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Quel magico microcosmo chiamato Lazio ultimamente riesce a tirar fuori diamanti anche dove gli altri vedono solo zirconi. Giocatori presi per pochi milioni, sconosciuti ai più o in cerca di rivincite dopo un periodo difficile, dopo una fase iniziale di ambientamento si trasformano magicamente in campioni. È un lavoro che parte dall’alto, dal lavoro di un direttore sportivo come ce ne sono pochi di nome Igli Tare (rabdomante del talento come pochi altri) e che arriva sul campo, dove il bravissimo Simone Inzaghi (ma risultati simili li ha ottenuti anche Stefano Pioli) riesce a plasmare i calciatori come vuole e a convincerli di poter essere anche migliori di quel che pensano.

L’esplosione di questi giocatori non ha nulla a che fare con la fortuna. Felipe Anderson e Lucas Biglia prima, ora Milinkovic-Savic, Bastos, Marusic, Immobile, Lucas Leiva e in ultimo Luis Alberto Romero Alconchel, uno che i tifosi fino a pochi mesi fa prendevano in giro come se fosse un personaggio quasi immaginario (Luis Alberto come Lupo Alberto, vista anche l’assonanza linguistica). Si, perché non giocava mai, neanche pochi spezzoni di partita. Quello che verrebbe definito un oggetto misterioso, arrivato come sostituto di Candreva dal Deportivo per 5 milioni e che al posto dell’ex capitano biancoceleste non ci ha quasi mai giocato.

Una decina di presenze, spesso di pochi minuti, nei quali è difficile poter dimostrare qualcosa. Eppure uno che nel 2012 era il secondo giocatore più impiegato del Barcellona B dopo Deulofeu (in quell’anno segnò 11 gol in 38 presenze) e che è passato da Liverpool e poi dal Deportivo (segnando anche 6 gol in Liga nell’anno a La Coruna) non poteva aver perso di colpo tutte le qualità che aveva mostrato. Tutto però faceva pensare che lo spagnolo sarebbe stato un incompiuto.

Le poche presenze, l’ambientamento difficile nello spogliatoio e la difficoltà a trovare una sistemazione in campo avevano quasi convinto Luis Alberto a smettere addirittura di fare il calciatore.  “Era bloccato, aveva bisogno di liberare la mente. Non era soddisfatto, non giocava, era scontento. I problemi erano questi: non gli piacevano i rapporti all’interno dello spogliatoio, non si era adattato alla nuova realtà e al calcio italiano. Vedeva tutto nero – ha detto Juan Carlos Campillo, il mental coach a cui si è rivolto a luglio per farsi aiutare –  non pensava di essere più in grado di fare il calciatore, pensava di non essere all’altezza”.

Qualche segnale di ripresa c’era già stato sul finire della scorsa stagione, quando nella prima partita in cui ha giocato 90 minuti ha messo a segno anche la prima rete in campionato giocando da trequartista e non più sulla fascia, lui che esterno di fascia non è. Un gran gol da fuori area, con un tiro di controbalzo, che forse ha fatto accendere una lampadina anche a Mister Inzaghi.

Da quel giorno a Marassi qualcosa è scattato anche nella testa di Luis, che grazie anche al supporto costante di Campillo ha ripreso fiducia nei suoi mezzi e ha iniziato a dare spettacolo, anche quando è stato spostato un po’ più indietro. Nell’amichevole estiva giocata contro il Bayer Leverkusen, con Leiva ancora di proprietà del Liverpool, Luis Alberto è stato il migliore della Lazio giocando da regista davanti alla difesa, come se quel ruolo lo avesse sempre interpretato. Segnali del genere vogliono dire solo una cosa per un calciatore: che è pronto a fare il salto di qualità definitivo. In quei giorni la stampa e i tifosi non si sono accorti del cambiamento del ragazzo di San Jose del Valle, troppo distratti dal caso Keita e dalla partenza di Biglia. Simone Inzaghi invece ha capito subito che Luis Alberto aveva un’altra marcia, così come Tare, che in lui ha sempre avuto fiducia cieca.

E il salto di qualità è arrivato. La vittoria della Supercoppa contro la Juventus, un inizio di campionato sfavillante da trequartista, dietro l’implacabile Immobile. Quel ruolo probabilmente sarebbe stato di Felipe Anderson, che però è tormentato da continui problemi muscolari, ma dire che Luis Alberto sia solo un sostituto del brasiliano attualmente è un’eresia. Pochi in Serie A sono capaci di incidere come lui su una partita: assist, gol e la capacità di riuscire a saltare un avversario anche quando sembra che gli stia per togliere la palla, grazie a un trattamento di palla sopraffino. Luis è un trequartista completo, che può centrare la porta da qualsiasi posizione. La punizione segnata contro il Sassuolo forse è una delle più belle realizzate nell’era post-Pirlo, per esecuzione e difficoltà. E la finta, sul secondo gol, è roba che solo i giocatori che hanno una marcia in più sono capaci di pensare e realizzare.

Fino a pochi mesi fa Luis Alberto era solo un calciatore in crisi di identità e con la voglia di mollare tutto, oggi è l’idolo di quei tifosi che prima lo nominavano solo come oggetto di scherno e un calciatore che, se continua a giocare come sta facendo, può arrivare dove vuole.

I prossimi obiettivi sono la qualificazione alla Champions con la Lazio e i Mondiali di Russia 2018. Per uno al primo anno di calcio “vero” ad alti livelli potrebbero essere considerati sogni più che obiettivi, ma per questo Luis Alberto – libero dal peso dell’inadeguatezza e finalmente consapevole delle sue enormi qualità – sono un’aspirazione più che legittima.