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Josè Mourinho

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José Mourinho Antonio Conte

Rieccoli: uno contro l’altro. Antonio Conte e José Mourinho animano, a parole, un campionato inglese che sul campo pare aver già decretato chi vincerà il titolo: il Manchester City. Lui, l’italiano che ha rifatto grande la Juventus, e il portoghese che ha portato l’Inter al Triplete, danno titoli ai tabloid inglesi (che non ne avrebbero bisogno, in realtà). Lo dicevamo all’inizio della stagione: ci divertiremo in conferenza stampa. Pensavamo a un Mou contro Pep (Guardiola), ma il secondo guarda tutti dall’alto (in tutti i sensi), e allora lo Special One prende a bersaglio Antonio da Lecce, che invece in classifica sgomita con lui per la seconda posizione.

Inizia proprio Josè. Non fa nomi, ma parla di clown che si agitano in panchina, riferendosi al tarantolato Conte: “Io non ho bisogno di fare il clown per dimostrare il mio attaccamento al Manchester United” la sentenza di Mourinho. Del resto, l’anno passato, il Chelsea ne fece quattro allo United e Mou, a partita in corso, si avvicinò all’italiano chiedendogli di ricomporsi, che non c’era bisogno di esultare in modo così sfrenato per il quarto gol. Insomma, Josè non fa nomi, ma fa feriti.

Ecco allora la conferenza stampa di Conte che, nella dialettica, rivaleggia con il portoghese. In italiano, il nostro spiega ai giornalisti inglesi che Mourinho forse soffre di “demenza senile”, ossia, non ricorda la sue esultanze smodate nel passato. Apriti cielo: il tecnico di Manchester non accetta e rilancia: “Io di errori ne ho fatti e ne farò ancora di sicuro, però non sono mai stato squalificato per calcioscommesse. Che poi, Conte, in realtà è stato sospeso per omessa denuncia, cosa diversa dalle scommesse proibite. Ma tant’è.

Voi direte che basta così. Anche perché in Inghilterra, contrariamente all’Italia, si continua a giocare, e dunque ci sarebbe da sviscerare l’eliminazione dell’Arsenal in Fa Cup a opera del Nottingham Forest. Niente da fare. Conte replica nuovamente, la stampa prende nota: “Quando offendi la persona e non conosci la verità sei un piccolo uomo. Forse lui è un piccolo uomo nel passato, nel presente e nel futuro”.

Siamo partiti dal modo di esultare, siamo arrivati alle frasi dritte e dirette alle persone. Escalation da prime pagine, l’eco arriva pure in Italia, Paese dalla polemica molto più facile di così. Chissà al Chelsea cosa ne pensano, però: il loro ex Special One che attacca Conte, dunque anche i Blues, che ormai hanno adottato il tecnico fumantino nostrano.

In questo tirar di sciabola e di spada – poco di fioretto – mancano un paio di cose: le scuse di Conte a chi soffre veramente di demenza senile, ma anche un accenno alle accuse e alla condanna del presidente del Porto per corruzione. Proprio quel Porto che è stato il trampolino di lancio per lo Special One, quel Porto che è salito sul tetto d’Europa con Mou in panchina. Dall’altra parte, è lecito pensare che a José non vada giù che qualcuno possa vincere con il Chelsea (e Conte ha conquistato la Premier League al primo colpo), oscurandone la fama immortale.

Il 24 febbraio, intanto, United e Chelsea si affronteranno davvero. Sul campo. Non prendete impegni per quella data. O anche prima visto che, da buon italiano focoso, Conte ha proposto di risolvere la cosa a due. Senza microfoni e giornali vicino. Non sappiamo se a scazzottate, a ricordi di sconfitte altrui, magari a calcio uno contro l’altro (Mou, in questo caso, sarebbe probabilmente spacciato).

Resta una cosa che nessuno dei due contendenti probabilmente potrà cambiare: la classifica. Guardiola se n’è andato, non si iscrive all’arena che Mou ha voluto aprire, a uso e consumo di giornalisti, tifosi e squadra. Se solo fosse stato più vicino Pep, il suo eterno avversario avrebbe provato a tirarlo dentro per i capelli (diciamo così).

