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Quel magico microcosmo chiamato Lazio ultimamente riesce a tirar fuori diamanti anche dove gli altri vedono solo zirconi. Giocatori presi per pochi milioni, sconosciuti ai più o in cerca di rivincite dopo un periodo difficile, dopo una fase iniziale di ambientamento si trasformano magicamente in campioni. È un lavoro che parte dall’alto, dal lavoro di un direttore sportivo come ce ne sono pochi di nome Igli Tare (rabdomante del talento come pochi altri) e che arriva sul campo, dove il bravissimo Simone Inzaghi (ma risultati simili li ha ottenuti anche Stefano Pioli) riesce a plasmare i calciatori come vuole e a convincerli di poter essere anche migliori di quel che pensano.

L’esplosione di questi giocatori non ha nulla a che fare con la fortuna. Felipe Anderson e Lucas Biglia prima, ora Milinkovic-Savic, Bastos, Marusic, Immobile, Lucas Leiva e in ultimo Luis Alberto Romero Alconchel, uno che i tifosi fino a pochi mesi fa prendevano in giro come se fosse un personaggio quasi immaginario (Luis Alberto come Lupo Alberto, vista anche l’assonanza linguistica). Si, perché non giocava mai, neanche pochi spezzoni di partita. Quello che verrebbe definito un oggetto misterioso, arrivato come sostituto di Candreva dal Deportivo per 5 milioni e che al posto dell’ex capitano biancoceleste non ci ha quasi mai giocato.

Una decina di presenze, spesso di pochi minuti, nei quali è difficile poter dimostrare qualcosa. Eppure uno che nel 2012 era il secondo giocatore più impiegato del Barcellona B dopo Deulofeu (in quell’anno segnò 11 gol in 38 presenze) e che è passato da Liverpool e poi dal Deportivo (segnando anche 6 gol in Liga nell’anno a La Coruna) non poteva aver perso di colpo tutte le qualità che aveva mostrato. Tutto però faceva pensare che lo spagnolo sarebbe stato un incompiuto.

Le poche presenze, l’ambientamento difficile nello spogliatoio e la difficoltà a trovare una sistemazione in campo avevano quasi convinto Luis Alberto a smettere addirittura di fare il calciatore.  “Era bloccato, aveva bisogno di liberare la mente. Non era soddisfatto, non giocava, era scontento. I problemi erano questi: non gli piacevano i rapporti all’interno dello spogliatoio, non si era adattato alla nuova realtà e al calcio italiano. Vedeva tutto nero – ha detto Juan Carlos Campillo, il mental coach a cui si è rivolto a luglio per farsi aiutare –  non pensava di essere più in grado di fare il calciatore, pensava di non essere all’altezza”.

Qualche segnale di ripresa c’era già stato sul finire della scorsa stagione, quando nella prima partita in cui ha giocato 90 minuti ha messo a segno anche la prima rete in campionato giocando da trequartista e non più sulla fascia, lui che esterno di fascia non è. Un gran gol da fuori area, con un tiro di controbalzo, che forse ha fatto accendere una lampadina anche a Mister Inzaghi.

Da quel giorno a Marassi qualcosa è scattato anche nella testa di Luis, che grazie anche al supporto costante di Campillo ha ripreso fiducia nei suoi mezzi e ha iniziato a dare spettacolo, anche quando è stato spostato un po’ più indietro. Nell’amichevole estiva giocata contro il Bayer Leverkusen, con Leiva ancora di proprietà del Liverpool, Luis Alberto è stato il migliore della Lazio giocando da regista davanti alla difesa, come se quel ruolo lo avesse sempre interpretato. Segnali del genere vogliono dire solo una cosa per un calciatore: che è pronto a fare il salto di qualità definitivo. In quei giorni la stampa e i tifosi non si sono accorti del cambiamento del ragazzo di San Jose del Valle, troppo distratti dal caso Keita e dalla partenza di Biglia. Simone Inzaghi invece ha capito subito che Luis Alberto aveva un’altra marcia, così come Tare, che in lui ha sempre avuto fiducia cieca.

