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Lazio

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Dopo le partenze eccellenti di questa estate, su tutte quelle di Keita Balde e Lucas Biglia, volati rispettivamente verso il Principato di Monaco e Milano, sponda rossonera, si presentava molto difficile il compito di Simone Inzaghi, chiamato a ripetere quanto di buono si era visto nella passata stagione. Il tecnico piacentino non solo ha mantenuto le promesse ma si è addirittura superato. La sua Lazio, infatti, è una delle squadre più belle da vedere in tutta la Serie A e al bel gioco stanno seguendo anche risultati importanti ed una posizione di classifica invidiabile.

I biancocelesti hanno il migliore attacco nel massimo campionato italiano, con un totale di 53 gol, e sono tra i più prolifici in Europa, nonostante stasera abbiano ancora una partita da recuperare. Solo Manchester City, PSG e Barcellona hanno segnato di più. Punto di riferimento quasi imprescindibile dei biancocelesti è Ciro Immobile, che solo in campionato ha già gonfiato la rete 20 volte. Il segreto di questa squadra risiede nel fatto che non sono solo gli attaccanti ad andare in gol, ma sono ben 14 i giocatori che sono andati in rete almeno una volta. Dominatori di questo speciale dato sono i difensori che hanno dato il loro grande contributo alla causa, andando a segno ben 10 volte fino a questo punto della stagione.

Importantissimo anche l’apporto dei singoli: se le prestazioni da top player di Milinkovic-Savic non sono più una novità per tifosi ed addetti ai lavori, lo stesso non si può dire per Luis Alberto, che era arrivato l’anno scorso a Formello quasi come un oggetto misterioso. Dopo un anno di adattamento le capacità del giocatore sono esplose in tutto il loro potenziale. Il fantasista spagnolo, oltre che ad alzare il tasso tecnico del gruppo, non sta facendo mancare il suo apporto anche in fase realizzativa: sono, infatti, già 7 i suoi gol.

Non sappiamo dove questa Lazio potrà arrivare. Il sogno è il piazzamento in Champions League per l’anno prossimo, ma è giusto concentrarsi sul presente. La squadra è ancora in corsa sia in Coppa Italia che in Europa League. Ora col recupero di campionato contro l’Udinese si profila la possibilità di superare l’Inter e trovarsi sola al terzo posto. E dalla sfida col Milan in poi si aprirà una fase cruciale per la squadra di Simone Inzaghi, che però deve restare compatta e coi piedi per terra se vuole continuare a stupire come già sta facendo.

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Un gol da museo del calcio. La magia con la quale Luis Alberto ha aperto le marcature nel pokerissimo della Lazio sul campo della SPAL è stato il dolce più pregiato pescato dalla Serie A nella calza dell’Epifania. In grado di unire eleganza, geometria e poesia. Una palla che spiove sulla trequarti, lo sguardo fisso con il pallone e un controllo orientato che disorienta un avversario, poi il controllo di suola per evitarne altri due, sbilanciati dalla bellezza di un gesto tecnico fuori dal comune. Laddove il 99% dei suoi colleghi avrebbe calciato al volo o stoppato per ragionare sul da farsi, il 25enne spagnolo ha preferito osare: missione riuscita, con tocco preciso a battere Gomis. Una giocata che ai nostalgici ha ricordato una rete simile, realizzata da Zinedine Zidane in uno Juventus-Ajax del 1997. Questa volta Luis è andato oltre: Zizou infatti controllava una palla rasoterra, il fantasista della Lazio ha dovuto addomesticarla in volo.

La riscoperta dell’eleganza

Tocchi verticali, testa alta e concretezza. Il Luis Alberto 2.0 in casa Lazio non è più quel talento impaurito della scorsa stagione, incapace di dare una direzione e una svolta alle sue qualità, emerse solo in parte nel finale di stagione. La seconda parte del 2017 ha messo in luce un calciatore versatile, in grado di coprire gli ultimi 40 metri di campo da seconda punta, trequartista, mezzala e all’occorrenza anche playmaker. Un riscatto arrivato anche “grazie” alla partenza di Keita in direzione Montecarlo e all’infortunio che ha tenuto a lungo fuori dai giochi Felipe Anderson. Già, proprio il ko del numero 10 brasiliano, paradossalmente, ha permesso a Luis di vivere con meno frenesia e pressioni inferiori il suo ruolo nel 3-5-1-1 di Simone Inzaghi, cucito sulle sue spalle e su quelle di Ciro Immobile. Un abito che piace e funziona, come il quarto posto (con una partita da recuperare) in serie A e il secondo miglior attacco alle spalle della Juventus raccontano.

