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Italia

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25 novembre 2009: in una delle notti europee più buie della storia recente della Juventus, i bianconeri cadono per 2-0 a Bordeaux contro i padroni di casa, aprendo le porte a una clamorosa eliminazione dalla fase a gironi culminata nell’1-4 interno di dicembre contro il Bayern Monaco. Quella notte un 19enne Ciro Immobile fa il suo esordio in Champions League con la formazione all’epoca allenata da Ciro Ferrara, rilevando Alessandro Del Piero.

14 ottobre 2017: all’Allianz Stadium di Torino, la Lazio passa per 2-1 in rimonta sulla Juventus, costringendo la formazione allenata da Massimiliano Allegri alla sconfitta interna a due anni e due mesi di distanza dall’ultima volta in campionato. Chi ha risposto al provvisorio vantaggio bianconero firmato Douglas Costa? Nemmeno a dirlo, la doppietta di Ciro Immobile. Piattone aperto su assist di Luis Alberto per il pareggio, implacabile dal dischetto su rigore procuratosi per il definitivo 1-2.

Lo strano percorso

Due date, otto anni. Per raccontare la metamorfosi di un attaccante diventato “totale”, autore già di 15 reti in stagione (in 11 partite!), occorre guardare tra le trame del suo viaggio con la valigia in mano per l’Italia. A Roma, sponda biancoceleste, Ciro ci è infatti arrivato passando per Toscana,  Abruzzo, Liguria, Spagna, Germania e Piemonte: un viaggio avviato da Torre Annunziata, attraverso la B di Siena e Grosseto, la promozione in A con il Pescara –fruttata il passaggio al Genoa per 4 milioni di euro- la consacrazione nella Torino granata e due bocciature, tra Borussia Dortmund e Siviglia. Nel gennaio 2016, il ritorno al Torino, la seconda casa, prima del passaggio alla Lazio.

Storia di un amore mai nato

Dalla Torino bianconera a cecchino implacabile contro la Vecchia Signora: con la doppietta messa a segno sabato, Ciro è arrivato a quota 5 in 12 partite da avversario della Juventus.  Il ragazzo di Torre Annunziata, infatti, era arrivato nella Torino bianconera nel 2007 ad appena 17 anni conquistando presto un ruolo da protagonista nella Primavera della Juventus con cui collezionerà 42 presenze, segnando 28 reti e vincendo pure due Tornei di Viareggio. Con cinque caps e 35 minuti all’attivo, Immobile non aveva centrato la conferma in prima squadra, iniziando così un lungo peregrinare.

Già, perché nonostante il cognome, Ciro fermo non ci sa stare. Altro che “nomen omen”, per utilizzare uno dei latinismi tanto cari al suo presidente Claudio Lotito. Immobile in campo corre, crea spazi e aiuta i compagni: che si tratti di Keita, passato al Monaco, Luis Alberto o Felipe Anderson, spesso è il suo partner d’attacco a occupare il cuore dell’area, senza dimenticare quanto siano facilitati gli inserimenti dei vari centrocampisti biancocelesti. Chiedere a Parolo o Milinkovic-Savic per conferme. Il diploma? L’ha preso nella scuola di gioco targata Zdenek Zeman a Pescara. Annata 2011/2012, nel 4-3-3 del boemo c’era anche Lorenzo Insigne. In regia, Marco Verratti. Reti realizzate a fine stagione? 28 in 37 partite.

Sliding doors

Gennaio 2016. Le porte girevoli di Immobile iniziavano a diventare tante, forse troppe. Di lì il ritorno al Torino e il passaggio alla Lazio: le tappe di Siviglia e Dortmund? Dimenticate, come lo stesso Ciro ha dimostrato ai microfoni di Uefa.com:

Lì all’inizio non ho mai avuto nessuna chance, nessuna possibilità di mettermi in mostra: quando l’avevo, facevo bene ma dopo venivo sempre fatto fuori. Non è colpa di nessuno, ci sono da fare delle scelte: come noi le facciamo nella nostra vita, gli allenatori le fanno per fare la formazione

Allenatori, come Simone Inzaghi, uno dei segreti nel magic moment di Immobile. Entrambi attaccanti, entrambi destinati a rincorrere…un posto da titolare, così come gli avversari. Sotto la guida Inzaghi, Ciro ha stigmatizzato le sue qualità: smarcarsi rapidamente e gettarsi rapidamente nella profondità. Il fiuto del gol ed il senso della posizione fanno il resto. Così, tra l’ammirazione per Del Piero, suo idolo di gioventù, e l’amore calcistico per Messi («È proprio di un altro pianeta» spiegava qualche mese fa),  il ragazzino cresciuto a Torre Annunziata («Molti amici della mia infanzia sono finiti in galera») è diventato grande. Senza dimenticare lo status di guascone, che ama mettere in evidenza sui social con la moglie Jessica, sposata nel 2014.

