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Lazio

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In quell’estate del 2015, il centrocampista serbo Sergej Milinkovic-Savic aveva deciso di sbarcare in Italia. Su di lui avevano messo gli occhi parecchie squadre, ma il giocatore – allora 20enne – aveva scelto la Fiorentina. Fino al clamoroso voltafaccia, nella sede viola, con tanto di lacrime e di un “Non posso, davvero” con motivazioni personali annesse.

Un cambio improvviso, da Firenze a Roma, maglia Lazio. Una magia di Claudio Lotito dicono i fan del presidente biancoceleste. Che, a distanza di due anni e mezzo da allora, può effettivamente dire di avere in casa un campione, sempre più decisivo nella stagione che la squadra di Simone Inzaghi sta conducendo, a pochi passi dal primo posto, con la Supercoppa italiana in bacheca.

Sergej Milinkovic – Savic già da un paio d’anni sta dimostrando di essere uno dei migliori nel suo ruolo. Si dice che su di lui abbia messo una bella ipoteca la Juventus. Gran fisico, ottimo negli stacchi aerei, bravissimo a inserirsi in area di rigore. Questa è la freccia in più nell’arco di Inzaghino. Anche contro la Sampdoria, il serbo ci ha messo lo zampino firmando il gol dell’1-1, che ha dato il via alla rimonta completata da Caicedo (su assist sempre di Sergej). E la Samp sempre aveva vinto a Marassi fino a domenica sera.

Ma andiamo meglio a scoprire chi è la mezzala laziale. Serbo, ma con passaporto spagnolo, alto ben 191 centimetri. Dopo gli esordi con il Vojvodina, in Belgio con il Genk si fa notare dagli osservatori italiani. Suo fratello gioca nel Torino, come portiere. Lui, con il Genk, gioca una sola stagione, come del resto aveva fatto da ‘pro’ con il Vojovodina. Trasferitosi in Belgio per 400 mila euro, Il 6 agosto del 2015, passa alla Lazio per 10 milioni di euro. Cifra che adesso è grandemente aumentata.

Ha già esordito con la Nazionale maggiore serba e la Federazione ha deciso di mandar via il commissario tecnico perché pare lo vedesse comunque poco. Il suo procuratore è l’ex attaccante Mateja Kezman. Difficile paragonarlo con qualche giocatore del passato: è un carrarmato alla Ibrahimovic, ha movenze alla Pogba, e grazie alle ottime doti di palleggio, non si fa problemi se viene schierato come trequartista. Ha conquistato definitivamente i tifosi della Lazio segnando due gol in semifinale di Coppa Italia, la stagione passata, addirittura nel derby contro la Roma.

Lo chiamano il Sergente, non ama le parole – infatti troverete poche sue interviste in giro sul web – ma preferisce i fatti. Le giocate. Quando si dice che è un centrocampista che sa far tutto, moderno dunque, non si dicono fesserie: a Marassi contro la Sampdoria ha giocato 79 palloni, ha vinto 25 duelli (11 più di ogni altro compagno di squadra), di cui 10 aerei, ha recuperato 13 palloni. Immarcabile, irrefrenabile, incontenibile. Cuore selvaggio e tecnica sopraffina. Lotito probabilmente sorride, e non solo perché Sergej sta guidando la Lazio in posizioni altissime di classifica, ma anche perché pensa alla miniera d’oro che si ritrova in casa. Quando e se lo venderà. Dove lo trovi oggi un mediano con i piedi da trequartista?

In 14 partite di serie A, il nostro ha vinto 104 duelli: nessuno come lui. Lo sguardo da duro, ma non cattivo, il fisicaccio a protezione della palla. Recentemente, dalla Premier League, si sono scomodati gli scout di Manchester City e Manchester United per lui. I secondi già sognano la coppia Pogba – Milinkovic-Savic. Per portarlo via da Roma, bisognerà sborsare tra gli 80 e i 100 milioni di euro. Per pochi, insomma.

