK Helsinki (3-1 all’andata e 1-1 in Finlandia) e il Trakai (3-0 rimontato al ritorno dopo aver perso 2-1 in Lituania). Avversari non certo di spessore, ma è pur sempre un club che gioca gare ufficiali dal 29 giugno.

Shkendija 1994 Milan

AVVERSARIO NON PROPRIO SCONOSCIUTO

Dieci mesi fa l’Italia ha giocato contro la Macedonia alla Skopje Arena (stadio dove si disputerà il match di ritorno giovedì 24 e dove si è giocata la Supercoppa Europea la settimana scorsa) vincendo 2-3 in rimonta nel finale. Il gol del momentaneo 2-1 l’ha segnato Ferhan Hasani che gioca proprio nello Shkëndija (è un centrocampista e capitano) e ha partecipato a quel match assieme al compagno di squadra Besart Ibraimi, punta di diamante della squadra e capocannoniere degli ultimi due campionati macedoni (venticinque gol nel 2015-2016, venti nel 2016-2017, più cinque reti nelle sei partite dei turni preliminari di questa Europa League). Loro sono i due giocatori più rappresentativi, assieme al trio che a giugno ha partecipato agli Europei Under-21 con la Macedonia, formato dai difensori Egzon Bejtulai e Mevlan Murati e dall’esterno destro Marjan Radeski. Il tecnico Qatip Osmani gioca col 4-2-3-1 e ha debuttato in campionato battendo 2-0 il FK Vardar (una delle rivali più accreditate) venerdì: il Milan è ovviamente molto più forte e non dovrebbe avere problemi a passare, ma lo Shkëndija ha sette gare ufficiali alle spalle e non è l’ultimo arrivato.

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Neymar PSG

Prima Leonardo Bonucci, poi Neymar. Se il primo trasferimento ha fatto rumore prevalentemente in Italia, il secondo è diventato un fenomeno planetario. Per le cifre, 222 milioni di euro (la clausola di rescissione posta dal Barcellona sul gioiellino sudamericano) e perché Neymar non è solo un giocatore, ma un vero e proprio brand.

Bonucci e Neymar, uno difensore e l’altro attaccante, non avrebbero nulla in comune. Apparentemente. In realtà, oltre che essere sulle prime pagine dei giornali in questa rovente estate 2017, hanno deciso entrambi di fare un passo indietro. Il primo ha lasciato la Juventus dopo sei scudetti, due finali di Champions perse, Coppe Italia e Supercoppe italiane. Per andare a giocare nel Milan che, invece, è ripartito dai preliminari di Europa League. Lo ha fatto per gli attriti con Massimiliano Allegri, forse per i soldi. Di certo, ha deciso di rimettersi in gioco. Ha detto che alla Juve non si sentiva più importante, se non a fasi alterne, in rossonero sarà il leader della difesa. E non solo. L’uomo che dovrà restituire un’anima guerriera al Diavolo.

Neymar ha lasciato il Barcellona, per molti il massimo tra i club, anzi ‘mes que un club’, per dirla alla catalana. Ha lasciato una squadra capace di vincere la Champions League, di laurearsi campione del mondo, di lottare ogni anno da pari a pari con l’altra grande di Spagna e del mondo, il Real Madrid. Ha sciolto la MSN – Messi-Suarez-Neymar – probabilmente il miglior tridente nella storia del calcio. E lo ha fatto per andare a Parigi, al Paris Saint Germain degli sceicchi. Urbi et orbi, ha spiegato di aver preso questa decisione perché ama le sfide. Effettivamente, il Psg – pur avendo speso moltissimo in questi anni – la Champions finora l’ha vista solo in fotografia. Ed è chiaro che sotto la Tour Eiffel si punti proprio a questa. Altrimenti, non avrebbe senso il trasferimento, giusto? Né l’impegno economico degli sceicchi danarosi. Che vincere la Ligue 1 non è un’impresa, di sicuro non come prevalere nella Liga spagnola. Che giocare in un campionato come quello francese non è come farlo in quello iberico. Che, in competitività, surclassa i cugini transalpini.

