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Un pugno, sferrato dopo un contatto sotto canestro a un avversario contro cui non c’era nulla in gioco. Una semplice amichevole di preparazione a un Europeo atteso un anno, per poter riscattare la bruciante sconfitta con la Croazia nel preolimpico della scorsa estate. Quello giocato a Torino, in casa propria, vantaggio che non è servito a regalare una gioia in uno sport come il basket in cui l’Italia è da troppo tempo relegata a un ruolo da comparsa, dopo gli anni ruggenti culminati con un indimenticabile argento Olimpico.

Quel pugno di Gallinari al carneade olandese Kok non è solo un gesto insensato, da parte del giocatore che, grazie alla sua immensa classe, avrebbe dovuto essere il trascinatore del gruppo. È la metafora che riassume la frustrazione di una generazione di giocatori troppe volte etichettata come “la più forte di sempre“, con tre giocatori in grado di arrivare in Nba, ma che poi alla prova dei fatti non è mai riuscita a raggiungere risultati degni del valore che le è stato attribuito. Un gruppo capace di singole prestazioni di livello assoluto, come la vittoria con la Spagna agli Europei del 2015, ma mai in grado di fare il salto di qualità in grado di portarlo a competere per una medaglia.

La generazione di Bargnani e Gentile, neanche convocati per i prossimi europei. Uno, prima scelta assoluta in Nba, giocatore etichettato come erede di Nowitzki per la sua capacità di tirare da fuori e per la coordinazione incredibile per uno della sua altezza, poi smarritosi tra infortuni e limiti caratteriali mai superati (ad oggi è senza squadra). L’altro, prima giovane capitano dell’Olimpia Milano scudettata, poi mandato in prestito in giro per l’Europa a causa dei dissapori con ambiente e società e ora a Bologna per provare a rilanciarsi insieme alla Virtus.

La generazione di Belinelli, sempre ottimo comprimario Nba e vincitore di un anello a San Antonio, che in maglia azzurra non è mai stato capace di diventare trascinatore, anche se è tra quelli che hanno sempre dato tutto alla maglia (come ha spiegato Messina nella sua intervista più recente, “dipende se hai vinto con ruolo da protagonista o meno, non è la stessa cosa. Posso essere stato molto bravo in un team dove c’erano due giocatori che erano punto di riferimento, ma non è detto che quando tocca a me essere il faro io ne sia in grado“)

La generazione mai capace di sfornare un lungo vero, in grado di battagliare sotto canestro con i top mondiali (anche se Cusin, con tutti i suoi limiti, è sempre risultato tra i migliori) e che ha cambiato tanti playmaker senza mai trovarne uno in grado di interpretare il ruolo nel modo giusto. Neanche l’esperimento Travis Diener, agli Europei del 2013, ha sortito effetti positivi.

La sconfitta ai quarti degli Europei del 2013, forse la più bruciante della storia recente, nella partita che poteva cambiare le sorti della Nazionale azzurra
La sconfitta ai quarti degli Europei del 2013, forse la più bruciante della storia recente, nella partita che poteva cambiare le sorti della Nazionale azzurra

Di questa generazione Gallinari avrebbe dovuto diventare faro e uomo principale, per doti caratteriali e cestistiche. Gli infortuni spesso gli hanno impedito di esprimersi al meglio, ma il “Danilo step back” (Flavio Tranquillo docet) contro la Germania di due anni fa, il tiro che all’ultimo secondo ci ha portato ai supplementari di una partita fondamentale degli Europei 2015 (poi vinta), sembrava aver certificato la leadership finalmente acquisita da un giocatore che in Nba ha raggiunto lo status di quasi-stella (e che quest’anno, col passaggio ai Clippers, è diventato lo sportivo italiano più pagato di sempre). La sua rabbia dopo la sfortunata sconfitta con la solita Lituania (diventata l’incubo azzurro nelle ultime competizioni) nella stessa competizione, sempre ai supplementari, il suo “mi sono rotto le p..le di perdere sempre” poteva significare voglia di riscatto. Invece, in una calda serata estiva, in un’amichevole senza nulla in palio, Gallinari con quel pugno e con la frattura alla mano ha buttato all’aria una delle ultime grandi opportunità che poteva avere con la Nazionale.