Mourinho ama fare la guerra con le parole. E qualcuno potrebbe obiettare che questo è il suo più grande pregio, non come schiera la squadra in campo. Conte ha ricordato anche questo, disegnando il portoghese come un bullo falso: “Mi ricordo quando offese Ranieri per il suo inglese. Poi quando fu esonerato, indossò la sua maglia. È un falso”. E prima ancora c’erano stati Benitez e Wenger. Sennò non si diverte, Mou. E Conte, probabilmente, è caduto anche lui nella rete. Però, diciamolo, senza questi due la Premier League sarebbe veramente noiosa.

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Contro la Lazio, Massimiliano Allegri ha deciso di mandare in campo tutti i giocatori offensivi che aveva (o quasi), con un 4-2-3-1 insolito per la Juventus, ma anche per gli allenatori italiani. Ci aveva provato, in passato, Luciano Spalletti con la Roma (tra il 2005 e il 2007), abbandonando poi però la nave e pure lo schema. L’Inter di Josè Mourinho fece il ‘triplete’ con il 4-2-3-1, ma anche in questo caso non fu tanto un ragionamento logico, ma un’intuizione del momento a portare il tecnico portoghese – dagli ottavi con il Chelsea – a utilizzare tre giocatori offensivi dietro una punta in maniera fissa.

In questa stagione 2016/2017, nel nostro campionato, qualcosa è cambiato. Perché se la Juventus ha deciso di giocare sfrontata contro la Lazio anche per dare un segnale dopo l’1-2 di Firenze, pure l’Inter di Stefano Pioli sta mietendo vittime su vittime con lo stesso schema. E altre squadre, a partita in corso, dall’inizio o come mossa della disperazione, spesso stanno ricorrendo a questa soluzione.

Chi lo ha creato

Difficile scavare troppo indietro per scoprire chi è stato il primo a utilizzare il 4-2-3-1. Da quando siamo diventati fissati con schemi e moduli – neanche fossimo a scuola durante una lezione di matematica – una delle prime squadre a presentarsi in campo con questo volto è stato il Celta Vigo di Victor Fernandez, dando il ‘la’ a una vera e propria moda che ha coinvolto ben presto tutto la Spagna. Ma pure la Francia di Aimé Jacquet ha tratto ottimi auspici, andando a vincere il Mondiale del 1998 con questo modulo.

A renderlo internazionale ci ha pensato a inizio 2000 il Real Madrid ‘galattico’. Era impossibile tenere fuori qualcuno dei tenori, così Figo, Zidane, Raùl e Ronaldo finirono per giocare tutti insieme.

Chi e perché lo usa

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Francia e Spagna sono arrivate molti anni prima dell’Italia a usare e sfruttare i benefici del 4-2-3-1. Modulo che sa essere versatile. Come detto, la Roma di Luciano Spalletti ha anticipato di una decina di anni la rivoluzione che solo oggi sta prendendo piede nella penisola. All’epoca, nessuno seguì l’allenatore toscano.

Questo schieramento ha bisogno di grande movimento da parte dei due centrocampisti esterni, che devono avere resistenza e velocità. La punta centrale deve essere alta e ben piazzata, oltre ad avere capacità di giocare di sponda per far inserire i trequartisti. Per poter giocare sempre così, bisogna lavorare molto in allenamento sul movimento senza palla. E avere esterni che saltano l’uomo.

Praticamente impossibile, con questo schieramento, avere profondità e tentare i lanci lunghi. Si favorisce, però, un atteggiamento maggiormente basato su passaggi corti e veloci. Modulo versatile, dicevamo, capace di diventare un 4-4-1-1 e un 4-5-1 in fase difensiva, un 4-3-3 in fase di manovra.

Le squadre che hanno fatto epoca

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Abbiamo già parlato della Nazionale francese, prima con Aimè Jacquet, poi con Raymond Domenech, che sfiorò solo il titolo mondiale, battuto in Germania nel 2006 dall’Italia di Marcello Lippi.

Con il 4-2-3-1 Vicente Del Bosque ha portato il Real Madrid a vincere la Champions League 2001-2002. La Roma di Luciano Spalletti, tra il 2005 e il 2007, vinse due Coppe Italia e la Supercoppa italiana del 2007. L’Inter dello ‘Special One’, nel 2009/2010, non solo fece sua la coppa dalle grandi orecchie, ma vinse anche lo scudetto.

