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Nelle ultime giornate, soprattutto negli scontri diretti tra le squadre che stanno giocando per vincere lo scudetto, è sembrato di assistere a una specie di ritorno al passato. Pochi gol, partite non belle dal punto di vista estetico, calcio fisico e attenzione difensiva ai massimi livelli sono stati i leitmotiv di gran parte delle sfide tra i top club della Serie A giocate negli ultimi 2 mesi.

Anzi, in generale, le 4 squadre che guidano la classifica (nonostante i tanti gol segnati) fanno dell’attenzione difensiva un punto di forza fondamentale, anche in un campionato che invece tendenzialmente sta privilegiando l’aspetto offensivo del gioco. Negli ultimi 10 anni infatti la Serie A è passata da secondo peggior torneo per gol segnati (nel 2007/2008, anno in cui vinse l’Inter di Mancini, solo in Francia si segnava meno) ad essere quello con la media gol più alta (nel 2016/2017 la Serie A, con 2.96 gol segnati di media, è davanti a Liga e Bundesliga, leadership mantenuta anche nella prima parte di questo campionato).

Inter, Juve, Napoli, Lazio e Roma partecipano al festival del gol all’italiana, segnano tanto e subiscono pochissimi gol negli scontri con le squadre medio/piccole (quella dei biancocelesti, tralasciando i 4 gol subiti nella sfortunata partita persa con il Napoli, rimane comunque una difesa forte). Queste ultime ormai difficilmente riescono a “rubare” punti a quelle che sono nei piani alti, venendo spesso sommerse di reti senza riuscire a fare granché, segno di un abbassamento qualitativo generale (soprattutto nella fase difensiva).

Ma è negli scontri diretti che viene fuori tutta l’importanza data alla difesa, quella che ha reso celebre il calcio italiano e lo ha portato in cima al mondo più di una volta, che è tornata a rivestire un ruolo di primo piano. In Juve-Inter, Napoli-Juve, Napoli-Inter e Roma-Napoli, in alcuni frangenti sembrava di assistere alle omonime partite giocate negli anni 70/80, quelle in cui si badava prima a non prenderle. La Juventus ha espugnato il San Paolo, campo più volte avverso anche negli anni scorsi in cui ha dominato il campionato, lasciando il pallino del gioco agli uomini di Sarri e ripartendo in contropiede con le frecce Douglas Costa e Dybala, con linee ravvicinate e nessuno spazio concesso agli avanti azzurri. Anche le prestazioni dell’Inter al San Paolo e all’Allianz Stadium sono state improntate soprattutto all’attenzione difensiva e alle ripartenze (più efficaci col Napoli, meno contro i bianconeri).

In questo le vittorie della Juventus del ciclo Conte/Allegri hanno tracciato il solco che poi gli altri stanno seguendo. I bianconeri hanno fondato la propria forza sulla difesa quasi insuperabile, con la BBC e Buffon a proteggere i pali, mentre le altre squadre perdevano i migliori difensori (Thiago Silva venduto dal Milan, Lucio venduto dall’Inter ma ormai a fine corsa, Samuel non più muro dopo il 2010) senza sostituirli adeguatamente. Roma e Napoli hanno provato a scontrarsi con i bianconeri, uscendone quasi sempre con le ossa rotte.

Quest’anno chi lotta per i posti Champions non può esimersi dal mostrare una fase difensiva solida. Il pilastro su cui Spalletti ha impostato il suo lavoro nei primi mesi all’Inter è stata la difesa, affidata a un tecnico preparato come Martusciello, e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Il reparto che lo scorso anno faceva acqua da tutte le parti ora è diventato quasi impenetrabile e gli zero gol subiti contro Napoli e Juve sanno di battesimo del fuoco superato per Skriniar e compagni.

Eusebio Di Francesco ha restituito solidità alla Roma con il suo 4-3-3, tanto che i giallorossi (al pari di Inter e Napoli) sono la miglior difesa del campionato. Lo stesso Napoli di Sarri, espressione di un calcio offensivo tra i migliori d’Europa, quest’anno il vero salto di qualità lo ha fatto in difesa, con errori sempre più rari e un Koulibaly ormai tra i migliori in Europa nel suo ruolo.

