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Juventus

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Domenica 13 agosto, ore 20.45, primo appuntamento ufficiale della nuova stagione calcistica. Allo Stadio Olimpico di Roma andrà in scena la finale di Supercoppa italiana tra Juventus e Lazio. Bianconeri e biancocelesti si contendono il primo trofeo dell’annata 2017-2018.

Si prospetta una gara scoppiettante tra due compagini che vogliono iniziare l’anno col piede giusto in attesa degli ultimi colpi di mercato. La partita sarà il re-match della finale di Coppa Italia, per cui vedremo una Lazio vogliosa di rivincita e una Juve a caccia di conferme, dopo la sconfitta in finale di Champions League contro il Real Madrid e la partenza del leader difensivo Leonardo Bonucci.

Mister Massimiliano Allegri, dopo l’ennesima stagione esaltante in Italia e gli arrivi di Bernardeschi e Douglas Costa, può continuare a sorridere col recupero completo di un giocatore fondamentale per il suo centrocampo: Claudio Marchisio. Il numero 8 bianconero scalpita per un posto da titolare ed è pronto a sfidare i suoi compagni di reparto, Pjanic e Khedira, per una maglia da titolare.

Starà alla Lazio tentare di porre fine alla tirannia sportiva della Juventus in Italia, spezzando una sorta di maledizione. Sono infatti quattro le finali a livello nazionale tra le due squadre e tutte sono finite a favore della Vecchia Signora, uno score considerevole. Dopo la cessione al Milan di capitan Biglia, Simone Inzaghi si affiderà ai suoi uomini migliori, Immobile e Keita su tutti, nonostante le sirene di mercato vogliano il senegalese ad un passo dal vestire proprio la maglia bianconera.

Sono Juventus e Milan le squadre a poter vantare più Supercoppe italiane in bacheca, ben 7, ma al tempo stesso il club torinese detiene anche il record di finali perse: 5.

Queste le probabili formazioni.

Juventus (4-2-3-1): Buffon; Lichtsteiner, Barzagli, Chiellini, Alex Sandro; Khedira, Pjanic; Douglas Costa, Dybala, Mandzukic; Higuain. All. Allegri

Lazio (3-5-2): Strakosha; Wallace, De Vrij, Radu; Basta, Parolo, Leiva, Milinkovic-Savic, Lulic; Keita, Immobile.

Sarà possibile vedere la partita in chiaro su Rai 1 ed anche in streaming sul sito della Rai. La Lazio cerca vendetta, la Juve intravede l’ennesimo titolo nazionale: chi avrà la meglio?

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Neymar PSG

Prima Leonardo Bonucci, poi Neymar. Se il primo trasferimento ha fatto rumore prevalentemente in Italia, il secondo è diventato un fenomeno planetario. Per le cifre, 222 milioni di euro (la clausola di rescissione posta dal Barcellona sul gioiellino sudamericano) e perché Neymar non è solo un giocatore, ma un vero e proprio brand.

Bonucci e Neymar, uno difensore e l’altro attaccante, non avrebbero nulla in comune. Apparentemente. In realtà, oltre che essere sulle prime pagine dei giornali in questa rovente estate 2017, hanno deciso entrambi di fare un passo indietro. Il primo ha lasciato la Juventus dopo sei scudetti, due finali di Champions perse, Coppe Italia e Supercoppe italiane. Per andare a giocare nel Milan che, invece, è ripartito dai preliminari di Europa League. Lo ha fatto per gli attriti con Massimiliano Allegri, forse per i soldi. Di certo, ha deciso di rimettersi in gioco. Ha detto che alla Juve non si sentiva più importante, se non a fasi alterne, in rossonero sarà il leader della difesa. E non solo. L’uomo che dovrà restituire un’anima guerriera al Diavolo.

