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Lazio

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25 novembre 2009: in una delle notti europee più buie della storia recente della Juventus, i bianconeri cadono per 2-0 a Bordeaux contro i padroni di casa, aprendo le porte a una clamorosa eliminazione dalla fase a gironi culminata nell’1-4 interno di dicembre contro il Bayern Monaco. Quella notte un 19enne Ciro Immobile fa il suo esordio in Champions League con la formazione all’epoca allenata da Ciro Ferrara, rilevando Alessandro Del Piero.

14 ottobre 2017: all’Allianz Stadium di Torino, la Lazio passa per 2-1 in rimonta sulla Juventus, costringendo la formazione allenata da Massimiliano Allegri alla sconfitta interna a due anni e due mesi di distanza dall’ultima volta in campionato. Chi ha risposto al provvisorio vantaggio bianconero firmato Douglas Costa? Nemmeno a dirlo, la doppietta di Ciro Immobile. Piattone aperto su assist di Luis Alberto per il pareggio, implacabile dal dischetto su rigore procuratosi per il definitivo 1-2.

Lo strano percorso

Due date, otto anni. Per raccontare la metamorfosi di un attaccante diventato “totale”, autore già di 15 reti in stagione (in 11 partite!), occorre guardare tra le trame del suo viaggio con la valigia in mano per l’Italia. A Roma, sponda biancoceleste, Ciro ci è infatti arrivato passando per Toscana,  Abruzzo, Liguria, Spagna, Germania e Piemonte: un viaggio avviato da Torre Annunziata, attraverso la B di Siena e Grosseto, la promozione in A con il Pescara –fruttata il passaggio al Genoa per 4 milioni di euro- la consacrazione nella Torino granata e due bocciature, tra Borussia Dortmund e Siviglia. Nel gennaio 2016, il ritorno al Torino, la seconda casa, prima del passaggio alla Lazio.

Storia di un amore mai nato

Dalla Torino bianconera a cecchino implacabile contro la Vecchia Signora: con la doppietta messa a segno sabato, Ciro è arrivato a quota 5 in 12 partite da avversario della Juventus.  Il ragazzo di Torre Annunziata, infatti, era arrivato nella Torino bianconera nel 2007 ad appena 17 anni conquistando presto un ruolo da protagonista nella Primavera della Juventus con cui collezionerà 42 presenze, segnando 28 reti e vincendo pure due Tornei di Viareggio. Con cinque caps e 35 minuti all’attivo, Immobile non aveva centrato la conferma in prima squadra, iniziando così un lungo peregrinare.

Già, perché nonostante il cognome, Ciro fermo non ci sa stare. Altro che “nomen omen”, per utilizzare uno dei latinismi tanto cari al suo presidente Claudio Lotito. Immobile in campo corre, crea spazi e aiuta i compagni: che si tratti di Keita, passato al Monaco, Luis Alberto o Felipe Anderson, spesso è il suo partner d’attacco a occupare il cuore dell’area, senza dimenticare quanto siano facilitati gli inserimenti dei vari centrocampisti biancocelesti. Chiedere a Parolo o Milinkovic-Savic per conferme. Il diploma? L’ha preso nella scuola di gioco targata Zdenek Zeman a Pescara. Annata 2011/2012, nel 4-3-3 del boemo c’era anche Lorenzo Insigne. In regia, Marco Verratti. Reti realizzate a fine stagione? 28 in 37 partite.

