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Quando l’avanzamento della trattativa Bonucci-Milan ha iniziato a circolare tra le notizie principali del calciomercato estivo, in pochi credevano che alla fine sarebbe andata davvero in porto.  Andare via da Torino per giocare in una delle rivali principali della Juventus, senza la Champions, pareva davvero uno scenario impraticabile. Alla fine però i dissapori con Allegri e la voglia di Leonardo di essere ancora al centro di un progetto, e non più uno fra tanti, ha prevalso su tutto, e in pochi giorni si è concretizzata una trattativa che sembrava davvero quasi impossibile.

Sul momento entrambe le parti avevano motivi per ritenersi più che soddisfatte: la Juventus ha incassato più di 40 milioni per un difensore di 30 anni, scontento della sua situazione, mantenendo però in rosa tutti gli altri protagonisti principali della retroguardia delle ultime stagioni (e acquistando anche il tedesco Howedes come ulteriore rinforzo nel ruolo), Bonucci è andato in una squadra che ha riconosciuto lo status da difensore top che si è guadagnato negli anni con un contratto faraonico, che lo ha subito eletto capitano e guida di un gruppo che punta fin da subito ad essere protagonista, sia in Italia che in Europa.  A distanza di qualche mese, paradossalmente, le cose non sono andate proprio come le due parti avrebbero sperato, o almeno non per ora.

La Juventus, dopo 8 giornate, ha già 5 punti di ritardo dalla vetta e ad ogni partita mostra lacune difensive che nei 6 anni precedenti non aveva mai fatto intravedere.  Sono già 13 i gol subiti in 11 partite ufficiali tra Supercoppa, campionato e Champions, un numero inusuale per una squadra che ha sempre fatto della tenuta difensiva il suo principale punto di forza. Barzagli a 36 anni viene impiegato con parsimonia per sfruttare le sue doti su meno partite, Rugani non ha ancora fatto quel salto di qualità a livello mentale che gli permetterebbe di essere titolare fisso, Benatia va a fasi alterne e Howedes non si è ancora visto causa infortunio. L’unica certezza si chiama Giorgio Chiellini, ma da solo non può reggere un intero reparto, soprattutto in una squadra che gioca 2 competizioni.

Bonucci di quella difesa era la guida, e a sua volta veniva “protetto” da Chiellini e Barzagli. La loro intesa straordinaria, forgiata da Antonio Conte e rinsaldatasi negli anni successivi, ha fatto la fortuna loro e della Juve. Senza Leonardo al centro la squadra ha perso un riferimento importante e le precarie condizioni fisiche di diversi elementi della retroguardia hanno fatto pesare ancor di più la sua assenza.

Bonucci è sempre stato bravissimo a impostare il gioco e a dirigere il reparto, lasciando ai suoi due compagni le marcature più insidiose. Nel caso della Juventus degli anni passati poi, con una squadra intera a fare una fase difensiva di alto livello per un difensore la vita è più semplice. In quel contesto sono venute fuori le qualità che lo hanno portato ad essere considerato uno dei migliori al mondo nel suo ruolo, ma al Milan le cose sono molto diverse.

Una squadra in rifondazione, all’anno zero dopo l’arrivo della proprietà cinese che ha portato tantissimi calciatori nuovi, in cerca di equilibri che non è facile trovare immediatamente; un contesto totalmente diverso da quello in cui si è trovato fino a pochi mesi prima. Le responsabilità sulle sue spalle, con la fascia di capitano al braccio, sono molto maggiori, ma questo è uno dei motivi principali per i quali ha chiesto la cessione alla dirigenza bianconera.

I primi mesi in rossonero di Bonucci sono da dimenticare, tanto da aver suscitato l’ironia della rete in merito ai famosi equilibri che avrebbe dovuto spostare con il suo arrivo a Milano. Il fatto che il Milan sia ancora una squadra in fase di assestamento non può giustificare alcuni errori di posizione e di concetto che un difensore di alto livello non dovrebbe commettere. Il derby in questo senso è la partita che riassume al meglio il primo Bonucci rossonero: in ritardo sul cross di Candreva che ha portato al primo gol di Icardi, completamente fuori posizione sul cross di Perisic con lo stesso Icardi libero di colpire al volo in area di rigore.