Formello e famiglia

I meriti di questa rinascita? Da dividere equamente tra calciatore, società e famiglia di Luis Alberto. È infatti anche grazie al sostegno della moglie Patricia e della loro figlioletta Martina, sempre presenti sugli spalti dello stadio Olimpico, che il calciatore originario di San José del Valle, Andalusia, ha allontanato dalla propria mente uno spettro che si era generato e stava prendendo concretezza un anno fa, di questi tempi: l’addio prematuro al calcio giocato. Capita quando disponi di un potenziale così elevato ma non riesci a tradurlo in emozioni e qualità, per te,  i tuoi compagni e il tuo tifo. Un’ipotesi nefasta, allontanata grazie anche a Simone Inzaghi e alla vicinanza del ds della Lazio Igli Tare, riferimenti immancabili nella sua quotidianità. Infine di Juan Campillo, esperto in ‘coaching’ sportivo che ha lavorato sulla sua mentalità. Da oggetto misterioso, con la sensazione di non aver mantenuto le promesse accese negli anni in Liga, tra Deportivo La Coruña e Malaga, ad architetto della Lazio. E chissà, anche della Nazionale spagnola che guarda ai Mondiali 2018: già, perchè a novembre è arrivata la chiamata del Ct della Roja Lopetegui. Una convocazione che gli mancava da più di 4 anni. 5 febbraio 2013: prima e ultima chiamata con l’Under 21.

Quanto vale Luis Alberto?

È la domanda che gli operatori di mercato di mezza Europa si stanno ponendo in vista della prossima estate. Già, perché non è semplice quantificare il valore di un calciatore che in pochi mesi è passato dal dimenticatoio alle copertine, eguagliando già a metà stagione i suoi personali record fissati in Liga con il Deportivo de La Coruña nella stagione 2015/16. Una crescita inimmaginabile forse anche per il diretto interessato, che fino a 12 mesi fa ancora non era in grado di capire che, con quei piedi, poteva fare la differenza in ogni momento. Un difetto ammesso dallo stesso calciatore.

Facevo cose buone per 20 minuti poi scomparivo. Credo di aver buttato via 2/3 anni della mia carriera

Il Barcellona lo ha già visionato quest’anno in ben tre occasioni: può essere un’idea per l’estate, quando sarà tempo di decifrare il futuro di un totem blaugrana come Iniesta. E allora sarà tempo di dare una quotazione a un calciatore che per unicità oggi appare quasi inestimabile: per Lotito, patron della Lazio, si potrà iniziare a ragionare dai 40 milioni in su.

La Lazio lo blinda

Nessun braccio di ferro, ma la voglia di rendere Luis Alberto un patrimonio economico oltre che tecnico. In quest’ottica la Lazio mira al prolungamento e all’adeguamento del contratto del suo numero 18, in scadenza nel 2021. Tanti anni? No, se parliamo di calcio e legami.  A confermare la trattativa è stato l’agente del calciatore, Alvaro Torres:

È possibile che molto presto ci incontreremo con il club per analizzare un rinnovo di contratto. La Lazio è contenta di lui e lui della Lazio

La strada da fare con la Lazio potrebbe essere ancora tanta. Luis Alberto ha ufficialmente ripreso quel cammino avviato a 12 anni, quando con i genitori percorreva ogni giorno 240 chilometri tra andata e ritorno, cinque giorni su sette, per raggiungere i campi del Siviglia e allenarsi. Con vista sulle vette d’Europa.

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In quell’estate del 2015, il centrocampista serbo Sergej Milinkovic-Savic aveva deciso di sbarcare in Italia. Su di lui avevano messo gli occhi parecchie squadre, ma il giocatore – allora 20enne – aveva scelto la Fiorentina. Fino al clamoroso voltafaccia, nella sede viola, con tanto di lacrime e di un “Non posso, davvero” con motivazioni personali annesse.