Il Borussia Dortmund di Jurgen Klopp a lungo ha dato spettacolo, ha vinto due campionati tedeschi (2010/2011 e 2011/2012), una Coppa di Germania (2011/2012) ed è arrivata in finale di Champions League nel 2012/2013. Bellissimo il duello con il Bayern Monaco di Jupp Heynches, anch’egli fautore del 4-2-3-1 e vincitore di Champions League, Bundesliga e Coppa di Germania nel 2012-2013 dopo aver sfiorato la Champions anche l’anno prima (finalista).

Infine, c’è il Chelsea di Josè Mourinho, che ha vinto la Premier League e la Coppa di Lega nel 2014-2015.

L’Italia s’è desta

Antonio Conte sulla panchina della Juventus

L’Italia, che ha allenatori preparatissimi e tra i migliori al mondo, ci ha messo un po’ per aggiornarsi. Ancorata al vecchio 4-4-2, al più offensivo 4-3-3, al ‘contiano’ 3-5-2 o all’albero di Natale dell’Ancelotti milanista (4-3-2-1, con la variante 4-3-1-2). Due mediani davanti alla difesa son sempre sembrati troppo pochi, con quattro calciatori offensivi tutti insieme in campo. Sarà per questo che molte delle nostre partite risultano noiose, seppure perfette tatticamente parlando?

Oltre a Francia e Spagna, pure l’Inghilterra è arrivata prima di noi a capire che il 4-2-3-1 è lo schieramento che più fa divertire. Che in campo internazionale funziona. In Germania, invece, non sono molti i club che lo utilizzano (spesso si va sul 4-4-2, solido e più vicino all’idea tradizionale di gioco dei tedeschi).

Gli ultimi Europei, una sveglia

Belgio, la divisa da trasferta per Euro 2016

Forse, a svegliare la sonnecchiante penisola italica, ci ha pensato pure l’Europeo 2016 in Francia. Dove ben 8 nazionali hanno giocato con i tre trequartisti dietro a un’unica punta: Belgio, Croazia, Francia, Germania, Polonia, Russia, Svizzera e Ucraina. Vero, anche, che con il suo 3-5-2 Antonio Conte ha saputo trascinare l’Italia fino ai rigori con la Germania.

E forse questo vuol dire che, in fondo, non è tanto il modulo sulla lavagna a fare la differenza, ma come in campo si muovono i calciatori. Spinti da quali motivazioni.

Modulo con vista Champions

Tornando alla Juventus vista in campionato contro la Lazio, non può sfuggire che questo sia un modulo con chiara vista sulla Champions, dove non si possono gestire le energie non essendo un campionato. Aggredire, partire lancia in resta: questo è l’ordine. Possibilmente pure fuori casa. Non può sfuggire neanche l’uomo che ha permesso a Max Allegri di proporre questo schema: Mario Mandzukic. Schierato come esterno e non come punta centrale (dove c’è Higuain), il croato ha dimostrato di sapere fare alla perfezione il mediano o il terzino. Cosa che, peraltro, aveva fatto vedere pure da attaccante nel vecchio schema bianconero.

A stupire, semmai, è stato Khedira, praticamente l’unico a interdire, considerato che Pjanic è più bravo a offendere. Ma il tedesco aveva già dovuto sopportare e supportare una squadra iper offensiva quando era al Real Madrid. E se l’era cavata molto bene.

Tanti hanno paragonato questa Juve all’Inter di Mourinho. Anche i nerazzurri avevano l’attaccante capace di sacrificarsi, diventando il primo difensore, ossia Samuel Eto’o.

Modulo con vista Champions (2)

Stefano Pioli

Stefano Pioli, con l’Inter, pare aver trovato il modo per risalire la classifica velocemente, puntando a inserirsi nella lotta per un posto nella prossima Champions. Come ci sta riuscendo? Con il 4-2-3-1, semplice. Icardi, attaccante che è micidiale sotto rete, si gode l’apporto di Candreva, Joao Mario e Perisic. In particolare i due esterni, non fanno mai mancare palloni all’italo-argentino. I due mediani sono Brozovic (o Kondogbia) e il nuovo arrivato Gagliardini che, peraltro, non disdegna gli inserimenti in are di rigore.