Lo stipendio in biancoceleste dice un milione e mezzo di euro, che arriva a due milioni con i bonus. Dovesse arrivare un’offerta indecente – anche se con Lotito è sempre difficile trattare – difficilmente avremo ancora il serbo nel nostro campionato l’anno prossimo. Benché, bisogna dirlo, nella capitale viva da pascià. Abita a 500 metri in linea d’aria da Formello, in una villa con piscina. Ha una Mercedes Gla di colore bianco. Non ostenta, questo è vero. Anzi, ha portato in Italia due amici d’infanzia, che vivono con lui e lo aiutano nella gestione della casa e delle faccende di tutti i giorni: Vladimir e Nikola. Quando si dice che non si dimenticano le radici neanche quando si diventa famosi.

Non ha problemi con le belle donne, almeno così pare. Dopo la fine della relazione con Andreja Travica, accanto a lui è apparsa la bellissima Natalija Ilic. Come tutti i ragazzi di 22 anni, ama la musica, specialmente la dance e il turbo-folk, musica nata dalla commistione tra folk e l’idea di forza e modernità del concetto ‘turbo’. Un genere che andava molto di moda in Serbia negli anni ’90, ma che è ancora cool.

Se state pensando che l’Italia sia stata veramente l’America per lui, ci andate abbastanza vicini. Ma se un giorno la lascerà, non si dispiacerà troppo per il cibo. Sergej è infatti un amante della cucina giapponese, va matto per il sushi.

A proposito di calciomercato, Claudio Lotito pare aver già aperto l’asta: “La Juve non ha i soldi per prenderlo e non me l’ha mai chiesto”. Forse la Premier League è più stuzzicante per il presidente, in attesa che chiedano della sua gallina dalle uova d’oro anche in Spagna.

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Le coreografie di Lazio e Roma per il derby d'andata della Serie A 2014-2015.

Roma-Lazio quest’anno non è solo derby capitale, ma è anche derby scudetto. Quella di sabato alle 18 sarà una stracittadina di altissima classifica. Non varrà solo per la supremazia cittadina, come tante volte è accaduto quanto a confrontarsi sono state le squadre del Cupolone, ma è sufficiente guardare la classifica per accorgersi che il derby sarà forse meno ‘spensierato’ di altri, pur essendo appena alla 13ª giornata, perché un pensiero non potrà non andare alla graduatoria.

La Roma e la Lazio sono rispettivamente a 27 e 28 punti, ed entrambe hanno una partita in meno di chi le precede. Come a dire che i biancocelesti di Simone Inzaghi potrebbero essere a braccetto con la Juventus al secondo posto, a -1 dal Napoli; i giallorossi a quota 30, comunque a tiro di sorpasso dei partenopei.

Ci si gioca tanto, e mai come questa volta non c’è una favorita d’obbligo. La Roma ha infilato un filotto di successi che l’ha proiettata direttamente nell’Olimpo del pallone, dopo che una partenza con il freno a mano tirato aveva fatto storcere un po’ il naso a più di qualcuno. Già erano saliti alti al cielo i mugugni per un Eusebio Di Francesco non ancora pronto per il salto in una grande, ma il ruolino di marcia di Dzeko e compagni, da quel momento, è stato impressionante: il 14 ottobre il Napoli passava per 1-0 all’Olimpico, poi ecco il 3-3 di Londra contro il Chelsea, in Champions, con tanto di rimonta romanista; quindi, tre 1-0 consecutivi prima dell’illustre scalpo di Antonio Conte in Europa e il 4-2 del Franchi contro la Fiorentina.

La Lazio non è stata da meno. Se escludiamo l’1-4 con il Napoli, dopo lo 0-0 della prima con la Spal, Immobile (capocannoniere) e compagni le hanno date a tutti. Compresa la Juventus sul suo campo.

Sarà il derby degli attaccanti, Immobile (che pare ad oggi poter essere del match) contro Dzeko, ma anche di qualche assente di troppo, con Felipe Anderson e Radja Nainggolan che cercano disperatamente di recuperare ed essere presenti. Perché è troppo importante. Il primo però difficilmente ce la farà. Roma e Lazio hanno già dimostrato e dimostrano di poter sopperire anche alle assenze.