Un cambio improvviso, da Firenze a Roma, maglia Lazio. Una magia di Claudio Lotito dicono i fan del presidente biancoceleste. Che, a distanza di due anni e mezzo da allora, può effettivamente dire di avere in casa un campione, sempre più decisivo nella stagione che la squadra di Simone Inzaghi sta conducendo, a pochi passi dal primo posto, con la Supercoppa italiana in bacheca.

Sergej Milinkovic – Savic già da un paio d’anni sta dimostrando di essere uno dei migliori nel suo ruolo. Si dice che su di lui abbia messo una bella ipoteca la Juventus. Gran fisico, ottimo negli stacchi aerei, bravissimo a inserirsi in area di rigore. Questa è la freccia in più nell’arco di Inzaghino. Anche contro la Sampdoria, il serbo ci ha messo lo zampino firmando il gol dell’1-1, che ha dato il via alla rimonta completata da Caicedo (su assist sempre di Sergej). E la Samp sempre aveva vinto a Marassi fino a domenica sera.

Ma andiamo meglio a scoprire chi è la mezzala laziale. Serbo, ma con passaporto spagnolo, alto ben 191 centimetri. Dopo gli esordi con il Vojvodina, in Belgio con il Genk si fa notare dagli osservatori italiani. Suo fratello gioca nel Torino, come portiere. Lui, con il Genk, gioca una sola stagione, come del resto aveva fatto da ‘pro’ con il Vojovodina. Trasferitosi in Belgio per 400 mila euro, Il 6 agosto del 2015, passa alla Lazio per 10 milioni di euro. Cifra che adesso è grandemente aumentata.

Ha già esordito con la Nazionale maggiore serba e la Federazione ha deciso di mandar via il commissario tecnico perché pare lo vedesse comunque poco. Il suo procuratore è l’ex attaccante Mateja Kezman. Difficile paragonarlo con qualche giocatore del passato: è un carrarmato alla Ibrahimovic, ha movenze alla Pogba, e grazie alle ottime doti di palleggio, non si fa problemi se viene schierato come trequartista. Ha conquistato definitivamente i tifosi della Lazio segnando due gol in semifinale di Coppa Italia, la stagione passata, addirittura nel derby contro la Roma.

Lo chiamano il Sergente, non ama le parole – infatti troverete poche sue interviste in giro sul web – ma preferisce i fatti. Le giocate. Quando si dice che è un centrocampista che sa far tutto, moderno dunque, non si dicono fesserie: a Marassi contro la Sampdoria ha giocato 79 palloni, ha vinto 25 duelli (11 più di ogni altro compagno di squadra), di cui 10 aerei, ha recuperato 13 palloni. Immarcabile, irrefrenabile, incontenibile. Cuore selvaggio e tecnica sopraffina. Lotito probabilmente sorride, e non solo perché Sergej sta guidando la Lazio in posizioni altissime di classifica, ma anche perché pensa alla miniera d’oro che si ritrova in casa. Quando e se lo venderà. Dove lo trovi oggi un mediano con i piedi da trequartista?

In 14 partite di serie A, il nostro ha vinto 104 duelli: nessuno come lui. Lo sguardo da duro, ma non cattivo, il fisicaccio a protezione della palla. Recentemente, dalla Premier League, si sono scomodati gli scout di Manchester City e Manchester United per lui. I secondi già sognano la coppia Pogba – Milinkovic-Savic. Per portarlo via da Roma, bisognerà sborsare tra gli 80 e i 100 milioni di euro. Per pochi, insomma.

Lo stipendio in biancoceleste dice un milione e mezzo di euro, che arriva a due milioni con i bonus. Dovesse arrivare un’offerta indecente – anche se con Lotito è sempre difficile trattare – difficilmente avremo ancora il serbo nel nostro campionato l’anno prossimo. Benché, bisogna dirlo, nella capitale viva da pascià. Abita a 500 metri in linea d’aria da Formello, in una villa con piscina. Ha una Mercedes Gla di colore bianco. Non ostenta, questo è vero. Anzi, ha portato in Italia due amici d’infanzia, che vivono con lui e lo aiutano nella gestione della casa e delle faccende di tutti i giorni: Vladimir e Nikola. Quando si dice che non si dimenticano le radici neanche quando si diventa famosi.