Neymar ha lasciato il Barcellona, per molti il massimo tra i club, anzi ‘mes que un club’, per dirla alla catalana. Ha lasciato una squadra capace di vincere la Champions League, di laurearsi campione del mondo, di lottare ogni anno da pari a pari con l’altra grande di Spagna e del mondo, il Real Madrid. Ha sciolto la MSN – Messi-Suarez-Neymar – probabilmente il miglior tridente nella storia del calcio. E lo ha fatto per andare a Parigi, al Paris Saint Germain degli sceicchi. Urbi et orbi, ha spiegato di aver preso questa decisione perché ama le sfide. Effettivamente, il Psg – pur avendo speso moltissimo in questi anni – la Champions finora l’ha vista solo in fotografia. Ed è chiaro che sotto la Tour Eiffel si punti proprio a questa. Altrimenti, non avrebbe senso il trasferimento, giusto? Né l’impegno economico degli sceicchi danarosi. Che vincere la Ligue 1 non è un’impresa, di sicuro non come prevalere nella Liga spagnola. Che giocare in un campionato come quello francese non è come farlo in quello iberico. Che, in competitività, surclassa i cugini transalpini.

Neymar, come Bonucci, aumenta e di molto il suo conto in banca a Parigi. Ma a Barcellona non sarebbe stato povero, di certo. Anche lui, dunque, fa un passo indietro. Di allenanti, in Francia, troverà sì e noi 2 – 3 squadre. Contro tutte le altre, potrà concedere molto alla platea. Riempirà gli stadi già solo il nome, come ha fatto al Parco dei Principi pure senza giocare. Ma può bastargli? Dicono che il cognome Messi lo offuscasse e che volesse andarsene per essere il numero uno. Lo è, a Parigi, dove fino a un paio d’anni fa era pure Zlatan Ibrahimovic. Non per niente, entrambi hanno fatto colorare la Tour Eiffel. Pure Ibra lasciò il ‘grande calcio‘ a caccia della Champions. E scelse Paris. Ma fallì. Guidando però i rossoblù parigini a vincere tanto in patria (ma, ripetiamo, il campionato francese viene di sicuro dopo quello inglese, quello tedesco, quello spagnolo e quello italiano).

Lionel Messi, Neymar e Luis Suárez festeggiano uno dei tanti gol del Barcellona nella stagione 2015-2016.

Se vogliamo restare alla cronaca recente, la stessa cosa ha fatto Paul Pogba. Decisamente in rampa di lancio con la Juventus, reduce anche lui da una finale di Champions persa, ma con prospettive di giocarne ancora, decise di tornare all’ovile, al Manchester United. Dove ha vinto, sì, ma l’Europa League. In questo caso, però, il discorso differisce un po’ dagli altre tre. La Premier è affascinante, il Polpo è nato calcisticamente proprio in questa città. Aveva saudade, insomma.

E allora, tornando agli ultimi due, il passo del gambero c’è stato. Ma nel calcio dicono che vincere annoi. E allora si cercano nuove sfide. La stessa cosa fece Antonio Conte, lasciando la Juventus dei tre scudetti consecutivi. O José Mourinho, lasciando l’Inter orfana subito dopo lo storico ‘Triplete’.

Leonardo Bonucci e Neymar jr. sanno che dovranno pedalare, ma anche che nelle nuove squadre loro in spogliatoio avranno l’ultima parola. A Barcellona, Neymar giocava ‘in funzione di’; a Parigi, saranno gli altri a sbattersi (tutti) per lui. A Torino, Bonny sapeva che la Bbc era quasi insuperabile. Il miglior modo per farsi rimpiangere da chi forse gliene aveva dette anche troppe (vero, Max?) è non solo riportare il Milan ai vertici, ma anche guardare come i vecchi compagni e amiconi della difesa se la cavino meno bene senza di lui.

L'ultima volta di Zlatan Ibrahimović con la maglia del PSG.