Nelle parole di Messina traspare la delusione di chi si aspettava tanto dal Gallo, da chi si è sentito tradito prima umanamente e poi sportivamente: “Ha chiesto scusa, era mortificato. Ma io non avevo molta voglia di parlargli. È difficile spiegare a un uomo di 30 anni concetti come lealtà e responsabilità”. Gallinari ha provato a scusarsi, anche se parzialmente ha incolpato gli avversari rei di averlo provocato. I campioni però sanno resistere alle provocazioni, e lui in Nba avrà preso e dato colpi anche più forti di quella mezza gomitata di Kok. 

gallinari kok

All’Italia non resta che affidarsi a chi rimane. La squadra azzurra rimane ancora in grado di dire la sua, nonostante la situazione che si è creata. Con Datome che finalmente avrà un ruolo da titolare dopo la vittoria dell’Eurolega, Melli pronto a dimostrare in azzurro i progressi incredibili degli ultimi anni, Belinelli desideroso di riscatto e tutto il gruppo compatto gli azzurri devono puntare a giocarsela con tutti. Nel 2003, con una squadra operaia molto meno talentuosa di questa, Recalcati e i suoi arrivarono al bronzo.

Il riscatto azzurro passa proprio da qui. A Messina il compito di creare l’alchimia giusta e di motivare un gruppo di giocatori sempre perdente nei momenti importanti. Senza il Gallo, ma con la rabbia giusta, il riscatto è ancora possibile.

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È il giorno della partenza della delegazione dell’Italia per la Polonia, dove domani inizieranno gli Europei Under-21. Gli Azzurrini debutteranno domenica contro la Danimarca (ore 20.45) e come non accadeva da diverso tempo arrivano alla competizione fra le principali favorite, con l’intenzione di tornare sul tetto del calcio giovanile europeo come non accade dal 2004, quando la squadra guidata da Claudio Gentile conquistò la coppa per la quinta volta (su sette disputate dal 1992).

I titoli vinti dall’Italia valgono ancora il primo posto nell’albo d’oro, ma la Spagna insidia a quattro e proprio la Rojita è la sfidante più competitiva, con una squadra fortissima che punta a ripetere quanto fatto nel 2013 in Israele, quando trionfò proprio sugli Azzurrini. Ecco perché l’Italia può crederci e perché invece deve stare attenta.

Domenico Berardi

COMPLETI IN OGNI REPARTO

Da tempo non si vedeva un ciclo dell’Under-21 così pieno di talenti. La FIGC, in accordo col CT Gian Piero Ventura, ha concesso a tutti i migliori giocatori nati dall’1 gennaio 1994 in poi di poter essere convocati, anche a discapito della nazionale maggiore attesa il 2 settembre dalla decisiva gara di qualificazione ai Mondiali con la Spagna. Gianluigi Donnarumma, Daniele Rugani, Roberto Gagliardini, Lorenzo Pellegrini, Domenico Berardi, Federico Bernardeschi, Federico Chiesa e il trio dell’Atalanta europea formato da Mattia Caldara, Andrea Conti e Andrea Petagna formano l’ossatura della squadra: potrebbero fare bene anche con i grandi, figurarsi con l’Under-21.

Troppo spesso si è detto che l’Italia non fa giocare i giovani (vero), ma questa tendenza sta iniziando a cambiare in positivo: dei ventitré convocati di Gigi Di Biagio solo due non hanno raggiunto dieci presenze in Serie A (Davide Biraschi, sette, e Luca Garritano, nove), con Marco Benassi e Berardi che ne hanno centoundici a testa. Esperienza in tutti i reparti quindi, anche nell’ultimo arrivato Giuseppe Pezzella (al posto dell’infortunato Nicola Murru) che ha appena concluso i Mondiali Under-20 con un ottimo terzo posto: maturità e valori tecnici ci sono, ora vanno dimostrati in campo per vincere.

Gianluigi Donnarumma Italia

NON DARE NULLA PER SCONTATO

L’edizione che inizia domani porta una grande novità: da otto si passa a dodici partecipanti, ma il nuovo format non è così semplice. Passa sicuramente al turno successivo solo la prima di ogni girone, con la quarta semifinalista che sarà la migliore seconda dei tre gironi, e questo obbliga gli Azzurrini a dover arrivare primi per non rischiare la seconda uscita di fila al primo turno dopo il 2015.