Neymar, come Bonucci, aumenta e di molto il suo conto in banca a Parigi. Ma a Barcellona non sarebbe stato povero, di certo. Anche lui, dunque, fa un passo indietro. Di allenanti, in Francia, troverà sì e noi 2 – 3 squadre. Contro tutte le altre, potrà concedere molto alla platea. Riempirà gli stadi già solo il nome, come ha fatto al Parco dei Principi pure senza giocare. Ma può bastargli? Dicono che il cognome Messi lo offuscasse e che volesse andarsene per essere il numero uno. Lo è, a Parigi, dove fino a un paio d’anni fa era pure Zlatan Ibrahimovic. Non per niente, entrambi hanno fatto colorare la Tour Eiffel. Pure Ibra lasciò il ‘grande calcio‘ a caccia della Champions. E scelse Paris. Ma fallì. Guidando però i rossoblù parigini a vincere tanto in patria (ma, ripetiamo, il campionato francese viene di sicuro dopo quello inglese, quello tedesco, quello spagnolo e quello italiano).

Lionel Messi, Neymar e Luis Suárez festeggiano uno dei tanti gol del Barcellona nella stagione 2015-2016.

Se vogliamo restare alla cronaca recente, la stessa cosa ha fatto Paul Pogba. Decisamente in rampa di lancio con la Juventus, reduce anche lui da una finale di Champions persa, ma con prospettive di giocarne ancora, decise di tornare all’ovile, al Manchester United. Dove ha vinto, sì, ma l’Europa League. In questo caso, però, il discorso differisce un po’ dagli altre tre. La Premier è affascinante, il Polpo è nato calcisticamente proprio in questa città. Aveva saudade, insomma.

E allora, tornando agli ultimi due, il passo del gambero c’è stato. Ma nel calcio dicono che vincere annoi. E allora si cercano nuove sfide. La stessa cosa fece Antonio Conte, lasciando la Juventus dei tre scudetti consecutivi. O José Mourinho, lasciando l’Inter orfana subito dopo lo storico ‘Triplete’.

Leonardo Bonucci e Neymar jr. sanno che dovranno pedalare, ma anche che nelle nuove squadre loro in spogliatoio avranno l’ultima parola. A Barcellona, Neymar giocava ‘in funzione di’; a Parigi, saranno gli altri a sbattersi (tutti) per lui. A Torino, Bonny sapeva che la Bbc era quasi insuperabile. Il miglior modo per farsi rimpiangere da chi forse gliene aveva dette anche troppe (vero, Max?) è non solo riportare il Milan ai vertici, ma anche guardare come i vecchi compagni e amiconi della difesa se la cavino meno bene senza di lui.

L'ultima volta di Zlatan Ibrahimović con la maglia del PSG.

Forse qualche brivido lo proveranno entrambi la prima volta che torneranno sul luogo del delitto. Allo Juventus Stadium che, però, ora si chiama Allianz Stadium e forse a Leonardo peserà un po’ meno – entrando allo stadio – vedere la nuova scritta e non quella dei tanti successi. Al Camp Nou dove tutti si inchinano per le reti di Messi e urlano ‘Messi, Messi’, ma dove agli ex considerati traditori riservano trattamenti mica da poco (chiedere a Luis Figo per chiarimenti). Ovvio, Neymar non è andato al Real Madrid, ma un po’ tutti – dal presidente al magazziniere, passando per il bambino in curva – pensano che lui abbia tradito la causa. Perché essere tifosi del Barcellona ed essere giocatori del Barça significa fare una scelta pure politica: stare dalla parte di chi vuole l’indipendenza da Madrid. Andare a Parigi, invece, significa essere ‘mercenari’, guidati dal dio denaro. Che se un giorno lo sceicco dovesse stancarsi, potrebbe pure saltare tutto il circo. E chissà se fino ad allora qualcuno quella Champions l’avrà alzata.

Bonucci, poi, al Milan rischia addirittura di prendersi la fascia da capitano. Da ultimo arrivato. Ma del resto, già Kessie gli ha dovuto cedere la maglia numero 19. Insomma, il tappetino rosso per Bonny è già stato steso da tempo. Alla Juve non era così, no, ma in curva lo striscione con il difensore che esulta dicendo a tutti di sciacquarsi la bocca prima di parlare di lui e della Juventus, non ci sarà più. E anche questo, a ben pensarci, sarà strano. Per tutti, per lui anche.