Forse qualche brivido lo proveranno entrambi la prima volta che torneranno sul luogo del delitto. Allo Juventus Stadium che, però, ora si chiama Allianz Stadium e forse a Leonardo peserà un po’ meno – entrando allo stadio – vedere la nuova scritta e non quella dei tanti successi. Al Camp Nou dove tutti si inchinano per le reti di Messi e urlano ‘Messi, Messi’, ma dove agli ex considerati traditori riservano trattamenti mica da poco (chiedere a Luis Figo per chiarimenti). Ovvio, Neymar non è andato al Real Madrid, ma un po’ tutti – dal presidente al magazziniere, passando per il bambino in curva – pensano che lui abbia tradito la causa. Perché essere tifosi del Barcellona ed essere giocatori del Barça significa fare una scelta pure politica: stare dalla parte di chi vuole l’indipendenza da Madrid. Andare a Parigi, invece, significa essere ‘mercenari’, guidati dal dio denaro. Che se un giorno lo sceicco dovesse stancarsi, potrebbe pure saltare tutto il circo. E chissà se fino ad allora qualcuno quella Champions l’avrà alzata.

Bonucci, poi, al Milan rischia addirittura di prendersi la fascia da capitano. Da ultimo arrivato. Ma del resto, già Kessie gli ha dovuto cedere la maglia numero 19. Insomma, il tappetino rosso per Bonny è già stato steso da tempo. Alla Juve non era così, no, ma in curva lo striscione con il difensore che esulta dicendo a tutti di sciacquarsi la bocca prima di parlare di lui e della Juventus, non ci sarà più. E anche questo, a ben pensarci, sarà strano. Per tutti, per lui anche.

Siamo troppo romantici? Può darsi. Le bandiere non ci sono più, i calciatori scelgono, e spesso scelgono il miglior ingaggio. E chi resta a guardia di una fede piange per un po’, ma poi elegge nuovi idoli. Così come chi ti insultava fino a poche ore prima, ora ti acclama come un Messia. E in questo caso, Messi non c’entra. Lui è fedele. L’ultima bandiera. Insieme a un certo Gigi Buffon. Toh, che caso, ma non giocano proprio a Barcellona e a Torino?

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E se il vero acquisto per il centrocampo della Juventus edizione 2017/2018 fosse un volto che nelle stanze bianconere conoscono da due decenni? Già, perché la tourneè statunitense coincisa con l’International Champions Cup, messa in archivio con due vittorie (Psg e Roma, contro i giallorossi ai rigori) e una sconfitta di misura contro il Barcellona sembra aver restituito alla Vecchia Signora del calcio italiano il calciatore totale che in tanti ricordavano. Claudio Marchisio.

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Scusate il ritardo

È il post-it virtuale affisso sull’armadietto del Principino. Il ko rimediato ad aprile 2016 contro il Palermo, a 30 anni suonati, era parso più che un campanello d’allarme: rottura del legamento crociato, addio agli Europei con l’Italia di Conte e gerarchie da scalare nella stagione bianconera. Il ritorno in campo a fine ottobre contro la Sampdoria e i primi, confortanti segnali erano stati presto superati da un inverno con tanta semina calcistica e poca raccolta: molti minuti in campo, meno squilli alla Marchisio, soprattutto davanti alla porta avversaria. Un processo di arretramento avviato con l’addio di Pirlo nell’estate 2015 e proseguito con il passaggio al 4-2-3-1 di Massimiliano Allegri. La scorsa annata si era chiusa con 29 presenze, 2 reti, 4 assist e la sensazione di non essere più indispensabile.