Qualche mese fa Walter Sabatini, interpellato a proposito del quasi certo sbarco del difensore in rossonero, fu quasi profetico nell’affermare che “Bonucci al Milan indebolirà entrambe le squadre. È un trasferimento che toglierà certezze ad ognuna delle parti chiamate in causa”. 

Se ci si riferisce solo al periodo che va da agosto ad ora il dirigente dell’Inter ha avuto pienamente ragione: il paradosso di Bonucci è nell’aver indebolito contemporaneamente la squadra che lo ha ceduto e quella che lo ha acquistato. Due mesi però sono ancora pochi per dare sentenze definitive e nel calcio le situazioni possono cambiare molto velocemente. Starà alla società bianconera dimostrare di poter reggere dietro, anche senza il giocatore che ha guidato la difesa degli ultimi 6 scudetti, e allo stesso Bonucci dimostrare di poter essere un difensore di livello mondiale anche in una squadra che non si chiama Juventus.

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Il Napoli comanda con 24 punti su 24, la Juventus arranca a 19, dopo aver conquistato un solo punto nelle ultime due partite e aver perso prima il comando e poi anche la seconda posizione. Il Napoli sta giocando alla grande e sta dando dimostrazione di grande solidità, i bianconeri di Massimiliano Allegri stanno attraversando una piccola crisi.

Ma da cosa può dipendere questa situazione, oltre che da un calo fisiologico di chi arriva da sei scudetti consecutivi? Anche da un differente utilizzo della rosa. Maurizio Sarri sta impiegando moltissimo i cosiddetti titolarissimi, soprattutto in difesa e in attacco (dove, con Milik fuori fino a gennaio, il tridente Insigne-Mertens-Callejon gioca sia in campionato sia in Champions). Massimiliano Allegri, invece, sta facendo ampio uso del turnover, anche a scapito del risultato qualche volta, ma facendo leva probabilmente sul lungo termine. Il tecnico juventino non vuole che qualcuno non si senta parte del progetto e così dentro Asamoah e fuori Alex Sandro, dentro Bernardeschi e Dybala in panchina. Solo a centrocampo la coperta è un po’ corta a causa degli infortuni che hanno colpito il reparto.

L’intento di Allegri è di avere tutti contenti e un po’ meno stanchi a marzo-aprile, quello di Sarri pare essere prendere il massimo vantaggio in campionato adesso, anche a scapito della Champions, per poi amministrare nei mesi più caldi.

Ma guardiamo un po’ di numeri. In casa Juve, persino il portiere, Gigi Buffon, non è titolare fisso. Ha saltato due partite il capitano, lasciando spazio al polacco Szcsesny. Dall’altra parte, invece, Reina le ha giocate tutte e 8. Uno come Alex Sandro è apparentemente insostituibile, ma nella Juve ha giocato metà delle partite (4, con, 383 minuti totali) per lasciare spazio ad Asamoah (4, 382 minuti): un turnover addirittura scientifico, per non dire matematico, con lo stesso numero di minuti in campo per i due esterni di sinistra.

Nella difesa napoletana, Albiol (6 partite, 522 minuti), Ghoulam (8, 753), Hysaj (6, 554) e Koulibaly (8, 756) sono praticamente sempre presenti, con uno spazio davvero piccolo per Maksimovic (un match, 96 minuti). A Torino, invece, si alternano pure al centro della difesa: Barzagli, Chiellini, Benatia e Rugani (Chiello il più utilizzato, 6 partite e 577 minuti). Per necessità, è Lichtsteiner che in campionato le gioca tutte (8, 578 minuti) a causa dell’infortunio di De Sciglio e perché in Champions League non è iscritto alla lista Uefa.

