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Irlanda

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I risultati delle gare di stanotte del girone di qualificazione sudamericano (dopo quelle giocate poche ore prima in Europa) hanno chiuso il cerchio relativo agli spareggi mondiali che si giocheranno nelle prossime settimane e che decideranno chi raggiungerà le nazionali già qualificate per Russia 2018.

Spareggi che riguardano da vicino la nazionale azzurra, che dopo aver ottenuto la certezza matematica di disputarli grazie alla vittoria del Belgio in Bosnia della scorsa settimana, con la sudata vittoria in Albania risulta tra le 4 seconde classificate teste di serie in Europa, assieme a Svizzera (battuta dal Portogallo nella gara decisiva per il primo posto del girone, ma che aveva vinto tutte le gare precedenti), Croazia (qualificata in extremis grazie alla vittoria in Ucraina) e Danimarca (trascinata da un fenomenale Eriksen). L’urna di Zurigo, il prossimo 17 ottobre, deciderà gli accoppiamenti tra queste 4 formazioni e le altre 4 migliori seconde (non teste di serie), ovvero Svezia, Irlanda del Nord, Irlanda e Grecia. 

Avversari da non sottovalutare, ma di certo non quanto lo sarebbero state le teste di serie se l’Italia non fosse riuscita a rientrare tra di esse. La Svezia, dopo il ritiro dalla Nazionale di Ibrahimovic, è squadra quadrata ma non particolarmente talentuosa; l’Irlanda del Nord fa della forza fisica dei suoi calciatori il punto di forza (a Euro 2016 ha fatto una buonissima figura, arrivando fino agli ottavi); la Grecia ha giocatori di talento ma negli ultimi anni ha ottenuto risultati deludenti. La più pericolosa delle 4 è forse l’Irlanda, che ha fatto fuori dai Mondiali i “cugini” del Galles (semifinalisti a Euro 2016, non dimentichiamolo) vincendo sul loro campo.

McClean, che con un suo gol ha portato l’Irlanda agli spareggi

Galles, Olanda, Bosnia e Slovacchia (peggiore seconda) sono probabilmente le squadre più deludenti tra quelle escluse, visto il potenziale tecnico e fisico a disposizione.

L’andamento degli altri gironi nel resto del mondo, in molti casi,  è stato degno di una sceneggiatura hollywoodiana, con qualificazioni dirette e agli spareggi in bilico fino all’ultimo secondo, colpi di scena ed eliminazioni difficilmente pronosticabili di squadre forti, che non avranno la possibilità di giocarsi l’ultima possibilità.

Lo psicodramma dell‘Argentina, costretta a non perdere l’ultima partita per disputare almeno gli spareggi (con una serie di incastri favorevoli) e non rischiare di rimanere clamorosamente fuori, ha colpito tutto il mondo. La squadra di Messi e degli altri grandi talenti offensivi che tutti conosciamo era obbligata a vincere in Ecuador, dopo l’incredibile pareggio con il Perù di qualche giorno fa. Sotto per 1-0 dopo neanche un minuto, l’albiceleste si è affidata alle giocate di una “Pulga” in stato di grazia. La tripletta del fuoriclasse del Barcellona ha trascinato la squadra di Sampaoli (le cui scelte sono state comunque discutibili) direttamente ai Mondiali, assieme a Uruguay, Colombia e Brasile.

I verdeoro, già qualificati, sono stati gli artefici della sorprendente eliminazione del Cile, campione sudamericano in carica. Vidal, Sanchez e gli altri potranno assistere ai Mondiali solo guardando la Tv, senza poter nemmeno provare a entrare dalla porta secondaria. Agli spareggi è andato il Perù, squadra dal passato glorioso che non disputa un mondiale dall’anno di grazia 1982. Guerrero e compagni se la vedranno con la Nuova Zelanda, con l’ambizione più che legittima di giocare la competizione calcistica più importante dopo tanti anni di assenza.

