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Con Napoli e Juventus ormai avviate verso il lungo sprint finale per la vittoria del campionato e la Lazio che si sta confermando una solida realtà (a parte la sconfitta di Milano, che sembra più un episodio sfortunato che un segnale di qualche problematica particolare), l’ultimo posto per raggiungere il paradiso Champions sembra essere l’unico davvero in bilico. A contenderselo ci sono l’Inter di Spalletti e la Roma di Di Francesco, due squadre che però nell’ultimo mese e mezzo hanno affrontato difficoltà difficilmente prevedibili dopo i primi mesi e che, a causa di risultati pessimi, rischiano di doversi preoccupare anche di squadre come Sampdoria e Milan (che nell’ultimo periodo, a differenza di nerazzurri e giallorossi, sono in ottima forma).

Per farsi un’idea basta osservare i numeri delle ultime 6 giornate di campionato, talmente negativi da non dare adito a possibili interpretazioni differenti: 4 punti per la squadra allenata dal tecnico di Certaldo, addirittura 3 quelli raggranellati dalla squadra della Capitale. Meno del Benevento, tanto per fare il nome della squadra attualmente ultima in classifica per distacco, con il solo Chievo ad aver fatto peggio (un pareggio e 5 sconfitte) e il Cagliari con gli stessi punti fatti dall’Inter. Non è un caso che le ultime vittorie collezionate da Inter e Roma siano arrivate, rispettivamente, proprio contro il Chievo e il Cagliari (tra l’altro con un gol molto contestato di Fazio all’ultimo secondo).

Due squadre che vivono un momento simile, con problematiche simili e alcune differenze. Le difese di entrambe sono quasi sempre difficili da battere e anche dopo gli ultimi risultati risultano tra le migliori del campionato, mentre gli attacchi attraversano un momento nero. Gli avanti nerazzurri hanno segnato solamente 4 reti (uno dei quali il clamoroso autogol di Vicari di domenica, senza il quale la partita con la Spal difficilmente si sarebbe sbloccata), gli stessi dei giallorossi.

L’Inter paga la vena smarrita da Perisic, l’inesistente contributo realizzativo di Candreva e l’isolamento di Icardi al centro, con un centrocampo che raramente riesce a contribuire in maniera significativa alla fase offensiva. Le alternative poi sono quasi inesistenti, a partire da un Eder sempre più messo da parte e dal giovane e acerbo Karamoh, talento interessante ma non ancora pronto.

All’ombra del Colosseo invece c’è un Edin Dzeko che sembra tornato (almeno per la media reti) quello del primo anno, con in più una valigia in mano già fatta e poi disfatta per il mancato accordo economico con il Chelsea. Insieme a lui l’incognita Schick, ancora alle prese con problemi fisici, e il contributo altalenante dei vari Perotti, El Shaarawy e Defrel. Anche Radja Nainggolan (sogno nerazzurro di mezza estate), che da trequartista d’assalto aveva raggiunto la doppia cifra, non riesce a incidere allo stesso modo spostato più dietro. Pensare poi che la fascia destra fino allo scorso anno era territorio di un certo Mohammed Salah non può che far aumentare i rimpianti per la cessione dell’egiziano, che a Liverpool si sta imponendo come uno dei migliori attaccanti al mondo.

A prescindere dai numeri, queste due squadre preoccupano per il loro modo di affrontare una partita. L’Inter di Spalletti sembra aver smarrito la convinzione ferrea nei propri mezzi che l’aveva contraddistinta fino a Novembre e che le aveva permesso di arrivare a essere prima in solitaria. Anche quando giocavano meno bene i nerazzurri riuscivano a trovare la via della vittoria, cosa che in questo momento non riesce più (neanche quando passano in vantaggio, come a Firenze o a Ferrara). Un calo che ricorda nefastamente quelli avuti nelle stagioni precedenti e che fa pensare a una debolezza mentale, prima che fisica o tecnica, una sorta di spinta intrinseca a mollare quando le cose iniziano ad andare male (e alcune dichiarazioni del tecnico avvalorano questa teoria).