Sliding doors

Gennaio 2016. Le porte girevoli di Immobile iniziavano a diventare tante, forse troppe. Di lì il ritorno al Torino e il passaggio alla Lazio: le tappe di Siviglia e Dortmund? Dimenticate, come lo stesso Ciro ha dimostrato ai microfoni di Uefa.com:

Lì all’inizio non ho mai avuto nessuna chance, nessuna possibilità di mettermi in mostra: quando l’avevo, facevo bene ma dopo venivo sempre fatto fuori. Non è colpa di nessuno, ci sono da fare delle scelte: come noi le facciamo nella nostra vita, gli allenatori le fanno per fare la formazione

Allenatori, come Simone Inzaghi, uno dei segreti nel magic moment di Immobile. Entrambi attaccanti, entrambi destinati a rincorrere…un posto da titolare, così come gli avversari. Sotto la guida Inzaghi, Ciro ha stigmatizzato le sue qualità: smarcarsi rapidamente e gettarsi rapidamente nella profondità. Il fiuto del gol ed il senso della posizione fanno il resto. Così, tra l’ammirazione per Del Piero, suo idolo di gioventù, e l’amore calcistico per Messi («È proprio di un altro pianeta» spiegava qualche mese fa),  il ragazzino cresciuto a Torre Annunziata («Molti amici della mia infanzia sono finiti in galera») è diventato grande. Senza dimenticare lo status di guascone, che ama mettere in evidenza sui social con la moglie Jessica, sposata nel 2014.

Ciro(tondo) azzurro

Blindato in biancoceleste (presto firmerà un prolungamento di due ulteriori anni a 2,5 milioni di euro a stagione), acclamato in azzurro, dove l’infortunio di Belotti ha costretto la coppia scelta da Ventura dall’avvio della sua esperienza da Ct a separarsi in occasione delle sfide contro Macedonia e Albania. Risultati? Immobile a secco, ma prezioso come uomo-assist nell’1-1 di Torino contro Pandev e compagni. In 13 chiamate nell’Italia del suo mentore in panchina ai tempi granata, Immobile ha risposto colpendo sei volte la porta avversaria. Media vicina al gol ogni due incontri: con la Lazio ha registrato in avvio di stagione un centro ogni 0,73 partite. Numeri strepitosi, ai quali il mondo azzurro si affida in vista dello spareggio-playoff contro la Svezia. Ciro il Grande: dimostra di esserlo anche in Nazionale, ora.

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Quel magico microcosmo chiamato Lazio ultimamente riesce a tirar fuori diamanti anche dove gli altri vedono solo zirconi. Giocatori presi per pochi milioni, sconosciuti ai più o in cerca di rivincite dopo un periodo difficile, dopo una fase iniziale di ambientamento si trasformano magicamente in campioni. È un lavoro che parte dall’alto, dal lavoro di un direttore sportivo come ce ne sono pochi di nome Igli Tare (rabdomante del talento come pochi altri) e che arriva sul campo, dove il bravissimo Simone Inzaghi (ma risultati simili li ha ottenuti anche Stefano Pioli) riesce a plasmare i calciatori come vuole e a convincerli di poter essere anche migliori di quel che pensano.

L’esplosione di questi giocatori non ha nulla a che fare con la fortuna. Felipe Anderson e Lucas Biglia prima, ora Milinkovic-Savic, Bastos, Marusic, Immobile, Lucas Leiva e in ultimo Luis Alberto Romero Alconchel, uno che i tifosi fino a pochi mesi fa prendevano in giro come se fosse un personaggio quasi immaginario (Luis Alberto come Lupo Alberto, vista anche l’assonanza linguistica). Si, perché non giocava mai, neanche pochi spezzoni di partita. Quello che verrebbe definito un oggetto misterioso, arrivato come sostituto di Candreva dal Deportivo per 5 milioni e che al posto dell’ex capitano biancoceleste non ci ha quasi mai giocato.

Una decina di presenze, spesso di pochi minuti, nei quali è difficile poter dimostrare qualcosa. Eppure uno che nel 2012 era il secondo giocatore più impiegato del Barcellona B dopo Deulofeu (in quell’anno segnò 11 gol in 38 presenze) e che è passato da Liverpool e poi dal Deportivo (segnando anche 6 gol in Liga nell’anno a La Coruna) non poteva aver perso di colpo tutte le qualità che aveva mostrato. Tutto però faceva pensare che lo spagnolo sarebbe stato un incompiuto.