Uno sconsolato Sanchez, sconfitto dal Brasile e fuori dal Mondiale assieme al suo Cile

Nel girone nordamericano ha del clamoroso la mancata qualificazione degli Stati Uniti. Messico, Costa Rica e la sorprendente nazionale di Panama sono qualificate al Mondiale (Panama per la prima volta nella sua storia). Ai playoff ci va l’Honduras, che si giocherà il Mondiale nel turno successivo interzona contro l‘Australia, vincente dello spareggio asiatico con la Siria. Quella della nazionale siriana sarebbe stata la storia calcistica più significativa di questi anni, se fossero riusciti almeno a raggiungere lo spareggio. Dopo l’ 1-1 casalingo, nel ritorno in Australia la Siria è addirittura passata in vantaggio, ma poi l’eterno Tim Cahill (a cui gli Aussie dovranno dedicare una statua prima o poi) con una doppietta ha regalato ai suoi la chance di giocarsi la qualificazione contro gli honduregni.

Non resta che aspettare il 17 ottobre per conoscere gli accoppiamenti delle Europee e avere il quadro completo delle gare, dalle quali usciranno le ultime squadre qualificate ai Mondiali 2018. L’ultimo treno per la Russia sta per passare e ci auguriamo con tutto il cuore che l’Italia sia tra le nazionali che ci saliranno. 

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Roberto Benigni, Walter Matthau e…Antoine Griezmann. Dal cinema all’area di rigore, il passo è breve: quando nel 1988 “Il piccolo diavolo”, la pellicola scritta da Vincenzo Cerami e Giuseppe Bertolucci diventava campione d’incassi della stagione cinematografica, Le Petit Diable -come è conosciuto nel mondo del calcio e tra i suoi amici il numero 7 di Francia e Atletico Madrid- non era ancora un pensiero. Nato il 2 marzo 1991 a Macon, nel cuore della Loira, nota per essere stata la prima città libera tra Parigi e Lione al termine della seconda guerra mondiale, l’idolo che sta facendo ballare i tifosi Bleus ha tanti colori per la testa ma nessun grillo: eppure quei 175 centimetri distribuiti su 65 chili hanno colpito di testa prima l’Albania e poi l’Irlanda, siglando il 50% del fatturato della formazione allenata da Didier Deschamps in Euro 2016.

Antoine Griezmann, esultanza

25 anni, 30 milioni versati dall’Atletico due stagioni fa per prelevarlo dalla Real Sociedad, 29 reti stagionali tra Liga e Champions League nell’ultima annata: eppure, nel campionato dei marziani in attacco, da Messi a Cristiano Ronaldo passando per Suarez, il suo nome è sempre stato annoverato nell’elenco dei “forti ma non fenomenali”, prigione dorata del calcio: eppure a San Sebastian si era presentato con 46 reti in 180 partite di campionato lungo un quinquennio, giocate che lentamente avevano smussato un narcisismo congenito e l’avevano affermato tra i giovani più promettenti del calcio mondiale, elenco stilato da Don Balon nel 2012. Certo, qualche curva a velocità troppo elevata l’ha presa anche Antoine: nell’intervallo tra le due partite valevoli per l’accesso al Campionato europeo Under 21 del 2013 contro la Norvegia aveva lasciato senza autorizzazione il ritiro della Nazionale con una compagnia di primo piano, formato da teste all’epoca calde come quelle di Yann M’Vila, M’Baye Niang, Chris Mavinga e Wissam Ben Yedder. Risultato della notte brava? La FFF, la federazione calcistica nazionale, l’8 novembre 2012 lo squalifica da qualsiasi tipo di Nazionale (maggiore e/o giovanili) a partire dal 12 novembre dello stesso anno fino al 31 dicembre 2013.

Antoine Griezmann, capelli

Un incidente di percorso, nel quale la chioma un tempo platinata di Griezmann ha ritrovato compostezza: ora Antoine piace a tutti, soprattutto ai giovanissimi. Per la sua faccia pulita, per il suo modo di fare e di parlare. Per le sue lacrime non trattenute dopo l’eliminazione nel Mondiale 2014 (nei quarti con la Germania). Un anno fa era stato anche selezionato nel ballottaggio con Varane, Lacazette e Matuidi  per finire sulla copertina del videogioco Fifa 2016 per il mercato francese. A fianco, manco a dirlo, di Lionel Messi: l’uomo del giorno in negativo in Argentina, contrapposto alla belle epoque di Griezmann con la maglia della sua Francia. Una leadership ribadita anche dai numeri: fresco di rinnovo di contratto con i Colchoneros fino al 2021 a 7,3 milioni per stagione, insegue Matuidi (11) e Pogba (9,2) nella lista dei più pagati (stipendi più contratti pubblicitari) tra i 23 di Deschamps. Guai però a toccargli i social: su Twitter è davanti a tutti i suoi colleghi transalpini, con oltre 2 milioni di followers, 200mila in più di Pogba, che però lo “supera” su Instagram e Facebook.   Con il “polpo” divide la stanza in ritiro, dando vita anche a video simpatici, nei quali è chiamato “El gringo”. Armato di classe, letale ma elegante.

