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Tutti si aspettavano molto da me, ma all’inizio non sono riuscito a esprimermi come volevo, anche per un infortunio. Da quando c’è Gattuso sono più motivato, mi ha spiegato che i miei problemi non erano nei piedi ma nella testa, mi ha detto di rilassarmi e mi ha motivato

Parole e musica di Hakan Calhanoglu, numero 10 del Milan approdato a San Siro con le stimmate di potenziale leader tecnico -pagato 22 milioni di euro più 5 di bonus- passato per un’estate di promesse, un autunno da bocciato e rinato in inverno. Dall’approdo di Rino Gattuso sulla panchina del Milan, la vita dell’ex calciatore del Bayer Leverkusen: o meglio, la sua avventura con il Milan ha avuto finalmente il via. Dopo tre mesi di apprendistato, pagati a caro prezzo.

Seconda stella a sinistra, quello è il cammino

Già, perché la sensazione è che finalmente Hakan, viandante del rettangolo verde nel primo trimestre in rossonero, abbia finalmente trovato la propria mattonella in campo: chiedere per conferme a Parolo, Marusic e Bastos, fatti ammattire nell’ultimo turno di campionato contro la Lazio. Gattuso lo vuole vedere alto a sinistra, nel tridente: trequartista decentrato, quasi un’esigenza per bypassare il salto dalla Bundesliga alla Serie A. Dalle linee alte del calcio tedesco a quelle strette del calcio italiano, occorreva un cambio di prospettiva per valorizzare uno dei talenti più lucenti del panorama continentale fino a qualche anno fa.

Gattuso, da buon mediano di professione, sa bene quanto possano randellare i centrocampisti del calcio italiano. Così, a partire dalla trasferta di Firenze, ha chiesto ad Hakan di dirottare a sinistra le sue giocate. Da quella mattonella il turco può puntare l’uomo, scambiare con Bonaventura in triangoli ad alta qualità e cercare la conclusione in porta senza eccessive pressioni. D’altro canto, nelle sue corde c’è sempre stata la giocata risolutrice dell’azione, che fosse un gol o un assist. Le ultime tre stagioni in Germania avevano anche certificato una crescita esponenziale a livello europeo, concretizzata dai numeri: in tre anni al Bayer Leverkusen Calhanoglu aveva raccolto 115 presenze, 28 gol e 29 assist.

(Tre)quarti di nobiltà

Il nome Hakan significa nobile, di altissima gara; figlio esaltato.

Se “nomen omen” è un concetto valido anche dalle parti del Bosforo, la famiglia Calhanoglu è stata profetica quando si è trattato di dare un nome a questo talento nato nel 1994: trequartista alle spalle delle punte, così come mezzala in un 4-3-3, interno in un 4-4-2 o ancora fantasista e addirittura esterno in un 4-2-3-1. Classe e versatilità al tempo stesso: così era presentato Hakan al suo approdo in Italia. Nelle prime prestazioni, schierato da Montella come interno di centrocampo, però, il numero 10 era rimasto un’autentica incompiuta: poco dinamico per poter scalare come richiesto dall’allenatore, troppo lontano dalla porta per poter cercare la soluzione personale. Sette prove da titolare, quattro panchine e appena una rete – nel 4-1 esterno al Chievo – e due assist. Soprattutto, una qualità delle giocate che rasentavano livelli elementari. Il caso ha voluto che i (tre)quarti di nobiltà del turco di Mannheim dovessero incrociare la rabbia agonistica che è nel cuore di Rino Gattuso per poter tornare alla luce.