Claudio Marchisio con maglia Juventus

Vento d’estate

Dubbi dissipati al caldo degli Stati Uniti d’America, dove Marchisio è subito apparso uno degli elementi più in palla nella rosa di Allegri. Mediano a due, accanto a Pjanic o Khedira, o trequartista alle spalle della prima punta, ruolo nel quale Conte lo aveva testato nella stagione 2012/2013, seppur in un inedito 3-5-1-1. Proprio negli ultimi 20 metri è nata la rete del temporaneo 2-1 nella vittoria per 3-2 contro il Paris Saint-Germain: sponda di Kean, il Principino arma il mancino e scarica sotto l’incrocio. Un concetto ribadito dal dischetto pochi minuti dopo. A dimostrazione che le vecchie abitudini non si perdono con il tempo: d’altronde, non si realizzano 37 reti in 400 partite ufficiali per caso, se sei “semplicemente” un centrocampista. Messaggio forte e chiaro, spedito dalle sponde dell’Oceano Atlantico in direzione Torino. Con pochi fronzoli davanti a microfoni e telecamere e un solo messaggio affidato ai social prima del ritorno in Italia e poche ore dopo la vittoria ai rigori contro la Roma:

Finisce qui questa avventura americana, con un’altra buona prestazione. Adesso si torna a casa

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Arma tattica

La scelta della foto in alto non è casuale: da un lato Claudio Marchisio, dall’altro Paulo Dybala. Due estremi del mondo bianconero. La fatica di chi è passato anche per l’onta della B prima di toccare le vette della Serie A e sognare la Champions League da un lato, la classe cristallina e gli orizzonti ampi – con vista sul Barcellona – di un campione in erba che nella Torino bianconera sperano possa diventare presto un simbolo.

Il rovescio della medaglia, però, si estende anche al rettangolo di gioco: Marchisio trequartista o centrocampista aggiunto in alcune partite dove sarà necessario avere più equilibrio e passare al 4-3-3 è più di un’idea per Allegri. Surrogato di Pjanic e Khedira o fedele scudiero di entrambi, il Principino potrebbe risultare il nuovo acquisto in un centrocampo che oggi manca di un tassello, completato da gregari come Rincon e Sturaro, partenti come Lemina e promesse in erba come Bentancurt: con Emre Can blindato dal Liverpool, Matic passato al Manchester United e un Matuidi che stenta a superare le Alpi, più di una semplice ipotesi.

Claudio Marchisio e Gigi Buffon

Un Principe non abbandona la sua Signora

Dei “fantastici 6”, ovvero i calciatori della rosa bianconera che hanno conquistato il sestetto di scudetti consecutivi e le tre vittorie in Coppa Italia dal 2011 ad oggi, Leonardo Bonucci ha salutato la Mole direzione Milano. E lo stesso Stephan Lichtsteiner non è così sicuro della permanenza a Torino. Così, il recupero di Marchisio full time rappresenterebbe per la Juventus, oltre che un’iniezione di qualità e gamba in mediana, anche un segnale di continuità tra passato e futuro: gli altri protagonisti della sestina da record, Gigi Buffon, Andrea Barzagli e Giorgio Chiellini, superano per primavere il centrocampista rispettivamente di 8, 5 e 2 anni. Un poker di “over 30” che per ora non ha intenzione di cedere il passo, dentro e fuori dal campo, come testimonia un video postato su Instagram dallo stesso Marchisio in compagnia del numero 15 bianconero.

 

FRIENDSHIP… THIS IS THE LIFE!! @andreabarzagli15 #MC8 #life #moments #dayoff #ibiza

Un post condiviso da Claudio Marchisio (@marchisiocla8) in data:

Continuità e tradizione, come da storia della Juventus. In comune Marchisio e Barzagli hanno qualcosa che va oltre la semplice amicizia: hanno vissuto le macerie bianconere (anche se per soli sei mesi il difensore) e sanno che tornare in basso è molto semplice. A loro e alle altre guide dello spogliatoio il compito di consolidare un gruppo sempre più “azzurro”: gli arrivi di Bernardeschi e De Sciglio hanno ampliato la schiera di calciatori nel giro dell’Italia a disposizione di Allegri e nelle retrovie chiede spazio Rugani. Per Marchisio i tempi della mezz’ala goleador dai mille inserimenti sono lontani, ma la forma fisica sembra quella di una volta. Per restituire (tre)quarti di nobiltà alla Vecchia Signora. Da vero Principino.