E il salto di qualità è arrivato. La vittoria della Supercoppa contro la Juventus, un inizio di campionato sfavillante da trequartista, dietro l’implacabile Immobile. Quel ruolo probabilmente sarebbe stato di Felipe Anderson, che però è tormentato da continui problemi muscolari, ma dire che Luis Alberto sia solo un sostituto del brasiliano attualmente è un’eresia. Pochi in Serie A sono capaci di incidere come lui su una partita: assist, gol e la capacità di riuscire a saltare un avversario anche quando sembra che gli stia per togliere la palla, grazie a un trattamento di palla sopraffino. Luis è un trequartista completo, che può centrare la porta da qualsiasi posizione. La punizione segnata contro il Sassuolo forse è una delle più belle realizzate nell’era post-Pirlo, per esecuzione e difficoltà. E la finta, sul secondo gol, è roba che solo i giocatori che hanno una marcia in più sono capaci di pensare e realizzare.

Fino a pochi mesi fa Luis Alberto era solo un calciatore in crisi di identità e con la voglia di mollare tutto, oggi è l’idolo di quei tifosi che prima lo nominavano solo come oggetto di scherno e un calciatore che, se continua a giocare come sta facendo, può arrivare dove vuole.

I prossimi obiettivi sono la qualificazione alla Champions con la Lazio e i Mondiali di Russia 2018. Per uno al primo anno di calcio “vero” ad alti livelli potrebbero essere considerati sogni più che obiettivi, ma per questo Luis Alberto – libero dal peso dell’inadeguatezza e finalmente consapevole delle sue enormi qualità – sono un’aspirazione più che legittima.

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Mettono tanti soldi. Spesso ci rimettono pure. Fanno sognare i tifosi. Hanno alle spalle famiglie danarose. Insomma, ecco chi sono e cosa fanno i presidenti della nostra Serie A. Siamo andati a scovare le loro professioni e, in alcuni casi, il loro curriculum di uomini e imprenditori. Perché, non dimentichiamolo, anche loro durante la settimana gestiscono aziende e hanno responsabilità. Mentre la domenica stanno sugli spalti a soffrire e gioire come un qualsiasi tifoso. L’ordine rispecchia l’attuale classifica del campionato italiano.

Andrea Agnelli, Juventus

A maggio del 2007, il rampollo di Casa Agnelli ha costituito la società Lamse S.p.A., holding finanziaria. Sempre nel 2007, ma ad aprile, diventa membro dell’Advisory Board di BlueGem Capital Partners LLP, fondo di private equity che investe in società caratterizzate da un valore d’azienda compreso tra 50 e 300 milioni di euro. Numero uno della Juve dal 2001.

James Pallotta, Roma

Presidente della Roma dal 27 agosto 2012, l’11 agosto dello scorso anno ha acquistato il restante 31 per cento di azioni da Unicredit. È uno degli uomini di più ricchi di Boston, manager di Tudor Investments. Nel 1993 apre gli uffici a Boston e aumenta il valore del fondo da lui gestito del 20% all’anno. È considerato un filantropo.

Aurelio De Laurentiis, Napoli

Produttore cinematografico, titolare della Filmauro, fondata con il padre Luigi nel 1975. Si tratta di una società leader nella distribuzione e nella produzione cinematografica italiana ed internazionale. È presidente del Napoli dal 6 settembre 2004.

Diego Della Valle, Fiorentina

È presidente, amministratore delegato e azionista di maggioranza di Hogan e Tod’s (56%), che producono scarpe. Nell’azienda di calzature del nonno era arrivato nel 1975. È presidente della Fiorentina dal 2002. Nel 2010 ha firmato con la città di Roma, a nome della Tod’s, il contratto di sponsorizzazione per restaurare il Colosseo.