Non ha problemi con le belle donne, almeno così pare. Dopo la fine della relazione con Andreja Travica, accanto a lui è apparsa la bellissima Natalija Ilic. Come tutti i ragazzi di 22 anni, ama la musica, specialmente la dance e il turbo-folk, musica nata dalla commistione tra folk e l’idea di forza e modernità del concetto ‘turbo’. Un genere che andava molto di moda in Serbia negli anni ’90, ma che è ancora cool.

Se state pensando che l’Italia sia stata veramente l’America per lui, ci andate abbastanza vicini. Ma se un giorno la lascerà, non si dispiacerà troppo per il cibo. Sergej è infatti un amante della cucina giapponese, va matto per il sushi.

A proposito di calciomercato, Claudio Lotito pare aver già aperto l’asta: “La Juve non ha i soldi per prenderlo e non me l’ha mai chiesto”. Forse la Premier League è più stuzzicante per il presidente, in attesa che chiedano della sua gallina dalle uova d’oro anche in Spagna.

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Le coreografie di Lazio e Roma per il derby d'andata della Serie A 2014-2015.

Roma-Lazio quest’anno non è solo derby capitale, ma è anche derby scudetto. Quella di sabato alle 18 sarà una stracittadina di altissima classifica. Non varrà solo per la supremazia cittadina, come tante volte è accaduto quanto a confrontarsi sono state le squadre del Cupolone, ma è sufficiente guardare la classifica per accorgersi che il derby sarà forse meno ‘spensierato’ di altri, pur essendo appena alla 13ª giornata, perché un pensiero non potrà non andare alla graduatoria.

La Roma e la Lazio sono rispettivamente a 27 e 28 punti, ed entrambe hanno una partita in meno di chi le precede. Come a dire che i biancocelesti di Simone Inzaghi potrebbero essere a braccetto con la Juventus al secondo posto, a -1 dal Napoli; i giallorossi a quota 30, comunque a tiro di sorpasso dei partenopei.

Ci si gioca tanto, e mai come questa volta non c’è una favorita d’obbligo. La Roma ha infilato un filotto di successi che l’ha proiettata direttamente nell’Olimpo del pallone, dopo che una partenza con il freno a mano tirato aveva fatto storcere un po’ il naso a più di qualcuno. Già erano saliti alti al cielo i mugugni per un Eusebio Di Francesco non ancora pronto per il salto in una grande, ma il ruolino di marcia di Dzeko e compagni, da quel momento, è stato impressionante: il 14 ottobre il Napoli passava per 1-0 all’Olimpico, poi ecco il 3-3 di Londra contro il Chelsea, in Champions, con tanto di rimonta romanista; quindi, tre 1-0 consecutivi prima dell’illustre scalpo di Antonio Conte in Europa e il 4-2 del Franchi contro la Fiorentina.

La Lazio non è stata da meno. Se escludiamo l’1-4 con il Napoli, dopo lo 0-0 della prima con la Spal, Immobile (capocannoniere) e compagni le hanno date a tutti. Compresa la Juventus sul suo campo.

Sarà il derby degli attaccanti, Immobile (che pare ad oggi poter essere del match) contro Dzeko, ma anche di qualche assente di troppo, con Felipe Anderson e Radja Nainggolan che cercano disperatamente di recuperare ed essere presenti. Perché è troppo importante. Il primo però difficilmente ce la farà. Roma e Lazio hanno già dimostrato e dimostrano di poter sopperire anche alle assenze.

E che dire poi di Simone Inzaghi ed Eusebio Di Francesco? Proprio mentre si mette in croce Gian Piero Ventura, ecco che due giovani allenatori ci fanno sperare in un futuro migliore. Entrambi per la prima volta a guerreggiare anche per lo scudetto. Per tutti e due la stracittadina – da giocatori e in panchina – non è sinonimo di gioia, ma per uno dei due potrebbe diventarlo sabato intorno alle 20. Di Francesco, tra l’altro, ha rivelato recentemente che proprio il derby era l’unica partita in cui gli tremavano le gambe. Adesso, dovesse capitargli ancora, potrà farsi aiutare dalla panchina, sedendocisi sopra.