Siamo troppo romantici? Può darsi. Le bandiere non ci sono più, i calciatori scelgono, e spesso scelgono il miglior ingaggio. E chi resta a guardia di una fede piange per un po’, ma poi elegge nuovi idoli. Così come chi ti insultava fino a poche ore prima, ora ti acclama come un Messia. E in questo caso, Messi non c’entra. Lui è fedele. L’ultima bandiera. Insieme a un certo Gigi Buffon. Toh, che caso, ma non giocano proprio a Barcellona e a Torino?

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È arrivato il momento della prima partita ufficiale della nuova stagione: a inaugurare il 2017-2018 è il Milan, impegnato nel terzo turno preliminare di Europa League contro la formazione rumena del Clubul Sportiv Universitatea Craiova. Per i rossoneri, al ritorno in campo internazionale dopo tre anni e mezzo dall’ultima partita (contro l’Atlético Madrid negli ottavi di finale di Champions League 2013-2014), il primo ostacolo non dovrebbe essere così complicato da superare ma attenzione perché ci sono tanti “italiani” (di passaporto ed esperienza calcistica) che potrebbero rendere le cose meno facili di quanto sembrino.

Devis Mangia

LITTLE ITALY IN ROMANIA

Dallo scorso 23 maggio l’allenatore del CSU Craiova è Devis Mangia, tornato in panchina esattamente a un anno dalle dimissioni in Serie B all’Ascoli per motivi di salute. Il suo vice è un rumeno ma con tanti anni passati in Italia, Paul Codrea, ex centrocampista fra le altre di Genoa, Palermo e Siena. Nella rosa c’è anche l’ex Lecce, Messina, Novara e Salernitana Gustavo (esterno brasiliano classe 1991 con passaporto italiano) ed è stato aggiunto anche un italiano di nascita: è Fausto Rossi, centrocampista cresciuto nella Juventus e arrivato dal Trapani. Nell’ultima Serie A ha invece fatto quindici presenze (segnando un gol) col Pescara Alexandru Mitriţă nel secondo anno in Abruzzo, prima di tornare in patria. Con questi ultimi due i nuovi acquisti principali (stavolta non italiani o provenienti dall’Italia) sono Mihai Roman, centravanti che in Israele al Maccabi Petach Tikva ha segnato sette gol nel 2016-2017, e Cristian Bărbuț, esterno destro preso dal Poli Timişoara. Il capocannoniere nella scorsa stagione è stato Andrei Ivan, autore di nove reti in trentatré presenze, ma è stato ceduto al Krasnodar poco dopo il sorteggio e sarà quindi un pericolo in meno.

CSU Craiova

STORIA RECENTE, PASSATO (ALTRUI) IMPORTANTE

Il CSU Craiova esiste soltanto dal 2013 ed è alla sua prima partecipazione nelle coppe europee. La squadra è nata dopo il fallimento del più famoso FC Universitatea Craiova e ha conquistato al suo primo anno di attività la promozione dalla Liga II, seconda divisione del calcio rumeno, alla Liga I, il massimo campionato. Nel 2016 ha ereditato il palmarès della vecchia società, che comprende quattro campionati e sei coppe nazionali. Il club precedente vantava tre incroci con le italiane: due passaggi del turno in Coppa UEFA con la Fiorentina (1973-1974 e 1982-1983) e un’eliminazione con l’Inter (1980-1981, Coppa dei Campioni). Per entrare in Europa League ha dovuto però sfruttare situazioni esterne: nella stagione regolare ha chiuso al quinto posto con quarantacinque punti, stesso piazzamento del girone finale che non avrebbe permesso di qualificarsi (vanno le prime quattro), ma la non concessione della licenza UEFA al CFR Cluj ha dato l’accesso e l’ulteriore esclusione (sempre per lo stesso motivo) del Voluntarii campione della coppa nazionale ha dato l’ingresso dal terzo turno preliminare. Il Milan non dovrebbe avere difficoltà, ma occhio agli “italiani”…

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Tu pensi a Patrick Schich e ad Andrea Belotti. Uno potrebbe arrivare, nonostante il cuore matto, l’altro è il sogno del Milan per completare un calciomercato di fuochi d’artificio. Altrimenti, beh, c’è sempre Kalinic che aspetta. Poi, però, guardi in casa tua e scopri che due attaccanti su cui contare magari ce li hai già: Andrea Pinamonti e Patrick Cutrone.