Anche Emiliano Mondonico, uno dei maestri del calcio all’italiana, ha dichiarato qualche giorno fa che a suo parere “sta ritornando il catenaccio e guardando le partite, tutti giocano dietro la linea della palla. Vedo tatticamente una grande predisposizione di molti verso questo modo di fare calcio: col catenaccio abbiamo vinto i Mondiali, non dimentichiamo che il contropiede e il catenaccio fanno parte della nostra storia”. 

Forse parlare di catenaccio puro è esagerazione, viste soprattutto le medie gol in Serie A nell’ultimo anno e mezzo, ma è indubbio che anche in un campionato sempre più votato all’attacco la fase difensiva sia poi il fondamento su cui costruire una squadra che poi possa aspirare alle posizioni di vertice.

Primo, non prenderle. Soprattutto negli scontri diretti.

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Con le prestazioni delle ultime giornate in campionato, quelle che hanno portato l’Inter ad ottenere la vetta solitaria dopo più di due anni dall’ultima volta, Mauro Icardi ha dimostrato di essere ormai un centravanti completo, capace di segnare più di un gol a partita (16 in 15 gare) e giocare anche per la squadra quando necessario, senza limitarsi ad aspettare palloni da buttar dentro. I gol sono sempre stati il filo conduttore della sua carriera, è stato capocannoniere della Serie A a 22 anni, ma rispetto ai top player internazionali che giocano in quel ruolo sembrava sempre avere qualcosa in meno.

Icardi era un bellissimo puzzle a cui mancava qualche pezzo importante per essere completo. Grazie al lavoro impostato da Spalletti quest’anno però il ragazzo di Rosario sembra aver finalmente rifinito il suo modo di stare in campo: non più solo scatti e attese di palloni da buttare dentro negli ultimi 30 metri di campo, ma una presenza costante nella fase di pressing e nella manovra, oltre che un’inedita capacità di aiutare la squadra anche con ripiegamenti difensivi. Basta rivedere alcuni recuperi fatti nelle ultime gare di campionato, che per un attaccante che vive per il gol come lui non sono mai stati usuali, o il gioco di sponda con cui garantisce appoggi importanti ai compagni (aspetto su cui è migliorato costantemente nel corso degli anni) nella fase di possesso offensivo. Ora è sempre presente a se stesso, trascina la squadra da vero capitano e non è più solo un semplice finalizzatore.

Dalla sua Maurito ha sempre avuto dalla sua una professionalità e una serietà nel modo di lavorare sul campo che per un ragazzo della sua età non sono usuali. Quasi l’opposto di un’immagine pubblica che lo ha portato, in alcuni momenti, ad essere considerato sbruffone, arrogante, poco rispettoso delle amicizie (anche se poi, conoscendo come è andata la storia con Wanda, è diventato abbastanza chiaro il fatto che tutto il casino creato attorno alla situazione era quantomeno ingiustificato).

Lui ha sofferto davvero solo per la lite con la curva, dopo le frasi esagerate riportate nella sua autobiografia, per il resto va avanti per la sua strada. La percezione di chi sia Icardi però sta cambiando un po’ alla volta, anche grazie allo status che sta raggiungendo su un campo di calcio. Oggi, a 24 anni, può essere inserito senza problemi nella lista dei migliori attaccanti a livello internazionale, non molto distante dai vari Lewandowski, Suarez e Cavani (i migliori, a parere di chi scrive, viste le tante stagioni in cui questi calciatori sono stati protagonisti per per i gol segnati nelle coppe europee e con le rispettive nazionali). La clausola rescissoria da 110 milioni inserita dall’Inter nell’ultimo contratto firmato dal calciatore appare quindi sempre meno irraggiungibile, soprattutto per i grandi club alla ricerca di un centravanti di livello a cui affidare le chiavi del gioco offensivo.

Solo qualche anno fa una cifra superiore ai 100 milioni avrebbe spaventato chiunque, ma in un mercato folle in cui c’è chi ne spende 150 per Dembele (prospetto di livello assoluto, ma con una sola stagione di alto livello alle spalle) tutto sembra possibile. E se continuasse a segnare con le medie attuali fino a fine stagione, quanto varrebbe Mauro Icardi? Difficile dare una risposta univoca.

I tre nomi citati in precedenza hanno dalla loro un’età decisamente più alta dell’argentino e difficilmente si muoveranno dai rispettivi club. Consideriamo però il valore dei migliori attaccanti che per età sono più vicini  al puntero nerazzurro, per avere un riferimento più preciso.