A centrocampo, il Napoli utilizza sempre Allan e Hamsik, mentre Diawara e Jorginho sono i primi cambi (con quest’ultimo che in realtà è un titolare aggiunto). Rog conta 6 apparizioni, ma per appena 94 minuti, così come Giaccherini (2, 54). Zielinski viene spesso utilizzato a centrocampo da Sarri, infatti ha all’attivo ben 317 minuti e 6 partite. In casa Juve, con Marchisio fuori per infortunio, Khedira che spesso si ferma e Pjanic che è stato assente nell’ultimo mese, hanno dovuto tirare la carretta Matuidi (8 presenze, 608 minuti) e Bentancur (6, 334). Due nuovi arrivati, il che potrebbe portare a pensare che anche i meccanismi dei campioni d’Italia ancora non siano perfettamente oliati.

In fase offensiva, Sarri non rinuncia mai al tridente delle meraviglie, con Callejon, Insigne e Mertens che hanno giocato sempre (723 minuti per Insigne, 672 per Callejon e 665 per Mertens). Praticamente mai visto Ounas (2 partite per 36 minuti, Milik ha avuto tempo di segnare un gol in tre apparizioni (per 97 minuti complessivi) prima di infortunarsi.

Allegri, invece, praticamente mai rinuncia a Mandzukic (8 partite, 724 minuti), si affida spesso pure a Higuain come terminale offensivo (8, 646), ma poi ruota gli uomini. Dybala conta 6 presenze per 618 minuti, Bernardeschi 6 per 182 minuti, Cuadrado 6 per 443 minuti, Douglas Costa 6 per 255 minuti. Senza dimenticare che qualche volta pure Sturaro è entrato nei tre dietro la punta, oppure a centrocampo, o sulla destra per Lichtsteiner (3 partite per l’ex genoano, 191 minuti).

I dati confermano quanto detto a parole: filosofia diversa per le due squadre che dovrebbero contendersi lo scudetto alla fine, anche se di mezzo in questo momento c’è l’Inter. Forse anche per questo motivo Sarri si lamenta spesso del calendario, delle grandi sfide ravvicinate: sa di star giocando con il fuoco della stanchezza, spera di arrivare a Natale con un vantaggio incolmabile per poi mischiare un po’ le carte. Allegri, invece, cerca di restare in scia con il proposito opposto: scatenare il gruppo all’inseguimento quando l’inverno comincerà a diventare più mite. Sperando di essere ancora in lizza, a febbraio, per tutti e tre gli obiettivi.

Una gran rincorsa è già riuscita alla Juve, dopo una partenza falsa, non come questa che tutto sommato conta 6 vittorie, 1 pari e 1 sconfitta. Riuscirà di nuovo nell’impresa mettendo il gruppo al primo posto?

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Si dice “il” VAR o “la” VAR? L’interrogativo  dell’estate, vissuto tra ombrelloni, drink e propositi di ferie, ha presto ceduto il passo a un altro punto di domanda: serve o no? L’occhio virtuale, sintesi di Video Assistant Referee (abbreviato in VAR) e Assistant Video Assistant Referee (AVAR) composto dai due ufficiali di gara che collaborano con l’arbitro in campo esaminando le situazioni dubbie della partita tramite l’ausilio di filmati in situazioni dubbie – segnatura di un gol, assegnazione di un calcio di rigore, espulsione diretta o errore di identità del calciatore – ha già fatto discutere abbastanza. Tanto da rendere un bilancio maturo.

Occhio virtuale, realtà e dubbi

Basta vedere gli ultimi episodi del weekend in Serie A per capire che la VAR (sì, quando si parla della tecnologia si usa l’articolo femminile) non lascia indifferenti: come potrebbe, in uno sport nel quale la componente umana, dai calciatori agli arbitri, è tutto? La rete prima annullata e poi convalidata a Kean in Torino-Verona 2-2; il centro annullato a Mandzukic e il rigore concesso alla Juventus in Atalanta-Juventus 2-2; l’esultanza frenata di Iemmello in Benevento-Inter 1-2. Sono tre volti della stessa medaglia: cercare dei compromessi sulla gestione, tra il necessario aiuto della tecnologia e la valutazione finale, sempre lasciata all’uomo. La sensazione tra gli addetti ai lavori è che però più di qualcuno abbia individuato negli interventi del VAR un carissimo nemico.