Antoine Griezmann, gol contro Irlanda

A Euro 2016 lo avevano accompagnato un dramma sfiorato in famiglia -il 13 novembre 2015 la sorella del giocatore era presente al Bataclan per il concerto degli Eagles of Death Metal durante gli attentati di Parigi, uscendone illesa, mentre lui era in campo nell’amichevole contro la Germania- e le polemiche per la scelta di presentarsi nell’hotel del ritiro della Francia con una t-shirt con un logo Puma -suo sponsor tecnico- bene in vista e pure quella di mettersi in prima fila nella foto ufficiale della squadra, dando vita a un mini-incidente diplomatico con l’Adidas. Nel tridente sembrava quello dal posto non assicurato, messo in discussione per la gamba di Martial prima e la rapidità di Coman poi: ma Antoine risponde con i fatti alle perplessità sin dall’adolescenza, quando il Lione lo aveva scartato in un provino perché «troppo basso». Lui ha saputo aspettare a fronte di esperti che non sapevano vedere quello che sarebbe diventato. E proprio a Lione, allo Stade de Lumieres, 10 anni dopo, ieri ha tirato fuori la Francia da uno psicodramma sportivo: in quanti minuti? 10. E segnando…di testa. Così la Francia si sveglia senza ancora un’identità tattica precisa, ma ai piedi del suo arciere, ribattezzato “Grizou” in omaggio a Zidane. Che però l’ultimo colpo di testa, a Berlino, l’aveva rivolto a Materazzi. Con la zucca, invece Griezmann vuole portare i Galletti in finale.

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Alle urne ha vinto il “Leave”, ma ad Euro 2016 domina il “Remain”. In tempi di Brexit e di analisi delle conseguenze della vittoria del fronte che ha sostenuto l’addio all’Europa e in tempi molto lenti anche agli accordi commerciali e i principi attualmente in vigore, nei giorni che avevano preceduto la scelta lo storico passaggio agli ottavi di finale di Inghilterra, Galles, Irlanda e Irlanda del Nord era suonato quasi come un invito alla riflessione ai cittadini del Regno Unito: vani sono stati gli appelli di personalità dello sport come Lewis Hamilton e David Beckham. E dire che, secondo uno schema semplificato, a preferire l’uscita dall’Europa sono state le fasce più povere e le aree più depresse del Nord-Est, quelle che però nel calcio sono i principali componenti del tifo: un paradosso, per gli inventori del dio pallone, in queste ore protagoniste di un contropiede che fa storia. Così, da oggi in poi, 62 milioni di tifosi (53 in Inghilterra, 5 in Irlanda, 1.8 in Irlanda del Nord e 3 in Galles) si troveranno a concorrere per un traguardo sportivo che molti dei loro abitanti non sentono entro i propri confini. Ma l’armata britannica in un grande torneo non è una novità. Al mondiale svedese del 1958 erano in quattro, Scozia compresa. Galles e Irlanda del Nord superarono la fase a gironi, ma furono eliminate nei quarti da Brasile e Francia; inglesi e scozzesi invece dissero addio al torneo dopo il primo turno.