Le poche presenze, l’ambientamento difficile nello spogliatoio e la difficoltà a trovare una sistemazione in campo avevano quasi convinto Luis Alberto a smettere addirittura di fare il calciatore.  “Era bloccato, aveva bisogno di liberare la mente. Non era soddisfatto, non giocava, era scontento. I problemi erano questi: non gli piacevano i rapporti all’interno dello spogliatoio, non si era adattato alla nuova realtà e al calcio italiano. Vedeva tutto nero – ha detto Juan Carlos Campillo, il mental coach a cui si è rivolto a luglio per farsi aiutare –  non pensava di essere più in grado di fare il calciatore, pensava di non essere all’altezza”.

Qualche segnale di ripresa c’era già stato sul finire della scorsa stagione, quando nella prima partita in cui ha giocato 90 minuti ha messo a segno anche la prima rete in campionato giocando da trequartista e non più sulla fascia, lui che esterno di fascia non è. Un gran gol da fuori area, con un tiro di controbalzo, che forse ha fatto accendere una lampadina anche a Mister Inzaghi.

Da quel giorno a Marassi qualcosa è scattato anche nella testa di Luis, che grazie anche al supporto costante di Campillo ha ripreso fiducia nei suoi mezzi e ha iniziato a dare spettacolo, anche quando è stato spostato un po’ più indietro. Nell’amichevole estiva giocata contro il Bayer Leverkusen, con Leiva ancora di proprietà del Liverpool, Luis Alberto è stato il migliore della Lazio giocando da regista davanti alla difesa, come se quel ruolo lo avesse sempre interpretato. Segnali del genere vogliono dire solo una cosa per un calciatore: che è pronto a fare il salto di qualità definitivo. In quei giorni la stampa e i tifosi non si sono accorti del cambiamento del ragazzo di San Jose del Valle, troppo distratti dal caso Keita e dalla partenza di Biglia. Simone Inzaghi invece ha capito subito che Luis Alberto aveva un’altra marcia, così come Tare, che in lui ha sempre avuto fiducia cieca.

E il salto di qualità è arrivato. La vittoria della Supercoppa contro la Juventus, un inizio di campionato sfavillante da trequartista, dietro l’implacabile Immobile. Quel ruolo probabilmente sarebbe stato di Felipe Anderson, che però è tormentato da continui problemi muscolari, ma dire che Luis Alberto sia solo un sostituto del brasiliano attualmente è un’eresia. Pochi in Serie A sono capaci di incidere come lui su una partita: assist, gol e la capacità di riuscire a saltare un avversario anche quando sembra che gli stia per togliere la palla, grazie a un trattamento di palla sopraffino. Luis è un trequartista completo, che può centrare la porta da qualsiasi posizione. La punizione segnata contro il Sassuolo forse è una delle più belle realizzate nell’era post-Pirlo, per esecuzione e difficoltà. E la finta, sul secondo gol, è roba che solo i giocatori che hanno una marcia in più sono capaci di pensare e realizzare.

Fino a pochi mesi fa Luis Alberto era solo un calciatore in crisi di identità e con la voglia di mollare tutto, oggi è l’idolo di quei tifosi che prima lo nominavano solo come oggetto di scherno e un calciatore che, se continua a giocare come sta facendo, può arrivare dove vuole.

I prossimi obiettivi sono la qualificazione alla Champions con la Lazio e i Mondiali di Russia 2018. Per uno al primo anno di calcio “vero” ad alti livelli potrebbero essere considerati sogni più che obiettivi, ma per questo Luis Alberto – libero dal peso dell’inadeguatezza e finalmente consapevole delle sue enormi qualità – sono un’aspirazione più che legittima.