Ciro(tondo) azzurro

Blindato in biancoceleste (presto firmerà un prolungamento di due ulteriori anni a 2,5 milioni di euro a stagione), acclamato in azzurro, dove l’infortunio di Belotti ha costretto la coppia scelta da Ventura dall’avvio della sua esperienza da Ct a separarsi in occasione delle sfide contro Macedonia e Albania. Risultati? Immobile a secco, ma prezioso come uomo-assist nell’1-1 di Torino contro Pandev e compagni. In 13 chiamate nell’Italia del suo mentore in panchina ai tempi granata, Immobile ha risposto colpendo sei volte la porta avversaria. Media vicina al gol ogni due incontri: con la Lazio ha registrato in avvio di stagione un centro ogni 0,73 partite. Numeri strepitosi, ai quali il mondo azzurro si affida in vista dello spareggio-playoff contro la Svezia. Ciro il Grande: dimostra di esserlo anche in Nazionale, ora.

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I risultati delle gare di stanotte del girone di qualificazione sudamericano (dopo quelle giocate poche ore prima in Europa) hanno chiuso il cerchio relativo agli spareggi mondiali che si giocheranno nelle prossime settimane e che decideranno chi raggiungerà le nazionali già qualificate per Russia 2018.

Spareggi che riguardano da vicino la nazionale azzurra, che dopo aver ottenuto la certezza matematica di disputarli grazie alla vittoria del Belgio in Bosnia della scorsa settimana, con la sudata vittoria in Albania risulta tra le 4 seconde classificate teste di serie in Europa, assieme a Svizzera (battuta dal Portogallo nella gara decisiva per il primo posto del girone, ma che aveva vinto tutte le gare precedenti), Croazia (qualificata in extremis grazie alla vittoria in Ucraina) e Danimarca (trascinata da un fenomenale Eriksen). L’urna di Zurigo, il prossimo 17 ottobre, deciderà gli accoppiamenti tra queste 4 formazioni e le altre 4 migliori seconde (non teste di serie), ovvero Svezia, Irlanda del Nord, Irlanda e Grecia. 

Avversari da non sottovalutare, ma di certo non quanto lo sarebbero state le teste di serie se l’Italia non fosse riuscita a rientrare tra di esse. La Svezia, dopo il ritiro dalla Nazionale di Ibrahimovic, è squadra quadrata ma non particolarmente talentuosa; l’Irlanda del Nord fa della forza fisica dei suoi calciatori il punto di forza (a Euro 2016 ha fatto una buonissima figura, arrivando fino agli ottavi); la Grecia ha giocatori di talento ma negli ultimi anni ha ottenuto risultati deludenti. La più pericolosa delle 4 è forse l’Irlanda, che ha fatto fuori dai Mondiali i “cugini” del Galles (semifinalisti a Euro 2016, non dimentichiamolo) vincendo sul loro campo.

McClean, che con un suo gol ha portato l’Irlanda agli spareggi

Galles, Olanda, Bosnia e Slovacchia (peggiore seconda) sono probabilmente le squadre più deludenti tra quelle escluse, visto il potenziale tecnico e fisico a disposizione.

L’andamento degli altri gironi nel resto del mondo, in molti casi,  è stato degno di una sceneggiatura hollywoodiana, con qualificazioni dirette e agli spareggi in bilico fino all’ultimo secondo, colpi di scena ed eliminazioni difficilmente pronosticabili di squadre forti, che non avranno la possibilità di giocarsi l’ultima possibilità.