Inghilterra, gol Jamie Vardy contro Galles

Inghilterra: un digiuno di 50 anni, isole contro

Per chi vanta una storia ultracentenaria nel calcio, il paradosso nel paradosso: al di là della Coppa Rimet 1966, vinta non senza polemiche in terra amica, e la semifinale raggiunta nell’Europeo 1996, gli inglesi raramente hanno recitato un ruolo da protagonista nelle competizioni “che contano”. Il girone eliminatorio li ha visti arrancare, al contrario di un campionato nazionale – per quanto ricco di stranieri – che per molti è il più bello del mondo. Lenti e spreconi contro la Russia, destati dalle sostituzioni contro il Galles, timorosi e sfortunati contro la Slovacchia. Due pareggi e una vittoria in extremis: magro bottino, valso il secondo posto. Ci si affida all’orgoglio di Jamie Vardy, fresco di rinnovo con il Leicester, e alla classe di Wayne Rooney, tuttocampista negli schemi di Hodgson: quasi 800 partite ufficiali non sono state sufficienti alla nazionale d’Albione per fregiarsi di un titolo continentale. Ora di fronte ci sarà l’Islanda: l’isola inquieta contro l’isoletta felice. 53 milioni di abitanti contro 300 mila, ma il calcio è una livella. Appuntamento lunedì alle 21 a Nizza.

Galles: indiavolati come pochi, con dedica

Alzino le mani quanti credevano che il Galles potesse chiudere in vetta il girone completato dai cugini ricchi dell’Inghilterra, dall’emergente Slovacchia e da una Russia vogliosa di mettersi in mostra verso il Mondiale 2018. Bene, avete vinto! Organizzati, affamati e compatti, gli uomini di Coleman, capeggiati da un Gareth Bale in forma olimpica (tre centri in altrettante partite) hanno superato le Colonne d’Ercole della loro storia. 5-3-2 votato alla ripartenza, un Ramsey faro e fabbro al tempo stesso e una difesa molto “british” capeggiata dal colosso Williams hanno rappresentato gli ingredienti di un cocktail che ha ubriacato gli avversari. La chiave del Galles è la leggerezza, caratteristica dell’angolo più sorridente del Regno Unito. E la dedica è speciale: è tutta per Gary Speed, l’allenatore sconfitto dalla depressione nel novembre 2011, quando fu trovato morto nel garage della sua casa di Huntington, dove viveva con la moglie Louise e i due figli, Edward e Thomas (14 e 13 anni): 42 anni, una carriera eccellente da calciatore e ben cinque vittorie in dieci incontri, l’ultima il 4-1 sulla Norvegia due settimane prima del suo suicidio, alla guida dei Dragoni. Bale e compagni corrono anche per lui, e domani al Parco dei Principi (ore 18) non vorranno farsi fermare dai cugini nordirlandesi.

Irlanda del Nord, festa

Irlanda del Nord: tanta lotta e McGovern

Tutti si aspettavano Kyle Lafferty, il gigante buono che durante le qualificazioni a Euro 2016 aveva indossato i panni del corpulento eroe: invece a portare “On fire” e tra le prime 16 della competizione Belfast e dintorni è stato un portiere 32enne, onesto gregario con un passato nell’Hamilton (Scottish League) e con sole 13 presenze all’attivo con la Green & White Army. È stato lui a permettere di limitare i danni stoppando Muller, Gomez e compagnia cantante nello 0-1 contro la Germania, sconfitta con distacco minimo decisiva per l’accesso tra le migliori terze. Un perfetto sconosciuto che approda in copertina, quasi una costante in questo Europeo a frontiere allargate: il presente di McGovern è da free agent, privo di contratto, ma qualche chiamata dalla Premier League è già arrivata, come il suo agente Andrew Evans ha raccontato alla Bbc. Una coppia da romanzo verghiano con il centrale McAuley, prossimo al ritiro e autore della prima storica rete nordirlandese nella manifestazione in apertura del 2-0 inflitto all’Ucraina. In migliaia hanno vissuto nei pub che circondano il Parco dei Principi la fine di Croazia-Spagna e Repubblica Ceca-Turchia: alla fine hanno festeggiato con litri di birra e cantando Will Grigg’s on fire, vera e propria colonna sonora della manifestazione. E chissà se in Galles conoscono Gala Rizzato…

Francia-Irlanda 2009

Repubblica d’Irlanda, lo ricordi quel 2009?