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Ei fu, siccome Immobile gli fece tre gol, ridicolizzandolo verso fine partita in dribbling… L’Ei in questione altri non è che Leonardo Bonucci, neo capitano del Milan, l’uomo che con il suo trasferimento estivo ha messo a rumore il calciomercato italiano perché, da colonna portante della Bbc juventina esacampione d’Italia, si era concesso ai rivali del Diavolo. Non per una cifra irrisoria considerata l’età e il ruolo, ma comunque neanche per noccioline.

Solo che a Roma contro la Lazio, Bonny è naufragato un po’ come tutto il Milan. Al primo vero scoglio sul cammino della serie A, il rinnovatissimo Milan di Vincenzo Montella ha subito un 1-4 che più che sulla classifica potrebbe avere ripercussioni sul morale, sull’autostima che Donnarumma e compagni stavano riconquistando dopo le ultime annate storte. E proprio su Bonucci facevano leva per trasformare il settore difensivo in un bunker. Ma Leo ‘Napoleone’ ha fatto proprio come l’imperatore in quel 5 maggio di manzoniana memoria: ‘percosso’ tre volte, ‘attonito’ di fronte al dilagare della formazione di Simone Inzaghi.

Non sarebbe comunque giusto gettare la croce solo addosso a quello che ha scalato in fretta anche i gradi milanisti, portando da subito la fascia di capitano al braccio. Un po’ tutta la squadra si è disunita tra fine primo tempo (dopo il rigore) e l’inizio del secondo, con quattro gol presi in 13′. Difficile dare colpe specifiche, tutto non ha funzionato. Ma è anche vero che un po’ tutti dicevano che una squadra completamente nuova avrebbe avuto bisogno di tempo per carburare, per conoscersi. Vero. Infatti, non è il ko all’Olimpico a scuotere gli animi, ma le proporzioni.

Certo, questa Lazio che ha venduto Biglia e Keita, non pare inferiore a quella che conquistò a sorpresa l’accesso all’Europa League pochi mesi fa. Simone Inzaghi, senza squilli di tromba, sa il fatto suo. Ha tra le mani uno dei migliori talenti attualmente in circolazione nel nostro campionato, a centrocampo, Milinkovic-Savic, ha sostituito il regista con il solido Leiva. E con Immobile in giornata di grazia, può spezzare le reni non solo al povero Diavolo, ma pure a Nostra Signora degli Scudetti (Supercoppa, do you remember?).

Insomma, non è utopia pensare a una Lazio che possa lottare per un posto nella prossima Champions. Se Juventus e Napoli paiono star rispettando i pronostici e l’Inter sembra in grado di dare fastidio fino all’ultimo alle due duellanti, rimane il quarto posto. Il Milan salirà probabilmente di giri a campionato iniziato e bisognerà capire, a quel punto, dove sarà in classifica. La Roma sta incontrando difficoltà e ha un allenatore nuovo anche lei. La Fiorentina non pare in grado di entrare tra le magnifiche. A meno di qualche sorpresa, insomma, il quarto posto è raggiungibile dalla banda di Inzaghino, sempre più Inzagone, visto che il fratello al momento allena in serie B.

Ricapitolando, quindi: piccolo Milan, ma anche grande Lazio. E dire che dopo la Supercoppa portata a casa, in molti avevano storto il naso per l’esordio in campionato senza niente di fatto, in casa, contro la neopromossa Spal. Poi, però, i biancocelesti hanno espugnato il ‘Bentegodi’ proprio grazie a Milinkovic-Savic, sul taccuino delle grandi e non da adesso. Prima di stritolare i rossoneri.

Al contrario, Montella – preliminari di Europa League a parte – aveva vinto agevolmente a Crotone, ma contro una squadra subito ridotta in 10. Aveva poi faticato contro il Cagliari a San Siro, avendone ragione solo grazie a un’invenzione di Suso su punizione. Insomma, il calendario e gli eventi avevano concorso a far salire la squadra in cima alla classifica. E già i complimenti si erano alzati da più parti. Guarda com’è bravo Montella, ha già assemblato uno squadrone.