Il gruppo non è facilissimo: la Germania è comunque ostica nonostante i migliori siano con la nazionale maggiore alla Confederations Cup; la Danimarca è l’avversario dell’esordio e può nascondere imprevisti; la Repubblica Ceca ha il miglior giocatore delle qualificazioni, ossia il futuro juventino Patrik Schick, capocannoniere con dieci gol. Avere l’ultima gara con i tedeschi rischia di essere già uno spareggio: meglio arrivarci con sei punti sapendo come sono finiti gli altri gironi, visto che un difetto delle qualificazioni è stato fare gol (diciassette, pochi).

Questo ciclo sembra molto promettente e una vittoria in Polonia potrebbe lanciare tanti di questi ragazzi verso una carriera di altissimo profilo, come accaduto per i campioni degli anni Novanta (tre vittorie di fila è un record): serve la massima attenzione per non mancare l’obiettivo. Fra due anni gli Europei Under-21 si svolgeranno in Italia, sarebbe bello arrivarci da campioni in carica.

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Per la prima volta nella sua storia l’Italia si è qualificata alle semifinali dei Mondiali Under-20, un risultato per certi versi inaspettato visto che alla vigilia della manifestazione gli Azzurrini non erano certo segnalati fra i favoriti. Domani alle ore 13 la partita contro l’Inghilterra vale l’accesso alla finale di domenica, ma intanto è stata finalmente cancellata una delle peggiori pagine di storia della Nazionale, quella relativa alla sconfitta per 4-0 contro lo Zambia datata 1988, proprio in Corea del Sud.

Zambia-Italia 1988

UN TRACOLLO IMPENSABILE

Il 19 settembre 1988, a Gwangju, Zambia e Italia scendono in campo per la seconda giornata del Gruppo B del torneo maschile di calcio della ventiquattresima edizione dei Giochi Olimpici. La Nazionale Olimpica, guidata da Francesco Rocca, è in testa al girone per aver battuto 5-2 il Guatemala all’esordio, mentre lo sconosciuto Zambia ha pareggiato 2-2 con l’Iraq e non sembra un avversario così insormontabile. Nella formazione titolare ci sono diversi nomi di spicco: la federazione, infatti, aveva deciso di posticipare l’inizio della Serie A addirittura al 9 ottobre, per far sì che in Corea del Sud andasse una squadra competitiva per conquistare la medaglia d’oro. Giocano, con il 4-4-2, Stefano Tacconi; Mauro Tassotti, Ciro Ferrara, Roberto Cravero, Roberto Galia; Massimo Mauro, Giuseppe Iachini, Luigi De Agostini, Angelo Colombo; Andrea Carnevale, Pietro Paolo Virdis: potenzialmente uno squadrone, poi però le cose girano per il verso sbagliato.

Kalusha Bwalya al 40′ batte Tacconi con un diagonale mancino e raddoppia dieci minuti dopo l’inizio della ripresa su calcio di punizione, sorprendendo il portiere della Juventus che aveva posizionato male la barriera. Quando al 63′ Johnson Bwalya (nessun rapporto di parentela con l’altro marcatore) segna il 3-0 con un tiro da fuori anche deviato da un azzurro la situazione diventa sportivamente drammatica, ma non è nemmeno la fine perché proprio al 90′ Kalusha Bwalya realizza la tripletta e chiude il poker per i Chipolopolo.

Da quel giorno lo Zambia per il calcio italiano è sinonimo di disfatta, come la Corea del Nord, questo nonostante gli Azzurri siano poi finiti quarti nel torneo, perdendo la finale per la medaglia di bronzo con la Germania Ovest. A scacciare questa maledizione ci ha pensato chi, in quel pomeriggio di Gwangju, era in panchina: Alberigo Evani, CT dell’Italia Under-20 che due giorni fa si è presa una grande rivincita nel quarto di finale a Suwon.

Pur andando sotto al 4′ con Patson Daka e rimanendo in dieci al 43′ per l’espulsione di Giuseppe Pezzella su svarione dell’arbitro Roddy Zambrano (ecuadoriano come un certo Byron Moreno…), che ha inizialmente dato un rigore inesistente poi trasformato in punizione dal limite altrettanto inventata, gli Azzurrini in 10 sono stati capaci di reagire due volte, pareggiando prima al 50′ con Riccardo Orsolini (la stella del gruppo) e poi all’88’ con una punizione di Federico Dimarco, subentrato proprio per il rosso a Pezzella, che ha ripreso il nuovo vantaggio dello Zambia all’84’ con Fashion Sakala. Ai tempi supplementari ci ha pensato poi Luca Vido, al 111′, a realizzare di testa il definitivo 3-2, con il portiere Andrea Zaccagno che ha più volte salvato il risultato, coronando un grande torneo.