“Partite da quattro ore l’una”

Tra questi, c’è Massimiliano Allegri. L’allenatore della Juventus ha lasciato ventilare nella mixed zone dello stadio “Atleti Azzurri d’Italia” un rischio che il calcio italiano corre: somigliare al baseball, o al basket, sport del quale lo stesso “Acciughina” è tifoso e buon giocatore. Tempi dilatati, attitudine al replay, meno ritmo. Eppure, orologio al polso, il doppio intervento della tecnologia nel pari di Higuain e compagni a Bergamo è “costato” sei minuti di recupero: quante volte abbiamo visto extra-time così intensi a causa di perdite di tempo e proteste? Non poche.  E in casa Juventus non è il solo a pensarla così, vista anche la recente squalifica incassata dal direttore sportivo bianconero Fabio Paratici: inibizione fino al 15 ottobre ed ammenda di 20mila euro

per avere, al termine della gara, nel tunnel che conduce agli spogliatoi, proferito espressioni gravemente ingiuriose e insultanti nei confronti del Var.

Il dibattito è per certi versi già feroce. La VAR, impossibile negarlo, ha già risolto una ventina di situazioni pruriginose nelle prime 70 partite di Serie A: in alcuni casi lo statement “nemmeno 10 replay possono fare chiarezza”, frase spesso abusata dai commentatori televisivi, è diventato una solida realtà. In quel caso, tocca al capitale umano farsi valere: l’arbitro.

Gli arbitri la promuovono: a patto di non perdere il potere decisionale

Chissà come avranno accolto la tesi della Juventus nelle stanze dell’Associazione Italiana Arbitri. Di certo, pubblicamente la direzione di gara di Atalanta-Juventus, affidata ad Antonio Damato della sezione AIA di Barletta, è stata giudicata “impeccabile” quanto a utilizzo della VAR, affidata a Orsato. In occasione della rete annullata a Mandzukic per quello che sarebbe stato l’1-3 bianconero, la Vecchia Signora aveva contestato la tempistica: dal fallo di Lichtsteiner su Gomez al centro, infatti, sono passati 11 secondi. Troppi? Non per una delle cosidette ‘match-changing situation’, ovvero la necessità di controllare la regolarità di un gol nell’interezza della zona di attacco. Lo stesso dicasi per il mani di Petagna, che ha condotto al rigore parato da Berisha a Dybala: Damato “chiama” il fallo, Orsato ha dei dubbi e nasce il confronto, che ha poi confermato la decisione iniziale.

Chissà cosa hanno pensato del “guardalinee virtuale” dall’altra parte di Torino, quella granata. Al veronese Kean era stata inizialmente annullata la gioia del 2-1, poi “autorizzata” con la tecnologia. Scelta giusta? Con la bidimensionalità della tecnologia, la certezza assoluta è ancora un elemento non riscontrabile. È lì che la classe arbitrale è chiamata a intervenire: meno sollecitata, ma più preparata. Come il portiere di una grande squadra. Decisivo nelle poche occasioni nelle quali gli avversari, in questo caso i dubbi, bussano alla porta.

Una costante: le polemiche

Juventus e Napoli prime con 18 punti, Roma quarta, Inter ottava.  La situazione dopo sette turni nell’ultimo torneo di A senza VAR, edizione 2016/2017, era questa. Oggi troviamo il Napoli primo in solitaria a punteggio pieno, con i bianconeri a -2. A guadagnare sensibili posizioni è stata l’Inter, a quota 19 e in seconda posizione. Equilibri spostati, ma senza sconvolgimenti: a confermare che in campo ci vanno prima le forze dei calciatori e poi le altre componenti. Rispetto alla scorsa stagione, a indurre all’ottimismo è un dato: la media di errori evitati da inizio campionato ad oggi con VAR è di 3 a giornata. Numeri che proiettati sui 38 turni supererebbero quota 100.  Allora, forse, sarebbe il caso di concedere cinque mesi di rodaggio di qui a marzo, quando le partite “potrebbero durare quattro ore”. Ben consapevoli che non è questo il tipo di calcio chiesto dai vertici arbitrali.  Così come sanno che la perfezione non esiste.  Ma la si può avvicinare, cooperando: per cancellare le polemiche, cambiare sport. Con buona pace della tecnologia.