Ora, proprio Vincenzo, potrebbe studiare qualche stratagemma per aiutare la difesa. Magari passando a quella a tre. Gli uomini per farla ci sono. E Bonucci, ancora lui, proprio con questo schema ha fatto le fortune sue e della Juventus. Donnarumma sarebbe maggiormente protetto, Leonardo potrebbe concedersi qualche ‘bonucciata’ in più e, nello stesso tempo, avere più tempo e lucidità per fare il regista arretrato (come alla Juve con Pirlo, al Milan con Biglia). Il correttivo in corsa non sarebbe certo un rinnegare dei principi, ma semplicemente rendere la squadra più funzionale agli uomini che si hanno in rosa. L’esempio arriva proprio dalla Juve e da Max Allegri. Ereditata da Antonio Conte una squadra con il marchio di fabbrica del 3-5-2, poco alla volta le ha cambiato abito, fino ad arrivare allo spregiudicato 4-2-3-1 che è storia e attualità insieme. Vincenzo non è presuntuoso e neanche chiuso nei suoi schemi, se servirà cambierà la versione del suo Milan. Non è un oltranzista, sa però anche che passare alla difesa a 3 significherebbe ulteriore tempo per ingranare e imparare i nuovi meccanismi (non tanto della difesa, quanto degli altri reparti).

Tornando alla Lazio, Inzaghi ha fatto sapere urbi et orbi che lui Biglia lo rivorrebbe volentieri indietro. Ma un dubbio noi ce l’abbiamo: non sarà che adesso la Lazio è più imprevedibile? Biglia attirava palloni come fosse una calamita, ma tutti sapevano che le azioni partivano sempre dai suoi piedi. Leiva è un calciatore diverso, seppure preso per fare lo stesso ruolo. Adesso i biancocelesti si affidano pure ad altre soluzioni, dal lancio lungo all’uso della fasce. Non solo: Luis Alberto è la sorpresa, da trequartista, in attesa che Felipe Anderson si rimetta. Ma il brasiliano dovrà sudare per riprendersi la maglia da titolare. Chiudiamo con Strakosha: non sarà un fenomeno alla Peruzzi o alla Marchegiani (giusto per citare due ex numeri uno laziali), ma sta crescendo molto bene. Copre i pali, è essenziale. E si sa, in Italia, le grandi squadre nascono proprio da numeri uno affidabile.

Ah, ovvio: siamo solo alla terza giornata. Che il Milan possa riprendersi o affondare, che Bonucci possa tornare roccia o sgretolarsi, che la Lazio possa mettere la ‘quarta’ o restare nei ranghi al momento non si può dire. E Manzoni ci perdonerà se abusiamo ancora dei suoi versi: ai posteri l’ardua sentenza.

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Nella sorprendente Lazio di Simone Inzaghi c’è un giocatore che ha margini di miglioramento quasi illimitati e che in ogni partita che gioca sembra più forte di quella precedente. Sergej Milinkovic-Savic in poco più di due anni è passato da promessa del calcio a faro del centrocampo biancazzurro, con quella capacità di passarla bene con entrambi i piedi e il tempismo nell’aggredire l’area di rigore avversaria con una fisicità dirompente per cercare il gol.

Quelli alti come lui, in Serbia, di solito scelgono di giocare a pallacanestro, sognando di diventare i nuovi Danilovic o di imitare le giocate di Sasha Djordjevic e Milos Teodosic, e Sergej fino ai 14 anni a basket ci ha giocato davvero. La madre Milijana, ex nazionale Jugoslava, spingeva per farlo stare sul parquet, ma alla fine ha prevalso l’amore per il calcio, lo sport a cui ha giocato suo padre e che pratica anche suo fratello Vanja (anche lui a discreti livelli: portiere titolare della Serbia Under 21, ora al Torino in attesa di un’occasione per spiccare il volo nel calcio che conta).