Claudio Lotito, Lazio

È imprenditore nel settore dei servizi (imprese di pulizie, manutenzione e sanificazione). È anche socio di due società immobiliari e possiede un’impresa di termogestione. Suoi alcuni terreni alla periferia di Roma, in via Tiberina. Presidente della Lazio dal 19 luglio del 2004, è anche comproprietario della Salernitana.

Enrico Preziosi, Genoa

Fondatore e maggiore azionista della Giochi Preziosi, seconda azienda europea del settore dopo la Lego e quarta a livello mondiale dopo Mattel e Hasbro. È presidente del Genoa dal luglio 2003, dopo le esperienza con Saronno e Como.

Massimo Ferrero, Sampdoria

Il personaggio nuovo del calcio italiano. Attraverso il Ferrero Cinemas Group gestisce trenta schermi nel centro di Roma. Dal 2009 è anche distributore cinematografico. Grande tifoso della Roma, anche per i suoi natali al Testaccio. Suo padre era controllore sugli autobus del servizio pubblico, la madre aveva un banco ambulante nel mercato di piazza Vittorio, all’Esquilino. Il presidente della Samp, invece, a 18 anni muove i primi passi nella carriera dello spettacolo: da factotum ad autista, fino a diventare direttore di produzione (dal 1974 al 1983).

Maurizio Zamparini, Palermo

Imprenditore in diversi settori, ma la sua attività principale è la gestione delle risorse finanziarie acquisite in seguito alla vendita, alla francese Conforama, della catena commerciale Mercatone Zeta (Emmezeta). Acquista aziende, che avvia alla grande distribuzione, per poi venderle. Dal 21 luglio del 2002 è presidente del Palermo.

Urbano Cairo, Torino

Nel dicembre del 1995 fonda Cairo Pubblicità, nel 2000 Cairo Communication S.p.A. entra in Borsa. Il 4 marzo del 2013, Urbano Cairo acquisisce la tv La7, versando un milione di euro a Telecom, e confermando l’interesse per il settore editoriale. È proprietario e presidente del Torino dal 2005.

Erick Thohir, Inter

Attraverso la holding TNT Group, controlla molte partecipazioni azionarie in aziende di automotive, raffinazione di gas naturale, ristorazione, settore immobiliare e media. In particolare nel settore del carbone. È presidente dell’Inter dal 15 novembre del 2013, è numero uno anche del Dc United.

Silvio Berlusconi, Milan

La carica di presidente del Milan è in realtà vacante dal 2008. Ma Silvio Berlusconi, oltre che essere il patron, può essere considerato ancora il numero uno rossonero (è comunque presidente onorario). Nel 1975 costituì la società finanziaria Mediaset, nel 1993 la società di produzione multimediale Mediaset.

Carlo Rossi, Sassuolo

Carlo Rossi è il presidente del Sassuolo, ma l’uomo che mette i soldi è Giorgio Squinzi, patron della Mapei, fondata dal padre Rodolfo nel 1937. È anche presidente di Confindustria dal 2012. La Mapei (Materiali ausiliari per edilizia e industria) S.n.C. vede la luce nel 1970. Appassionato di ciclismo, Squinzi ha sponsorizzato per dieci anni una squadra. Carlo Rossi è presidente e amministratore delegato dal 2003: fa l’impiegato.

Franco Soldati, Udinese

Stesso discorso fatto per il Sassuolo. Franco Soldati, presidente, è un imprenditore edile. Ma l’Udinese è della famiglia Pozzo dal luglio 1986. Il proprietario è Giampaolo, che detiene il controllo pure del Granada e del Watford. La famiglia ha fondato Freud (Frese Udinesi), azienda produttrice di utensili industriali per la lavorazione del legno. Oggi è a capo di una holding attiva nella produzione e commercializzazione di utensili industriali.

Fabrizio Corsi, Empoli

Giovane presidente, è amministratore di C.G. Studio, azienda che vanta una grande esperienza nel campo dell’abbigliamento in pelle e nella moda.