In questo modo, i nerazzurri stanno volando e hanno appena superato il Milan.

Le altre italiane

Federico Chiesa e Paulo Sousa.

Dicevamo che Inter e Juve a parte, l’Italia ha scoperto quest’anno il 4-2-3-1. Lo usano spesso la Fiorentina, la Sampdoria e il Cagliari, qualche volta pure la Lazio e la Roma. L’Atalanta, il Genoa, il Torino e persino il derelitto Palermo ogni tanto si affidano a questo schieramento.

Possiamo dire che ormai è entrato nel ‘vocabolario’ delle squadre italiane. Se poi la Juventus, che è considerata un modello dalle stesse colleghe di campionato, dovesse vincere con questo nuovo schema, state sicuri che faremo fatica a trovare squadre che non ci giochino con questo modulo. Si copia sempre dai migliori, del resto.

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Uno è olandese, l’altro portoghese. Il primo, Frank De Boer, sta muovendo i primi passi nell’universo Inter, il secondo è un’icona per aver portato a Milano la Champions League. Eppure, come Josè Mourinho, il ‘tulipano’ ha vinto la gara con il Pescara con un’invenzione degna dello ‘Special One’. La mossa della disperazione, o della consapevolezza: chissà. Sotto 1-0 a Pescara, con l’incubo di perdere la seconda partita in tre giornate, l’ex Ajax ha inserito tre giocatori tutti insieme. Ruolo: attaccanti.

Con Mauro Icardi che già era sul rettangolo di gioco, il Pescara si è trovato a dover difendere contro quattro punte: l’argentino, Palacio, Jovetic ed Eder. È andato in confusione e alla fine ha commesso l’errore fatale, al 92′. Ma già prima, Maurito – con un volo d’angelo – aveva rimesso le cose in parità. Coraggio? Di certo, De Boer ha dimostrato di averne in un campionato, quello italiano, dove – salvo casi rarissimi – è difficile vedere qualche squadra con il 4-2-4.

José Mourinho

A qualche interista, la mossa dell’Adriatico ha fatto venire in mente Mou. Quando era sotto, con un’Inter all’epoca dominatrice in Italia, iniziava a mettere dentro tutta l’artiglieria pesante. E alla fine, per stordimento dell’avversario, l’aveva vinta. Eto’o, Milito, Balotelli. E pure Suazo o Pandev all’occorrenza nell’anno del Triplete. Crespo, Adriano, Ibrahimovic e Cruz l’anno prima.

Un esempio su tutti: campionato 2008/2009. Il 14 dicembre l’Inter gioca in casa con il Chievo. Dal 2-0, i nerazzurri si fanno riprendere 2-2. Siamo al 65′. Mou inserisce due minuti dopo l’argentino Crespo per Muntari e al 71′ toglie pure Maxwell per Luis Figo. A quel punto, i nerazzurri sono in campo con Ibrahimovic, Balotelli, Crespo e Figo. E sfondano nel finale, con due gol di Ibracadabra. Il turno successivo, a Siena, con la partita ferma sull’1-1, il portoghese mette Quaresma per Muntari, giocandosi l’ultimo quarto d’ora abbondante con Ibra e Crespo davanti, Quaresma e Figo sulle ali. Vincerà 2-1.

Sempre quell’anno, dopo otto vittorie consecutive, l’Inter si ferma in casa contro il Cagliari. Segna Acquafresca al 65′, Mou schiera la squadra con un 3-4-3 molto offensivo e ottiene il pari con Ibrahimovic. Crespo aveva sostituito Samuel per questo attacco: l’argentino, Ibrahimovic e Cruz davanti, Mancini e Figo sugli esterni. Potremmo proseguire con gli esempi, ma il concetto è chiaro: sapendo di poter contare su bomber di razza e su una superiorità schiacciante rispetto agli avversari, Mourinho in caso di necessità andava all’arrembaggio. Avendo (quasi) sempre ragione.