La Roma invece, reduce da un girone di Champions passato alla grande e un inizio incoraggiante, dopo la sconfitta di Torino sembra essersi fermata. L’incredibile errore di Schick è stato una sorta di sliding door: se il ceco lo avesse segnato e i giallorossi fossero usciti indenni da Torino, forse staremmo parlando di un’altra situazione. Invece la sconfitta all’Allianz Stadium, l’ennesima contro i bianconeri, ha come svuotato la squadra.

Il mercato di gennaio, per entrambe, non è stato di certo scoppiettante. Almeno il calendario, in questo periodo, sembra voler dare una mano alle due squadre più in difficoltà della Serie A. L’Inter dovrà affrontare il Crotone di Zenga e il Bologna in casa (e con i calabresi molto probabilmente dovrà fare a meno di Icardi),  la Roma va a Verona e ospiterà in casa il Benevento. Tutte e quattro le prossime avversarie però attraversano un momento migliore e non saranno di certo disponibili a regalare punti.

Continuare questa specie di corsa del gambero e non riuscire a sbloccarsi significherebbe allargare la lotta al quarto posto anche a squadre che fino a poche giornate fa sembravano tagliate fuori, che ora sono lì pronte ad approfittare di ogni passo falso.

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Agli inizi degli anni 2000, se avessero chiesto a qualsiasi appassionato di calcio il nome di un grande portiere brasiliano, forse gli unici nomi fatti sarebbero stati quelli di Claudio Taffarel (visto anche dalle nostre parti e protagonista della vittoria dei verdeoro a Usa ’94) e di Gilmar (leggendario portiere del Brasile bicampione del mondo nel ’58 e nel ’62). Poi però qualcosa è cambiato e dal paese del futebol bailado sono arrivati alcuni dei portieri che hanno scritto la storia del calcio contemporaneo, italiano e internazionale.

Prima Nelson Dida, grande protagonista delle vittorie in Champions del Milan di Ancelotti, poi Julio Cesar, che sulla sponda nerazzurra dei navigli per diversi anni ha giganteggiato e ha rappresentato un baluardo quasi insuperabile per gli avversari. Anche a Roma si sono visti portieri brasiliani: Doni e Julio Sergio Bertagnoli (passato da terzo a primo portiere e diventato idolo dei tifosi romanisti grazie ad alcune prestazioni super nei diversi derby giocati contro la Lazio) hanno protetto i pali all’Olimpico, con fortune più o meno alterne. Oggi però, grazie all’intuizione avuta lo scorso anno da Walter Sabatini, la Roma può schierare un portiere che ha le stimmate del predestinato e che, per le qualità che sta mostrando, può ripercorrere la storia dei suoi migliori predecessori.

Alisson Becker è speciale, basta assistere a una partita qualsiasi della Roma per rendersene conto. Quella di domenica, proprio nello stadio che ha consacrato Julio Cesar, è stata probabilmente la serata della definitiva consacrazione del classe ’92 di Novo Hamburgo, una serata in cui ha mostrato tutte le qualità che rendono grande un portiere. Plasticità nei pali (il volo sul tiro di Icardi, toccato con la punta delle dita prima di finire sul palo, grazie a un tuffo esplosivo), sicurezza nelle uscite e anche capacità di gestire le situazioni più complicate senza mai dare l’impressione di essere in affanno (a pochi minuti dalla fine, su retropassaggio non perfetto di un compagno, salta Icardi che va in pressione con un dribbling degno di un grande libero).

Nella freddezza, nella capacità di non andare in difficoltà, Alisson mostra tutta la freddezza della sua parte tedesca (il cognome Becker non è casuale), che unita all’estro tipico di un brasiliano (con i piedi ci sa fare, eccome!) lo rendono un numero 1 con pochi eguali. Nei 2340 minuti giocati ha subito appena 21 reti, mantenendo la porta inviolata per ben 12 volte. La difesa della Roma è la migliore in Serie A dopo quella del Napoli, a pari merito con la Juventus, e lui è uno degli artefici principali di questo eccellente rendimento. I giallorossi, che lo scorso hanno ha mostrato più di una crepa nelle retrovie, quest’anno stanno dimostrando di aver ritrovato la compattezza difensiva, nonostante la cessione di Rudiger (e grazie alla difesa sono in zona Champions, visto che i numeri della fase offensiva sono notevolmente peggiorati) e il ruolo del portiere verdeoro in questo processo di miglioramento è stato fondamentale.