E che dire poi di Simone Inzaghi ed Eusebio Di Francesco? Proprio mentre si mette in croce Gian Piero Ventura, ecco che due giovani allenatori ci fanno sperare in un futuro migliore. Entrambi per la prima volta a guerreggiare anche per lo scudetto. Per tutti e due la stracittadina – da giocatori e in panchina – non è sinonimo di gioia, ma per uno dei due potrebbe diventarlo sabato intorno alle 20. Di Francesco, tra l’altro, ha rivelato recentemente che proprio il derby era l’unica partita in cui gli tremavano le gambe. Adesso, dovesse capitargli ancora, potrà farsi aiutare dalla panchina, sedendocisi sopra.

Abbiamo lasciato per ultimo il grande assente della partita. Sarà il primo derby, dopo più di 20 anni, senza Francesco Totti in campo. Il simbolo della Roma, ma anche un po’ di tutta Roma. L’uomo del selfie sotto la curva, della maglietta e degli sfottò ai cugini. Guarderà la sfida dalla tribuna e sembrerà molto strano anche a lui.

Nonostante l’addio dell’ex Pupone, sarà proprio Di Francesco a schierare i veterani. Tutti hanno alle spalle almeno un derby: Kolarov l’ha vissuto sull’altra sponda, Alisson nelle semifinali di Coppa Italia. Solo in caso di forfait del Ninja, al suo posto giocherebbe un debuttante.

Inzaghino, invece, si affiderà ai soliti 11, gli stessi dell’impresa dell’Allianz Stadium. Qualche forfait potrebbe scaturire dagli impegni con le Nazionali, con in particolare Parolo e Immobile tornati delusi e spompati, ma in questo caso saremmo 2-2, perché pure Florenzi e De Rossi hanno vissuto l’amara notte di San Siro, chi in campo, chi dalla panchina. Una stracittadina, però, dovrebbe ricaricare presto le pile a tutti e quattro. De Rossi, poi, già sentiva questa partita più delle altre quando c’era il paravento Totti, adesso si sente ancora più responsabilizzato.

Se non l’aveste capito, insomma, sarà un derby diverso questo. Per la classifica, per gli uomini in campo, per chi li guida dalla panchina. Tutte variabili che concorrono a trasformare Roma-Lazio in una partita ancora meno uguale alle altre: dove fare un pronostico è impossibile, dove sarà anche il contorno dello stadio Olimpico a entrare in campo con i 22.

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Quando è atterrato a Fiumicino a fine luglio, per molti tifosi romanisti Alexander Kolarov era solamente un ex terzino della loro rivale cittadina più vicino ai 32 che ai 31. Un giocatore per molti sul viale del tramonto, tanto che qualcuno scriveva sui social frasi come “Ci siamo ridotti a pagare la pensione ai laziali. Oltretutto ai tempi della sua militanza con la Lazio aveva anche segnato in un derby vinto dai biancazzurri per 4-2 ed era uno dei giocatori più rappresentativi della rosa, uno di quelli che i tifosi apprezzavano di più.

Dopo l’esperienza vincente al City (2 campionati, 2 Coppe di Lega, un Community Shield e una Coppa d’Inghilterra conquistate con i Citizens), reduce da una stagione in cui Guardiola lo ha quasi sempre fatto giocare da centrale sinistro della difesa a 3, Kolarov ha accettato di tornare in Italia e vestire proprio la maglia della squadra di cui per diversi anni è stato avversario nei derby all’ombra del Colosseo.

Un acquisto non gradito a tanti romanisti e in controtendenza con quelli soliti di Monchi, sempre propenso a prendere calciatori giovani dal grande potenziale (i vari Pellegrini, Under, Karsdrop, oltre alla lista chilometrica di talenti lanciati a Siviglia) e quasi mai giocatori ultratrentenni con tanto chilometraggio.  Una tendenza che si riscontra sempre più spesso anche nel lavoro di altri direttori sportivi, ma che non deve rappresentare un limite.

Il ds giallorosso si è fiondato su Kolarov perché in in una squadra che vuole puntare ai vertici non c’è solo bisogno di talenti da far crescere, ma anche di calciatori di esperienza che sanno cosa significhi giocare per vincere.  E finora ha avuto ragione, alla grande. Kolarov è, insieme a Dzeko, l’unico ad aver giocato tutte le partite tra campionato e Champions (solo una non intera, quella con l’Udinese) e oltre a rappresentare un argine per gli esterni avversari riesce ad essere decisivo anche nella fase offensiva, tanto che Espnfc si chiede se il suo possa essere considerato come il trasferimento dell’anno in Serie A.