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Assistere a partite come Benevento-Roma, in Serie A, ormai è una consuetudine sempre più diffusa. Una delle prime 4-5 in classifica gioca contro una delle ultime e porta a casa i 3 punti con una facilità quasi disarmante, quasi come se fosse un allenamento con la primavera. Neanche il fattore campo riesce ad incidere più di tanto su questo trend, che negli ultimi anni ha reso il campionato Italiano molto meno sfidante e molto più disequilibrato. Ovviamente la squadra di Baroni (che risulta essere la peggiore di quelle che giocano nei 5 campionati più importanti d’Europa) è solo l’ultima delle formazioni che, dopo essere arrivate in Serie A, mostrano difficoltà a confrontarsi con un livello superiore a quello a cui sono state abituate.

La differenza tra le prime e le ultime sembra una voragine che ogni anno diventa più larga e profonda. Nel campionato 2016/2017 a fine anno la differenza tra i punti conquistati da Juve, Napoli e Roma (le prime 3) e Palermo, Empoli e Pescara (le ultime 3) è stata di 188 punti, la più alta da quando esistono i 3 punti. Quest’anno, visto l’andamento delle prime 6 giornata, il primato in negativo della scorsa stagione è già in bilico. La differenza ora è di 48 punti (Juve, Napoli e Inter hanno totalizzato 52 punti, Genoa, Verona e Benevento solo 4), mentre nella scorsa stagione dopo 6 giornate era di 32 punti (Juve, Napoli e Inter avevano totalizzato 40 punti, Empoli, Atalanta e Crotone ne avevano totalizzati 8).

 

Niente più sorprese insomma, con le possibilità delle “piccole” di far risultato contro le prime della fila sempre più ridotte al lumicino. Negli altri principali campionati europei la situazione è migliore, ma non di tanto, per non parlare della Champions League, che durante la prima fase vede sempre più squadre-materasso che vanno a influenzare l’andamento dei gironi.

Gli ultimi, insomma, sono sempre più ultimi. Aumentare il numero delle partite per riempire il calendario ha portato a un abbassamento del livello generale del calcio, un problema che neanche il Fair Play Finanziario attuato dalla Uefa riesce a risolvere.  Rimanendo nel nostro “orticello“, ultimamente si sta parlando molto del ritorno della Serie A a 18 squadre, una soluzione che andrebbe di sicuro a migliorare il livello dei club che partecipano al campionato.

Lo stesso Tavecchio ne ha parlato qualche giorno fa (spiegando di aver sempre detto “che i campionati professionistici vanno ridotti. E con questo intendo la Serie A, la B e soprattutto la Lega di C. Finché abbiamo le normative per cui la decisione di ridurre i campionati compete ai soggetti partecipanti sarà difficile portare a compimento la questione. I fatti sono questi. La volontà c’è, ma quelli della parte destra della classifica non votano per quelli della parte sinistra. E per ridurre i campionati ci vogliono maggioranze qualificate.  Con l’inizio dell’anno apriremo un tavolo molto chiaro esponendo i risultati che potrebbero far capire com’è la situazione. Io mi auguro che si possa arrivare a una soluzione ragionevole nell’arco di 3-4 anni.”)

Alzare il livello qualitativo significa anche avere maggior potere nel momento della vendita dei diritti televisivi, fondamentali per i bilanci di tutti i club. Il famoso sfogo telefonico di Lotito di due anni e mezzo fa (“fra tre anni se c’abbiamo Latina, Frosinone, chi c… li compra i diritti? Non sanno manco che esiste, Frosinone. Il Carpi… E questi non se lo pongono il problema!”), per quanto sbagliato nei modi e nei termini utilizzati, nella sostanza metteva in evidenza un problema reale, che in qualche modo deve essere affrontato. Così come dovrà essere affrontato in seguito anche il problema della redistribuzione dei proventi dei diritti, finora troppo a vantaggio dei grandi club.

Gli ultimi saranno gli ultimi se i primi sono irraggiungibili, cantava qualche anno fa Frankie Hi-NRG. Una frase che riassume meglio di tutte la situazione del nostro calcio (anche se la canzone parlava di altro). Se non si agisce in tempi brevi per cercare di migliorare la situazione attuale della Serie A il rischio è quello di continuare a vedere sempre più partite come Benevento-Roma, già decise molto prima del calcio d’inizio.