Il calcio è galantuomo, perché offre sempre una seconda chance. Chiedere conferme ai tifosi della Repubblica d’Irlanda, che grazie alla zuccata di Brady hanno agganciato in extremis il treno per gli ottavi anche gli uomini in verde che ora si toglieranno la soddisfazione di andare a sfidare i padroni di casa della Francia. Partita mai banale: ricordate quel 2009? Giovanni Trapattoni in panchina e un collettivo di qualità e quantità in campo. Gli spareggi per il Mondiale sudafricano oppongono gli irlandesi ai galletti francesi. Nella partita di andata successo Bleus per 0-1: nella partita di ritorno a Parigi capitan Robbie Keane buca i padroni di casa. Si va ai supplementari, e al minuto 13 del primo tempo spunta la mano de (a)dieu, come quella con la quale Titì Henry regalò l’assist per il pareggio a Gallas e il pass per i Mondiali sudafricani alla Francia in uno spareggio che ha fatto la storia, scritta da un arbitro e un guardalinee gabbati. Martin O’Neill, ex stregone sulla panchina del Celtic, ha allestito un collettivo solido ma povero di classe: questa volta non ci sarà l’acqua santa del Trap, ma a fischiare sarà un quintetto italiano guidato da Nicola Rizzoli. Si gioca a Lione, domenica alle 15. Per dimenticare quell’ultimo tango a Parigi?

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Ieri, intorno alle 15, mentre l’ombra della minaccia più temuta alla vigilia dell’Europeo, il terrorismo, tornava a manifestarsi senza conseguenze nei 12 fermi avvenuti tra Bruxelles, Vallonia e Fiandre nella notte tra venerdì e sabato,  a qualche centinaio di chilometri dalla capitale belga c’era chi versava lacrime, di gioia e rabbia sportiva, per le fortune sportive de Le Diables Rouge: è la storia di Romelu Lukaku, delusione della competizione francese per una partita e mezzo e deus ex machina della truppa di Wilmots grazie a una doppietta che, unita al 2-0 di Witsel, ha atterrito l’Irlanda e consegnato il secondo posto ai suoi, spazzando via ansie da prestazioni e lo slogan “talentuosi ma poco compatti” che già si preparava ad accompagnare il cammino della seconda nazionale dell’attuale ranking Fifa.

Alle radici di quel mancino a giro che alle 16:04 ha scosso la rete alle spalle di Randolph c’è un percorso di ritrovamento del sé, che negli ultimi giorni ha visto Marc Wilmots, ct belga, nei panni di mental coach di questo gigante di 193 centimetri e 100 chilogrammi: “Era stato troppo criticato, come tutti noi -ha spiegato il selezionatore al fischio finale- È più forte di Ibra e ha giocato una grande partita, possiamo battere anche la Svezia”. Quel gol come un apriscatole, della difesa irlandese e del cuore di Romelu. Una festa condita da una corsa folle, con una mano all’orecchio per sentire il brusìo delle critiche che cedeva il passo al frastuono di trombe e applausi: in fondo allo scatto l’abbraccio più importante, quello del fratello Jordan. Un’emozione trascinata per altri 30 minuti, passata per un’altra rete e culminata in un pianto liberatorio sul coro “Romelu, Romelu” al momento della sostituzione con Benteke, l’altra ombra lunga che si annidava sull’attacco belga nell’avvicinamento alla seconda partita del girone E.

Marc Wilmots e Romelu Lukaku

Alle critiche di tifosi e media sono abituati nonostante la giovane età, Romelu e Jordan. Loro padre, Roger Lukaku, fu un calciatore della nazionale dello Zaire, ma si trasferì in Belgio nel corso della sua carriera per giocare con Boom, Seraing e Oostende: ad Anversa tra il 1993 e il 1994 ha visto nascere i suoi successori, legati in campo e fuori. Ore vissute nei campetti sotto casa, una madre sempre pronta ad aspettarli, nonostante i ritardi accumulati per un gol in più.

Ho pianto perché mi sono venuti in mente tutti i sacrifici che ha fatto mia madre fin da quando ero piccolo, mi hanno permesso di diventare l’uomo che sono oggi

“Non sempre è facile -ha spiegato Romelu- ma cerco di farla sentire orgogliosa di me. Sono contento che ci sia mio fratello Jordan, è molto importante per me”. Romelu è lo schiacciasassi, istintivo ma fragile, Jordan è invece meno potente, ma più veloce nelle gambe e nel pensiero: spesso, raccontano, è il fratello minore a dare forza al centravanti, promessa del calcio mondiale capace di assicurare gol, suspense e lacrime. In quell’abbraccio durato qualche secondo nelle loro menti si saranno accumulati flashback d’infanzia: le prove generali erano andate in scena nell’amichevole contro il Portogallo (cross di Jordan e rete di Romelu). L’amore per principio e l’ordine per fondamento.