La domanda che fino a pochi mesi fa sarebbe sembrata quantomeno ridicola, oggi ha tutto il diritto di essere formulata. I suoi 3 gol (due su punizione in campionato, che sono valsi 6 punti, e quello fantastico segnato al Chelsea in Champions League) e i 3 assist smazzati ai compagni sono stati decisivi per i risultati dei giallorossi, così come la sua continuità di rendimento in un ruolo difficile, in cui la squadra è stata falcidiata dagli infortuni.

Tutto questo è solo la parte più visibile dell’apporto che Kolarov sta dando alla Roma. Il suo innesto ha avuto un ruolo fondamentale soprattutto nel lavoro di tutti i giorni della squadra, quello che non passa in tv ma che alla fine fa la differenza, perché la sua straordinaria etica lavorativa alza l’asticella negli allenamenti. Di Francesco ne ha parlato qualche giorno fa, definendolo un esempio per tutti i calciatori, giovani e non, per la meticolosità nella preparazione di una partita e per la cura del suo corpo, che lo ha portato ad essere (a quasi 32 anni, ricordiamolo) quello che attualmente è uno dei calciatori più incisivi della Serie A.

In diverse partite è stato il calciatore della Roma a giocare più palloni (il record sono i 115 nella partita vinta a San Siro con il Milan), che insieme al lavoro “da terzino” ne fanno un interprete top del ruolo, capace di essere allo stesso tempo regista e stantuffo di fascia, assistman (miglior giallorosso per occasioni create, 17) e difensore efficace (è anche il secondo per il numero di eventi difensivi ogni 90 minuti).

Un calciatore completo come pochi, che ha saputo completarsi nell’esperienza inglese e aggiungere una fase difensiva di alto livello al proprio bagaglio, dimostrando un’apertura mentale e una duttilità non comuni (altrimenti con Guardiola non avrebbe mai giocato). Quest’anno è tornato al ruolo in cui lo abbiamo conosciuto al meglio nella sua prima versione italiana e nonostante un’età diversa sembra non aver perso quasi nulla della capacità di spinta che aveva quando era più giovane, oltre ad esser migliorato in tutto il resto.

Kolarov oggi è uno dei calciatori giallorossi più apprezzati e un punto di riferimento per tutti nell’ambiente. Altro che ex laziale a cui pagare la pensione, Alexandar a quasi 32 anni è ancora uno dei migliori terzini d’Europa e vuole vincere come non mai.

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25 novembre 2009: in una delle notti europee più buie della storia recente della Juventus, i bianconeri cadono per 2-0 a Bordeaux contro i padroni di casa, aprendo le porte a una clamorosa eliminazione dalla fase a gironi culminata nell’1-4 interno di dicembre contro il Bayern Monaco. Quella notte un 19enne Ciro Immobile fa il suo esordio in Champions League con la formazione all’epoca allenata da Ciro Ferrara, rilevando Alessandro Del Piero.

14 ottobre 2017: all’Allianz Stadium di Torino, la Lazio passa per 2-1 in rimonta sulla Juventus, costringendo la formazione allenata da Massimiliano Allegri alla sconfitta interna a due anni e due mesi di distanza dall’ultima volta in campionato. Chi ha risposto al provvisorio vantaggio bianconero firmato Douglas Costa? Nemmeno a dirlo, la doppietta di Ciro Immobile. Piattone aperto su assist di Luis Alberto per il pareggio, implacabile dal dischetto su rigore procuratosi per il definitivo 1-2.

Lo strano percorso

Due date, otto anni. Per raccontare la metamorfosi di un attaccante diventato “totale”, autore già di 15 reti in stagione (in 11 partite!), occorre guardare tra le trame del suo viaggio con la valigia in mano per l’Italia. A Roma, sponda biancoceleste, Ciro ci è infatti arrivato passando per Toscana,  Abruzzo, Liguria, Spagna, Germania e Piemonte: un viaggio avviato da Torre Annunziata, attraverso la B di Siena e Grosseto, la promozione in A con il Pescara –fruttata il passaggio al Genoa per 4 milioni di euro- la consacrazione nella Torino granata e due bocciature, tra Borussia Dortmund e Siviglia. Nel gennaio 2016, il ritorno al Torino, la seconda casa, prima del passaggio alla Lazio.