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Sabato 23 settembre, minuti finali di Juventus-Torino: con il derby della Mole sul punteggio di 3-0 (terminerà in poker per il centro di Dybala nel recupero) e i granata in 10 uomini per l’espulsione di Baselli nella prima frazione, i bianconeri giocano con un solo obiettivo: far segnare il loro centravanti, fresco di ingresso in campo al posto di Mario Mandzukic. Una “non-notizia”, tanti e tali sono i casi simili nel calcio. Il bomber in difficoltà o agli esordi, supportato dalla squadra, consapevole a sua volta dell’importanza della rete per un attaccante. Una notizia, se pensiamo che quel centravanti indossa la maglia numero 9 e ha un nome e cognome discretamente ingombranti: Gonzalo Higuain.

Pipita d’oro opaco

Già, perchè la situazione del Pipita in questa prima parte della seconda stagione con la maglia della Juventus sulle spalle è ben nota a tutti: meno esplosivo e più nervoso del solito, con sole (è il caso di dirlo, quando si parla di attaccanti di questa classe) 2 reti all’attivo in 8 partite stagionali tra serie A, Champions League e Supercoppa Italiana. Come se il filo rosso con la finale di Cardiff, dove era stato annullato da Sergio Ramos e compagni, fosse rimasto ancora vivo: al Real Madrid si sono sostituite nell’ordine Lazio, Cagliari, Genoa, Chievo Verona, Barcellona, Sassuolo, Fiorentina e appunto Torino, ma l’esito non è mutato. Opaco, poco dinamico e immalinconito. L'”onta” della panchina per scelta tecnica è quasi una novità per lui a queste latitudini: l’aveva conosciuta all’arrivo nell’estate 2016, contro Fiorentina -con rete decisiva per il 2-1- e Lazio.

E ora?

Questa sera, allo Stadium contro l’Olympiacos, la scelta di Massimiliano Allegri potrebbe ripetersi: ancora Mandzukic al centro dell’attacco, per dare maggiore ampiezzza alla manovra e favorire la vena di Paulo Dybala, praticamente una sentenza negli ultimi 25 metri. Il rischio, concreto, è quello di “deprimere” Higuain: lo sforzo, calcolato, è quello di stimolare le corde di uno squalo dell’area di rigore, capace di realizzare 34 reti stagionali nella prima annata a Torino. D’altronde, il conte Max ha spesso ribadito un concetto: la squadra al centro di tutto. Soprattutto in una partita che la Juventus dovrà assolutamente vincere, complice il ko del Camp Nou nel match di esordio della fase a gironi. Diciamocelo chiaro, Higuain è un problema che il 99 per cento dei club europei vorrebbe avere.

Albiceleste, un dolce ricordo

Nell’uno per cento, allargando lo sguardo agli altri continenti, oggi si posiziona il Ct dell’Argentina Jorge Sampaoli. Lo stesso che nel ruolo di centravanti gli antepone Mauro Icardi e che dall’alba dell’estate non sta considerando Gonzalo per il cuore di un attacco atomico, che annovera Messi, Dybala e Aguero: l’ha escluso sia dalla lista dei convocati per le partite contro Uruguay e Venezuela della prima sosta, sia da quella per gli scontri decisivi contro Perù ed Ecuador del prossimo 5 e 10 ottobre.  Peccato che a volte gli sia passato davanti anche…Pratto, non proprio la reincarnazione di Batistuta. La storia di Higuain parla da sola. 121 reti in 264 partite nel Real Madrid. 91 in 146 nel Napoli. 31 in 69 con l’Argentina (5 in Coppa del Mondo). 34 in 63 nella Juventus. Andando oltre la copertina, però, emergono dei dati che raccontano di un centravanti meno decisivo man mano che l’asticella si alza: anche in Champions, nella scorsa stagione, ha messo a segno 5 reti, di cui solo due realmente “pesanti”, contro Lione e Monaco.