Mauro Icardi

FILOSOFIE DIVERSE

Eppure, De Boer e lo Special One hanno due filosofie di gioco diverse. Diremmo: opposte. Il primo è olandese, cresciuto alla scuola Ajax, preferisce tenere palla e aggredire gli avversari, come i nerazzurri hanno in parte dimostrato a Pescara. I gol devono arrivare attraverso il gioco, strozzando contemporaneamente quello dell’avversario di turno. Mou se la gioca di rimessa, con furbizia. Non parliamo di ‘catenaccio’, ma non siamo molto lontani da questa definizione. Che la palla ce l’abbiano pure gli avversari, l’importante è far gol.

Le due filosofie sono confluite in questa similitudine di cui abbiamo parlato: a Pescara, l’Inter ha recuperato con un po’ di fortuna, ma anche perché il segnale che è arrivato dalla panchina è stato chiaro: scuotiamoci. Sull’orlo del precipizio, Icardi ha dimostrato che raramente sbaglia quando i palloni fioccano in area di rigore.

Come nel caso del Mourinho del Triplete, la Beneamata può contare su un attacco tra i migliori in Italia: Candreva e Perisic sulle fasce, Icardi là davanti. E Banega che, in Abruzzo, si è fatto vedere maggiormente in fase offensiva rispetto alle prime due uscite. Senza dimenticare che Gabigol farà a breve il suo esordio. Poi ci sono i vari Palacio e Jovetic oltre al nazionale azzurro Eder. In caso di burrone vicino, insomma, le carte che De Boer può giocarsi sono quasi infinite.

ATTENTI ALLA DIFESA

La differenza, al momento, la fa la difesa. Quella di Mourinho aveva mastini come Cordoba e Samuel, quella di De Boer conta su un Miranda affidabile e un Murillo che, invece, spesso va in difficoltà. Lo Special One aveva Eto’o che tornava ad aiutare i terzini se necessario, cosa che Perisic o Candreva non sanno fare. Se lo fanno, lasciano Icardi troppo solo là davanti. È dunque il centrocampo la chiave: Joao Mario può garantire tecnica e fosforo, quando si sarà inserito nei meccanismi, Medel non ha il senso della posizione di Cambiasso, ma è uno che sa mordere le caviglie.

All’Inter di oggi manca un regista? Sì, perché Banega ama giocare più avanti. Ma pure la squadra di Mourinho ne faceva a meno, con Muntari al fianco di Cambiasso. Però, in questo secondo caso, l’argentino era capace pure di fare il metronomo, di far girare la squadra. Se il suo connazionale riuscirà a crescere ulteriormente, diventando un po’ quello che era Esteban all’epoca, allora pure Murillo e Miranda andranno meno in difficoltà.

Ivan Perišić dopo il gol in Roma-Inter

LA FERRARI E IL CANTIERE

Come potete capire, siamo di fronte a un paragone al momento impossibile. Da una parte c’era una collaudata Ferrari, che infatti avrebbe sollevato al cielo pure la Champions; dall’altra c’è un cantiere, con De Boer che è arrivato a poche settimane dall’inizio del campionato. La priorità di questa Inter è trovare una sua identità perché le mosse della disperazione non sempre ottengono il risultato sperato.

Il primo esame durissimo è domenica contro la Juventus. Se De Boer dovesse riuscire a giocarsela alla pari, allora si potrebbe cominciare a parlare di Inter da Champions, che è l’obiettivo minimo della nuova proprietà cinese. Il cantiere inizierebbe a sfornare le prime case, magari non bellissime, ma utili. In attesa anche del bel gioco.

Qualcuno dirà: sì, ma Ibra in questa Inter non c’è. Non c’era neanche al secondo anno di Mourinho, quando i nerazzurri vinsero tutto. Solo che il portoghese riusciva a far fare tutto ai suoi, De Boer riuscirà nello stesso intento? Per ora, ha dimostrato il coraggio dei grandi e la sfrontatezza di chi, in fondo, non conosce il calcio italiano e quindi si permette di giocare con il 4-2-4 contro una squadra, il Pescara, che in velocità avrebbe potuto tagliare a fette l’avversario se solo i suoi attaccanti avessero avuto più precisione.

Eto'o

Poi c’è Icardi. Terminale offensivo in grado di fare 25–30 gol se ben assistito. Da capire se ha bisogno di un partner fisso in attacco o con i due esterni offensivi rende di più. Ogni giorno che passa, per De Boer, c’è una lezione in più imparata. Mai quanto ora, il tempo è galantuomo con l’allenatore venuto dall’Olanda. Sempre che lo lascino lavorare in pace dovessero arrivare altri scivoloni come quello con il Chievo.