Storia di un amore mai nato

Dalla Torino bianconera a cecchino implacabile contro la Vecchia Signora: con la doppietta messa a segno sabato, Ciro è arrivato a quota 5 in 12 partite da avversario della Juventus.  Il ragazzo di Torre Annunziata, infatti, era arrivato nella Torino bianconera nel 2007 ad appena 17 anni conquistando presto un ruolo da protagonista nella Primavera della Juventus con cui collezionerà 42 presenze, segnando 28 reti e vincendo pure due Tornei di Viareggio. Con cinque caps e 35 minuti all’attivo, Immobile non aveva centrato la conferma in prima squadra, iniziando così un lungo peregrinare.

Già, perché nonostante il cognome, Ciro fermo non ci sa stare. Altro che “nomen omen”, per utilizzare uno dei latinismi tanto cari al suo presidente Claudio Lotito. Immobile in campo corre, crea spazi e aiuta i compagni: che si tratti di Keita, passato al Monaco, Luis Alberto o Felipe Anderson, spesso è il suo partner d’attacco a occupare il cuore dell’area, senza dimenticare quanto siano facilitati gli inserimenti dei vari centrocampisti biancocelesti. Chiedere a Parolo o Milinkovic-Savic per conferme. Il diploma? L’ha preso nella scuola di gioco targata Zdenek Zeman a Pescara. Annata 2011/2012, nel 4-3-3 del boemo c’era anche Lorenzo Insigne. In regia, Marco Verratti. Reti realizzate a fine stagione? 28 in 37 partite.

Sliding doors

Gennaio 2016. Le porte girevoli di Immobile iniziavano a diventare tante, forse troppe. Di lì il ritorno al Torino e il passaggio alla Lazio: le tappe di Siviglia e Dortmund? Dimenticate, come lo stesso Ciro ha dimostrato ai microfoni di Uefa.com:

Lì all’inizio non ho mai avuto nessuna chance, nessuna possibilità di mettermi in mostra: quando l’avevo, facevo bene ma dopo venivo sempre fatto fuori. Non è colpa di nessuno, ci sono da fare delle scelte: come noi le facciamo nella nostra vita, gli allenatori le fanno per fare la formazione

Allenatori, come Simone Inzaghi, uno dei segreti nel magic moment di Immobile. Entrambi attaccanti, entrambi destinati a rincorrere…un posto da titolare, così come gli avversari. Sotto la guida Inzaghi, Ciro ha stigmatizzato le sue qualità: smarcarsi rapidamente e gettarsi rapidamente nella profondità. Il fiuto del gol ed il senso della posizione fanno il resto. Così, tra l’ammirazione per Del Piero, suo idolo di gioventù, e l’amore calcistico per Messi («È proprio di un altro pianeta» spiegava qualche mese fa),  il ragazzino cresciuto a Torre Annunziata («Molti amici della mia infanzia sono finiti in galera») è diventato grande. Senza dimenticare lo status di guascone, che ama mettere in evidenza sui social con la moglie Jessica, sposata nel 2014.

Ciro(tondo) azzurro

Blindato in biancoceleste (presto firmerà un prolungamento di due ulteriori anni a 2,5 milioni di euro a stagione), acclamato in azzurro, dove l’infortunio di Belotti ha costretto la coppia scelta da Ventura dall’avvio della sua esperienza da Ct a separarsi in occasione delle sfide contro Macedonia e Albania. Risultati? Immobile a secco, ma prezioso come uomo-assist nell’1-1 di Torino contro Pandev e compagni. In 13 chiamate nell’Italia del suo mentore in panchina ai tempi granata, Immobile ha risposto colpendo sei volte la porta avversaria. Media vicina al gol ogni due incontri: con la Lazio ha registrato in avvio di stagione un centro ogni 0,73 partite. Numeri strepitosi, ai quali il mondo azzurro si affida in vista dello spareggio-playoff contro la Svezia. Ciro il Grande: dimostra di esserlo anche in Nazionale, ora.