Luca Campedelli, Chievo

È il maggior azionista della Paulani ed è proprietario di alcuni alberghi a Verona. È presidente del Chievo calcio dal 1992.

Maurizio Setti, Verona

Nel 1989 fonda la società di moda femminile Antress Industry Spa, insieme alla sue attuali socie e stiliste Sonia De Nisco e Alessia Santi. Nel 2012 rileva il Verona, diventandone proprietario per intero l’anno dopo.

Antonio Percassi, Atalanta

È presidente della Odissea Srl, holding di cui fanno parte i marchi Kiko, Madina e Womo, il centro commerciale Orio Center e la società Atalanta. È tornato alla guida del club bergamasco il 4 giugno del 2010. La joint venture di Percassi con Amancio Ortega, nel 2001 porta all’apertura in Italia dei primi negozi Zara. Detiene pure una quota in Alitalia.

Tommaso Gulini, Cagliari

Grande amico di Massimo Moratti, è diventato presidente del Cagliari nel giugno dello scorso anno. È presidente della Fluorsid Group di Milano, della Icib Srl di Treviglio, consigliere d’amministrazione della Laminazione Sottile S.p.A. e consigliere d’amministratore della Fluorsid S.p.A., società chimica fondata nel 1996.

Giorgio Lugaresi, Cesena

Proprietario per lungo tempo della Lugaresi Tour Operator, che si occupa di viaggi venatori, oggi è imprenditore edile. È stato presidente dal 2002, dopo il padre Edmeo, fino al 2007. È tornato alla guida del Cesena nel 2013.

Giampietro Manenti, Parma

Appena diventato presidente del Parma dopo aver provato la scalata in altre società di calcio. Originario di Milano, è titolare della società slovena Mapi Group, che si trova in un quartiere periferico di Nova Gorica. Voci di corridoio vorrebbero questa azienda controllata da Gazprom, colosso petrolifero russo.

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La recente intercettazione tra il Presidente della Lazio Lotito e il DG dell’Ischia Iodice ha lasciato il segno, soprattutto in provincia. Lotito ha tirato in ballo il Carpi, primo in classifica in serie B, dicendosi preoccupato per un’eventuale promozione degli emiliani. Un altro miracolo in provincia di Modena (anche se i tifosi del Carpi ribadiscono con uno striscione ben visibile allo stadio che “Carpi è provincia di… Carpi”) dopo quello del Sassuolo. Nell’intercettazione si fa riferimento anche al Frosinone e ad altre compagini che rischierebbero di svalutare il campionato italiano agli occhi degli spettatori del resto del mondo. Eppure la storia, anche recente, del campionato italiano è ricca di belle storie costruite proprio in provincia.

Abbiamo analizzato solo gli ultimi 30 anni, pertanto non troverete in questa gallery il Perugia di Castagner (fine anni ’70) arrivato secondo senza mai perdere una partita o l’Ascoli di Mazzone (e Rozzi, inizio anni ’80) che realizzò il record di punti in serie B. Allo stesso modo non abbiamo considerato le imprese fin troppo recenti del Sassuolo e dell’Empoli che già aveva stupito tra 1984 e il 1986 con Salvemini, a metà anni ’90 con Spalletti e nel 2005/06 con Cagni. Una provincia rampante, non più una sorpresa. E se vi chiederete perché Bologna, Bari, Venezia, Cagliari e Palermo non rientrano in questa carrellata, la risposta è una sola: queste città non possono essere considerate province.

L’Atalanta di Mondonico

A Bergamo di Europa se ne intendono, almeno quanto di giovani talenti. Dalle parti di Zingonia infatti sono cresciuti giocatori come Morfeo, Tacchinardi, Zenoni e Orlandini. Nessun fenomeno, perché la forza dell’Atalanta è quella di formare giocatori da serie A, non campioni. Parola di Mino Favini. Ma nel 1988 molti di questi ragazzi sono bambini e a trascinare la Dea alla semifinale di Coppa delle Coppe furono il bomber Garlini e lo svedese Glenn Peter Strömberg, un vikingo con la barba ruvida e i capelli lunghi e biondi. L’Atalanta elimina lo Sporting Lisbona ai quarti di finale ma deve arrendersi di fronte ad una delle più belle realtà europee di fine anni ’80: il Malines (o Mechelen) di Preud’homme. Una squadra belga. Di provincia, tanto per restare in tema.