Bomber diesel, Allegri lo aspetta

“Più cerca di segnare, più i compagni lo spingono a fare gol e meno lo fa. Il gol non deve diventare un ossessione”

Parola di Massimiliano Allegri, allenatore del Pipita. Lo stesso che sa che Higuain non può essere un problema. È vero, si innervosisce quando le cose non girano e impiega più tempo degli altri a entrare in forma, ma per la Juventus resta un elemento centrale. Non più della squadra, però, un concetto che dalle parti della Torino bianconera è valso per tutti, Alessandro Del Piero e Roberto Baggio inclusi. Due numeri 10, stessi galloni sulle spalle di Paulo Dybala, che in quest’avvio di stagione sta realizzando un centro ogni 37 minuti, sopperendo all’astinenza del connazionale. Chissà che proprio dalla Joya non possano arrivare gli assist per sbloccare Higuain. Che di certo non ha dimenticato come si fa gol. La Juventus può fare a meno di Higuain? Domani, no. Questa sera, chissà.

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È tutta una questione di numeri. Di alta scuola, ma non solo. La Juventus ha deciso di dare la maglia numero 10 a Paulo Dybala, quella dei grandissimi (da Sivori a Platini, da Baggio a Del Piero) e lui sta ricambiando. Lo dicono, ancora una volta, i numeri: 8 gol in campionato in 4 partite giocate, a cui vanno aggiunte le due (inutili) fatte in Supercoppa italiana contro la Lazio. Che portano il totale a 10 (ancora questo numero). Resta lo zero in Champions League contro il Barcellona, al cospetto di Leo Messi, di cui si dice La Joya sia l’erede.

Numeri che da soli valgono il prezzo del biglietto, quelli del gol. Per bellezza stilistica e prontezza nel tiro. Tre volte ha firmato il cartellino a Marassi contro il Genoa, tre volte ha infilzato il Sassuolo a Reggio Emilia. Una Joya da esportazione, si direbbe. Ma pure all’Allianz Stadium ha infilato due perle, giocando solo mezzora contro il Chievo.

Con questo Dybala la Juve dove può arrivare? Al settimo scudetto consecutivo? Per ora, le cifre sono assolutamente monstre per l’argentino che piace tanto (pure troppo, dicono a Torino) al Barcellona. È naturalmente capocannoniere in serie A, in 100 partite con la maglia bianconera è a quota 52 gol. Lui ha detto di non volere paragoni con Messi, e allora un paragone si impone con un altro connazionale, e compagno di squadra, quel Gonzalo Higuain che invece è criticato in questo inizio di stagione (con 2 sigilli in campionato).

Può Dybala battere il record di Higuain, fresco appena di due anni e stabilito con il Napoli (36 reti in tutto il campionato)? Beh, quell’anno, il Pipita era fermo a 4 segnature in 4 partite. Aveva segnato una doppietta alla Sampdoria e una alla Lazio, entrambe al San Paolo. Fino alla 24esima giornata, l’Higuain partenopeo mantenne la strabiliante media di una rete a incontro. E poi chiuse con 36, avendo saltato pure qualche partita (tre turni di squalifica). La media gol/minuti fu impressionante quell’anno: una rete ogni 82 minuti. Il Napoli partiva sempre 1-0, insomma.

Dybala sta viaggiando su medie ancora superiori. La proiezione finale lo porterebbe addirittura a 76, record che difficilmente arriverà. Pensate: finora Paulo ha segnato ogni 37′. Per battere i 36 gol del Pipita, gli basterebbe abbassare la media a un gol ogni 86 minuti perché chiuderebbe a 37 nella classifica marcatori. Il migliore di tutti i tempi. Dybala sta facendo meglio anche dell’attaccante dell’Inter, Mauro Icardi, uno che di gol se ne intende eccome: ha segnato una rete ogni 70 minuti (e ogni 16 tocchi di palla). Il 9 interista in classifica è distante tre reti da Dybala che, ricordiamolo, prima punta non è, lasciando l’incombenza proprio a Higuain.