Andrea Belotti (23 anni) è stato valutato 100 milioni da Cairo, dopo una sola stagione ad alto livello, senza esperienza nelle coppe europee e con sole 13 partite giocate in maglia azzurra (con 4 gol segnati). Romelu Lukaku (24 anni), il centravanti scelto da Mourinho per fare grande il Manchester United, è stato prelevato dall’Everton per 85 milioni di euro dopo diverse stagioni in doppia cifra e con un bottino già cospicuo di reti segnate nell’unica edizione di Europa League giocata dai Toffees e col Belgio in manifestazioni ufficiali (Mondiali 2014, Europei 2016 e qualificazioni Mondiali 2018).

Alvaro Morata, a 25 anni, è già stato protagonista nella cavalcata della Juventus verso la prima finale di Champions dell’era Allegri (anche se non sempre da titolare) e di due scudetti vinti dal club di Torino, pur non riuscendo mai a superare la doppia cifra in campionato. Nel suo anno di ritorno a Madrid però, uscendo spesso dalla panchina, ha segnato 15 gol in 26 presenze e ha dato il suo contributo anche alla vittoria dei Blancos nella massima competizione europea per club. Tutto ciò ha spinto il Chelsea di Antonio Conte a investire 80 milioni, e nella sua prima vera stagione da punto di riferimento offensivo sta mantenendo medie da grande centravanti.

Il vero punto di riferimento tra i centravanti Under 25, in rapporto a età e gol segnati, è però Harry Kane. L’uragano del Tottenham per caratteristiche è anche il più simile a Icardi e dalla sua ha già 3 stagioni ad altissimi livelli e un’esperienza importante in Champions. Il 2017 è stato l’anno della definitiva consacrazione tra i migliori calciatori al mondo, con medie gol da fantascienza (praticamente con lui si parte già dall’1-0) e una varietà di modi in cui segnare con pochi eguali. Il girone di Champions dominato dagli Spurs ha il suo marchio e anche in Nazionale sta iniziando a segnare con continuità preoccupante per gli avversari (7 gol nelle ultime 6 partite). Corre voce che la società inglese abbia chiesto più di 200 milioni ai club che si sono informati su di lui.

Icardi, continuando di questo passo, potrebbe raggiungere i livelli del centravanti della Nazionale inglese. Mantenere la media gol attuale, dimostrare anche in Europa di poter essere decisivo e prendersi definitivamente la Nazionale sono obiettivi che Maurito deve e può porsi, per affermarsi definitivamente come top assoluto nel suo ruolo. Il Real e altri grandi club sono già alla finestra, ma lui ha dichiarato di voler rimanere a Milano per vincere con l’Inter.

Sta anche alla società nerazzurra adeguare il contratto attuale e rimuovere quella clausola, che visti i prezzi in continua ascesa appare ogni giorno più bassa rispetto al valore di un calciatore come l’argentino, già fortissimo e con margini di miglioramento ancora ampi.

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Appena qualche mese sembrava destinato a lasciare la Pinetina per rimpinguare le povere casse nerazzurre, “in debito” con il fair play finanziario e quindi assetate di guadagno. Poi Ausilio&Co. hanno racimolato una bella somma dalle cessioni dei vari Caprari, Banega, Miangue, Gravillon e Di Marco, così Ivan Perisic ha potuto disfare le valigie e restare a Milano.

RINASCITA

Quella di Perisic è una stagione incredibile. Una storia di rinascita, sua e di tutta l’Inter, che senza coppe e senza (quasi) più speranze si trova invece al primo posto con un sogno nuovo. E il croato è, insieme a Icardi e Spalletti, il principale fautore di questa prima, grandissima, fetta di stagione: 15 presenze e 7 reti per lui, insostituibile tuttofare. Non solo gol, né solo qualità, ma anche recuperi di sessanta metri, da una parte all’altra del campo, spesso anche in zone che non dovrebbero riguardarlo. Dribbling, movimenti senza palla, un’intelligenza tattica che apre spazi e produce giocate.

TRIPLETTA

Con il Chievo è arrivata la sua tripletta personale, figlia della sua dote più grande: la versatilità. Sì, perché il primo lo ha segnato col destro, prendendo una respinta di Sorrentino per piegargli le mani di potenza, mentre il secondo e il terzo li ha insaccati con due diagonali di sinistro. Questa sua dote lo rende uno degli elementi più preziosi del campionato italiano. È sempre il giocatore giusto al momento giusto.