Ma per poter lavorare in pace, si dovrà guadagnare la stima di chi paga. Mou fu fortunato, vincendo al primo colpo e conquistandosi i tifosi, i giocatori e Massimo Moratti. Da quel momento, ogni sua mossa venne considerata un colpo di genio. De Boer, per ora, è uno che la fortuna se l’è andata a prendere con il 4-2-4. Attenzione, però: non è sicuramente uno sprovveduto. Lo dicono i suoi natali.

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Nella prossima Premier League si guarderà più alle conferenze stampa che alle partite. Le telecamere saranno in particolare per gli allenatori e non per i giocatori. Il motivo? Ben 80 titoli siederanno sulle gloriose (o meno gloriose) panche del Manchester City, del Manchester United, del Chelsea, del Watford, dello Swansea e del Leicester campione in carica. Tanta Italia in Inghilterra, come mai finora. Ma anche Josè Mourinho contro Pep Guardiola in un derby che si accenderà già prima del calcio d’inizio.

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Per dirla come lo ‘Special One’, il rumore dei nemici è già fortissimo adesso. Ci saranno Antonio Conte, Walter Mazzarri, Francesco Guidolin, Claudio Ranieri. E non è che il portoghese vada proprio d’accordo con questa sfilata di ‘maestri italici’. Senza dimenticare il già citato Guardiola, con cui le frecciatine e gli screzi erano all’ordine del giorno quando uno stava al Real Madrid e l’altro al Barcellona. E poi, non è che possiamo mettere da parte uno come Jurgen Klopp, personaggio che proprio non sa essere noioso.

Siete tutti pronti, allora? Partiamo in questo viaggio di panchina in panchina. Perché la Premier non la vincerà solo quello con la Ferrari, ma pure chi saprà usare bene il potere mediatico (e qui ci sentiamo di dare un punto in più, in partenza, proprio a Mourinho, chiamato a far risorgere lo United dopo l’epoca van Gaal).

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CONFERENZE STAMPA ‘SOLD OUT’

Avete prenotato un posto? No, non negli splendidi stadi inglesi, ma nelle sale stampa. Sì, perché già oggi c’è odore di ‘sold out’. E chissà che i bagarini non facciano affari pure qui. E i social li avete controllati? No, perché la guerra di nervi andrà in scena pure lì. E state orecchiando gli allenamenti dove Conte, quando avrà piena padronanza dell’inglese, striglierà probabilmente Terry e compagni come fece con la Juve che inseguiva il Milan?

Il calcio inglese era già quello più esportabile, in Asia, Stati Uniti ed Europa, naturalmente. Ora farà divertire, e non solo per le difese un po’ così. Chi vorrà perdersi i ‘Porqué’ del Mou che dovrebbero diventare ‘Why‘? E l’‘agghiacciande’ di contiana memoria come diventerà? Ranieri, con il titolo sul petto, non le manderà a dire a nessuno. E Guardiola, con il suo ‘tiki taka’, farà possesso palla pure davanti ai giornalisti?

IL PEDIGREE, L’ITALIA E I FLASH

Il pedigree da 80 titoli totali non mente: la Premier League sarà spettacolo, esperienza, competenza e forza. Se qualcuno volesse farci un film, la sceneggiatura sarebbe già scritta. C’è il saggio – Claudio Ranieri – c’è il veterano che non vince da tanto tempo – Arsene Wenger – c’è l’aggressore mediatico – Josè Mourinho – c’è il filosofo – Pep Guardiola – c’è il cavallo pazzo – Antonio Conte – ci sono le ‘comparse’, che però puntano a diventare protagonisti, da Francesco Guidolin a Walter Mazzarri.

Si contano 21 titoli per Mou e Pep, 17 per Wenger, cinque per Conte, Klopp e Ranieri. Poi c’è Manuel Pellegrini, che potrebbe accasarsi all’Everton, che di titoli in bacheca ne ha quattro. E vogliamo dimenticarci di Mauricio Pochettino, che ha sfiorato lo scorso anno la vittoria del campionato con il Tottenham, che non ha coppe in bacheca, ma che parte tra i favoriti? In Inghilterra, è considerato il miglior allenatore, sappiatelo. Ci fosse stato Rafa Benitez, che invece sarà in Championship con il Newcastle, avremmo sfiorato i 100 ‘tituli’ totali. Flash per loro, tanti. E poi, solo poi, per chi scenderà in campo.