Lo psicodramma dell‘Argentina, costretta a non perdere l’ultima partita per disputare almeno gli spareggi (con una serie di incastri favorevoli) e non rischiare di rimanere clamorosamente fuori, ha colpito tutto il mondo. La squadra di Messi e degli altri grandi talenti offensivi che tutti conosciamo era obbligata a vincere in Ecuador, dopo l’incredibile pareggio con il Perù di qualche giorno fa. Sotto per 1-0 dopo neanche un minuto, l’albiceleste si è affidata alle giocate di una “Pulga” in stato di grazia. La tripletta del fuoriclasse del Barcellona ha trascinato la squadra di Sampaoli (le cui scelte sono state comunque discutibili) direttamente ai Mondiali, assieme a Uruguay, Colombia e Brasile.

I verdeoro, già qualificati, sono stati gli artefici della sorprendente eliminazione del Cile, campione sudamericano in carica. Vidal, Sanchez e gli altri potranno assistere ai Mondiali solo guardando la Tv, senza poter nemmeno provare a entrare dalla porta secondaria. Agli spareggi è andato il Perù, squadra dal passato glorioso che non disputa un mondiale dall’anno di grazia 1982. Guerrero e compagni se la vedranno con la Nuova Zelanda, con l’ambizione più che legittima di giocare la competizione calcistica più importante dopo tanti anni di assenza.

Uno sconsolato Sanchez, sconfitto dal Brasile e fuori dal Mondiale assieme al suo Cile

Nel girone nordamericano ha del clamoroso la mancata qualificazione degli Stati Uniti. Messico, Costa Rica e la sorprendente nazionale di Panama sono qualificate al Mondiale (Panama per la prima volta nella sua storia). Ai playoff ci va l’Honduras, che si giocherà il Mondiale nel turno successivo interzona contro l‘Australia, vincente dello spareggio asiatico con la Siria. Quella della nazionale siriana sarebbe stata la storia calcistica più significativa di questi anni, se fossero riusciti almeno a raggiungere lo spareggio. Dopo l’ 1-1 casalingo, nel ritorno in Australia la Siria è addirittura passata in vantaggio, ma poi l’eterno Tim Cahill (a cui gli Aussie dovranno dedicare una statua prima o poi) con una doppietta ha regalato ai suoi la chance di giocarsi la qualificazione contro gli honduregni.

Non resta che aspettare il 17 ottobre per conoscere gli accoppiamenti delle Europee e avere il quadro completo delle gare, dalle quali usciranno le ultime squadre qualificate ai Mondiali 2018. L’ultimo treno per la Russia sta per passare e ci auguriamo con tutto il cuore che l’Italia sia tra le nazionali che ci saliranno. 

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Ci sono momenti dopo cui la reputazione di un calciatore cambia per sempre, momenti di rottura che certificano in modo definitivo un’evoluzione e che fanno capire anche al diretto interessato che forse la carriera è davvero arrivata a un punto di svolta. Spagna-Italia è stata la partita che ha definitivamente consacrato la stella di Francisco Román Alarcón Suárez detto Isco, la prova che ha fatto capire a tutto il mondo che il suo processo di maturazione calcistica è arrivato a un punto di non ritorno.

Non è di certo la prima prestazione meravigliosa regalata dallo spagnolo negli ultimi mesi, basti pensare alla finale di Cardiff e alle tante partite di fine campionato nelle quali è stato decisivo per la vittoria della Liga. La prestazione contro la nazionale azzurra però va oltre ogni immaginazione: 2 gol, giocate di classe cristallina a getto continuo, l’impressione di avere sempre il controllo tecnico ed emozionale della partita. Isco non è più solamente una promessa del calcio, un talento straordinario ma troppo anarchico per essere inquadrato in un sistema di gioco ben definito: Isco è a tutti gli effetti un fuoriclasse che è in grado di trascinare una delle Nazionali più forti al mondo in una partita fondamentale per la qualificazione a un Mondiale, quello di Russia 2018.

Le parole per definire la sua prestazione contro l’Italia si sono sprecate, ma quelle che probabilmente hanno più valore sono le dichiarazioni di Marco Verratti, suo avversario diretto: “Neanche Lionel Messi si è mai avvicinato a quel livello. Quando mi ha fatto il tunnel volevo alzarmi ed applaudire…”, ha rivelato il centrocampista del Psg al sito della Uefa. “Ho sofferto molto a marcarlo, la sua prestazione mi ha veramente impressionato”. Al netto di tutte le considerazioni tattiche sul modulo adottato da Ventura e sui problemi della nostra Nazionale, di fronte allo spagnolo quello che probabilmente è il miglior talento espresso dal calcio italiano negli ultimi anni è sembrato un pulcino alle prime armi.