Dopo ventinove anni una delle sconfitte più pesanti nella storia della Nazionale è finalmente alle spalle, ora l’Italia guarda avanti e cerca il suo primo storico titolo Under-20.

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Torino. 29 Settembre 2015. Conferenza Stampa - Juventus vs Siviglia Nella foto:Gigi Buffon Photo:© Salvatore Giglio/GiglioStudios snc Agency

“Ho un anno di contratto e mi pare che la Juve sia qualificata. La rigiocherò, riparto da qui”

Parole e musica, malinconiche, a firma di Gianluigi Buffon. Dichiarazioni rilasciate dal capitano della Juventus e della Nazionale alla mezzanotte tra sabato 3 e domenica 4 giugno nella pancia del Millennium Stadium di Cardiff: note amare, che risuonavano nei cieli del Galles pochi minuti dopo i quattro ceffoni piombati sul volto della Vecchia Signora per mano del Real Madrid. Una grande opportunità, quella di tornare a vincere la Champions League a 21 anni dall’ultima volta nella Torino bianconera, sfumata dopo un buon primo tempo. Per un vincente di natura come Buffon, però, il nastro è già riavvolto.

Gianluigi Buffon, dispiacere con Bonucci

“Tradito” dalla BBC

Tre reti incassate nelle 12 partite che avevano condotto la Juventus in finale, quattro centri realizzati da Cristiano Ronaldo e compagni a Cardiff. La metamorfosi bianconera è (anche) in questi numeri: a tradire Buffon, l’uomo per il quale tifavano anche tanti italiani non proprio di fede juventina, sono stati proprio gli alfieri che avevano contribuito alla creazione del mito.

Da demiurghi a complici, ovviamente involontari, di un inatteso collasso: Andrea Barzagli, Leonardo Bonucci e Giorgio Chiellini non hanno rappresentato il consueto muraglione di fronte agli attacchi degli uomini allenati da Zinedine Zidane. Quasi un segnale, al pari degli episodi, anche quelli sfavorevoli: dal tocco di Bonucci sul centro del vantaggio realizzato da CR7, al tacco di Khedira che ha reso viscida la traiettoria della conclusione di Casemiro, presto valsa il 2-1 del Real. È su quella rete che la Juventus ha spento la luce. Perdere alla BBC, però, non è mai piaciuto: chi è a Coverciano con la Nazionale, dove i quattro (più Marchisio) sono arrivati a inizio settimana per preparare le sfide a Uruguay e Lichtenstein, assicura di aver visto nei loro occhi la stessa rabbia, un’immutata sete di riscatto.

Buffon e Claudio Marchisio

Voce del verbo sbracare

La sconfitta di Cardiff ha lasciato in dote una certezza: questa Juventus ha un peso specifico ancora inferiore ai club più forti del mondo, soprattutto se si parla di tenuta mentale.  “Sbracare” è stato il verbo utilizzato da Buffon: lui che non ha mai lesinato uscite decise, determinate, a costo di usare parole dure, come avvenuto nell’ottobre 2015, nel post-partita di Sassuolo-Juventus 1-0. Un discorso severo, tenuto dal numero  1 e da Patrice Evra, che in tanti avevano identificato nel momento della svolta nella scorsa stagione, quando la Vecchia Signora veleggiava a metà classifica e il quinto titolo consecutivo in Italia sembrava un lontano miraggio. Il post-it di capitan Buffon sullo spogliatoio bianconero è di quelli eloquenti:

“Eravamo certi di giocarcela alla pari: invece abbiamo svalvolato alla prima difficoltà, questo non possiamo permettercelo”

Buffon passa Champions

Triste, solitario y final

Leggere i numeri di Buffon fa una certa impressione: in bacheca ci sono 8 scudetti, 6 Supercoppe, 4 Coppe Italia, una Coppa Uefa e un Mondiale, ha all’attivo  842 presenze fra Parma e Juventus, 168 con la maglia della Nazionale italiana, il record di imbattibilità in Serie A (974 minuti senza centri al passivo), ma in Galles ha incassato il terzo ko in Champions su altrettanti tentativi.