Se oggi Alisson è il portiere che tutti ammirano lo deve soprattutto a una testa da grande campione, prima che ai suoi pur notevoli mezzi. Dopo essere arrivato a luglio del 2016, anche un po’ in sordina, è rimasto tranquillo in panchina per tutta la stagione, accettando il ruolo di vice Szczesny in campionato e giocando solamente in Europa League e in Coppa Italia. Mai una polemica, mai un atteggiamento sbagliato o una parola fuori posto nei confronti di Spalletti, solo tanto lavoro e studio per imparare al meglio la nostra lingua (per guidare una difesa è importante saper comunicare, e lui lo ha capito presto).

Una specie di periodo di apprendistato (in questo la sua storia somiglia un po’ a quella di Julio Cesar, “parcheggiato” 6 mesi al Chievo per iniziare a prendere confidenza con il ruolo di portiere in Italia e mai sceso in campo con i gialloblu), in cui ha cercato di sfruttare al meglio la presenza in giallorosso di un preparatore top come Marco Savorani. L’ex Internacional è una spugna, cerca di apprendere al meglio. E pensare che, per sua stessa ammissione, da adolescente era piuttosto immaturo e con qualche chilo di troppo. Per diventare un professionista ha dovuto sudare, in tutti i sensi: “Sapevo che avrei dovuto lavorare sodo e perdere peso. Su una scala da 1 a 5, il mio livello di maturità era 1, e altri erano già 5, evoluti. Ho sofferto molto per la differenza fisica, gli altri portieri erano più forti. Ma sono cresciuto di 17 centimetri l’anno, ho perso molto peso, questo mi ha portato a guadagnare rispetto come portiere“.

A inizio stagone l’addio di Szczesny aveva creato qualche dubbio nei sostenitori giallorossi, visto il rendimento eccellente del portiere polacco nelle stagioni precedenti. Dubbi che poi sono scomparsi col passare dei mesi. Il punto di svolta per Alisson è stata probabilmente la partita dell’Olimpico contro l’Atletico Madrid del Cholo Simeone, nella quale è riuscito a parare qualsiasi cosa passasse dalle sue parti. Da lì in poi il portiere brasiliano ha sbagliato praticamente nulla, dimostrando di essere tra i numeri uno più affidabili in circolazione.

Le sue prestazioni stanno attirando l’interesse di tutti i grandi club europei, in particolare di PSG e Liverpool, ma per ora Monchi e la dirigenza giallorossa non hanno alcuna intenzione di cedere un giocatore con le sue qualità, ancora giovane e con ulteriori margini di miglioramento.

La Roma con lui è in buone mani, questo è certo.

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Nelle ultime giornate, soprattutto negli scontri diretti tra le squadre che stanno giocando per vincere lo scudetto, è sembrato di assistere a una specie di ritorno al passato. Pochi gol, partite non belle dal punto di vista estetico, calcio fisico e attenzione difensiva ai massimi livelli sono stati i leitmotiv di gran parte delle sfide tra i top club della Serie A giocate negli ultimi 2 mesi.

Anzi, in generale, le 4 squadre che guidano la classifica (nonostante i tanti gol segnati) fanno dell’attenzione difensiva un punto di forza fondamentale, anche in un campionato che invece tendenzialmente sta privilegiando l’aspetto offensivo del gioco. Negli ultimi 10 anni infatti la Serie A è passata da secondo peggior torneo per gol segnati (nel 2007/2008, anno in cui vinse l’Inter di Mancini, solo in Francia si segnava meno) ad essere quello con la media gol più alta (nel 2016/2017 la Serie A, con 2.96 gol segnati di media, è davanti a Liga e Bundesliga, leadership mantenuta anche nella prima parte di questo campionato).

Inter, Juve, Napoli, Lazio e Roma partecipano al festival del gol all’italiana, segnano tanto e subiscono pochissimi gol negli scontri con le squadre medio/piccole (quella dei biancocelesti, tralasciando i 4 gol subiti nella sfortunata partita persa con il Napoli, rimane comunque una difesa forte). Queste ultime ormai difficilmente riescono a “rubare” punti a quelle che sono nei piani alti, venendo spesso sommerse di reti senza riuscire a fare granché, segno di un abbassamento qualitativo generale (soprattutto nella fase difensiva).