I Lukaku in festa contro il Portogallo

La manifestazione in corso in Francia, sta regalando anche tanti momenti spettacolari ed emozionanti: il pianto di Lukaku fa la somma con quello di gioia di Payet nella partita inaugurale e le lacrime di Dario Srna, ancora scosso dall’improvvisa morte del papà, durante l’esecuzione dell’inno croato prima della sfida alla Repubblica Ceca. Già quattro anni fa al Torneo di Viareggio con l’Anderlecht Romelu aveva impressionato tutti, specie le squadre italiane, finendo però all’Ostende, sempre in Belgio, per poi conoscere il fascino della Premier League con l’Everton: andata e ritorno in direzione Londra, sponda Chelsea, prima di rinascere ancora con i Toffees. E al Chelsea ora potrebbe andarci Jordan, esterno sinistro che può ricoprire sia il ruolo di terzino che quello di ala. Dove gioca? Ovviamente nell’Ostende. Sognano un futuro da compagni anche in un club, ma non con i Blues: “Io e mio fratello da Conte? Non credo proprio, mio fratello può darsi. Io no” ha chiosato Romelu. Perché il gigante buono mette da parte il buio, ma non dimentica le critiche. E aspetta paziente, prima di colpire e festeggiare.

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L’Ulisse di James Joyce nacque tra i banconi del Bailey, storico pub di Dublino che lo scrittore era solito frequentare, l’Ercole che ha permesso a Martin O’Neill e la sua banda di superare le colonne di qualificazione a Euro 2016 ha invece radici…inglesi. Viene da Moreton, piccola cittadina nei pressi di Liverpool, e si chiama Jonathan Walters: è stato lui, un trentaduenne brizzolato che gioca nello Stoke City, non proprio la squadra più fashion d’Inghilterra, a regalare un sogno ai tifosi della Repubblica d’Irlanda. Riavvolgiamo il nastro fino a novembre 2015: dopo l’1-1 dell’andata, all’Aviva Stadium arriva la Bosnia per gara-2 degli spareggi di accesso alla kermesse francese. Ed è allora che Walters, mai a segno più di otto volte in stagione con le maglie di club (Hull City, Crewe Alexandra, Barnsley, Scunthorpe United, Wrexham, Chester City e Ipswich Town), trova la doppietta che cambia la storia recente dei Boys in Green, e del generoso attaccante classe 1983.

Irlanda, festa
La festa irlandese alla qualificazione

Spirito di sacrificio, consapevolezza delle proprie qualità, ma soprattutto dei propri limiti. Walters è il manifesto calcistico della nuova Repubblica d’Irlanda. Collettivo frutto di un percorso di crescita avviato con Giovanni Trapattoni in panchina, passato per stop imposti da mani de (a)dieu, come quella con la quale Titì Henry regalò il pass per i Mondiali sudafricani alla Francia in uno spareggio che ha fatto la storia, fino a una ripresa sportiva andata di pari passo con quella economica del Paese: la squadra operaia si è conquistata la propria fetta di gloria a modo suo, con fatica, sacrificio e perseveranza. Un deciso passo in avanti rispetto alle ombre sul prestito di 5 milioni concesso dalla Fifa alla federazione irlandese per il caso-Henry e alle prospettive calcistiche del terzo millennio, dove la Nazionale aveva centrato sin qui solo l’accesso a Euro 2012, competizione salutata al primo turno.

La storia calcistica della Repubblica d’Irlanda è sicuramente meno appassionante di quella politica: sin qui ha partecipato a tre edizioni del Campionato del mondo (1990, 1994, 2002), raggiungendo come miglior risultato i quarti di finale nel 1990. Tre sono anche le partecipazioni agli Europei, tra le quali spicca quella ottenuta nel 1988: essa si concluse nel primo turno, col terzo posto conquistato nel Gruppo B alle spalle di URSS e Paesi Bassi, poi finaliste del torneo. I fasti dei primi anni ’90, quando la nazionale toccò addirittura il sesto posto nel ranking FIFA, sono lontani, ma ancor più distante è il 70esimo posto toccato nel giugno 2014, peggior risultato della storia.