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International Champions Cup

È cominciata anche quest’anno l’International Champions Cup, torneo amichevole estivo itinerante, giunto alla quinta edizione, che porta alcune delle principali squadre d’Europa a sfidarsi in altri continenti. Anche quest’anno ci sono più squadre italiane che prendono parte alla competizione: Inter, Juventus, Milan e Roma sino a fine luglio rappresenteranno la Serie A all’estero in partite di grande fascino.

Aubameyang Milan-Borussia Dortmund

TRE GRUPPI DIFFERENTI

La composizione dell’International Champions Cup è piuttosto particolare, perché oltre alla divisione in tre zone alcune squadre giocano un numero di partite inferiore rispetto ad altre. È il caso del Milan, che ha iniziato a Guangzhou perdendo 1-3 con il Borussia Dortmund (doppietta dell’ex Pierre-Emerick Aubameyang, obiettivo del faraonico mercato rossonero) e che giocherà di nuovo soltanto sabato col Bayern Monaco, perché poi dovrà fare ritorno in Italia per preparare il terzo turno preliminare di Europa League contro l’Universitatea Craiova (andata 27 luglio in Romania, ritorno il 3 agosto), facendo saltare il derby con l’Inter a Nanchino, casa di Suning. Sono tre le nazioni diverse che ospitano il torneo: tre partite a Singapore, quattro in Cina e le restanti dodici negli Stati Uniti, in quello che è il gruppo più corposo. I rossoneri giocano solo in Cina, l’Inter anche a Singapore, mentre Juventus e Roma sono nella zona americana e peraltro proprio un derby italiano in terra straniera chiuderà l’evento, domenica 30 luglio al Gillette Stadium di Foxborough.

Luciano Spalletti Inter

PRECAMPIONATO DI SPESSORE

Lo scopo dell’International Champions Cup è portare le grandi sfide fuori dai confini europei, specialmente negli Stati Uniti dove si riempiono stadi da centomila spettatori (tre anni fa Manchester United-Real Madrid al Michigan Stadium ha fatto registrare la cifra record di 109.318 presenti), ma è anche un modo utile per le squadre di avvicinarsi alla stagione giocando partite già di un certo prestigio. Il Milan ha ridotto la sua presenza, ma l’Inter giocherà con Lione, Bayern Monaco e Chelsea, test che serviranno a Luciano Spalletti per capire quanto dover migliorare la rosa dopo il fallimento dell’anno scorso. A Juventus e Roma tocca il meglio: i bianconeri sfideranno Barcellona e PSG prima del derby, i giallorossi apriranno la zona americana coi parigini e poi se la vedranno col Tottenham. Per non farsi mancare nulla sono in programma anche un derby di Manchester a Houston e soprattutto il piatto forte di quest’anno, il Clásico Barcellona-Real Madrid all’Hard Rock Stadium di Miami (notte fra il 29 e 30 luglio, 1.30 ora italiana). Amichevoli sì, ma di valore.

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Mancano (solo) poco più di cinque settimane al via della Serie A 2017-2018 e le venti squadre sono già da qualche giorno al lavoro per preparare la nuova stagione, visto che per quasi tutte il debutto ufficiale non sarà la prima giornata di campionato prevista per il 19 e 20 agosto. In controtendenza rispetto alle altre diciannove la Juventus è l’unica che è rimasta a casa, a Vinovo, senza fare un vero e proprio ritiro ma destinando la preparazione agli allenamenti nel suo centro sportivo e alla tournée negli Stati Uniti.