DUTTILITÀ

E non si tratta solo di piede, ma di duttilità a 360°, visto che contro il Cagliari Spalletti gli ha fatto fare di tutto: trequartista, esterno, interno di centrocampo, e in ogni ruolo Perisic si è sentito pienamente a suo agio, calandosi nella parte e modificando se stesso a seconda delle necessità.

JUVENTUS

Il prossimo appuntamento è fissato per domani, nel Derby d’Italia. Le ultime 2 vittorie sulla Juventus portano la sua firma: la prima, in Coppa Italia, inutile perché poi l’Inter venne eliminata ai rigori; la seconda, poco più di un anno fa, in campionato, con la sua incornata che completò una clamorosa rimonta nello spazio di circa dodici minuti. Perisic è carico, fresco di tripletta. Quale migliore occasione della sfida con la Juve per confermare il suo straordinario momento di forma?

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E ora chiamatela ‘Zona Inter’. Non nel senso di modulo, ma nel senso che la squadra di Luciano Spalletti è la più prolifica della serie A nell’ultimo quarto d’ora. In molti casi mortifera, a lancette del cronometro che stanno per arrivare al 90′, come nell’ultima in casa con il Genoa. Il Grifone che pensa ormai di farla franca, poi arriva il testone di D’Ambrosio ed è 1-0.

Dalla zona Cesarini alla zona Inter, insomma, il passo è breve. Su 12 realizzazioni in sei giornate, la formazione meneghina ben 8 volte ha colpito negli ultimi 15 minuti. E la cosa può essere vista e analizzata da due punti di vista almeno. L’Inter mantiene calma e lucidità necessarie a colpire l’avversario anche quando i minuti scorrono, dall’alto di una sorta di consapevolezza: siamo più forti e prima o poi un gol lo facciamo. Oppure, di riffa e di raffa e anche con un po’ di fortuna, un pallone nella rete entra. E poco importa se fin lì il gioco è stato farraginoso, se Handanovic ha rischiato, eccetera eccetera…

Qualcuno, visto anche che il giorno di Inter-Genoa e delle elezioni tedesche era lo stesso, ha paragonato questa Inter di Luciano Spalletti ad Angela Merkel. Ossia: vince, ma non convince. Il che è sufficiente, per ora, a tenersi stretto il terzo posto ad appena due punti dalla vetta (colpa del pari a Bologna, anche allora con un gol, su rigore, nell’ultimo quarto d’ora).

Altro dato da non dimenticare è che le reti segnate in zona Inter sono praticamente sempre pesanti perché l’Inter ha la miglior difesa d’Italia finora: appena due gol subiti. Una cassaforte. Certo non è questa l’Inter che pensava di modellare Spalletti, più propenso allo spettacolo che al risultato. Ma, alla fine, a questa squadra sono proprio i risultati che sono mancati nelle ultime stagioni. Dunque, va bene così, no? I puristi del calcio storceranno del naso, come del resto fanno i tifosi a San Siro fino al 75′. Poi, siccome ormai il golletto nel finale non è più un caso, una strana elettricità pervade lo stadio dal 76′ in poi. Quasi chiamando la rete. Insomma, i fischi (finora riservati ai singoli e e non alla squadra) paiono sempre essere vicini vicini. Una prodezza, di Icardi, Perisic o D’Ambrosio, è sufficiente per trasformare quei fischi in applausi e olè. Perché tutto il mondo è paese, dai, e pure quelli del loggione del Meazza, che neanche si accontentavano talvolta delle prodezze del Fenomeno Ronaldo o che criticavano lo stregone Mourinho. Insomma, anche quelli con la puzza sotto il naso, alla fine se ne vanno a casa contenti. Per un’altra vittoria arrivata in zona Inter.

E poi siamo al paradosso alla Catalano. Che cambia se segni al 1′ o al 90′? Sempre tre punti sono! Solo che se segni subito e poi amministri, sei una squadra matura. Se segni al 90′, sei una squadra che fatica tanto e risolve solo grazie alla dea bendata.

Ora è d’obbligo far seguire alle parole i numeri. Ecco la sequela di reti dopo il 75′ da parte della Beneamata. Il 3-0 alla Fiorentina dell’esordio è facile, al punto che la rete di Perisic al 79′ è solo il terzo squillo, con la doppietta di Icardi che aveva già indirizzato la partita nei primi 15′ (toh, che strano). Alla seconda, c’è la trasferta a Roma con i giallorossi: se è vero che Icardi pareggia al 67′, è altrettanto vero che i tre punti la squadra dell’ex Luciano Spalletti se li va a prendere proprio nei fatidici 15′ finali, con Icardi al 77′ e Vecino all’87’.