Il Pescara di Galeone

Prima del Pescara di Zeman c’è stato il Pescara di Galeone. Uno che a Pescara è più di un re, è un’istituzione. Se Sacchi sdoganò il socialismo calcistico Galeone lo sublimò portando i quattro difensori a giocare all’altezza della linea mediana. La sua squadra era un mix di palleggiatori di grande qualità, Junior su tutti (sì, quel Junior) e mestieranti del pallone come il centravanti Tita. Nel Pescara prima versione gioca Gasperini, che oggi è l’allenatore del Genoa, nel secondo mandato del Gale si fa largo un tale Max Allegri, fantasista troppo talentuoso per rientrare, troppo moderno per risolvere le partite da solo. Lui e Massara furono comunque gli artefici di un fantastico primo tempo, probabilmente il più bello mai visto all’Adriatico, contro il Milan di Capello. Con gli abbruzzesi in vantaggio per 3 a 1, Finirà 4 a 5, perché il Pescara di Galeone non sapeva cosa volesse dire difendere, e la leggenda narra che una volta in vantaggio continuasse ad attaccare per accontentare il suo mentore.

Il Parma di Scala

Ebbene sì, Parma è una provincia. Per la precisione la più vincente della storia del calcio italiano. A Parma ha iniziato a predicare Arrigo Sacchi, prima di far innamorare Berlusconi. Ma soprattutto, a Parma, ha regnato Nevio Scala. Quella squadra giocava con uno schema fisso, il 5-3-2. Due terzini di spinta che diventavano ali, Gambero e Di Chiara prima, Benarrivo e Mussi poi, tre centrali con licenza di attaccare. Minotti (il libero, numero 4) e Apolloni, con Grun uno dei primi numeri 6 che non giocavano da ultimo uomo. Centrocampo da corsa con Zoratto, Brolin, Cuoghi e il sindaco Osio, Melli davanti. Con questi interpreti Scala vinse una storica Coppa delle Coppe, eliminando l’Atletico Madrid in semi-finale. Da quel giorno il Parma non abbandonerà l’Europa per 10 anni, trionferà ancora con lo stesso Scala (Coppa Uefa, nel 1995) e poi con Malesani nel 1999. Ad oggi quella del Parma è l’ultima Coppa Uefa (oggi Europa League) conquistata da una squadra italiana.

Il Foggia di Zeman

Per i foggiani Zeman è semplicemente il boemo. Precursore della zona e del 4-3-3 offensivo, Zeman aveva fatto bene anche in altre piazze, ma mai in serie A. Casillo gli affidò un progetto ambizioso che andò oltre ogni previsione. Dopo la promozione il Foggia si presentò nella massima serie con il tridente composto da RambaudiBaianoSignori (tutto attaccato) e comprò due russi poco più che sconosciuti come Shalimov e Kolyvanov che si riveleranno utilissimi. Manon ci sarebbe stata Zemanlandia senza i fedelissimi: il portiere Franco Mancini, il terzino List, il centrocampista Manicone. Dopo l’exploit del primo anno, non si sa se dopo un accordo con la proprietà o meno, Zeman ricominciò con una squadra tutta nuova. Non fece una piega davanti alle innumerevoli cessioni e alle pesantissime contestazioni e ricominciò con Bresciani, Mandelli e Medford. Riuscì persino a farsi comprare Bryan Roy dall’Ajax. Non solo quel Foggia si salvò, ma rischiò anche di approdare in Europa. Fu una sconfitta all’ultima giornata contro il Napoli di Lippi a vanificare il sogno.