Ma è negli scontri diretti che viene fuori tutta l’importanza data alla difesa, quella che ha reso celebre il calcio italiano e lo ha portato in cima al mondo più di una volta, che è tornata a rivestire un ruolo di primo piano. In Juve-Inter, Napoli-Juve, Napoli-Inter e Roma-Napoli, in alcuni frangenti sembrava di assistere alle omonime partite giocate negli anni 70/80, quelle in cui si badava prima a non prenderle. La Juventus ha espugnato il San Paolo, campo più volte avverso anche negli anni scorsi in cui ha dominato il campionato, lasciando il pallino del gioco agli uomini di Sarri e ripartendo in contropiede con le frecce Douglas Costa e Dybala, con linee ravvicinate e nessuno spazio concesso agli avanti azzurri. Anche le prestazioni dell’Inter al San Paolo e all’Allianz Stadium sono state improntate soprattutto all’attenzione difensiva e alle ripartenze (più efficaci col Napoli, meno contro i bianconeri).

In questo le vittorie della Juventus del ciclo Conte/Allegri hanno tracciato il solco che poi gli altri stanno seguendo. I bianconeri hanno fondato la propria forza sulla difesa quasi insuperabile, con la BBC e Buffon a proteggere i pali, mentre le altre squadre perdevano i migliori difensori (Thiago Silva venduto dal Milan, Lucio venduto dall’Inter ma ormai a fine corsa, Samuel non più muro dopo il 2010) senza sostituirli adeguatamente. Roma e Napoli hanno provato a scontrarsi con i bianconeri, uscendone quasi sempre con le ossa rotte.

Quest’anno chi lotta per i posti Champions non può esimersi dal mostrare una fase difensiva solida. Il pilastro su cui Spalletti ha impostato il suo lavoro nei primi mesi all’Inter è stata la difesa, affidata a un tecnico preparato come Martusciello, e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Il reparto che lo scorso anno faceva acqua da tutte le parti ora è diventato quasi impenetrabile e gli zero gol subiti contro Napoli e Juve sanno di battesimo del fuoco superato per Skriniar e compagni.

Eusebio Di Francesco ha restituito solidità alla Roma con il suo 4-3-3, tanto che i giallorossi (al pari di Inter e Napoli) sono la miglior difesa del campionato. Lo stesso Napoli di Sarri, espressione di un calcio offensivo tra i migliori d’Europa, quest’anno il vero salto di qualità lo ha fatto in difesa, con errori sempre più rari e un Koulibaly ormai tra i migliori in Europa nel suo ruolo.

Anche Emiliano Mondonico, uno dei maestri del calcio all’italiana, ha dichiarato qualche giorno fa che a suo parere “sta ritornando il catenaccio e guardando le partite, tutti giocano dietro la linea della palla. Vedo tatticamente una grande predisposizione di molti verso questo modo di fare calcio: col catenaccio abbiamo vinto i Mondiali, non dimentichiamo che il contropiede e il catenaccio fanno parte della nostra storia”. 

Forse parlare di catenaccio puro è esagerazione, viste soprattutto le medie gol in Serie A nell’ultimo anno e mezzo, ma è indubbio che anche in un campionato sempre più votato all’attacco la fase difensiva sia poi il fondamento su cui costruire una squadra che poi possa aspirare alle posizioni di vertice.

Primo, non prenderle. Soprattutto negli scontri diretti.

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Con le prestazioni delle ultime giornate in campionato, quelle che hanno portato l’Inter ad ottenere la vetta solitaria dopo più di due anni dall’ultima volta, Mauro Icardi ha dimostrato di essere ormai un centravanti completo, capace di segnare più di un gol a partita (16 in 15 gare) e giocare anche per la squadra quando necessario, senza limitarsi ad aspettare palloni da buttar dentro. I gol sono sempre stati il filo conduttore della sua carriera, è stato capocannoniere della Serie A a 22 anni, ma rispetto ai top player internazionali che giocano in quel ruolo sembrava sempre avere qualcosa in meno.