In comune hanno che sono molto giovani entrambi, che giocano vicino alla porta e che vestono le maglie delle due milanesi. Pinamonti con l’Inter, Cutrone per il Milan. Insomma, perché andare a cercare tanto lontano i bomber quando sono già sotto il tuo tetto?

pinamonti_inter

In questa estate di preparazione, alla ribalta è salito Cutrone. Contro il Bayern Monaco, quasi fosse un veterano lui che di anni ne ha 19 anni, ha infilato due volte la porta avversaria. Vero che di fronte non c’era Neuer, ma in panchina un certo Carletto Ancelotti. E davanti gente del calibro di Bernat, Rafinha, Alaba e Hummels, campione del mondo.

La doppietta ai tedeschi ha fatto gridare al miracolo tutti. Tranne chi nel settore giovanile rossonero lavora a stretto contatto con lui e con gli altri del vivaio. Sì, perché Patrick il gol ce l’ha nel sangue. Dopo gli esordi alla Paradiense, Cutrone è entrato nella famiglia rossonera. Nel 2012 gli addetti ai lavori si accorgono di lui al torneo ‘Gaetano Scirea’. Il Milan in finale affronta il Barcellona e Patrick segna una doppietta.

Il giovane puntero fa tutta la trafila delle giovanili milaniste, segnando 43 reti in 67 partite con la Primavera. Dal 2013 al 2016 gioca per la Nazionale, dall’Under 15 alla 19. Nel gennaio di quest’anno l’arrivo in prima squadra e il debutto in serie A all’85’, nel 3-0 al Bologna, al posto di Deulofeu. Quest’anno, per lui, l’idea dei dirigenti era di mandarlo a farsi le ossa in prestito. Ma dopo il Bayern qualcosa è cambiato.

cutrone_bayern

Cutrone è una prima punta potente, 183 centimetri per 75 chili. Eppure è anche veloce e tira di prima intenzione. Sa reggere da solo il reparto offensivo, si sacrifica per i compagni. È un destro naturale, è stato schierato pure più largo per accentrarsi e tentare la conclusione. Vincenzo Montella lo sta valutando attentamente e gli ha dato spazio nelle amichevoli. Aveva segnato un gol pure contro il Lugano e giocato piuttosto bene nel ko contro il Borussia Dortmund.

La via più facile è che vada in prestito, in A o in B, perché a quest’età conta giocare con continuità. Prima del prestito, però, c’è una questione urgente da risolvere: il contratto scade infatti nel giugno del 2018. Lui ha già detto la sua: “Io spero di rimanere al Milan”. Parlava del futuro ma, tutto sommato, anche del presente. Potrebbe dire la sua in prima squadra, anche se nel Milan stellare costruito dalla proprietà cinese rischierebbe davvero di trovare poco spazio.

Spostiamoci in casa Inter. Andrea Pinamonti era più conosciuto di Patrick Cutrone. Nonostante abbia un anno in meno, è parecchio tempo che si divide tra la Primavera e la prima squadra. Tanto è vero che ha già esordito pure in Europa, l’8 dicembre del 2016, a 17 anni, contro lo Sparta Praga nell’ultimo match del girone 2016/2017 di Europa League. Andrea giocò molto bene. Il 12 febbraio del 2017 c’è stata anche la prima presenza in serie A, nel 2-0 all’Empoli, parlando di una esperienza “indescrivibile”.