Da Ozil a Gattuso

Prima del suo approdo in Serie A, Hakan aveva inquadrato più volte il suo idolo in campo: Mesut Ozil, numero 11 dell’Arsenal con il quale Calhanoglu condivide anche una certa discontinuità di rendimento, palesata nelle sue stagioni in Germania. Per combattere questo limite, Gattuso ha voluto dosarne l’impiego all’alba della sua avventura: un quarto d’ora nella sconfitta contro l’Atalanta, mezz’ora abbondante con gol sul campo della Fiorentina e tre presenze senza essere mai sostituito nelle tre partite vinte contro Crotone, Cagliari e Lazio: una striscia che mancava da quasi un anno dalle parti della Milano rossonera. E non diteci che è un caso.

https://twitter.com/hakanc10/status/959021134430855168

Se è vero che gli intermediari del giocatore hanno anche respinto la corte del Red Bull Lipsia nelle ultime ore del calciomercato invernale, è altrettanto visibile un post-it virtuale sull’armadietto di “Cala”, come alcuni compagni lo chiamano, a Milanello. Si legge “scusate il ritardo”, nel linguaggio internazionale del dio pallone. Il 2018, per lui e per il Milan, dovrà essere l’anno di una decisa sterzata. Crescendo insieme, anche nella precisione sotto porta: rivedere l’errore commesso nel secondo tempo della semifinale di Coppa Italia contro la Lazio per conferme. Via il fioretto, avanti di spada: per conquistare San Siro, Hakan sta imparando la ricetta.

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Dopo le partenze eccellenti di questa estate, su tutte quelle di Keita Balde e Lucas Biglia, volati rispettivamente verso il Principato di Monaco e Milano, sponda rossonera, si presentava molto difficile il compito di Simone Inzaghi, chiamato a ripetere quanto di buono si era visto nella passata stagione. Il tecnico piacentino non solo ha mantenuto le promesse ma si è addirittura superato. La sua Lazio, infatti, è una delle squadre più belle da vedere in tutta la Serie A e al bel gioco stanno seguendo anche risultati importanti ed una posizione di classifica invidiabile.

I biancocelesti hanno il migliore attacco nel massimo campionato italiano, con un totale di 53 gol, e sono tra i più prolifici in Europa, nonostante stasera abbiano ancora una partita da recuperare. Solo Manchester City, PSG e Barcellona hanno segnato di più. Punto di riferimento quasi imprescindibile dei biancocelesti è Ciro Immobile, che solo in campionato ha già gonfiato la rete 20 volte. Il segreto di questa squadra risiede nel fatto che non sono solo gli attaccanti ad andare in gol, ma sono ben 14 i giocatori che sono andati in rete almeno una volta. Dominatori di questo speciale dato sono i difensori che hanno dato il loro grande contributo alla causa, andando a segno ben 10 volte fino a questo punto della stagione.

Importantissimo anche l’apporto dei singoli: se le prestazioni da top player di Milinkovic-Savic non sono più una novità per tifosi ed addetti ai lavori, lo stesso non si può dire per Luis Alberto, che era arrivato l’anno scorso a Formello quasi come un oggetto misterioso. Dopo un anno di adattamento le capacità del giocatore sono esplose in tutto il loro potenziale. Il fantasista spagnolo, oltre che ad alzare il tasso tecnico del gruppo, non sta facendo mancare il suo apporto anche in fase realizzativa: sono, infatti, già 7 i suoi gol.

Non sappiamo dove questa Lazio potrà arrivare. Il sogno è il piazzamento in Champions League per l’anno prossimo, ma è giusto concentrarsi sul presente. La squadra è ancora in corsa sia in Coppa Italia che in Europa League. Ora col recupero di campionato contro l’Udinese si profila la possibilità di superare l’Inter e trovarsi sola al terzo posto. E dalla sfida col Milan in poi si aprirà una fase cruciale per la squadra di Simone Inzaghi, che però deve restare compatta e coi piedi per terra se vuole continuare a stupire come già sta facendo.