ENGLAND, THE BEST

Gli inglesi lo possono dire forte: nessuno è come loro. E pazienza se le Coppe sono appannaggio delle spagnole. I club hanno investito sugli allenatori, hanno budget da favola pure per il mercato e torneranno a far paura. Liga, Serie A e Bundesliga guardano. E non possono fare altro. Le sterline hanno attirato gli allenatori come il miele fa con le api. In Spagna, il totale dei titoli è 21, in Italia siamo a 27, la Germania riempie gli stadi come pochi, ma non può fare gara con la Premier per la forza mediatica (se escludiamo Carlo Ancelotti, catapultato alla guida del Bayern Monaco).

MOU CONTRO PEP

Il cinema propone il filmone ‘Mou contro Pep’, che è un po’ come ‘Don Camillo e Peppone’. Da una parte il pragmatismo del portoghese, che ha vinto quando ha giocato peggio; dall’altro la filosofia del catalano, che ha costruito i suoi successi sul possesso palla, sull’aggressione dell’avversario, sul comando del match. A prima vista, potrebbe essere favorito Mourinho: conosce già la Premier e ha un gioco che meglio si adatta alla fisicità britannica. Ma Guardiola, in Germania, è riuscito a vincere (anche se non a convincere). E anche quello è calcio per ‘duri’ e non per ‘signorine’.

Forse anche per questo allo United hanno speso 13 milioni di euro annui per acchiappare Mou. Vogliono rivivere l’epopea di Alex Ferguson. Pensate che la compagnia aerea cinese ‘Hainan Airlines’ ha inserito la tratta Pechino – Manchester solo per assistere al derby dell’anno.

WENGER AL CANTO DEL CIGNO

A Londra, Wenger è all’ora o mai più, dopo 21 stagioni. I Gunners sono i migliori perdenti, titolo che non sta più tanto bene ai tifosi. Vero che l’Arsenal da anni non è più ‘boring’, ma il divertimento è fine a se stesso se alla fine porti a casa solo le bollicine. L’allenatore francese non vuole lasciare la Premier a mani vuote, perciò forse modificherà un po’ il suo credo per cercare quel titolo che vorrebbe dire andarsene facendosi rimpiangere.

GLI ITALIANI LO FANNO MEGLIO

Già, gli italiani lo fanno meglio. Il titolo – favola del Leicester è lì davanti a tutti, a confermarlo. Perché i nostri tecnici sanno unire la tattica al pragmatismo. Sanno cosa vuol dire difendere, a differenza di molti allenatori stranieri e della filosofia calcistica inglese. Quest’anno la pattuglia è di quelle temibili. Ma gli interrogativi non mancano. Antonio Conte, alla prima esperienza straniera, riuscirà a non far arrabbiare Abramovich in una piazza che è abituata ad avere ‘italians’ in panchina? Ranieri saprà ripetersi, anche se i bookmaker non ci credono? Che combineranno Guidolin e Mazzarri alla guida di formazioni che vengono dopo le grandi, ma che potrebbero stupire? Lo Swansea non ha pressioni, qualcuna in più il Watford, che appartiene alla famiglia Pozzo.

GLI ALTRI

Gli altri? Lasciando da parte gli inglesi, che però son pur sempre padroni di casa e non ci tengono ad apparecchiare la tavola per gli altri, standosene poi per tutta la stagione in cucina, ci sono i già citati Pellegrini, Klopp e Pochettino. Il primo all’Everton (se ci sarà la firma) è pronto al derby Sudamerica – Germania con Jurgen Klopp. L’argentino al City ha vinto meno di quello che ci si poteva attendere; il secondo è arrivato a campionato in corso, chiudendo ottavo e perdendo l’ennesima finale, di Europa League. Ma i tifosi di Anfield sono innamorati di lui, un altro che davanti ai giornalisti tiene benissimo la scena. Attenzione, però, anche alla possibilità che sia l’ex manager del Southampton, Ronald Koeman, a diventare l’allenatore dell’Everton. E anche in questo caso, sarebbe un bel derby con Klopp.