Una maledizione avviata nel 2003, quando il rigore di Shevchenko decise in direzione Milano rossonera la finale tutta italiana dell’Old Trafford, proseguita nel 2015, quando alla Juventus non riuscì il colpo da outsider contro il Barcellona a Berlino e arrivata al terzo atto appunto a Cardiff.

La grande vittoria di Gigi, per ora, resta platonica: l’aver riunito sotto il tifo per un professionista prossimo ai 40 anni (li festeggerà il prossimo 28 gennaio) tanti tifosi di altre fedi. Premio morale, che supplisce solo in parte l’amarezza per la mancata Champions, che nel caso di Buffon sarebbe probabilmente valsa anche il Pallone d’Oro, ipotecato nello “spareggio” di Cardiff da Cristiano Ronaldo.

Buffon riscaldamento

Lacrime da cancellare

Chi conosce bene Buffon, però, è pronto a giurarci: il tempo di riaccendere i motori è già arrivato. Le lacrime, quelle versate al fischio finale e al ritorno a Torino, sono pronte ad essere cancellate. Il 2018 sarà per Gigi l’anno decisivo: paradossale, a maturità sportiva ben oltrepassata. “O la va o la spacca” riflette chi guarda il calendario: 10 anni fa festeggiava la vittoria della serie B, dove aveva accettato di sprofondare con la Juventus, e sabato scorso sognava di chiudere il cerchio a Cardiff, dopo aver festeggiato scudetti e coppe nazionali.

Non sarà così, ma grazie all’approdo in finale per la Juventus sarà più facile riprovarci. Dal mercato arriveranno investimenti importanti, grazie anche al tesoretto di oltre 120 milioni di euro incassati proprio dalla Champions: un concetto ribadito a chiare lettere dal presidente Andrea Agnelli.

Gigi, invece, non ha alcuna intenzione di abdicare: non a caso per i suoi successori si paventa ancora e solo il ruolo di “vice”. Per Buffon sarà decisivo il vento dell’Est: a Kiev si giocherà la finale della Champions League 2017/2018, dove sogna di approdare in bianconero, mentre a poche centinaia di chilometri dalla capitale ucraina, in Russia, si giocheranno i Mondiali 2018. Nel 1982, a 40 anni, Dino Zoff sollevò la coppa del mondo al Santiago Bernabeu: la casa del Real Madrid, appunto. E se è vero che la storia toglie e da, allora per Buffon è possibile sperare che quello che verrà sia l’anno della restituzione. Con interessi.

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Giampiero Ventura Italia

La partita di stasera fra Italia e Albania sarà la presenza numero mille da professionista per Gianluigi Buffon, ma al tempo stesso sarà una “prima volta” in Nazionale per tanti giocatori. Dei ventitré scelti dal CT Giampiero Ventura per l’impegno delle ore 20.45 a Palermo ce ne sono ben cinque che potrebbero fare il loro debutto in maglia azzurra, ma il dato più importante è che nel 2017 finalmente si è registrata un’inversione di tendenza in merito al numero di giocatori italiani proposti ad alti livelli dal campionato. Nella corsa a Russia 2018, con l’obiettivo di superare la Spagna o ottenere il pass attraverso i play-off, l’apporto dei volti nuovi potrebbe risultare decisivo tanto quanto quello dei senatori.

Buffon Donnarumma Meret

DEBUTTANTI O QUASI

Le convocazioni per il doppio impegno di questi giorni hanno portato novità in tutti i ruoli. Per un Buffon alla millesima ci sono Alex Meret, portiere della SPAL capolista in Serie B ma di proprietà dell’Udinese, alla prima chiamata azzurra e Gianluigi Donnarumma, destinato a ereditare la maglia numero 1 dal primatista di presenze in nazionale, che ha giocato un tempo nelle amichevoli contro Francia e Germania. In difesa Danilo D’Ambrosio è alla prima convocazione dopo un’ottima stagione con l’Inter, mentre Davide Zappacosta ha avuto il battesimo in nazionale nella precedente sosta del campionato. A centrocampo sono in tanti: Roberto Gagliardini e Simone Verdi possono esordire oggi, Matteo Politano e Leonardo Spinazzola invece non sono stati inclusi nell’elenco per stasera e magari potranno farlo martedì all’Amsterdam ArenA nell’amichevole con l’Olanda. In attacco c’è Andrea Petagna che ha sostituito all’ultimo momento l’infortunato Manolo Gabbiadini, pure lui alla prima assoluta visto che finora aveva giocato solo nelle selezioni giovanili (dovrebbe essere il centravanti dell’Under-21 per gli Europei a giugno), con Nicola Sansone che di presenze ne ha tre e lo stesso Andrea Belotti, ormai titolare, che ha esordito a settembre e in cinque gare ha già fatto tre gol.