Il Vicenza di Guidolin

Il Vicenza in Europa ci è arrivato, eccome. Lo ha fatto conquistando la Coppa Italia con un gruppo storico formato da giocatori come Lopez, Dal Canto, Otero, Mimmo Di Carlo, il bomber Murgita e Jimmy Maini, alcuni dei quali avevano inziato con Ulivieri un percorso che aveva portato la vecchia Lanerossi dalla serie C alla serie A. Fu Guidolin a mettere la ciliegina sulla torta creando una squadra umile, operaia, concreta come poche. Un certo Zidane, in una sua biografia, racconterà di non essere mai stato messo tanto in difficoltà in vita sua come da quel mediano pelato con il codino. Quel mediano era Mimmo Di Carlo interprete dei dettami di Guidolin in campo. Il Vicenza non stupì solo in campionato. Entusiasmò in Coppa delle Coppe arrivando fino alla semifinale. A Stamford Bridge il Chelsea di Gianluca Vialli deve sudare sette camice per avere la meglio sui biancorossi. Luiso, il Toro di Sora, si prende addirittura la briga di portare in vantaggio i veneti e zittire i tifosi blues. La regia internazionale scrive Chelsea 0-1 ViNcenza, sbagliando persino il nome della squadra italiana. Il sogno sfumerà nel secondo tempo, a causa delle magie di Zola che porterà i padroni di casa alla finale contro lo Stoccarda.

Il Piacenza di Cagni

È vero, il Piacenza non raggiungerà l’Europa come il Parma o il Vicenza, ma disputerà una serie di campionati entusiasmanti con una squadra tutta italiana. Con una sola macchia: una retrocessione avvenuta all’ultima giornata giocando non in contemporanea con la Reggiana che riuscirà a salvarsi battendo il Milan campione d’Italia a San Siro, a bocce ferme. Il Piacenza è una squadra che morde, come il suo allenatore. Durante gli anni cambiano i giocatori ma mai la fisionomia di una squadra votata alla difesa ma che riesce ad esaltare sempre le doti realizzative di un centravanti venuto dalle serie minori. È il caso proprio di Luiso, ma anche di Hubner successivamente. La differenza la fanno i centrocampisti: Angelo Carbone che avrebbe meritato di più (oltre ad un gol in Coppa dei Campioni col Milan) nella sua carriera, ma soprattutto Eusebio Di Francesco, polmoni d’acciaio e cervello sopraffino. Nonché futuro allenatore di un’altra provinciale terribile: il Sassuolo.

L’Udinese di Zaccheroni

Altro giro, altro tridente. Se Zeman amava cambiare gli interpreti per dimostrare che il modulo viene prima di tutto, Zaccheroni ha una fiducia cieca nei suoi tre moschettieri: il centravanti Oliver Bierhoff, gran colpitore di testa, giocatore intelligente in campo e fuori, difensore aggiunto al bisogno. Paolo Poggi, già suo giocatore al Venezia, in serie C, classica seconda punta, abile a rientrare sul destro partendo da sinistra. E Marcio Amoroso, brasiliano un po’ sacrificato dalla presenza del cannoniere tedesco, che in seguito diventerà fondamentale. Nel campionato 1997/1998, quello dello scontro tra Juve e Inter o tra Iuliano e Ronaldo, a seconda dei punti di vista, l’Udinese di Zac reciterà un ruolo importantissimo arrivando terza. Sarà anche la prima squadra a battere l’Inter di Simoni  (1 a 0, gol di Bierhoff al novantesimo) che fino a quel momento, poco prima di Natale, sembrava addirittura imbattibile. L’Udinese di Zac è una squadra molto concreta: gioca bene ma non rinuncia a difendere, sebbene lo faccia con tre uomini. I giocatori chiave sono il centrale Calori, il centrocampista Ametrano e l’esterno Helveg, un terzino che si prenderà anche la soddisfazione di vincere uno scudetto nel Milan e ritrovare Zaccheroni all’Inter. Da queste parti ha giocato Zico, ma questa è una squadra diversa, un meccanismo perfetto che esalta il singolo all’interno di un concetto di gruppo. L’attuale Udinese, ormai una realtà del calcio italiano inizia il suo percorso a fine anni ’90, con Zaccheroni.