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Quel magico microcosmo chiamato Lazio ultimamente riesce a tirar fuori diamanti anche dove gli altri vedono solo zirconi. Giocatori presi per pochi milioni, sconosciuti ai più o in cerca di rivincite dopo un periodo difficile, dopo una fase iniziale di ambientamento si trasformano magicamente in campioni. È un lavoro che parte dall’alto, dal lavoro di un direttore sportivo come ce ne sono pochi di nome Igli Tare (rabdomante del talento come pochi altri) e che arriva sul campo, dove il bravissimo Simone Inzaghi (ma risultati simili li ha ottenuti anche Stefano Pioli) riesce a plasmare i calciatori come vuole e a convincerli di poter essere anche migliori di quel che pensano.

L’esplosione di questi giocatori non ha nulla a che fare con la fortuna. Felipe Anderson e Lucas Biglia prima, ora Milinkovic-Savic, Bastos, Marusic, Immobile, Lucas Leiva e in ultimo Luis Alberto Romero Alconchel, uno che i tifosi fino a pochi mesi fa prendevano in giro come se fosse un personaggio quasi immaginario (Luis Alberto come Lupo Alberto, vista anche l’assonanza linguistica). Si, perché non giocava mai, neanche pochi spezzoni di partita. Quello che verrebbe definito un oggetto misterioso, arrivato come sostituto di Candreva dal Deportivo per 5 milioni e che al posto dell’ex capitano biancoceleste non ci ha quasi mai giocato.

Una decina di presenze, spesso di pochi minuti, nei quali è difficile poter dimostrare qualcosa. Eppure uno che nel 2012 era il secondo giocatore più impiegato del Barcellona B dopo Deulofeu (in quell’anno segnò 11 gol in 38 presenze) e che è passato da Liverpool e poi dal Deportivo (segnando anche 6 gol in Liga nell’anno a La Coruna) non poteva aver perso di colpo tutte le qualità che aveva mostrato. Tutto però faceva pensare che lo spagnolo sarebbe stato un incompiuto.

Le poche presenze, l’ambientamento difficile nello spogliatoio e la difficoltà a trovare una sistemazione in campo avevano quasi convinto Luis Alberto a smettere addirittura di fare il calciatore.  “Era bloccato, aveva bisogno di liberare la mente. Non era soddisfatto, non giocava, era scontento. I problemi erano questi: non gli piacevano i rapporti all’interno dello spogliatoio, non si era adattato alla nuova realtà e al calcio italiano. Vedeva tutto nero – ha detto Juan Carlos Campillo, il mental coach a cui si è rivolto a luglio per farsi aiutare –  non pensava di essere più in grado di fare il calciatore, pensava di non essere all’altezza”.

Qualche segnale di ripresa c’era già stato sul finire della scorsa stagione, quando nella prima partita in cui ha giocato 90 minuti ha messo a segno anche la prima rete in campionato giocando da trequartista e non più sulla fascia, lui che esterno di fascia non è. Un gran gol da fuori area, con un tiro di controbalzo, che forse ha fatto accendere una lampadina anche a Mister Inzaghi.

Da quel giorno a Marassi qualcosa è scattato anche nella testa di Luis, che grazie anche al supporto costante di Campillo ha ripreso fiducia nei suoi mezzi e ha iniziato a dare spettacolo, anche quando è stato spostato un po’ più indietro. Nell’amichevole estiva giocata contro il Bayer Leverkusen, con Leiva ancora di proprietà del Liverpool, Luis Alberto è stato il migliore della Lazio giocando da regista davanti alla difesa, come se quel ruolo lo avesse sempre interpretato. Segnali del genere vogliono dire solo una cosa per un calciatore: che è pronto a fare il salto di qualità definitivo. In quei giorni la stampa e i tifosi non si sono accorti del cambiamento del ragazzo di San Jose del Valle, troppo distratti dal caso Keita e dalla partenza di Biglia. Simone Inzaghi invece ha capito subito che Luis Alberto aveva un’altra marcia, così come Tare, che in lui ha sempre avuto fiducia cieca.