Quando però va a staccare, in area avversaria o in un contrasto aereo, in quei terzi tempi si riconosce ancora il Milinkovic-Savic giocatore di basket. Si, perché quando salta sembra davvero non dover scendere più a terra, e anche chi ci gioca contro sembra essersi accorto di questa peculiarità: l’anno scorso ha vinto il 65% dei duelli ad alta quota contro i suoi avversari. Sergej ha una capacità quasi innata di scegliere il tempo giusto, e spesso Inzaghi lo utilizza come innesco per le azioni offensive proprio grazie al suo colpo di testa, oltre che come assaltatore delle difese avversarie.

Il gol segnato al Pescara nello scorso campionato. Terzo tempo perfetto e incornata all’incrocio

Milinkovic-Savic però non è solo terzi tempi e contrasti aerei, ma anche rifinitore di livello, ed è questo che lo rende un freak davvero unico nel panorama della Serie A (e anche negli altri campionati di calciatori con le sue caratteristiche se ne trovano ben pochi). Un carro armato col tocco del trequartista, che in certe partite è così dominante da spazzare via chi gli si pone davanti. In tutta la stagione passata è arrivato a quota 10 assist, di cui 4 serviti a Ciro Immobile, che con la sua capacità di andare in profondità e di creare lo spazio rappresenta il compagno ideale per Milinkovic-Savic.

E quest’anno, dopo le due partite non eccezionali giocate in Supercoppa e contro la Spal, il Sergej dominante è riapparso domenica a Verona. Due azioni possono riassumere al meglio questo giano bifronte del calcio: il gol vittoria, con un tiro fortissimo che si è infilato proprio nell’angolo a destra del portiere, e il delizioso cucchiaio con cui ha mandato in porta Immobile (che però in quell’occasione ha sbagliato clamorosamente). Un gesto tecnico da spellarsi le mani, che di solito appartiene ai fantasisti brevilinei, non a un colosso alto 1 metro e 92.

Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando Sergej era un ragazzo indeciso sul suo futuro e rifiutava la Fiorentina, in quel mese di luglio del 2015 nel quale sembrava dover diventare un giocatore della Viola. Quel cambio di idea proprio nel momento della firma del contratto può aver segnato per sempre il suo futuro, perché non molto tempo dopo i dubbi che lo attanagliavano quel giorno a Firenze sparirono e accettò la corte della Lazio, che ha creduto in lui fin dal primo momento.

Dopo un anno di apprendistato Milinkovic-Savic ha ripagato Lotito e Tare e, grazie anche allo straordinario lavoro portato avanti da Simone Inzaghi, si è trasformato da ragazzo timido in trascinatore. Un leader di poche parole, che fa parlare sempre il campo: il ragazzo serbo segna, ispira i compagni, contrasta e corre tantissimo (11,3 i chilometri di media a partita), senza mai perdere lucidità.

In questi giorni si è parlato di una super offerta arrivata a Roma, di quasi 70 milioni, che però non ha fatto vacillare la dirigenza laziale. Sergej non si vende, almeno per ora, e anche lui è ben felice di crescere ancora nella squadra che gli ha affidato le chiavi del centrocampo.

A 22 anni per uno così, come dicono gli americani, il limite è solamente il cielo. Quel cielo in cui l’aquila simbolo della Lazio vola alta e che Sergej Milinkovic-Savic sembra toccare ogni volta che stacca da terra.

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Domenica 13 agosto, ore 20.45, primo appuntamento ufficiale della nuova stagione calcistica. Allo Stadio Olimpico di Roma andrà in scena la finale di Supercoppa italiana tra Juventus e Lazio. Bianconeri e biancocelesti si contendono il primo trofeo dell’annata 2017-2018.

Si prospetta una gara scoppiettante tra due compagini che vogliono iniziare l’anno col piede giusto in attesa degli ultimi colpi di mercato. La partita sarà il re-match della finale di Coppa Italia, per cui vedremo una Lazio vogliosa di rivincita e una Juve a caccia di conferme, dopo la sconfitta in finale di Champions League contro il Real Madrid e la partenza del leader difensivo Leonardo Bonucci.