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Donnarumma; Conti, Musacchio, Bonucci, Rodriguez; Borini, Biglia, Kessié, Calhanoglu; Kalinic, André Silva. Al 31 agosto 2017 un ipotetico 11 fatto solo di nuovi acquisti in casa Milan avrebbe potuto schierarsi così: una campagna acquisti, la prima attuata dal Milan cinese, dai contorni faraonici, che con la regia del duo Fassone-Mirabelli avrebbe dovuto fornire a Vincenzo Montella una macchina in grado di correre alla velocità delle principali pretendenti al titolo. Sogni di mezza estate. La cifra spesa (194,5 milioni di euro diventati 244,5 considerando i riscatti di Kessié, Borini e Kalinic) è stata sorprendente, mentre quella incassata dalle cessioni è stata inferiore di quasi 7 volte: ma andiamo con ordine. Oggi Montella non è più in panchina e il Diavolo è ottavo, a 18 punti dal primo posto.

E allora, ecco 200 milioni di buone ragioni per i quali il gruppo oggi in mano a Gattuso, come i tre schiaffi presi dall’Hellas Verona (definita da Ringhio una “figura di me**a”) confermano, sta ampiamente deludendo. E il quarto posto, obiettivo minimo di stagione, sembra troppo lontano.

Difesa…senza attenuanti

24 reti al passivo in 17 giornate, una in più del Bologna e una in meno dell’Udinese, addirittura due di troppo rispetto al Genoa quartultimo. Nel reparto che avrebbe dovuto “spostare gli equilibri” si salvano in pochi tra i nuovi arrivati: inutile negare che ci si attendesse molto di più da Leonardo Bonucci. Il centrale arrivato dalla Juventus in estate e atteso leader del gruppo rossonero, come la fascia di capitano ha confermato. Pagato 42 milioni di euro, in campo in 23 occasioni, il 30enne di Viterbo non è ancora guida del reparto e raramente ha raggiunto la sufficienza. Peggio ha fatto Matias Musacchio: il difensore argentino ex Villarreal, inseguito da anni nella Milano rossonera, appare tenero per giocare a 4 e poco portato per la linea a 3. Il ripescaggio di Zapata dimostra i suoi impacci.

Chi invece sfiora la sufficienza è Ricardo Rodriguez: il laterale mancino svizzero, autore della prima rete stagionale in Europa League, ha convinto in fase offensiva, faticando nella linea a 4. La sostituzione nell’intervallo a Verona è il manifesto della sua flessione. Sull’altra corsia, la destra, invece, trovava posto il rimpianto principale della stagione rossonera: Andrea Conti, il cui crociato è andato ko a settembre durante una partitella in famiglia. Sei mesi fuori e piani (tattici) da cambiare, con addio al 3-5-2.

Centrocampo: AAA leader cercansi

Mens sana in corpore sano, si dice. Nell’encefalogramma del Milan di oggi, però, chi dovrebbe guidare le operazioni sembra avere le idee quantomeno offuscate. L’ex Lazio Lucas Biglia, arrivato in rossonero per prendere il governo delle operazioni dopo le stagioni con luci e ombre targate Riccardo Montolivo, seguito da Locatelli e Sosa nel corso della scorsa stagione, tra prestazioni opache e infortuni oggi siede malinconicamente in panchina. 16 partite complessive tra campionato ed Europa League, media-voto inferiore alla sufficienza e poca luce sulla manovra rossonera.

Così, se l’ingegno manca, i muscoli non possono supplire a sufficienza: per conferme, chiedere a Franck Kessié, centrocampista dalla forza devastante che nella prima parte di stagione spaccava in due la mediana a Bergamo che ha ceduto il passo alla sua copia stanca, appannata dalla tanta corsa in una rosa allestita senza un suo alter ego. L’ivoriano resta comunque a cavallo della sufficienza, merce rara nel Milan edizione 2017/2018. Lo stesso non si può dire per Hakan Calhanoglu: in 19 apparizioni, pochi lampi (gol a Chievo e Austria Vienna) e una collocazione tattica indefinita per il turco di Germania, che potrebbe addirittura tornare sul mercato a gennaio