Pochettino ha divertito con il Tottenham ed è stato l’ultimo ad arrendersi a Vardy e Mahrez. La squadra c’è, il gioco anche, con l’esperienza dello scorso anno, gli Spurs possono essere la vera favorita dell’anno. Mettetevi comodi, allora, si parte!

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Prendete un allenatore portoghese, caratteriale, fine psicologo, incline allo scontro dialettico in campo e fuori, giramondo, collezionista di vittorie in Europa e nei campionati nazionali, campione in carica in Inghilterra, ma alle prese con una brutta gatta da pelare su una panchina un tempo amica ma ora traballante. Fatto? Bene, ora prendetene uno italiano, molto più posato, elegante nei modi e nello stile (non che l’altro non lo sia), poco incline allo scontro, giramondo anche lui, ma un po’ meno vincente del collega, eppure suo malgrado capace di preparare il campo alle vittorie dei suoi successori, l’uomo giusto sulla panchina giusta, ma un attimo prima del momento migliore; sempre ma non in questa stagione, dove al momento è protagonista di un piccolo miracolo. Fatto anche questo? Benissimo. A questo punto disegnate per entrambi un percorso denso di incroci: in Inghilterra con il primo che subentra al secondo, poi in Italia in lotta per lo scudetto su panchine di acerrime rivali, infine di nuovo in Premier League ma questa volta ribaltandone i rapporti di forza consolidati nel tempo.

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Il risultato sarà la storia recente della rivalità tra José Mourinho e Claudio Ranieri, una rivalità che lunedì alle 21, al King Power Stadium di Leicester, vivrà un nuovo capitolo, caratterizzato da presupposti, come anticipato, diversi. Sì, perché il tanto celebrato José sta vivendo con il Chelsea la peggior stagione della sua carriera: quattordicesimo in campionato, con appena 15 punti in altrettante gare, già otto sconfitte e 24 gol subiti da una squadra che, al di là dei nomi (da Fabregas a Falcao, da Diego Costa a Hazard, sino a Terry e Ivanovic) appare stanca, imbolsita e sempre sull’orlo di una crisi di nervi. E sull’orlo del baratro è sembrata per molto tempo anche la panchina del portoghese, tenuta in asse prima da una ricchissima buonuscita in caso di rottura del contratto, poi da un amore incondizionato da parte del pubblico dei Blues e infine dal recente passaggio della fase a gironi in Champions League.

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Situazione agli antipodi per Ranieri. Reduce dal fallimento con la nazionale greca, il romano si è trovato quasi per caso sulla panchina del Leicester City, squadra in piena ricostruzione e a sua volta capace di salvarsi solo per il rotto della cuffia l’anno scorso, ma che al via della nuova annata ingrana subito le marce alte con risultati sorprendenti. Vittorie in serie, gol e primati in classifica temporanei. Un record dopo l’altro nella storia del piccolo club, sino a quello di Vardy, bomber con un passato recente nei dilettanti, capace di superare Van Nistelrooy per numero di gare a segno consecutivamente (11, per un totale di 14 gol stagionali) e a quello in classifica. Ranieri, infatti, arriva alla sfida con Mou guardandolo dall’alto del primo posto, a quota 32, davanti a corazzate del calibro di Arsenal, Manchester City e Manchester United.

Anche in questo caso, però, l’ex tecnico di Juventus, Inter e Roma non ha perso il consueto aplomb e diffida del rivale: “Il Chelsea è il Chelsea e Mourinho è Mourinho – ha detto alla vigilia -. Sono sicuro che alla fine della stagione sarà tra le prime quattro. Continuo a pensare che faranno la Champions League. Per ora hanno avuto sfortuna, ma quando cominceranno a vincere non si fermeranno“. Un altro tocco di classe, insomma, soprattutto per aver evitato di affondare il coltello, nonostante Mou in passato non abbia lesinato battute al vetriolo. Storia passata, rispetto alla quale i due hanno ripiegato verso un reciproco rispetto. Il presupposto giusto per vivere una gara ancora più appassionante e che vinca…lo stile.