Icardi era un bellissimo puzzle a cui mancava qualche pezzo importante per essere completo. Grazie al lavoro impostato da Spalletti quest’anno però il ragazzo di Rosario sembra aver finalmente rifinito il suo modo di stare in campo: non più solo scatti e attese di palloni da buttare dentro negli ultimi 30 metri di campo, ma una presenza costante nella fase di pressing e nella manovra, oltre che un’inedita capacità di aiutare la squadra anche con ripiegamenti difensivi. Basta rivedere alcuni recuperi fatti nelle ultime gare di campionato, che per un attaccante che vive per il gol come lui non sono mai stati usuali, o il gioco di sponda con cui garantisce appoggi importanti ai compagni (aspetto su cui è migliorato costantemente nel corso degli anni) nella fase di possesso offensivo. Ora è sempre presente a se stesso, trascina la squadra da vero capitano e non è più solo un semplice finalizzatore.

Dalla sua Maurito ha sempre avuto dalla sua una professionalità e una serietà nel modo di lavorare sul campo che per un ragazzo della sua età non sono usuali. Quasi l’opposto di un’immagine pubblica che lo ha portato, in alcuni momenti, ad essere considerato sbruffone, arrogante, poco rispettoso delle amicizie (anche se poi, conoscendo come è andata la storia con Wanda, è diventato abbastanza chiaro il fatto che tutto il casino creato attorno alla situazione era quantomeno ingiustificato).

Lui ha sofferto davvero solo per la lite con la curva, dopo le frasi esagerate riportate nella sua autobiografia, per il resto va avanti per la sua strada. La percezione di chi sia Icardi però sta cambiando un po’ alla volta, anche grazie allo status che sta raggiungendo su un campo di calcio. Oggi, a 24 anni, può essere inserito senza problemi nella lista dei migliori attaccanti a livello internazionale, non molto distante dai vari Lewandowski, Suarez e Cavani (i migliori, a parere di chi scrive, viste le tante stagioni in cui questi calciatori sono stati protagonisti per per i gol segnati nelle coppe europee e con le rispettive nazionali). La clausola rescissoria da 110 milioni inserita dall’Inter nell’ultimo contratto firmato dal calciatore appare quindi sempre meno irraggiungibile, soprattutto per i grandi club alla ricerca di un centravanti di livello a cui affidare le chiavi del gioco offensivo.

Solo qualche anno fa una cifra superiore ai 100 milioni avrebbe spaventato chiunque, ma in un mercato folle in cui c’è chi ne spende 150 per Dembele (prospetto di livello assoluto, ma con una sola stagione di alto livello alle spalle) tutto sembra possibile. E se continuasse a segnare con le medie attuali fino a fine stagione, quanto varrebbe Mauro Icardi? Difficile dare una risposta univoca.

I tre nomi citati in precedenza hanno dalla loro un’età decisamente più alta dell’argentino e difficilmente si muoveranno dai rispettivi club. Consideriamo però il valore dei migliori attaccanti che per età sono più vicini  al puntero nerazzurro, per avere un riferimento più preciso.

Andrea Belotti (23 anni) è stato valutato 100 milioni da Cairo, dopo una sola stagione ad alto livello, senza esperienza nelle coppe europee e con sole 13 partite giocate in maglia azzurra (con 4 gol segnati). Romelu Lukaku (24 anni), il centravanti scelto da Mourinho per fare grande il Manchester United, è stato prelevato dall’Everton per 85 milioni di euro dopo diverse stagioni in doppia cifra e con un bottino già cospicuo di reti segnate nell’unica edizione di Europa League giocata dai Toffees e col Belgio in manifestazioni ufficiali (Mondiali 2014, Europei 2016 e qualificazioni Mondiali 2018).

Alvaro Morata, a 25 anni, è già stato protagonista nella cavalcata della Juventus verso la prima finale di Champions dell’era Allegri (anche se non sempre da titolare) e di due scudetti vinti dal club di Torino, pur non riuscendo mai a superare la doppia cifra in campionato. Nel suo anno di ritorno a Madrid però, uscendo spesso dalla panchina, ha segnato 15 gol in 26 presenze e ha dato il suo contributo anche alla vittoria dei Blancos nella massima competizione europea per club. Tutto ciò ha spinto il Chelsea di Antonio Conte a investire 80 milioni, e nella sua prima vera stagione da punto di riferimento offensivo sta mantenendo medie da grande centravanti.