Attacco: tra i 60 milioni di Kalinic e André Silva, vince…Cutrone

Così, se quel numero 10 sulle spalle di Calhanoglu ha spesso evocato la nostalgia de tifosi rossoneri “orfani” di Rui Costa e altri fantasisti di primo piano passati nel terzo millennio su sponda Milan, anche il 7 vestito da Nikola Kalinic avrà evocato in più di qualcuno il doveroso paragone con Shevchenko. L’attaccante prelevato in estate dalla Fiorentina in prestito oneroso (5 milioni) con obbligo di riscatto a 20 milioni, dopo che la società aveva cercato top players come Aubameyang e Cavani,  sin qui sta vivendo la sua peggiore stagione “italiana”. La miseria di 4 reti in campionato,  messe a segno contro Udinese, Chievo e Benevento, fa la somma con i dati statistici: tira in porta meno di una volta a partita, fa calciare i compagni (1,6 conclusioni a partita) ma nel 4-3-3 modellato da Montella prima e Gattuso poi, oggi è la triste controfigura di un centravanti, e l’uscita dal campo a testa bassa al “Bentegodi” è il ritratto della sua prima parte di stagione.

Chi invece segna, ma solo in Europa League, è il portoghese André Silva, pagato quasi 40 milioni: 6 gol nel gruppo, 2 nei preliminari e ancora a secco in Serie A. Dottor Jekyll e mister Hyde, invitato a studiare “alla Inzaghi” da Montella e a crescere tatticamente da Gattuso.

Per informazioni potrebbero rivolgersi a Fabio Borini, arrivato al Milan da esterno offensivo e oggi alternativa tra i terzini: laddove non può la classe, prova ad arrivarci con i muscoli. L’implosione dell’attacco, almeno, ha permesso di scoprire Patrick Cutrone: 20 anni a gennaio e 8 reti stagionali (3 in serie A), è la bella sorpresa. Una delle poche di questo Milan che non ingrana. E non è stato pagato neanche un euro.

Il pomo della discordia

Nell’elenco degli acquisti abbiamo escluso Antonio Donnarumma. Una scelta dettata dal fatto che Donnarumma sr., ritornato in rossonero in estate al termine di una “chiacchierata” trattativa, da molti collegata al rinnovo del contratto di Antonio, non ha ancora esordito in partite ufficiali. Eppure, tra i tanti volti forse è quello più rappresentativo nella campagna di rafforzamento 2017/2018. Già, perché la domanda che i tifosi si ponevano al suo arrivo (“Siamo sicuri che possa essere utile?”) oggi è la stessa che viene rivolta a più di qualche interprete in rosa. Da dieci a zero. Sotto l’albero di Natale il Milan confida di trovare una svolta, decisa. Senza dover attendere il capodanno…cinese, che nel 2018 si festeggia il 16 febbraio. Potrebbe essere troppo tardi.

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Dopo il grande mercato di questa estate, gli investimenti fatti e l’acquisto di giocatori del calibro di Bonucci, Biglia e Kalinic, nessuno, nemmeno il tifoso più pessimista, si sarebbe aspettato che a novembre la situazione del Milan sarebbe stata così grigia e che il grande entusiasmo di agosto avrebbe lasciato il posto ai dubbi ed allo scoramento odierni.

I numeri sono eloquenti e non lasciano spazio a nessun equivoco. I rossoneri sono settimi in classifica, a pari punti con Fiorentina e Bologna, con appena 21 gol segnati e ben 20 subiti. Il club di Yonghong Li in campionato non va in rete a San Siro dal 20 settembre, giorno di Milan-Spal. Ultimo marcatore casalingo è stato Frank Kessié, che ha archiviato la pratica contro la squadra ferrarese su calcio di rigore. La squadra vive un momento di confusione generale, ma sono gli attaccanti quelli che stanno rendendo molto al di sotto delle aspettative. Solo 6 gol segnati in tutto dalle punte in Serie A e nello specifico 4 gol Kalinic, 2 Cutrone e 0 André Silva.