Irlanda, Shay Given
Shay Given, una sicurezza tra i pali

A guidare Robbie Keane, immarcescibile bomber passato anche per l’Italia, e compagni, è…un nordirlandese: Martin O’Neill, passato tra le altre per il Leicester di inizio secolo, Celtic, Aston Villa e Sunderland, prima dell’esperienza da Ct avviata nel novembre 2013. È il terzo “straniero” della storia della Repubblica d’Irlanda dopo il Trap e Jack Charlton, decimo tra i 24 allenatori in lizza in Euro 2016 per stipendio (un milione all’anno), che ama disporre i suoi con un pragmatico 4-4-2: pochi svolazzi e tanti muscoli al servizio di una rosa che non brilla per tecnica e si fonda sull’esperienza di O’Shea, Given e Keane per nascondere le lacune di un centrocampo con poco fosforo. In avanti tutto si reggerà sulle spalle di Shane Long, mentre in difesa spicca la gamba di Seamus Coleman dell’Everton.  A  pagare le precarie condizioni fisiche è stato Marc Wilson, “tagliato” dalla lista dei 23, mentre arrivano al rettilineo di partenza con qualche acciacco di troppo Daryl Murphy e Jeff Hendrick, di ritorno da lunghi stop.

Irlanda, Martin O'Neill
Martin O’Neill, ct dell’Irlanda

I dubbi in sede di convocazione non sono stati pochi, come il numero di pre-allertati (ben 35) ha dimostrato: alla fine O’Neill ha evitato scommesse rischiose -vedi alla voce Callum O’Dowda, nazionale Under 21 che gioca in quarta divisione inglese con l’Oxford United- e ha puntato sull’esperienza e l’orgoglio di chi viene da un cammino aspro e lungo. Di certo, chi partirà per la Francia potrà stare vicino anche alla sua compagna, nonostante lo scivolone sessista nel quale lo stesso O’Neill è incappato a marzo (“Le Wags in ritiro? Se sono donne attraenti, sono assolutamente le benvenute. Per quelle brutte, invece, ho paura che non ci sia spazio”). Il girone E, con Belgio, Italia e Svezia, vede i Green partire in quarto piano. Ma a Dublino sono abituati a sconvolgere le gerarchie: nel 2015 l’economia del Paese è cresciuta del 7,8%, accelerando nell’ultimo trimestre dell’anno addirittura al 9. Per il secondo anno consecutivo (era cresciuta del 7% nel 2014), è la ripresa più forte d’Europa; e ora ha superato perfino Cina e India. E mentre in campo interno il pericolo maggiore si chiama “Brexit”, sul campo da calcio Keane e compagni mirano a restare in Europa il più possibile.

Lista dei convocati

Portieri: Shay Given (Stoke City), Darren Randolph (West Ham United),  Keiren Westwood (Sheffield Wednesday)

Difensori: Seamus Coleman (Everton), Cyrus Christie (Derby County), Ciaran Clark (Aston Villa), Richard Keogh (Derby County), John O’Shea (Sunderland), Stephen Ward (Burnley), Shane Duffy (Blackburn).

Centrocampisti: Aiden McGeady (Sheffield Wednesday), James McClean (West Bromwich Albion), Glenn Whelan (Stoke City), James McCarthy (Everton), Jeff Hendrick (Derby County), David Meyler (Hull City), Stephen Quinn (Reading),  Wes Hoolahan (Norwich City), Robbie Brady (Norwich).

Attaccanti: Robbie Keane (LA Galaxy), Shane Long (Southampton), Daryl Murphy (Ipswich Town), Jonathan Walters (Stoke City).

 

Calendario dell’Irlanda ad Euro 2016

1^ giornata
Repubblica d’Irlanda-Svezia (lunedì 13 giugno, ore 18:00) Parco dei Principi, Parigi

2^ giornata
Belgio-Repubblica d’Irlanda (sabato 18 giugno, ore 15:00) Stade de Bordeaux, Bordeaux

3^ giornata
Italia-Repubblica d’Irlanda (mercoledì 22 giugno, ore 21:00) Stade Pierre Mauroy, Lille