Se qualcuno ipotizza che ormai possa chiamarsi Tribala per via delle triplette, non sbaglia. Ha eguagliato intanto David Trezeguet, altro juventino entrato negli annali per i tanti portieri che ha battuto: nel 2007/2008 segnò due triplette a questo punto della stagione. Ma Dybala punta ancora più in alto, a superare il recordman di triplette in una singola stagione, l’argentino Pedro Manfredini, che ne fece quattro in tutto l’anno 1960/61 con la maglia della Roma. Da allora, diventò Mantredini.

Se Paulo La Joya dovesse anche solo eguagliare Manfredini, diventerebbe il giocatore della Juventus con più triplette in un anno calcistico. Al top c’è, un altro numero 10, un altro argentino, Omar Sivori che, nel 1960/61, ne fece tre. Quello che è sicuro è che nessuno dei re dei bomber del nostro campionato, negli ultimi 15 anni, aveva mai toccato quota 8 gol dopo quattro giornate. Quello che si avvicina maggiormente è Totò Di Natale, a quota 6 con l’Udinese nel 2006/2007.

Dybala ha segnato finora in tutte le partite di campionato. Nella storia recente della serie A è riuscito ad Adriano nel 2003 con l’Inter, a Luca Toni nel 2005 con la Fiorentina e a un difensore, Christian Terlizzi, con il Palermo nel 2005.

Se ne avete basta di numeri e simili, allora parliamo anche del perché la Juve – felicità a parte per Dybala – debba comunque temere di non confermarsi campione d’Italia. Ha già subito tre reti in campionato nelle prime quattro giornate. Se allarghiamo il campo alle altre competizioni, siamo a quota 9 (tre dalla Lazio e tre dal Barcellona). Era dal 1990, tempi di Gigi Maifredi, che la retroguardia non soffriva tanto (9, ma in cinque sfide e non sei). Ben 5 dal Napoli in Supercoppa italiana, all’epoca, 2 dal Taranto in Coppa Italia, 2 in A da Atalanta e Parma. Quella Juve terminò il campionato al settimo posto, uno dei peggiori risultati in assoluto. Come a dire che puoi avere l’attacco mitraglia, un attaccante da due gol a partita, ma se non sistemi la difesa, sono guai.

Il dopo Bonucci evidentemente, là dietro, non è facile. Ma pure davanti, Dybala a parte, gli altri paiono sonnecchiare, a cominciare da Gonzalo Higuain, che ha sì segnato due gol finora, ma che pare fuori forma in zona gol. Oltre alla Joya, finora, e al Pipita, hanno fatto esultare i tifosi una volta Mandzukic e una volta Cuadrado. Poi stop. Quella che spesso è stata la cooperativa del gol, al momento ha un solista: 10 reti in tutto su un totale di 14 segnate dall’attacco bianconero. Praticamente, è il numero 10 che si sta sobbarcando sulle spalle tutta la Juve. E quando non trova il pertugio lui, la Juve finisce al tappeto (vedi Barcellona). Detto questo, essere Dybala-dipendenti non è assolutamente una vergogna. Quasi tutte le grandi hanno un giocatore che toglie le castagne dal fuoco spesso e volentieri: per non citare solo il Barcellona con Messi (ieri autore di 4 reti nel 6-1 dei blaugrana), c’è il Real Madrid con Cristiano Ronaldo (anche se, ultimamente, anche gli altri partecipano), c’è il Bayern Monaco con Lewandowski. C’è il Paris Saint Germain che ha cominciato a dipendere da Neymar e prima lo faceva da Ibrahimovic.

In attesa di capire se Paulo Dybala rallenterà, per adesso, la Juve spolvera il suo gioiello. Che valeva 150 milioni l’estate scorsa, ma che adesso almeno 200 li vale tutti. Se poi dovesse diventare recordman in serie A, beh, almeno quanto Neymar dovrebbe costare. Soprattutto perché non è un attaccante centrale alla Icardi. Lui lo trovi pure a centrocampo a impostare. E non è cosa da poco farsi trovare lucido poi in zona gol. Immaginiamo che a lui dei record interessi relativamente, vorrebbe iniziare a mettere le mani su qualcosa di unico, tipo la Champions League, portare l’Argentina ai Mondiali, essere sul podio del Pallone d’oro, magari come numero uno, interrompendo il dominio incontrastato della Pulce e di CR7.

Segna Paulo, segna…