Allenamento Juventus 2017-2018

SI RIPARTE SENZA RITIRO

C’è chi, come spesso accade, ha scelto località montane per la preparazione e chi, come il Bologna, ha fatto un pre-ritiro in Sardegna a Castiadas. La Juventus, invece, si è radunata il 9 luglio a Vinovo (il giorno prima i giocatori convocati, fra cui mancano i nazionali che hanno finito la stagione dopo la finale di Champions League, hanno svolto le visite mediche di rito per l’idoneità sportiva) e rimarrà nel suo centro sportivo ancora per una settimana, senza ritiro. In questi giorni era prevista la partenza per il Messico, dove i bianconeri avrebbero dovuto giocare la Supercopa Tecate con Monterrey (18 luglio) e Tigres (19 luglio), ma martedì la società ha annullato la partecipazione perché non riteneva di poter dare uno spettacolo all’altezza delle aspettative del pubblico messicano. Massimiliano Allegri prosegue il percorso precampionato a Torino, ritrovando tutti gli effettivi prima di volare negli Stati Uniti.

International Champions Cup 2017

BANCO DI PROVA STATUNITENSE

Il fulcro dell’estate della Juventus sarà quindi l’International Champions Cup, torneo che quest’anno vede i bianconeri nella zona americana. Niente amichevoli contro rappresentative locali, si parte subito dal meglio: a mezzanotte fra sabato 22 e domenica 23 sfida al Barcellona a East Rutherford, poi nella notte fra il 25 e 26 (ore 2.30 italiane) tocca al PSG a Miami. L’ultimo impegno in America è un anticipo di campionato, contro la Roma il 30 alle ore 22 a Foxborough: non sarà la partita “all’ultimo sangue in diretta dalla Valle della Morte” del film Vacanze in America (1984) ma è pur sempre un test importante per verificare la tenuta delle due big. Tornati in Italia i bianconeri, prima della Supercoppa Italiana con la Lazio il 13 agosto allo Stadio Olimpico di Roma, giocheranno un’altra partita all’estero, sabato 5 agosto a Wembley col Tottenham, mentre la classica sfida in famiglia Juventus A-Juventus B a Villar Perosa chiuderà il precampionato giovedì 17 alle ore 17.

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Qualche mese fa è comparso in libreria un libro scritto a quattro mani da Carlo Ancelotti e da un esperto di management che si intitola “Il leader calmo“. Una specie di memoriale, in cui il tecnico del Bayern riassume i princìpi che lo hanno portato a diventare l’allenatore ammirato e vincente che tutti conoscono. Un allenatore che riesce ad essere rispettato dai calciatori e a trasmettere le proprie idee anche senza utilizzare metodi da sergente di ferro, un leader calmo appunto.

“Un leader non dovrebbe mai aver bisogno di usare il pugno di ferro. L’autorità dovrebbe essere il risultato della stima e della fiducia”. Questa massima, con qualche aggiunta, potrebbe benissimo essere applicata anche per descrivere Zinedine Zidane, l’uomo che pochi giorni fa ha guidato il Real Madrid alla conquista della “Duodecima“, la dodicesima Champions, seconda consecutiva dopo quella vinta lo scorso anno sfidando l’Atletico Madrid di Simeone in un derby che (perlomeno nella massima manifestazione calcistica europea) ormai sembra avere una fine già scritta. Una vittoria netta, contro quella Juve in cui lo Zidane calciatore divenne quel fuoriclasse in grado poi di trascinare il Real alla vittoria della competizione nel 2002. Un trionfo grazie al quale la sua bacheca personale da allenatore conta già 2 Champions (consecutive, il primo a riuscirci dai tempi di Sacchi col suo Milan), le stesse di gente come Mourinho, Ferguson e dello stesso Ancelotti, che lo ha allenato per due anni a Torino e del quale è stato allenatore in seconda nel 2014, l’anno della “decima“.