L’immagine di Isco circondato da calciatori italiani poi è simbolicamente simile a quella di Iniesta degli Europei di qualche anno fa, come a sancire una specie di passaggio di consegne tra il vecchio fuoriclasse al tramonto e l’erede pronto a prenderne il posto a tutti gli effetti.

Non è strano che il Barcellona abbia pensato di scipparlo al Real per farne proprio l’erede di Don Andres, anche perché a un certo punto sembrava che il futuro di Isco dovesse essere davvero lontano dal Bernabeu. Tanti club importanti si sono avvicinati a lui: la Juventus ha provato più volte a prenderlo negli scorsi anni, qualcuno dice che lo spagnolo è stato il primo giocatore chiesto da Allegri alla dirigenza bianconera (richiesta ribadita dopo la cessione di Vidal). La valutazione di 40 milioni in quel periodo sembrò eccessiva e la trattativa naufragò. Il Manchester United lo fece seguire da un osservatore, che lo descrisse come “buono, ma non sufficientemente rapido, con la testa troppo grossa per il suo corpo” (si, avete letto bene).

Il tecnico toscano però aveva intuito cosa potesse diventare Isco quando se lo era trovato di fronte nei gironi di Champions 2013. Allora allenava ancora il Milan e Isco era la stella più lucente del Malaga. Il piccolo club spagnolo quell’anno arrivò ai quarti e tenne testa degnamente al Borussia Dortmund poi finalista, soprattutto grazie alle giocate del talento (allora ventenne) cresciuto giocando tra le strade di Benalmadena.

Le caratteristiche di chi è cresciuto giocando per strada c’erano allora e ci sono ancora adesso: il dribbling nello stretto, il controllo di palla perfetto e la capacità di creare la giocata anche in situazioni difficili. Le partite con i ragazzi più grandi sono state la sua vera scuola calcio, quelle che lo hanno modellato. A quei tempi Isco era un bambino con qualche chilo in più, ma la classe era già quella del predestinato.

Dopo il passaggio al Real le aspettative su di lui erano molto alte. A Madrid poteva essere protagonista fin da subito, in mezzo agli altri fuoriclasse dei Blancos. La sua esperienza al Real però è stata un continuo oscillare tra picchi positivi di rendimento e panchine, con cambiamenti continui di ruolo e la sensazione di non essere mai al centro del progetto: nel 4-3-3 di Ancelotti inizialmente era la prima alternativa al trio Bale-Cristiano Ronaldo-Benzema (con Di Maria nei 3 di centrocampo), poi con l’arrivo di James e l’infortunio di Modric è stato spostato al centro della manovra, come mezz’ala o regista (risultando spesso tra i migliori). Benitez, che ama un calcio verticale, gli preferiva spesso James per la maggior capacità di interpretare i suoi dettami tattici e per la fase realizzativa. Anche con Zidane, che lo aveva paragonato a lui ben prima di diventare allenatore del Real, Isco sembrava dover rimanere un attore non protagonista.

Con l’ennesimo infortunio di Gareth Bale le cose però sono cambiate. Isco, da calciatore scontento per lo scarso impiego (18 presenze tra campionato e Champions League fino a quel momento) è diventato un punto fermo, anzi, è il giocatore che ha dato una marcia in più al Real. Riportato sulla trequarti, in un ruolo più vicino a quello degli inizi a Malaga, il ragazzo di Benalmadena ha giocato una seconda parte di stagione da fenomeno. La sua capacità di spaccare le difese, di tenere palla, di trovare sempre lo spazio giusto e di innescare i compagni ha permesso al Real di essere più imprevedibile e di dominare con il possesso tutti gli avversari incontrati.

Quest’anno Isco è un titolare inamovibile, con buona pace Mr 100 milioni Gareth Bale. Un calciatore unico, che può ancora migliorare e che è pronto a scrivere pagine di storia anche con la maglia della Spagna. E chissà a cosa starà pensando quell’osservatore dello United in questo momento…

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Gian Piero Ventura Italia

Lo striminzito 1-0 di ieri sera contro Israele si è comunque rivelato prezioso. L’Italia, complice anche il pareggio dell’Albania in casa della Macedonia, è a un punto (da conquistare nelle ultime due giornate) dalla certezza di chiudere nei primi due posti del Gruppo G, cosa che salvo cataclismi dovrebbe garantire l’accesso ai play-off di novembre (a meno che la Spagna non si suicidi o, peggio, che gli Azzurri finiscano come peggior seconda e vengano esclusi). Per andare ai Mondiali alla nazionale di Gian Piero Ventura servirà quindi un doppio spareggio, situazione già messa in preventivo fin dal sorteggio di due anni fa data la presenza della Spagna. Ci sarà da sudare per finire tra le trentadue qualificate, ma c’è un precedente positivo che fa ben sperare ed è legato proprio al paese dove si giocherà la fase finale.