Mister Massimiliano Allegri, dopo l’ennesima stagione esaltante in Italia e gli arrivi di Bernardeschi e Douglas Costa, può continuare a sorridere col recupero completo di un giocatore fondamentale per il suo centrocampo: Claudio Marchisio. Il numero 8 bianconero scalpita per un posto da titolare ed è pronto a sfidare i suoi compagni di reparto, Pjanic e Khedira, per una maglia da titolare.

Starà alla Lazio tentare di porre fine alla tirannia sportiva della Juventus in Italia, spezzando una sorta di maledizione. Sono infatti quattro le finali a livello nazionale tra le due squadre e tutte sono finite a favore della Vecchia Signora, uno score considerevole. Dopo la cessione al Milan di capitan Biglia, Simone Inzaghi si affiderà ai suoi uomini migliori, Immobile e Keita su tutti, nonostante le sirene di mercato vogliano il senegalese ad un passo dal vestire proprio la maglia bianconera.

Sono Juventus e Milan le squadre a poter vantare più Supercoppe italiane in bacheca, ben 7, ma al tempo stesso il club torinese detiene anche il record di finali perse: 5.

Queste le probabili formazioni.

Juventus (4-2-3-1): Buffon; Lichtsteiner, Barzagli, Chiellini, Alex Sandro; Khedira, Pjanic; Douglas Costa, Dybala, Mandzukic; Higuain. All. Allegri

Lazio (3-5-2): Strakosha; Wallace, De Vrij, Radu; Basta, Parolo, Leiva, Milinkovic-Savic, Lulic; Keita, Immobile.

Sarà possibile vedere la partita in chiaro su Rai 1 ed anche in streaming sul sito della Rai. La Lazio cerca vendetta, la Juve intravede l’ennesimo titolo nazionale: chi avrà la meglio?

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Questa sera il prato dell’Olimpico sarà il palco su cui Lazio e Juventus reciteranno l’ultimo atto di una Coppa Italia che le ha viste protagoniste assolute dagli ottavi di finale in poi. Una coppa che per gli uomini di Simone Inzaghi può rappresentare il coronamento di una stagione partita in modo burrascoso, con il gran rifiuto del “loco” Bielsa, che poi si è trasformata in un’annata da ricordare soprattutto grazie all’eccezionale apporto del tecnico di Piacenza. Per i bianconeri invece vincere la Coppa Italia sarebbe il primo passo verso la conquista del triplete, senza troppi giri di parole l’obiettivo principale di un gruppo straordinario che andrebbe così a coronare un ciclo vincente che dura ormai da 6 anni.

Un trofeo che fa parte della storia di entrambe le squadre: la Lazio, negli anni 2000, è la squadra che ha sollevato più volte la coppa (4 vittorie), con il ricordo del gol di Lulic nel derby di finale 2013 ancora ben impresso nella mente dei sostenitori biancoazzurri. La Juventus è la squadra che ha vinto più volte, ben 11 (su 16 finali disputate), e con la vittoria di quest’anno sarebbe la prima formazione nella storia a vincerla per 3 anni consecutivi. In parità lo score nelle finali: nel 2004 la Lazio di Mancini, guidata da uno Stefano Fiore in stato di grazia (3 gol tra andata e ritorno, visto che anche la finale prevedeva il doppio match) sconfisse la Juve di Lippi, nel 2015 la prima Juve di Allegri portò a casa la vittoria contro la Lazio di Pioli grazie alle reti di Chiellini e Matri. Quella Juve arrivò a un passo dal triplete, che non si realizzò solo per la manifesta superiorità del Barcellona in Champions.