Diverso è il discorso in Europa League dove un girone abbordabile ha permesso al Milan di qualificarsi primo per i sedicesimi di finale. Emblematico è il caso di André Silva, promettentissimo attaccante portoghese che in Europa tra preliminari e partite ufficiali è andato in rete 8 volte su 8 match giocati. Dopo la scoppiettante vittoria contro l’Austria Vienna era obbligatorio ripartire anche in campionato. Quella col Torino poteva e doveva essere la prima di un’ipotetica striscia di vittorie visto che, dopo aver incontrato tutte le big, la strada del Milan, almeno sulla carta, sembrava più agevole. È arrivato, invece, un pareggio senza reti contro la squadra dell’ex tecnico Sinisa Mihajlovic.

Nikola Kalinić Milan

Pareggio che non è passato inosservato. Il centravanti del Milan, Nikola Kalinic, dopo aver fallito due occasioni clamorose è stato sommerso dai fischi al momento della sostituzione. Fischi che sono piovuti abbondanti anche al triplice fischio. 20 punti in 14 giornate sono davvero pochi per una squadra che, per storia e blasone, ambisce a posizioni più importanti di classifica e che dopo anni difficili e il cambio di proprietà, sta tentando rilanciarsi già in questa stagione. Il campo ed i numeri però al momento non stanno dando ragione ai dirigenti milanisti che hanno dovuto sollevare dal suo incarico Vincenzo Montella, affidando la squadra alla bandiera Gennaro Gattuso, già allenatore della Primavera.

L’esordio di Ringhio, a Benevento, è stato purtroppo quasi tragico: primo pareggio regalato ai campani, con gol addirittura del portiere. La scossa, quindi, stenta ad arrivare. Ora c’è il Bologna, a San Siro, dove il Milan spera di rompere una maledizione in atto da 3 mesi.

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Cane che abbaia non morde, ma se ringhia abbiatene paura. Con questa filosofia, probabilmente, i dirigenti del Milan si sono affidati a Rino ‘Ringhio’ Gattuso per sostituire Vincenzo Montella. L’unico a pagare per la classifica, i risultati e i fischi di San Siro. Se volessimo essere meno benevoli – e anche più realistici – potremmo però dire che il Milan ha scelto l’ex mediano perché siamo a fine novembre, sulla piazza di allenatori liberi c’era solo Carlo Ancelotti (che però non avrebbe accettato ora l’incarico). E poi bisogna risparmiare perché i cinesi saranno anche ricchi, ma in estate hanno speso tanto.

Gattuso arriva, per così dire, dalla cantera del Diavolo visto che il buon Ringhio, dopo le ultime esperienze con il Pisa, aveva deciso di fare ritorno a casa, per ripartire dal settore giovanile, dalla Primavera rossonera. Gattuso, finora, mai ha allenato in serie A. Dopo l’esordio in Svizzera con il Sion, la gavetta l’ha fatta a Palermo (in B), nell’Ofi Creta e, appunto, in Toscana dove ha ottenuto la promozione proprio nel torneo cadetto, ma dove si è ritrovato l’anno dopo a dover gestire una situazione tra il surreale e l’inverosimile, tra stipendi che non arrivavano e proprietà che cambiavano.

Misurarsi con le grandi è un banco di prova forse persin troppo duro per Rino. Cuore Milan, è vero, amato dai tifosi. Anche da quelli illustri – vedi Silvio Berlusconi – ma che si ritrova in mano una squadra fuori ormai dai giochi di alta classifica, che ha come obiettivo stagionale l’Europa League, dove Montella ha dato il meglio di sé.

Non solo. Gattuso va a guidare una squadra figlia di una Società che ha dimostrato, da tre anni a questa parte, di non trovare mai il bandolo della matassa. Dopo Allegri (esonerato il 12 gennaio del 2014), il buio: Tassotti, Seedorf, Pippo Inzaghi, Sinisa Mihajlovic, Cristian Brocchi e Vincenzo Montella. L’ex centrocampista è dunque il settimo a sedere sull’illustre panchina negli ultimi tre anni – quasi quattro. Ognuno di quelli sopra elencati, se escludiamo Tassotti e Brocchi, avrebbe dovuto aprire un ciclo. Tutti se ne sono andati, non capiti, senza risultati, talvolta derisi dalla stessa tifoseria.