E il salto di qualità è arrivato. La vittoria della Supercoppa contro la Juventus, un inizio di campionato sfavillante da trequartista, dietro l’implacabile Immobile. Quel ruolo probabilmente sarebbe stato di Felipe Anderson, che però è tormentato da continui problemi muscolari, ma dire che Luis Alberto sia solo un sostituto del brasiliano attualmente è un’eresia. Pochi in Serie A sono capaci di incidere come lui su una partita: assist, gol e la capacità di riuscire a saltare un avversario anche quando sembra che gli stia per togliere la palla, grazie a un trattamento di palla sopraffino. Luis è un trequartista completo, che può centrare la porta da qualsiasi posizione. La punizione segnata contro il Sassuolo forse è una delle più belle realizzate nell’era post-Pirlo, per esecuzione e difficoltà. E la finta, sul secondo gol, è roba che solo i giocatori che hanno una marcia in più sono capaci di pensare e realizzare.

Fino a pochi mesi fa Luis Alberto era solo un calciatore in crisi di identità e con la voglia di mollare tutto, oggi è l’idolo di quei tifosi che prima lo nominavano solo come oggetto di scherno e un calciatore che, se continua a giocare come sta facendo, può arrivare dove vuole.

I prossimi obiettivi sono la qualificazione alla Champions con la Lazio e i Mondiali di Russia 2018. Per uno al primo anno di calcio “vero” ad alti livelli potrebbero essere considerati sogni più che obiettivi, ma per questo Luis Alberto – libero dal peso dell’inadeguatezza e finalmente consapevole delle sue enormi qualità – sono un’aspirazione più che legittima.

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Ei fu, siccome Immobile gli fece tre gol, ridicolizzandolo verso fine partita in dribbling… L’Ei in questione altri non è che Leonardo Bonucci, neo capitano del Milan, l’uomo che con il suo trasferimento estivo ha messo a rumore il calciomercato italiano perché, da colonna portante della Bbc juventina esacampione d’Italia, si era concesso ai rivali del Diavolo. Non per una cifra irrisoria considerata l’età e il ruolo, ma comunque neanche per noccioline.

Solo che a Roma contro la Lazio, Bonny è naufragato un po’ come tutto il Milan. Al primo vero scoglio sul cammino della serie A, il rinnovatissimo Milan di Vincenzo Montella ha subito un 1-4 che più che sulla classifica potrebbe avere ripercussioni sul morale, sull’autostima che Donnarumma e compagni stavano riconquistando dopo le ultime annate storte. E proprio su Bonucci facevano leva per trasformare il settore difensivo in un bunker. Ma Leo ‘Napoleone’ ha fatto proprio come l’imperatore in quel 5 maggio di manzoniana memoria: ‘percosso’ tre volte, ‘attonito’ di fronte al dilagare della formazione di Simone Inzaghi.

Non sarebbe comunque giusto gettare la croce solo addosso a quello che ha scalato in fretta anche i gradi milanisti, portando da subito la fascia di capitano al braccio. Un po’ tutta la squadra si è disunita tra fine primo tempo (dopo il rigore) e l’inizio del secondo, con quattro gol presi in 13′. Difficile dare colpe specifiche, tutto non ha funzionato. Ma è anche vero che un po’ tutti dicevano che una squadra completamente nuova avrebbe avuto bisogno di tempo per carburare, per conoscersi. Vero. Infatti, non è il ko all’Olimpico a scuotere gli animi, ma le proporzioni.

Certo, questa Lazio che ha venduto Biglia e Keita, non pare inferiore a quella che conquistò a sorpresa l’accesso all’Europa League pochi mesi fa. Simone Inzaghi, senza squilli di tromba, sa il fatto suo. Ha tra le mani uno dei migliori talenti attualmente in circolazione nel nostro campionato, a centrocampo, Milinkovic-Savic, ha sostituito il regista con il solido Leiva. E con Immobile in giornata di grazia, può spezzare le reni non solo al povero Diavolo, ma pure a Nostra Signora degli Scudetti (Supercoppa, do you remember?).