Il destino poi, che a volte sembra scritto da qualche sceneggiatore invisibile, ha voluto metterli l’uno contro l’altro ai quarti di finale. Il legame tra Zizou e Carletto è forte, anche nel modo di essere allenatori. Il dialogo con i calciatori prima di tutto, la capacità di saper parlare agli uomini prima che ai professionisti senza alzare i toni, di toccare determinate corde per farli rendere al massimo. Certo, poi ci ha messo del suo, perché ogni allenatore ha le proprie idee e i propri metodi. “Da loro (in questo caso si riferisce a Lippi e Ancelotti) ho imparato moltissimo, è normale. Ora sono un miscuglio di cose e di esperienze. Alla fine, quando alleni, la cosa fondamentale è trasmettere quello che hai qui (la mano risale dallo stomaco allo sterno, con movimento a uscire, ndr), quello che senti davvero. Non posso comportarmi proprio come Marcello o Carlo, sono una persona diversa, ma so che ai giocatori devo passare quello che ho dentro, sennò non funziona, anzi è impossibile che funzioni, e se non funziona devi cambiare qualcosa. Ho sbagliato, e sbaglierò ancora altre volte, ma l’importante è trasmettere me stesso“.

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Umiltà

Non ero scarso prima e non sono un genio adesso“. Le parole nell’intervista post-finale testimoniano la grande umiltà di Zidane e sono anche una frecciatina a tutti coloro che all’inizio lo avevano definito un principiante baciato dalla fortuna di essere apprezzato da Florentino Perez, inadatto ad allenare il Real perché senza esperienza.

Fino al 2012 non aveva ancora chiaro il suo futuro e seguiva sia i corsi per diventare direttore sportivo che quelli per diventare allenatore. Poi ha deciso, ma il percorso che lo ha portato sul tetto d’Europa è stato per nulla semplice. Studio continuo, tante cose da imparare, mal di testa a fine giornata, Per uno come lui, che in campo da imparare aveva ben poco, un’atteggiamento del genere non è per nulla scontato. Molti ex grandi fuoriclasse hanno tentato, senza successo, la strada da allenatore, forse perché convinti di riuscire a trasmettere le proprie idee senza una preparazione tecnica adeguata. Zidane no, lui ha capito che senza una preparazione di base non è possibile comunicare con i calciatori in modo efficace. Ha accettato l’idea di doversi rimettere completamente in gioco, partire da zero, per imparare cose nuove. Non ha dato per scontato il fatto che le sue qualità si trasmettessero ai suoi giocatori solo grazie all’esperienza acquisita da calciatore. Nonostante abbia le sue convinzioni poi non smette mai di ascoltare gli altri, che siano membri del suo staff, calciatori o un dipendente qualsiasi del Club.

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Un’umiltà che, unita al carisma che Zidane possiede naturalmente e che deriva anche dallo status raggiunto da calciatore, gli permette di essere ascoltato dai calciatori con facilità. Che non sia uno “scienziato” del gioco come Guardiola, Klopp o Bielsa sembra assodato, ma in un contesto come quello del Real Madrid attuale probabilmente serviva uno come lui. Benitez, nei 6 mesi precedenti al suo arrivo, aveva ottenuto buoni risultati, ma era riuscito a spaccare lo spogliatoio e a inimicarsi palesemente Cristiano Ronaldo.

Zidane è arrivato in punta di piedi e ha ricostruito un gruppo sull’orlo di una crisi di nervi, senza portare grossi stravolgimenti. Quest’anno però ha già dimostrato una maturità e un pragmatismo eccezionali, soprattutto dopo l’infortunio di Gareth Bale. Due le mosse vincenti: lo spostamento di Isco sulla trequarti e quello di Ronaldo a punta centrale, con meno campo da coprire. Il portoghese in questo modo è arrivato al top della condizione ed è stato decisivo nelle partite più importanti< lo spagnolo libero di inventare dietro le punte ha dipinto calcio con la sua classe immensa.

Lo Zidane delle panchine probabilmente non passerà alla storia come inventore di calcio, quel che invece era quando indossava gli scarpini ai piedi, ma ha davanti tutta una carriera per migliorare ancora e arricchire la sua bacheca con altri trofei. Vista la partenza, non è per nulla improbabile.