Alla terza c’è la Spal in casa: tutto facile, no? Sì e no: Icardi la sblocca su rigore al 27′, ma Perisic scaccia i fantasmi con il 2-0 all’87’. Alla quarta ecco la trasferta sul campo del Crotone, altro 2-0 per i nerazzurri: all’82’ Skriniar, al 92′ Perisic e il piatto è servito. Altri tre punti arrivati alla fine, dunque.

Alla quinta, a Bologna, arriva il primo stop per l’Inter: è 1-1, con i rossoblù che mettono sotto per larghi tratti l’Inter, andando anche in vantaggio con Verdi, ma ci pensa bomber Icardi, su rigore al 77′, a portare a casa un punto. La magia si ripete contro il Genoa, che si chiude bene in difesa e sfiora anche la rete, ma poi arriva il calcio d’angolo, la testa di D’Ambrosio, l’1-0 che ormai non stupisce più: questa squadra resta sempre sul pezzo. Concentrata.

Sapete come sarebbe la classifica dell’Inter fino al 75′? I nerazzurri avrebbero appena 9 punti, a -9 dalla vetta. Sapete, invece, se le partite durassero solo quel quarto d’ora? Calcolo facile. L’Inter sarebbe a punteggio pieno, con 18 punti nel carniere. Ecco perché questa è ora ufficialmente ‘Zona Inter’. Non resta che capire se gli avversari, da adesso in poi, rimarranno concentrati anche loro, contro Icardi e compagni, fino all’ultimo. Perché la paura fa 90′. Ma a volte anche solo 75′. Per gli altri, ovvio, non per Luciano Spalletti.

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Quattro vittorie, una sola rete al passivo, tanta grinta e un pizzico di fortuna. Unite questi ingredienti, tingeteli di nerazzurro e otterrete l’avvio di stagione della nuova Inter targata Luciano Spalletti. Un’annata avviata passeggiando su una Fiorentina in piena costruzione, poi rimontando a domicilio grazie anche all’aiuto di tre legni una Roma che nell’edizione 2016/2017 aveva staccato Candreva e compagni di 25 punti, e successivamente matando Spal in casa e Crotone allo “Scida” con lo stesso punteggio, 2-0. Radiografia di una squadra che ha imparato a soffrire ed essere concreta, in pieno “interismo”, e con un pizzico di qualità in più, derivata dalle menti pensanti di Spalletti in panchina e Borja Valero in campo e dall’integrazione dei muscoli di Dalbert, Vecino e Skriniar.

Luciano, poco Lucky

Aveva lasciato la Roma senza rimpianti. Stanco e svuotato dal dualismo con Totti e dalle polemiche con un ambiente esasperante e a volte anche esasperato. Luciano Spalletti non si è mai guardato indietro e non l’ha fatto nemmeno quando ha deciso di salire su un treno per Milano salutando la Capitale a cui ormai sentiva di non poter dare altro. E pazienza se le promesse maturate all’alba del calciomercato interista, da Nainggolan a Vidal passando per Di Maria e Schick, non sono state mantenute: tirare fuori le squadre dalle ceneri è stata spesso una specialità della casa.

Basti fare un salto indietro all’anno 2005:  Spalletti arriva a Roma dove trova una squadra vittima di scelte sbagliate da parte della società, incapace di uscire dal tunnel della mediocrità di due ottavi posti in tre anni. Non ha vinto molto,due Coppe Italia (’06/’07 – ’07/’08) e una Supercoppa italiana (2007), ma ha emozionato. Tanto.

A Milano, sponda nerazzurra, gli hanno chiesto di trovare una via di mezzo: cuore e risultati, con il vento d’Oriente smorzato dalla presenza dell’amico Walter Sabatini. Che ha garantito per lui al momento della scelta della nuova guida tecnica: non solo un allenatore, ma un leader della panchina.