PInamonti campione

Il 2017 si è chiuso alla grande con la conquista dello scudetto Primavera, anche grazie a una sua rete, mentre con l’Under 17 dell’Italia ha partecipato agli Europei del 2016, segnando un gol. Il suo idolo è, manco a dirlo, Mauro Icardi, a cui dice di ispirarsi parecchio, e che nelle amichevoli di inizio stagione ha sostituito spesso per via dell’infortunio dell’argentino, tanto che in Cina è stato uno dei giocatori più acclamati dai tifosi. Proprio suo papà Massimo ha postato una foto di tifosi cinesi con in mano un’immagine del giovane attaccante.

Per lui non dovrebbe esserci il prestito, ma la prima squadra, dove agirà probabilmente da vice Icardi, col quale ha uno splendido rapporto e dal quale cerca di carpire i segreti di un attaccante da 20 e più gol a stagione. Solo se dovesse concretizzarsi l’arrivo di Patrick Schick in casa nerazzurra, Pinamonti verrebbe sacrificato per poter giocare con continuità.

Insomma, in questa stagione difficilmente vedremo il derby Cutrone vs Pinamonti, ma negli anni a venire i due sono destinati a scrivere pagine di derby a suon di gol. Pagine di storia, dunque. E, chissà, ai Mondiali del 2022 potrebbero anche essere nella spedizione azzurra. Quella maggiore, naturalmente.

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Milano vuole tornare protagonista. Milan e Inter, da qualche anno ormai, lottano contro una mediocrità che danneggia la loro immagine. Stagioni difficili, tanti cambi in panchina ma pochi in campo. Il risultato è stato un purgatorio di frustrazioni, con quasi totale assenza di gioie.

san siro

Quest’anno, però, dopo Cardiff e l’ennesimo scudetto, la sensazione è che possa essersi chiuso anche il ciclo arrembante della Juventus e che si possa di nuovo giocare ad armi pari. Così, questa estate diventa passaggio cruciale per il futuro prossimo: le due milanesi sono chiamate a gettare solide basi per concorrere con Roma, Napoli e Juventus, appunto.

Ma come lo stanno facendo? Bisognerebbe chiederlo ai due tecnici, Montella e Spalletti, che con i ritiri estivi già partiti stanno testando i loro giocatori, vecchi e nuovi. E, se per il tecnico napoletano c’è soddisfazione, per quello toscano l’attesa è snervante.

montella

Il Milan sta conducendo una campagna acquisti faraonica, con 10 innesti e 200 milioni di euro già spesi. Sulla lista di Fassone&Co., però, c’è ancora mister X, un grande attaccante, che con ogni probabilità andrà a chiudere il cerchio e delineare anche gli ultimi contorni dello scacchiere di Montella.

Sulla sponda nerazzurra, invece, ci sono ancora lavori in corso. Solo 3 i giocatori arrivati alla corte di Spalletti, di cui uno svincolato, e sugli altri obiettivi c’è mistero. Tifosi e tecnico, però, si aspettano movimenti adeguati, la rosa ha bisogno di un mescolamento con forze nuove, non si può ripartire con la stessa Inter che è arrivata settima quest’anno.

Luciano Spalletti Inter

Ma a cosa puntano le formazioni meneghine? Sicuramente a tornare in Champions League, e quindi almeno a piazzarsi al quarto posto. Il Milan, in caso di superamento dei preliminari, dovrà dividersi tra campionato ed Europa League, la cui vittoria garantirebbe il salto diretto nella competizione massima per la stagione successiva. L’Inter potrà concentrarsi esclusivamente sul campionato e, come detto, puntare alle prime posizioni.

Per il Milan sarà sicuramente necessaria una fase di rodaggio, visti i tanti innesti. La società ha fatto il suo, ma starà a Montella dover assemblare i singoli e cercare la quadratura. Mettere insieme i pezzi è difficile almeno quanto il non averli a disposizione. Potenzialmente, però, la rosa è finalmente di livello, e con una punta centrale si potrà andare molto lontano.

Per l’Inter attuale, invece, sarebbe complicato puntare a grandi traguardi, nonostante l’ottimo acquisto di Borja Valero, che da solo può fare pochissimo. Da qui alla fine di agosto, però, c’è ancora tempo per ricostruire la squadra. Con le intuizioni giuste si può consegnare a Spalletti un undici competitivo.