Clima difficile per il nostro Ringhio. Verrebbe da dire che questo è il clima che preferisce. Da giocatore si esaltava nella battaglia, da tecnico ha vissuto i giorni tempestosi di Pisa. Sarà dunque pronto per recitare alla Scala del Calcio da Maestro e non più da comprimario, da medianaccio che doveva portare la croce per i solisti là davanti?

In conferenza stampa, Gattuso non ha perso tempo: “Quella con il Benevento è una finale”. Frase che molti allenatori dicono. E ancora: “Seedorf? Pippo? Non voglio fare la loro fine”. Già meno scontato. Fino a quello che potremmo definire un Manifesto del Gattuso non più in pantaloncini e scarpe bullonate, ma in tuta: “Il patentino non me l’hanno regalato. Io non sono solo grinta, ma anche preparazione”.

Ha preso pure la distanze da Montella, quando a Milanello ancora risuona il suo accento campano: “Lo stimo, ma abbiamo filosofie di gioco diverse”. La difesa a tre sarà uno dei suoi capisaldi. Vincenzo ama il palleggio, io preferisco verticalizzare e arrivare al tiro prima. Come dire: niente svolazzi, anche se siamo al Milan. Dritti alla meta. Machiavellico.

Vuole entrare nella testa dei giocatori, come dice di aver fatto con quelli più piccoli. Anche se potrebbe essere un’esperienza cuscinetto in attesa di affidare la squadra a qualche solone già a giugno. Forse per questo motivo Gattuso, che a Milanello è comunque a casa sua, può pure scherzare con il proprietario cinese: “Non ho ancora parlato con il presidente Yonghong Li, lui non parla inglese e neanche calabrese. Ci mancava un interprete. Ma nei prossimi giorni troveremo il modo di farlo”. Ha sentito, invece, Berlusconi: “L’ho ascoltato, non ho fatto finta. Lui è in grande conoscitore di calcio. Abbiamo parlato dei due attaccanti, del dna del Milan”.

Pare di capire che, comunque, sarà un Milan diverso anche nell’approccio alla gara: A me non interessa che i giocatori escano insieme la sera, ma che mettano la gamba e si buttino nel fuoco per un compagno.

Forse Mirabelli e Fassone hanno voluto Gattuso anche per frasi di questo tipo: “Quando si perde, deve bruciare. A Milanello deve essere un funerale”. Non importa se sarà un contratto a tempo determinato, da precario: “L’avrei pensato se mancassero cinque partite, ma ci sono 72 punti in palio”. Vincenzo Montella è già lontano, è tornato Ringhio. Pronto pure per abbaiare, ma per davvero, in faccia ai suoi ragazzi: “Ho detto loro di non essere permalosi. Le cose ce le dobbiamo dire in faccia, sempre”.

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La vittoria contro il Manchester United del “nemico” Mourinho non è bastata a rasserenare il clima teso che si è creato intorno al Chelsea allenato da Antonio Conte. Anzi, la vittoria della squadra londinese contro una diretta rivale è passata quasi sottotraccia rispetto alla mancata stretta di mano tra il tecnico leccese e quello portoghese. Questa situazione è paradigmatica della situazione dell’ex Ct della nazionale azzurra, che in questo inizio di stagione è stato messo costantemente in discussione per i risultati non sempre in linea con le attese.

E proprio queste ultime forse sono il problema principale: il Chelsea lo scorso hanno ha vinto il titolo in modo netto ribaltando anche le previsioni di inizio stagione che non lo vedevano di certo favorito visto il disastroso campionato disputato due stagioni fa. Quest’anno invece la situazione è molto diversa, con le due squadre di Manchester rinforzate da un mercato faraonico: il City di Guardiola ha iniziato triturando qualsiasi avversario affrontato e sembra non potersi più fermare; lo United è molto più solido e continuo (e manca ancora Ibra). Senza dimenticare il Tottenham capace di battere in modo netto i Campioni d’Europa del Real in Champions e l’ambizioso (ma discontinuo) Liverpool di Klopp.