Meno acquisti, più responsabilità

Un occhio al rettangolo verde e uno al portafogli. La nuova proprietà dell’Inter ha seguito un iter geometrico durante la campagna acquisti estiva: ad Appiano Gentile sono arrivati João Cancelo, Borja Valero, Skriniar, Padelli, Vecino e Dalbert, oltre ad operazioni minori come quelle riguardanti i giovani Zaniolo e Odgaard. I circa 83 milioni spesi in cartellini sono stati parzialmente ammortizzati dalle uscite anche dei vari Banega, Juan Jesus, Palacio, Medel e Felipe Melo, per un risparmio non sufficiente però a pareggiare gli investimenti ma di sicuro utile per determinare il cambio di rotta richiesto.

Nomi di grido? Pochi, in pieno stile Spalletti. Allenatore che spesso ha preferito il gruppo al singolo, come un demiurgo che predilige materiale da sgrezzare. In realtà, in casa Inter la qualità non mancava già nella scorsa stagione: servivano un direttore d’orchestra e dei rinforzi in difesa. Arrivati, con il coraggio di investire sulla loro voglia di diventare dei big e l’intenzione di svecchiare. Eccezion fatta per Borja Valero e un “secondo” come Padelli, parliamo di Under 25: sintomo di progetto.

Oh capitano, mio capitano

Un progetto al centro del quale, inutile ribadirlo, ci sono Mauro Icardi e il suo fiuto del gol. Nonostante la polemica ancora aperta con la Curva Nord (nella fanzine distribuita prima della sfida casalinga con la Spal si leggeva: «Non si fanno cori per Icardi. Quando segna, segna l’INTER. Quando lo speaker annuncia la formazione, evitate di urlare il nome di quell’infame argentino»), il numero 9 argentino ha una merce rara dalla sua parte: la capacità di andare in rete, spesso e volentieri. Cinque marcature in quattro incontri di campionato ne sono degna conferma: dal dischetto, di testa, con tap-in a pochi passi dalla linea di porta o danzando sul pallone all’interno dell’area di rigore. Se nella rosa di Luciano Spalletti c’è un inamovibile, quello è proprio Icardi. La conferma? L’assenza di un altro vero e proprio centravanti in organico.

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I suoi numeri con l’Inter sono spaventosi: 129 partite giocate e 76 reti in 4 stagioni e…uno spicchio. Così gli si può perdonare anche la zazzera bionda con la quale si è presentato alla Pinetina nella scorsa settimana: una scelta che ha spinto i compagni a prendere Icardi bonariamente in giro, come attestato dal fotomontaggio diffuso dal difensore Danilo D’Ambrosio, che ha postato su Instagram l’immagine dei giocatori dell’Inter «acconciati» con un biondo platino uguale a quello sfoggiato nei giorni scorsi da Icardi.

Settimana libera

Tornando in “cassa”, la società nerazzurra sarà chiamata anche in questa stagione 2017/18 a incamerare circa 60 milioni fra plusvalenze, eventuali aumenti dei ricavi e risparmi in stipendi e ammortamenti, per rispettare le richieste della UEFA. Per farlo, servirà anche tornare in Europa: un’assenza forzata, quella di quest’anno, che nasconde però dei vantaggi. Al momento l’Inter si ritrova in mano una rosa competitiva, che non sarà gravata dagli impegni infrasettimanali e dalla legge del turnover:  un punto a favore rispetto a Juventus e Napoli, che oggi con i nerazzurri condividono la vetta, ma anche Roma, Milan e Lazio, principali avversari per il podio. Nella prima stagione aperta a 4 posti tricolore per la zona Champions, ritrovare la coppa con le orecchie appare un obiettivo più che a portata di mano. Ma se l’effetto Spalletti sarà a lunga gittata, per Perisic e compagni guardare alla vetta non sarà più una mission impossible.

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Tu pensi a Patrick Schich e ad Andrea Belotti. Uno potrebbe arrivare, nonostante il cuore matto, l’altro è il sogno del Milan per completare un calciomercato di fuochi d’artificio. Altrimenti, beh, c’è sempre Kalinic che aspetta. Poi, però, guardi in casa tua e scopri che due attaccanti su cui contare magari ce li hai già: Andrea Pinamonti e Patrick Cutrone.

In comune hanno che sono molto giovani entrambi, che giocano vicino alla porta e che vestono le maglie delle due milanesi. Pinamonti con l’Inter, Cutrone per il Milan. Insomma, perché andare a cercare tanto lontano i bomber quando sono già sotto il tuo tetto?