Insomma, non è utopia pensare a una Lazio che possa lottare per un posto nella prossima Champions. Se Juventus e Napoli paiono star rispettando i pronostici e l’Inter sembra in grado di dare fastidio fino all’ultimo alle due duellanti, rimane il quarto posto. Il Milan salirà probabilmente di giri a campionato iniziato e bisognerà capire, a quel punto, dove sarà in classifica. La Roma sta incontrando difficoltà e ha un allenatore nuovo anche lei. La Fiorentina non pare in grado di entrare tra le magnifiche. A meno di qualche sorpresa, insomma, il quarto posto è raggiungibile dalla banda di Inzaghino, sempre più Inzagone, visto che il fratello al momento allena in serie B.

Ricapitolando, quindi: piccolo Milan, ma anche grande Lazio. E dire che dopo la Supercoppa portata a casa, in molti avevano storto il naso per l’esordio in campionato senza niente di fatto, in casa, contro la neopromossa Spal. Poi, però, i biancocelesti hanno espugnato il ‘Bentegodi’ proprio grazie a Milinkovic-Savic, sul taccuino delle grandi e non da adesso. Prima di stritolare i rossoneri.

Al contrario, Montella – preliminari di Europa League a parte – aveva vinto agevolmente a Crotone, ma contro una squadra subito ridotta in 10. Aveva poi faticato contro il Cagliari a San Siro, avendone ragione solo grazie a un’invenzione di Suso su punizione. Insomma, il calendario e gli eventi avevano concorso a far salire la squadra in cima alla classifica. E già i complimenti si erano alzati da più parti. Guarda com’è bravo Montella, ha già assemblato uno squadrone.

Ora, proprio Vincenzo, potrebbe studiare qualche stratagemma per aiutare la difesa. Magari passando a quella a tre. Gli uomini per farla ci sono. E Bonucci, ancora lui, proprio con questo schema ha fatto le fortune sue e della Juventus. Donnarumma sarebbe maggiormente protetto, Leonardo potrebbe concedersi qualche ‘bonucciata’ in più e, nello stesso tempo, avere più tempo e lucidità per fare il regista arretrato (come alla Juve con Pirlo, al Milan con Biglia). Il correttivo in corsa non sarebbe certo un rinnegare dei principi, ma semplicemente rendere la squadra più funzionale agli uomini che si hanno in rosa. L’esempio arriva proprio dalla Juve e da Max Allegri. Ereditata da Antonio Conte una squadra con il marchio di fabbrica del 3-5-2, poco alla volta le ha cambiato abito, fino ad arrivare allo spregiudicato 4-2-3-1 che è storia e attualità insieme. Vincenzo non è presuntuoso e neanche chiuso nei suoi schemi, se servirà cambierà la versione del suo Milan. Non è un oltranzista, sa però anche che passare alla difesa a 3 significherebbe ulteriore tempo per ingranare e imparare i nuovi meccanismi (non tanto della difesa, quanto degli altri reparti).

Tornando alla Lazio, Inzaghi ha fatto sapere urbi et orbi che lui Biglia lo rivorrebbe volentieri indietro. Ma un dubbio noi ce l’abbiamo: non sarà che adesso la Lazio è più imprevedibile? Biglia attirava palloni come fosse una calamita, ma tutti sapevano che le azioni partivano sempre dai suoi piedi. Leiva è un calciatore diverso, seppure preso per fare lo stesso ruolo. Adesso i biancocelesti si affidano pure ad altre soluzioni, dal lancio lungo all’uso della fasce. Non solo: Luis Alberto è la sorpresa, da trequartista, in attesa che Felipe Anderson si rimetta. Ma il brasiliano dovrà sudare per riprendersi la maglia da titolare. Chiudiamo con Strakosha: non sarà un fenomeno alla Peruzzi o alla Marchegiani (giusto per citare due ex numeri uno laziali), ma sta crescendo molto bene. Copre i pali, è essenziale. E si sa, in Italia, le grandi squadre nascono proprio da numeri uno affidabile.

Ah, ovvio: siamo solo alla terza giornata. Che il Milan possa riprendersi o affondare, che Bonucci possa tornare roccia o sgretolarsi, che la Lazio possa mettere la ‘quarta’ o restare nei ranghi al momento non si può dire. E Manzoni ci perdonerà se abusiamo ancora dei suoi versi: ai posteri l’ardua sentenza.