coppa italia 2015

Attacchi in primo piano

Più che per le difese, sia Lazio che Juventus nel corso di quest’edizione della Coppa hanno messo in luce i propri reparti offensivi: 10 gol in 4 partite per entrambe le squadre. La Juventus ha trovato il gol in 13 delle ultime 14 partite giocate nella competizione, poi però ha anche subito almeno un gol nelle ultime quattro. In particolare nelle sfide con Atalanta e Napoli i bianconeri hanno lasciato intravedere alcune distrazioni difensive, inedite per una squadra che ha subìto solo due gol in Champions e che in campionato è di gran lunga la migliore nel non prendere gol. “Il problema è che, staccando la spina, tutto poi diventa più difficile. Questo ci deve far riflettere”.

Le parole di Massimiliano Allegri, pronunciate nel post partita di Juve-Atalanta, sono ancora adesso un monito per i calciatori bianconeri. Il tecnico toscano non vuole più cali di concentrazione, come quelli avuti anche nella semifinale di ritorno giocata al San Paolo e nelle ultime tre giornate di campionato, ora che si è sul rettilineo finale non si può mollare.
La macchina offensiva chiamata Lazio ha invece trovato la rete in 12 delle ultime 13 gare di Coppa Italia, subendo però gol in 6 delle ultime 7. Una squadra fatta per segnare un gol più degli avversari, che forse ha trovato il suo momento di svolta nella vittoria di San Siro contro l’Inter dell’ex Pioli, in quel momento lanciatissima in campionato. Proprio contro la squadra dell’ultimo allenatore capace di guidarla in una finale di Coppa Italia, i biancocelesti hanno sfoderato una prestazione sontuosa, non finita in una goleada solo per l’imprecisione negli ultimi 16 metri. In quel momento è cambiato qualcosa nella convinzione degli uomini di Inzaghi, che hanno cambiato marcia e non si sono più fermati.

Dybala-Higuain vs Immobile e gli altri

Gli attacchi in primo piano, dicevamo. Dybala, con 4 reti, è il capocannoniere della competizione (al pari di Borriello e Pandev) e subito a ruota lo segue Higuain con 3 reti.  Il duo argentino ha sbaragliato tutte le difese affrontate finora e in ottica finale c’è da dire anche che il Pipita ha un conto aperto con la Lazio. I biancocelesti sono la sua vittima preferita: contro di loro, in 11 partite di campionato e Coppa Italia, ha segnato la bellezza di 13 reti. Dall’altro lato ci sono però Immobile e la sorpresa Milinkovic-Savic, con 3 reti a testa, senza dimenticare due funamboli come Felipe Anderson e Keita.

Proprio il senegalese, nella stagione che lo ha visto finalmente esplodere, è uno degli obiettivi di mercato dei bianconeri. Col contratto in scadenza nel 2018, che quasi certamente non sarà rinnovato, Keita ha solo da scegliere in quale squadra andare. La Juve lo vuole, lui è legato alla Lazio da un sentimento sincero e vuole regalare ai tifosi una gioia prima di partire. Farlo proprio contro i bianconeri, poi, sarebbe ancora più significativo.

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Senza Khedira e Pjanic, tocca a Marchisio

Viste le assenze di Sami Khedira, forse l’uomo barometro della squadra, e di Miralem Pjanic, il peso del centrocampo bianconero ricadrà soprattutto sulle spalle di Marchisio. Il principino, reduce dal grave infortunio dello scorso anno, è chiamato a una prestazione maiuscola. Di partite intere ne ha giocate poche, ma è chiamato a una gara di sacrificio e sapienza tattica. Al suo fianco probabile la presenza di uno tra Lemina e Rincon. Proprio lì in mezzo la Lazio dovrà cercare di prendere in mano il gioco, vista la superiorità numerica e tecnica del reparto biancoceleste rispetto a quello che sarà schierato dagli avversari. Se il già citato Milinkovic-Savic, Parolo e Biglia riusciranno a prevalere a centrocampo, la Lazio avrà buone possibilità di mettere in difficoltà la Juve.