VERSO FRANCIA ’98

Dopo il flop agli Europei del 1996, con l’eliminazione al primo turno, l’Italia comincia le qualificazioni ai Mondiali di Francia 1998 nel Gruppo 2, anch’esso impegnativo come quello attualmente in corso perché c’è l’Inghilterra, reduce dalle semifinali nel torneo organizzato in casa e piena di grandi giocatori. L’avvio degli Azzurri è positivo, con cinque vittorie nelle prime sei partite e appena un gol subito, ininfluente all’esordio in Moldavia.

Arriva pure una storica vittoria a Wembley il 12 febbraio 1997, nell’esordio ufficiale di Cesare Maldini (promosso dall’Under-21 dopo che Arrigo Sacchi si era dimesso a dicembre del 1996 per tornare al Milan), con gol di un “inglese” come Gianfranco Zola, passato da poco al Chelsea, ma i Three Lions non falliscono un colpo nelle altre partite a differenza degli Azzurri, che pareggiando 0-0 in Georgia (oltre all’altro pari a reti bianche in Polonia) si trovano nella brutta situazione di dover rincorrere all’ultima giornata, proprio contro l’Inghilterra. A Roma, l’11 ottobre 1997, finisce 0-0: pur avendo subito un solo gol in tutte le qualificazioni l’Italia finisce seconda per un punto ed è costretta agli spareggi con la Russia.

L’inatteso secondo posto causa anche uno spostamento del campionato, che si deve fermare il 26 ottobre 1997 (tre giorni prima dell’andata) e il 16 novembre (giorno dopo il ritorno), ma questo è un problema secondario perché c’è da conquistare uno degli ultimi posti rimasti per Francia ’98.

La prima partita si gioca mercoledì 29 ottobre: non è ancora inverno, ma a Mosca già nevica e il terreno di gioco dello stadio della Dinamo è in condizioni pietose. Questo permette, a inizio ripresa, a Christian Vieri di sfruttare un buco difensivo e firmare lo 0-1, ma tempo tre minuti e su cross di Khokhlov Fabio Cannavaro in maniera maldestra infila la sua porta, 1-1. La partita è ricordata soprattutto perché vede l’esordio in maglia azzurra di Gianluigi Buffon, subentrato a Gianluca Pagliuca alla mezz’ora dopo uno scontro fra il portiere all’epoca all’Inter e Andrej Kanchelskis della Fiorentina: il debuttante fa un figurone.

Ritorno il 15 novembre: al San Paolo di Napoli c’è grande tensione ma ci pensa Pierluigi Casiraghi, già a segno un anno prima nel 2-1 agli Europei, a evitare guai peggiori, raccogliendo un lancio dalle retrovie al 54′ e battendo Ovchinnikov col sinistro. Sono passati vent’anni e questa situazione si ripropone: per finire davvero in Russia bisognerà ripetersi.

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Un pugno, sferrato dopo un contatto sotto canestro a un avversario contro cui non c’era nulla in gioco. Una semplice amichevole di preparazione a un Europeo atteso un anno, per poter riscattare la bruciante sconfitta con la Croazia nel preolimpico della scorsa estate. Quello giocato a Torino, in casa propria, vantaggio che non è servito a regalare una gioia in uno sport come il basket in cui l’Italia è da troppo tempo relegata a un ruolo da comparsa, dopo gli anni ruggenti culminati con un indimenticabile argento Olimpico.

Quel pugno di Gallinari al carneade olandese Kok non è solo un gesto insensato, da parte del giocatore che, grazie alla sua immensa classe, avrebbe dovuto essere il trascinatore del gruppo. È la metafora che riassume la frustrazione di una generazione di giocatori troppe volte etichettata come “la più forte di sempre“, con tre giocatori in grado di arrivare in Nba, ma che poi alla prova dei fatti non è mai riuscita a raggiungere risultati degni del valore che le è stato attribuito. Un gruppo capace di singole prestazioni di livello assoluto, come la vittoria con la Spagna agli Europei del 2015, ma mai in grado di fare il salto di qualità in grado di portarlo a competere per una medaglia.