Andrea Belotti Italia

CAMPIONATO PIÙ ALLENANTE

Se nella lista dei convocati ci sono così tanti giocatori all’inizio della loro (si spera vincente) carriera azzurra, la motivazione è data dal fatto che si sono messi in luce nel corso della stagione. Considerato che nell’elenco solo in tre giocano all’estero (Matteo Darmian, Marco Verratti e il già citato Sansone) più Meret in Serie B, è evidente che quest’anno il campionato di Serie A, da molti denigrato per la poca competitività e il netto divario fra le ultime tre e il resto della classifica, non ha espresso soltanto valori negativi.

Dopo anni in cui ci si lamentava dell’ingombrante presenza di giocatori stranieri, preferiti ai nazionali, quest’anno invece sono stati tanti gli italiani che si sono ritagliati uno spazio importante, tanto che nella rosa di Ventura tutti hanno un ottimo minutaggio, fatta eccezione per Daniele Rugani (comunque primo cambio dei titolari alla Juventus) ed Éder Citadin Martins (quasi sempre utilizzato a partita in corso all’Inter, ha saltato solo cinque partite).

Una tendenza positiva, che non può che far piacere al movimento calcistico italiano, di nuovo capace non solo di produrre giocatori ma anche di metterli nelle condizioni di dimostrare il proprio talento (come per la definitiva consacrazione di Federico Bernardeschi, ora assente per infortunio ma già testato varie volte).

Federico Bernardeschi

Ancora ci sono dei miglioramenti da fare per permettere ai talenti di casa nostra di raggiungere il proprio massimo potenziale, come per esempio l’inevitabile riforma del Campionato Primavera, ma di recente la Serie A pare aver iniziato a dare fiducia ai giovani a prescindere dalla carta d’identità, basandosi sul valore. Se sono bravi devono giocare, non importa se non sono ancora maggiorenni (il caso Donnarumma insegna): questo deve diventare un’abitudine come avviene nel resto del mondo, non un’eccezione di questo periodo. Da qui al 2018, sperando che non ci siano intoppi nel percorso verso la Russia, l’Italia potrebbe aver iniziato un nuovo ciclo molto interessante, con tanti giovani di spessore fra le presenze fisse (affiancati dalle colonne portanti già presenti) che avranno maturato l’esperienza necessaria per confrontarsi ad armi pari con le big.

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ph. Cristiano Carriero

A volte faccio un sogno: siamo nel 1990 e si gioca la finale dei Mondiali a Roma. La colonna sonora di questo sogno è una canzone di Edoardo Bennato e Gianna Nannini, fa più o meno così “Arriva un brivido e ti trascina via, e sciogli in un abbraccio la follia“, e si chiama Notti Magiche. È la finale che tutti hanno previsto: da una parte ci sono Vialli, Giannini, Donadoni e un ragazzo di Palermo con gli occhi spiritati, di nome fa Totò e di cognome Schillaci, e tutto ciò che tocca, in quei trenta giorni, diventa gol. E poi c’è Walter Zenga, che non ha subito nemmeno un gol al Mondiale, figurati se può aver sbagliato un’uscita. Dall’altra parte ci sono loro, i tedeschi: ci sono gli interisti Matthäus, Brehme e Klinsmann, c’è Rudi Voeller e un monumentale Klaus Augenthaler.