Abbiamo lasciato per ultimo il grande assente della partita. Sarà il primo derby, dopo più di 20 anni, senza Francesco Totti in campo. Il simbolo della Roma, ma anche un po’ di tutta Roma. L’uomo del selfie sotto la curva, della maglietta e degli sfottò ai cugini. Guarderà la sfida dalla tribuna e sembrerà molto strano anche a lui.

Nonostante l’addio dell’ex Pupone, sarà proprio Di Francesco a schierare i veterani. Tutti hanno alle spalle almeno un derby: Kolarov l’ha vissuto sull’altra sponda, Alisson nelle semifinali di Coppa Italia. Solo in caso di forfait del Ninja, al suo posto giocherebbe un debuttante.

Inzaghino, invece, si affiderà ai soliti 11, gli stessi dell’impresa dell’Allianz Stadium. Qualche forfait potrebbe scaturire dagli impegni con le Nazionali, con in particolare Parolo e Immobile tornati delusi e spompati, ma in questo caso saremmo 2-2, perché pure Florenzi e De Rossi hanno vissuto l’amara notte di San Siro, chi in campo, chi dalla panchina. Una stracittadina, però, dovrebbe ricaricare presto le pile a tutti e quattro. De Rossi, poi, già sentiva questa partita più delle altre quando c’era il paravento Totti, adesso si sente ancora più responsabilizzato.

Se non l’aveste capito, insomma, sarà un derby diverso questo. Per la classifica, per gli uomini in campo, per chi li guida dalla panchina. Tutte variabili che concorrono a trasformare Roma-Lazio in una partita ancora meno uguale alle altre: dove fare un pronostico è impossibile, dove sarà anche il contorno dello stadio Olimpico a entrare in campo con i 22.

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Quando è atterrato a Fiumicino a fine luglio, per molti tifosi romanisti Alexander Kolarov era solamente un ex terzino della loro rivale cittadina più vicino ai 32 che ai 31. Un giocatore per molti sul viale del tramonto, tanto che qualcuno scriveva sui social frasi come “Ci siamo ridotti a pagare la pensione ai laziali. Oltretutto ai tempi della sua militanza con la Lazio aveva anche segnato in un derby vinto dai biancazzurri per 4-2 ed era uno dei giocatori più rappresentativi della rosa, uno di quelli che i tifosi apprezzavano di più.

Dopo l’esperienza vincente al City (2 campionati, 2 Coppe di Lega, un Community Shield e una Coppa d’Inghilterra conquistate con i Citizens), reduce da una stagione in cui Guardiola lo ha quasi sempre fatto giocare da centrale sinistro della difesa a 3, Kolarov ha accettato di tornare in Italia e vestire proprio la maglia della squadra di cui per diversi anni è stato avversario nei derby all’ombra del Colosseo.

Un acquisto non gradito a tanti romanisti e in controtendenza con quelli soliti di Monchi, sempre propenso a prendere calciatori giovani dal grande potenziale (i vari Pellegrini, Under, Karsdrop, oltre alla lista chilometrica di talenti lanciati a Siviglia) e quasi mai giocatori ultratrentenni con tanto chilometraggio.  Una tendenza che si riscontra sempre più spesso anche nel lavoro di altri direttori sportivi, ma che non deve rappresentare un limite.

Il ds giallorosso si è fiondato su Kolarov perché in in una squadra che vuole puntare ai vertici non c’è solo bisogno di talenti da far crescere, ma anche di calciatori di esperienza che sanno cosa significhi giocare per vincere.  E finora ha avuto ragione, alla grande. Kolarov è, insieme a Dzeko, l’unico ad aver giocato tutte le partite tra campionato e Champions (solo una non intera, quella con l’Udinese) e oltre a rappresentare un argine per gli esterni avversari riesce ad essere decisivo anche nella fase offensiva, tanto che Espnfc si chiede se il suo possa essere considerato come il trasferimento dell’anno in Serie A.