Vincere in questo campionato è difficilissimo, quindi dobbiamo cercare di fare il miglior lavoro possibile. Negli altri campionati ci sono delle partite in cui puoi anche rilassarti un po’, qui no”

Antonio Conte


Il carico di aspettative per questa stagione ha portato ad una situazione di nervosismo generale all’interno della società, con Abramovich scontento delle sconfitte rimediate finora e la stampa sempre pronta a mettere in discussione la posizione del tecnico (prima della vittoria con lo United qualcuno parlava di esonero in caso di sconfitta). Conte invece ha sottolineato diverse volte il fatto di avere a disposizione una rosa numericamente non sufficiente a sostenere tutte le competizioni a cui il Chelsea partecipa: gli acquisti di Zappacosta, Bakayoko, Rudiger, Drinkwater e Morata non possono bastare a rinforzare una squadra orfana di due elementi fondamentali come Matic e Diego Costa.

La gestione del bomber brasiliano/spagnolo ha contribuito in modo fondamentale a incrinare il rapporto tra Conte e Abramovich. Il fatto che uno dei protagonisti principali della scorsa stagione sia stato scaricato con un sms non è andato giù al proprietario russo, tanto che ad agosto si era parlato di Tuchel come possibile candidato a sostituire il mister leccese.

Questo continuo sentirsi in bilico infastidisce il tecnico, che dopo il titolo dello scorso anno probabilmente si aspettava maggior considerazione da parte della società e maggior fiducia. Abramovich invece si fida esclusivamente di Marina Granovskaia, suo braccio destro fin dai tempi della Sibneft (ex compagnia petrolifera russa di cui era socio, dalla cui cessione delle sue quote a Gazprom ha guadagnato 13 miliardi di dollari). Un sodalizio inscindibile, con Conte tagliato praticamente fuori dalle decisione riguardanti acquisti e cessioni di calciatori.

In estate il tecnico ha chiesto diversi calciatori, in primis Alex Sandro e Lukaku, che alla fine non sono arrivati. I nuovi, tra problemi fisici e di adattamento (escluso Morata, che finora si è dimostrato all’altezza, anche se gli 80 milioni spesi per lui non sono proprio pochi) non hanno inciso più di tanto, e con alcuni dei “senatori” i rapporti non sembrano essere più così buoni.

Oltre ai 3 gol subiti a Roma nella partita di Stamford Bridge contro i giallorossi c’è stata la polemica sollevata da David Luiz. Il difensore ha reagito molto male alla sostituzione e, dopo la prestazione negativa dell’Olimpico, è stato escluso dalla partita con lo United. Questo è solo l’ultimo episodio che ha coinvolto l’ex Ct della nazionale e uno dei suoi giocatori: dopo la partita con la Roma anche Gary Cahill e Cesc Fabregas hanno avuto un confronto con Conte, ma non sono stati puniti come David Luiz. Per molti sulla decisione hanno pesato anche i buoni rapporti tra Diego Costa e Luiz, con quest’ultimo che ha sempre sostenuto l’attaccante.

La situazione attuale di Conte non è per nulla semplice, ma il campionato per il Chelsea è ancora aperto (è a 1 punto dallo United secondo e il City potrebbe accusare un calo fisiologico, dopo la partenza a razzo) così come la qualificazione agli ottavi di Champions.

L’impressione però è che, anche di fronte a risultati positivi, a fine stagione le strade tra Conte e il club londinese si separeranno. Per un passionale come lui i rapporti con la società e i calciatori sono fondamentali e al Chelsea la situazione non è certo di suo gradimento (il corteggiamento dell’Inter, in estate, lo aveva già fatto vacillare parecchio). L’Italia lo aspetta e lui sente la mancanza del suo paese. Rivederlo su una panchina di Serie A, nella prossima stagione, è un’ipotesi sempre più credibile.