Italia - mondiali 1990

Inno tedesco, nessuno fischia. C’è rispetto, un pizzico di timore, loro ci guardano negli occhi perché sentono che è la volta buona. Fino a quando non parte l’inno di Mameli e lo stadio Olimpico si colora di bianco, rosso e verde. Non c’è uno spettatore senza una bandiera. Non c’e un italiano che in quel momento non abbia qualcosa di azzurro addosso. È in quel momento che penso che quella finale la vinceremo. Ma quando siamo favoriti, e non capita spessissimo, se c’è una cosa che può andare storta, state tranquilli che andrà storta. E così succede che io mi sveglio, nel cuore della notte. E c’è una cosa che non mi torna: ma sì, quella finale l’ha giocata l’Argentina! Una Albiceleste tra le più cattive e sporche mai viste. La classe di Maradona che illumina Caniggia e Dezotti, un centrocampo di picchiatori come Basualdo, Brown e Batista.

Ci ripenso spesso a quell’Italia-Germania che non si è giocata mai. Perché noi giocheremo la finale per il terzo posto a Bari, nella mia Bari, con delle facce che non oso raccontare. Non che siano mancate occasioni per ricordare che questa partita non è mai un’amichevole. Se dovessi scegliere tre fotografie direi nell’ordine: Rivera abbracciato al palo dello Stadio Atzeca, con Albertosi che gli grida cose che non si possono riferire. L’urlo di Tardelli, e non credo ci sia bisogno di aggiungere altro. Grosso che apre le braccia e con l’espressione di chi è passato di lì per caso dice “Non ci credo“. Sono tre fotografie che non ingialliscono mai, che conservano i loro eroi per sempre giovani e forti, immortali. Gianni Rivera che fa passare il pallone del pareggio tedesco tra il palo e la sua pancia, protesa verso un goffo tentativo di respinta. Troppo poco nobile per lui difendere e respingere un pallone. E mentre il mondo gli crolla addosso, lui sta già pensando a quello che farà dopo.

italia-germania 4-3

Un capolavoro, per essere precisi. Perché il gol del 4 a 3 di Italia-Germania è un’equazione esatta. Rivera calcola che Maier, il portiere tedesco è proteso in tuffo per difendere il grande spazio del palo lontano. E lui che fa? Decide con lucida follia di chiudere l’angolo e beffare il portiere nello spazio piccolo. Quello da cui lui sta scappando. E lo fa. Ora, i tedeschi tendono a minimizzare quella partita, di certo non la annoverano tra le partite del secolo (per la targa dell’Atzeca è la partita del secolo), ma per noi italiani quella semifinale è un qualcosa che sta tra il sogno e la realtà, e infatti si gioca a tarda ora, e molti bambini chiedono ai genitori il permesso per poter stare svegli. Ottenendolo ogni volta che, grazie alla loro presenza, l’Italia va in vantaggio. È un continuo andare e tornare dalla cameretta. “Vai, è finita”. “Resta, la vinciamo”. Quella partita è paragonabile solo alla notte del primo uomo sulla luna.

Non va sulla luna Tardelli, ma ci manda in estasi, nella noche del Bernabeu, quella in cui Rossi diventa per sempre Pablito e Pertini fa cenno al Re di Spagna che “No, stavolta non ci riprendono“.

Che classe Sandro Pertini. Gli mandavamo le lettere come si faceva con Babbo Natale.

Non ci potranno riprendere nemmeno nel 2006, quando si gioca a casa loro, anzi nel loro fortino (Dortmund), in uno stadio dove nessuno è mai passato prima. Nel nostro dna c’è spesso la beffa, il contropiede, l’attesa. Ma in quella semifinale se c’è una squadra che merita di andare in vantaggio è l’Italia. Ai supplementari attacchiamo, colpiamo una traversa clamorosa con Zambrotta, un palo con Gilardino. Sembra un’agonia destinata a chiudersi ai rigori, poi arriva un calcio d’angolo. E una melodia che tutti gli italiani conoscono a memoria “Palla tagliata, messa fuori, c’è Pirlo…”. Poi arriva lui, si chiama Grosso e urlerà al mondo che non ci crede.

Noi andiamo a Berlino, loro restano per l’ennesima volta a scuotere la testa. C’è solo un uomo che applaude e invita a crederci ancora: è Klinsmann, fa l’allenatore ma sa benissimo che non c’è più nulla da fare. Si rifaranno all’ultimo europeo, in una partita che avevamo ripreso con grande coraggio e che perderemo solo ai rigori dopo aver assaggiato, questa volta sì, il sapore della beffa, l’ennesima che stavamo per infliggergli. Oggi sarà solo un’amichevole, ma in fondo tra Italia e Germania c’è sempre qualcosa da raccontare.