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In questa estate di preparazione, alla ribalta è salito Cutrone. Contro il Bayern Monaco, quasi fosse un veterano lui che di anni ne ha 19 anni, ha infilato due volte la porta avversaria. Vero che di fronte non c’era Neuer, ma in panchina un certo Carletto Ancelotti. E davanti gente del calibro di Bernat, Rafinha, Alaba e Hummels, campione del mondo.

La doppietta ai tedeschi ha fatto gridare al miracolo tutti. Tranne chi nel settore giovanile rossonero lavora a stretto contatto con lui e con gli altri del vivaio. Sì, perché Patrick il gol ce l’ha nel sangue. Dopo gli esordi alla Paradiense, Cutrone è entrato nella famiglia rossonera. Nel 2012 gli addetti ai lavori si accorgono di lui al torneo ‘Gaetano Scirea’. Il Milan in finale affronta il Barcellona e Patrick segna una doppietta.

Il giovane puntero fa tutta la trafila delle giovanili milaniste, segnando 43 reti in 67 partite con la Primavera. Dal 2013 al 2016 gioca per la Nazionale, dall’Under 15 alla 19. Nel gennaio di quest’anno l’arrivo in prima squadra e il debutto in serie A all’85’, nel 3-0 al Bologna, al posto di Deulofeu. Quest’anno, per lui, l’idea dei dirigenti era di mandarlo a farsi le ossa in prestito. Ma dopo il Bayern qualcosa è cambiato.

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Cutrone è una prima punta potente, 183 centimetri per 75 chili. Eppure è anche veloce e tira di prima intenzione. Sa reggere da solo il reparto offensivo, si sacrifica per i compagni. È un destro naturale, è stato schierato pure più largo per accentrarsi e tentare la conclusione. Vincenzo Montella lo sta valutando attentamente e gli ha dato spazio nelle amichevoli. Aveva segnato un gol pure contro il Lugano e giocato piuttosto bene nel ko contro il Borussia Dortmund.

La via più facile è che vada in prestito, in A o in B, perché a quest’età conta giocare con continuità. Prima del prestito, però, c’è una questione urgente da risolvere: il contratto scade infatti nel giugno del 2018. Lui ha già detto la sua: “Io spero di rimanere al Milan”. Parlava del futuro ma, tutto sommato, anche del presente. Potrebbe dire la sua in prima squadra, anche se nel Milan stellare costruito dalla proprietà cinese rischierebbe davvero di trovare poco spazio.

Spostiamoci in casa Inter. Andrea Pinamonti era più conosciuto di Patrick Cutrone. Nonostante abbia un anno in meno, è parecchio tempo che si divide tra la Primavera e la prima squadra. Tanto è vero che ha già esordito pure in Europa, l’8 dicembre del 2016, a 17 anni, contro lo Sparta Praga nell’ultimo match del girone 2016/2017 di Europa League. Andrea giocò molto bene. Il 12 febbraio del 2017 c’è stata anche la prima presenza in serie A, nel 2-0 all’Empoli, parlando di una esperienza “indescrivibile”.

PInamonti campione

Il 2017 si è chiuso alla grande con la conquista dello scudetto Primavera, anche grazie a una sua rete, mentre con l’Under 17 dell’Italia ha partecipato agli Europei del 2016, segnando un gol. Il suo idolo è, manco a dirlo, Mauro Icardi, a cui dice di ispirarsi parecchio, e che nelle amichevoli di inizio stagione ha sostituito spesso per via dell’infortunio dell’argentino, tanto che in Cina è stato uno dei giocatori più acclamati dai tifosi. Proprio suo papà Massimo ha postato una foto di tifosi cinesi con in mano un’immagine del giovane attaccante.

Per lui non dovrebbe esserci il prestito, ma la prima squadra, dove agirà probabilmente da vice Icardi, col quale ha uno splendido rapporto e dal quale cerca di carpire i segreti di un attaccante da 20 e più gol a stagione. Solo se dovesse concretizzarsi l’arrivo di Patrick Schick in casa nerazzurra, Pinamonti verrebbe sacrificato per poter giocare con continuità.

Insomma, in questa stagione difficilmente vedremo il derby Cutrone vs Pinamonti, ma negli anni a venire i due sono destinati a scrivere pagine di derby a suon di gol. Pagine di storia, dunque. E, chissà, ai Mondiali del 2022 potrebbero anche essere nella spedizione azzurra. Quella maggiore, naturalmente.