La generazione di Bargnani e Gentile, neanche convocati per i prossimi europei. Uno, prima scelta assoluta in Nba, giocatore etichettato come erede di Nowitzki per la sua capacità di tirare da fuori e per la coordinazione incredibile per uno della sua altezza, poi smarritosi tra infortuni e limiti caratteriali mai superati (ad oggi è senza squadra). L’altro, prima giovane capitano dell’Olimpia Milano scudettata, poi mandato in prestito in giro per l’Europa a causa dei dissapori con ambiente e società e ora a Bologna per provare a rilanciarsi insieme alla Virtus.

La generazione di Belinelli, sempre ottimo comprimario Nba e vincitore di un anello a San Antonio, che in maglia azzurra non è mai stato capace di diventare trascinatore, anche se è tra quelli che hanno sempre dato tutto alla maglia (come ha spiegato Messina nella sua intervista più recente, “dipende se hai vinto con ruolo da protagonista o meno, non è la stessa cosa. Posso essere stato molto bravo in un team dove c’erano due giocatori che erano punto di riferimento, ma non è detto che quando tocca a me essere il faro io ne sia in grado“)

La generazione mai capace di sfornare un lungo vero, in grado di battagliare sotto canestro con i top mondiali (anche se Cusin, con tutti i suoi limiti, è sempre risultato tra i migliori) e che ha cambiato tanti playmaker senza mai trovarne uno in grado di interpretare il ruolo nel modo giusto. Neanche l’esperimento Travis Diener, agli Europei del 2013, ha sortito effetti positivi.

La sconfitta ai quarti degli Europei del 2013, forse la più bruciante della storia recente, nella partita che poteva cambiare le sorti della Nazionale azzurra
La sconfitta ai quarti degli Europei del 2013, forse la più bruciante della storia recente, nella partita che poteva cambiare le sorti della Nazionale azzurra

Di questa generazione Gallinari avrebbe dovuto diventare faro e uomo principale, per doti caratteriali e cestistiche. Gli infortuni spesso gli hanno impedito di esprimersi al meglio, ma il “Danilo step back” (Flavio Tranquillo docet) contro la Germania di due anni fa, il tiro che all’ultimo secondo ci ha portato ai supplementari di una partita fondamentale degli Europei 2015 (poi vinta), sembrava aver certificato la leadership finalmente acquisita da un giocatore che in Nba ha raggiunto lo status di quasi-stella (e che quest’anno, col passaggio ai Clippers, è diventato lo sportivo italiano più pagato di sempre). La sua rabbia dopo la sfortunata sconfitta con la solita Lituania (diventata l’incubo azzurro nelle ultime competizioni) nella stessa competizione, sempre ai supplementari, il suo “mi sono rotto le p..le di perdere sempre” poteva significare voglia di riscatto. Invece, in una calda serata estiva, in un’amichevole senza nulla in palio, Gallinari con quel pugno e con la frattura alla mano ha buttato all’aria una delle ultime grandi opportunità che poteva avere con la Nazionale.

Nelle parole di Messina traspare la delusione di chi si aspettava tanto dal Gallo, da chi si è sentito tradito prima umanamente e poi sportivamente: “Ha chiesto scusa, era mortificato. Ma io non avevo molta voglia di parlargli. È difficile spiegare a un uomo di 30 anni concetti come lealtà e responsabilità”. Gallinari ha provato a scusarsi, anche se parzialmente ha incolpato gli avversari rei di averlo provocato. I campioni però sanno resistere alle provocazioni, e lui in Nba avrà preso e dato colpi anche più forti di quella mezza gomitata di Kok. 

gallinari kok

All’Italia non resta che affidarsi a chi rimane. La squadra azzurra rimane ancora in grado di dire la sua, nonostante la situazione che si è creata. Con Datome che finalmente avrà un ruolo da titolare dopo la vittoria dell’Eurolega, Melli pronto a dimostrare in azzurro i progressi incredibili degli ultimi anni, Belinelli desideroso di riscatto e tutto il gruppo compatto gli azzurri devono puntare a giocarsela con tutti. Nel 2003, con una squadra operaia molto meno talentuosa di questa, Recalcati e i suoi arrivarono al bronzo.