Il Chievo di Del Neri

E quando i mussi i volarà, faremo el derby in Serie A“, dicevano i tifosi dell’Hellas Verona. I Mussi sono gli asini, simboli della seconda squadra di Verona. Precisamente di un quartiere di Verona, artefice di una vera e propria scalata dai dilettanti alla serie A. Gran parte del merito di questa prodezza sportiva è in realtà da attribuire ad un altro allenatore: Alberto Malesani che lavorava alla Canon e nel tempo libero si dilettava ad allenare il Chievo. Fu Gigi Del Neri, che qualche anno prima non si era sentito pronto per affrontare la serie A con l’Empoli, a trasformare questa matricola in una bellissima realtà. Del Neri gioca con un 4-4-2 talmente dispendioso per le ali, che ne alterna 4 a partita. Luciano Eriberto trova la sua annata di grazia, Marazzina e Corradi, davanti si integrano alla perfezione. Dopo qualche esperienza non proprio edificante in giro per l’Italia Simone Perrotta trova la propria dimensione: quella di centrocampista di livello internazionale. Dirige Eugenio Corini. Il Chievo stupisce e va a predicare il calcio in tutti gli stadi d’Italia, compreso San Siro dove batte l’Inter di Cuper. Al ritorno la ferma sul pareggio costringendola praticamente a vincere l’ultima partita con la Lazio. Il resto della storia lo conoscete sicuramente.

Il Brescia di Mazzone

Basterebbe un nome a raccontare questa storia: Roberto Baggio. Non che Carlo Mazzone non abbia importanza, o peso, nella bella favola della provincia lombarda. Ha anzi il merito di mettere insieme gente come Baggio, Toni, Guardiola, un giovane Pirlo e farli giocare con lo spirito giusto: quello da provinciale. Il suo Brescia è classe, ma anche e soprattutto corsa. È lo spunto di Baggio, ma anche la tenacia di Tare, è Pirlo arretrato per la prima volta davanti alla difesa, proprio per dare massima libertà al divin codino. Che ritrova una seconda giovinezza portando il Brescia in Europa attraverso l’Intertoto.  A correre ci pensano i gemelli Filippini, anima e cuore della squadra. Il ricordo indelebile è un derby con l’Atalanta: il Brescia perde 3 a 1 e Mazzone ne sente di tutti i colori dalla curva bergamasca. Sul 3 a 2 sbraccia e promette di andare sotto quella curva in caso di gol del pareggio. Che arriva due minuti dopo: Mazzone urla, si dimena, arriva ad un metro dai nemici storici dopo una corsa da centometrista. Lo portano via ma conoscendolo lo rifarebbe altre cento volte.

La Reggina di Mazzarri

La Reggina è forse la squadra (dopo la Juve) più penalizzata dalle vicende di Calciopoli. Quando Mazzarri però viene a sapere che la sua squadra partirà da una penalizzazione di 14 punti capisce che quella è l’occasione per compiere la più bella delle imprese. Lo scudetto di Reggio Calabria, così verrà celebrato sullo stretto, è frutto di un campionato stupendo, sempre sul filo del rasoio. Mazzarri riesce a compattare il gruppo, a tirar fuori il meglio dai suoi giocatori, a creare il clima che piace a lui: quello della battaglia all’ultimo respiro. Poi trova un grandissimo Taibi che disputa la più bella delle stagioni, segnando addirittura una rete, ma soprattutto una coppia d’attacco strepitosa: Nick Amoruso e Rolando Bianchi. In realtà giocano un campionato a livelli altissimi anche Mesto e Paredes. Ma la differenza la fa lui: Walter Mazzarri, che lascia Reggio per entrare nel giro dei grandi club.