La domanda che fino a pochi mesi fa sarebbe sembrata quantomeno ridicola, oggi ha tutto il diritto di essere formulata. I suoi 3 gol (due su punizione in campionato, che sono valsi 6 punti, e quello fantastico segnato al Chelsea in Champions League) e i 3 assist smazzati ai compagni sono stati decisivi per i risultati dei giallorossi, così come la sua continuità di rendimento in un ruolo difficile, in cui la squadra è stata falcidiata dagli infortuni.

Tutto questo è solo la parte più visibile dell’apporto che Kolarov sta dando alla Roma. Il suo innesto ha avuto un ruolo fondamentale soprattutto nel lavoro di tutti i giorni della squadra, quello che non passa in tv ma che alla fine fa la differenza, perché la sua straordinaria etica lavorativa alza l’asticella negli allenamenti. Di Francesco ne ha parlato qualche giorno fa, definendolo un esempio per tutti i calciatori, giovani e non, per la meticolosità nella preparazione di una partita e per la cura del suo corpo, che lo ha portato ad essere (a quasi 32 anni, ricordiamolo) quello che attualmente è uno dei calciatori più incisivi della Serie A.

In diverse partite è stato il calciatore della Roma a giocare più palloni (il record sono i 115 nella partita vinta a San Siro con il Milan), che insieme al lavoro “da terzino” ne fanno un interprete top del ruolo, capace di essere allo stesso tempo regista e stantuffo di fascia, assistman (miglior giallorosso per occasioni create, 17) e difensore efficace (è anche il secondo per il numero di eventi difensivi ogni 90 minuti).

Un calciatore completo come pochi, che ha saputo completarsi nell’esperienza inglese e aggiungere una fase difensiva di alto livello al proprio bagaglio, dimostrando un’apertura mentale e una duttilità non comuni (altrimenti con Guardiola non avrebbe mai giocato). Quest’anno è tornato al ruolo in cui lo abbiamo conosciuto al meglio nella sua prima versione italiana e nonostante un’età diversa sembra non aver perso quasi nulla della capacità di spinta che aveva quando era più giovane, oltre ad esser migliorato in tutto il resto.

Kolarov oggi è uno dei calciatori giallorossi più apprezzati e un punto di riferimento per tutti nell’ambiente. Altro che ex laziale a cui pagare la pensione, Alexandar a quasi 32 anni è ancora uno dei migliori terzini d’Europa e vuole vincere come non mai.

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25 novembre 2009: in una delle notti europee più buie della storia recente della Juventus, i bianconeri cadono per 2-0 a Bordeaux contro i padroni di casa, aprendo le porte a una clamorosa eliminazione dalla fase a gironi culminata nell’1-4 interno di dicembre contro il Bayern Monaco. Quella notte un 19enne Ciro Immobile fa il suo esordio in Champions League con la formazione all’epoca allenata da Ciro Ferrara, rilevando Alessandro Del Piero.

14 ottobre 2017: all’Allianz Stadium di Torino, la Lazio passa per 2-1 in rimonta sulla Juventus, costringendo la formazione allenata da Massimiliano Allegri alla sconfitta interna a due anni e due mesi di distanza dall’ultima volta in campionato. Chi ha risposto al provvisorio vantaggio bianconero firmato Douglas Costa? Nemmeno a dirlo, la doppietta di Ciro Immobile. Piattone aperto su assist di Luis Alberto per il pareggio, implacabile dal dischetto su rigore procuratosi per il definitivo 1-2.

Lo strano percorso

Due date, otto anni. Per raccontare la metamorfosi di un attaccante diventato “totale”, autore già di 15 reti in stagione (in 11 partite!), occorre guardare tra le trame del suo viaggio con la valigia in mano per l’Italia. A Roma, sponda biancoceleste, Ciro ci è infatti arrivato passando per Toscana,  Abruzzo, Liguria, Spagna, Germania e Piemonte: un viaggio avviato da Torre Annunziata, attraverso la B di Siena e Grosseto, la promozione in A con il Pescara –fruttata il passaggio al Genoa per 4 milioni di euro- la consacrazione nella Torino granata e due bocciature, tra Borussia Dortmund e Siviglia. Nel gennaio 2016, il ritorno al Torino, la seconda casa, prima del passaggio alla Lazio.