Il riscatto azzurro passa proprio da qui. A Messina il compito di creare l’alchimia giusta e di motivare un gruppo di giocatori sempre perdente nei momenti importanti. Senza il Gallo, ma con la rabbia giusta, il riscatto è ancora possibile.

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È il giorno della partenza della delegazione dell’Italia per la Polonia, dove domani inizieranno gli Europei Under-21. Gli Azzurrini debutteranno domenica contro la Danimarca (ore 20.45) e come non accadeva da diverso tempo arrivano alla competizione fra le principali favorite, con l’intenzione di tornare sul tetto del calcio giovanile europeo come non accade dal 2004, quando la squadra guidata da Claudio Gentile conquistò la coppa per la quinta volta (su sette disputate dal 1992).

I titoli vinti dall’Italia valgono ancora il primo posto nell’albo d’oro, ma la Spagna insidia a quattro e proprio la Rojita è la sfidante più competitiva, con una squadra fortissima che punta a ripetere quanto fatto nel 2013 in Israele, quando trionfò proprio sugli Azzurrini. Ecco perché l’Italia può crederci e perché invece deve stare attenta.

Domenico Berardi

COMPLETI IN OGNI REPARTO

Da tempo non si vedeva un ciclo dell’Under-21 così pieno di talenti. La FIGC, in accordo col CT Gian Piero Ventura, ha concesso a tutti i migliori giocatori nati dall’1 gennaio 1994 in poi di poter essere convocati, anche a discapito della nazionale maggiore attesa il 2 settembre dalla decisiva gara di qualificazione ai Mondiali con la Spagna. Gianluigi Donnarumma, Daniele Rugani, Roberto Gagliardini, Lorenzo Pellegrini, Domenico Berardi, Federico Bernardeschi, Federico Chiesa e il trio dell’Atalanta europea formato da Mattia Caldara, Andrea Conti e Andrea Petagna formano l’ossatura della squadra: potrebbero fare bene anche con i grandi, figurarsi con l’Under-21.

Troppo spesso si è detto che l’Italia non fa giocare i giovani (vero), ma questa tendenza sta iniziando a cambiare in positivo: dei ventitré convocati di Gigi Di Biagio solo due non hanno raggiunto dieci presenze in Serie A (Davide Biraschi, sette, e Luca Garritano, nove), con Marco Benassi e Berardi che ne hanno centoundici a testa. Esperienza in tutti i reparti quindi, anche nell’ultimo arrivato Giuseppe Pezzella (al posto dell’infortunato Nicola Murru) che ha appena concluso i Mondiali Under-20 con un ottimo terzo posto: maturità e valori tecnici ci sono, ora vanno dimostrati in campo per vincere.

Gianluigi Donnarumma Italia

NON DARE NULLA PER SCONTATO

L’edizione che inizia domani porta una grande novità: da otto si passa a dodici partecipanti, ma il nuovo format non è così semplice. Passa sicuramente al turno successivo solo la prima di ogni girone, con la quarta semifinalista che sarà la migliore seconda dei tre gironi, e questo obbliga gli Azzurrini a dover arrivare primi per non rischiare la seconda uscita di fila al primo turno dopo il 2015.

Il gruppo non è facilissimo: la Germania è comunque ostica nonostante i migliori siano con la nazionale maggiore alla Confederations Cup; la Danimarca è l’avversario dell’esordio e può nascondere imprevisti; la Repubblica Ceca ha il miglior giocatore delle qualificazioni, ossia il futuro juventino Patrik Schick, capocannoniere con dieci gol. Avere l’ultima gara con i tedeschi rischia di essere già uno spareggio: meglio arrivarci con sei punti sapendo come sono finiti gli altri gironi, visto che un difetto delle qualificazioni è stato fare gol (diciassette, pochi).

Questo ciclo sembra molto promettente e una vittoria in Polonia potrebbe lanciare tanti di questi ragazzi verso una carriera di altissimo profilo, come accaduto per i campioni degli anni Novanta (tre vittorie di fila è un record): serve la massima attenzione per non mancare l’obiettivo. Fra due anni gli Europei Under-21 si svolgeranno in Italia, sarebbe bello arrivarci da campioni in carica.