Storia di un amore mai nato

Dalla Torino bianconera a cecchino implacabile contro la Vecchia Signora: con la doppietta messa a segno sabato, Ciro è arrivato a quota 5 in 12 partite da avversario della Juventus.  Il ragazzo di Torre Annunziata, infatti, era arrivato nella Torino bianconera nel 2007 ad appena 17 anni conquistando presto un ruolo da protagonista nella Primavera della Juventus con cui collezionerà 42 presenze, segnando 28 reti e vincendo pure due Tornei di Viareggio. Con cinque caps e 35 minuti all’attivo, Immobile non aveva centrato la conferma in prima squadra, iniziando così un lungo peregrinare.

Già, perché nonostante il cognome, Ciro fermo non ci sa stare. Altro che “nomen omen”, per utilizzare uno dei latinismi tanto cari al suo presidente Claudio Lotito. Immobile in campo corre, crea spazi e aiuta i compagni: che si tratti di Keita, passato al Monaco, Luis Alberto o Felipe Anderson, spesso è il suo partner d’attacco a occupare il cuore dell’area, senza dimenticare quanto siano facilitati gli inserimenti dei vari centrocampisti biancocelesti. Chiedere a Parolo o Milinkovic-Savic per conferme. Il diploma? L’ha preso nella scuola di gioco targata Zdenek Zeman a Pescara. Annata 2011/2012, nel 4-3-3 del boemo c’era anche Lorenzo Insigne. In regia, Marco Verratti. Reti realizzate a fine stagione? 28 in 37 partite.

Sliding doors

Gennaio 2016. Le porte girevoli di Immobile iniziavano a diventare tante, forse troppe. Di lì il ritorno al Torino e il passaggio alla Lazio: le tappe di Siviglia e Dortmund? Dimenticate, come lo stesso Ciro ha dimostrato ai microfoni di Uefa.com:

Lì all’inizio non ho mai avuto nessuna chance, nessuna possibilità di mettermi in mostra: quando l’avevo, facevo bene ma dopo venivo sempre fatto fuori. Non è colpa di nessuno, ci sono da fare delle scelte: come noi le facciamo nella nostra vita, gli allenatori le fanno per fare la formazione

Allenatori, come Simone Inzaghi, uno dei segreti nel magic moment di Immobile. Entrambi attaccanti, entrambi destinati a rincorrere…un posto da titolare, così come gli avversari. Sotto la guida Inzaghi, Ciro ha stigmatizzato le sue qualità: smarcarsi rapidamente e gettarsi rapidamente nella profondità. Il fiuto del gol ed il senso della posizione fanno il resto. Così, tra l’ammirazione per Del Piero, suo idolo di gioventù, e l’amore calcistico per Messi («È proprio di un altro pianeta» spiegava qualche mese fa),  il ragazzino cresciuto a Torre Annunziata («Molti amici della mia infanzia sono finiti in galera») è diventato grande. Senza dimenticare lo status di guascone, che ama mettere in evidenza sui social con la moglie Jessica, sposata nel 2014.

Ciro(tondo) azzurro

Blindato in biancoceleste (presto firmerà un prolungamento di due ulteriori anni a 2,5 milioni di euro a stagione), acclamato in azzurro, dove l’infortunio di Belotti ha costretto la coppia scelta da Ventura dall’avvio della sua esperienza da Ct a separarsi in occasione delle sfide contro Macedonia e Albania. Risultati? Immobile a secco, ma prezioso come uomo-assist nell’1-1 di Torino contro Pandev e compagni. In 13 chiamate nell’Italia del suo mentore in panchina ai tempi granata, Immobile ha risposto colpendo sei volte la porta avversaria. Media vicina al gol ogni due incontri: con la Lazio ha registrato in avvio di stagione un centro ogni 0,73 partite. Numeri strepitosi, ai quali il mondo azzurro si affida in vista dello spareggio-playoff contro la Svezia. Ciro il Grande: dimostra di esserlo anche in Nazionale, ora.