Il vero punto di riferimento tra i centravanti Under 25, in rapporto a età e gol segnati, è però Harry Kane. L’uragano del Tottenham per caratteristiche è anche il più simile a Icardi e dalla sua ha già 3 stagioni ad altissimi livelli e un’esperienza importante in Champions. Il 2017 è stato l’anno della definitiva consacrazione tra i migliori calciatori al mondo, con medie gol da fantascienza (praticamente con lui si parte già dall’1-0) e una varietà di modi in cui segnare con pochi eguali. Il girone di Champions dominato dagli Spurs ha il suo marchio e anche in Nazionale sta iniziando a segnare con continuità preoccupante per gli avversari (7 gol nelle ultime 6 partite). Corre voce che la società inglese abbia chiesto più di 200 milioni ai club che si sono informati su di lui.

Icardi, continuando di questo passo, potrebbe raggiungere i livelli del centravanti della Nazionale inglese. Mantenere la media gol attuale, dimostrare anche in Europa di poter essere decisivo e prendersi definitivamente la Nazionale sono obiettivi che Maurito deve e può porsi, per affermarsi definitivamente come top assoluto nel suo ruolo. Il Real e altri grandi club sono già alla finestra, ma lui ha dichiarato di voler rimanere a Milano per vincere con l’Inter.

Sta anche alla società nerazzurra adeguare il contratto attuale e rimuovere quella clausola, che visti i prezzi in continua ascesa appare ogni giorno più bassa rispetto al valore di un calciatore come l’argentino, già fortissimo e con margini di miglioramento ancora ampi.

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Appena qualche mese sembrava destinato a lasciare la Pinetina per rimpinguare le povere casse nerazzurre, “in debito” con il fair play finanziario e quindi assetate di guadagno. Poi Ausilio&Co. hanno racimolato una bella somma dalle cessioni dei vari Caprari, Banega, Miangue, Gravillon e Di Marco, così Ivan Perisic ha potuto disfare le valigie e restare a Milano.

RINASCITA

Quella di Perisic è una stagione incredibile. Una storia di rinascita, sua e di tutta l’Inter, che senza coppe e senza (quasi) più speranze si trova invece al primo posto con un sogno nuovo. E il croato è, insieme a Icardi e Spalletti, il principale fautore di questa prima, grandissima, fetta di stagione: 15 presenze e 7 reti per lui, insostituibile tuttofare. Non solo gol, né solo qualità, ma anche recuperi di sessanta metri, da una parte all’altra del campo, spesso anche in zone che non dovrebbero riguardarlo. Dribbling, movimenti senza palla, un’intelligenza tattica che apre spazi e produce giocate.

TRIPLETTA

Con il Chievo è arrivata la sua tripletta personale, figlia della sua dote più grande: la versatilità. Sì, perché il primo lo ha segnato col destro, prendendo una respinta di Sorrentino per piegargli le mani di potenza, mentre il secondo e il terzo li ha insaccati con due diagonali di sinistro. Questa sua dote lo rende uno degli elementi più preziosi del campionato italiano. È sempre il giocatore giusto al momento giusto.

DUTTILITÀ

E non si tratta solo di piede, ma di duttilità a 360°, visto che contro il Cagliari Spalletti gli ha fatto fare di tutto: trequartista, esterno, interno di centrocampo, e in ogni ruolo Perisic si è sentito pienamente a suo agio, calandosi nella parte e modificando se stesso a seconda delle necessità.

JUVENTUS

Il prossimo appuntamento è fissato per domani, nel Derby d’Italia. Le ultime 2 vittorie sulla Juventus portano la sua firma: la prima, in Coppa Italia, inutile perché poi l’Inter venne eliminata ai rigori; la seconda, poco più di un anno fa, in campionato, con la sua incornata che completò una clamorosa rimonta nello spazio di circa dodici minuti. Perisic è carico, fresco di tripletta. Quale migliore occasione della sfida con la Juve per confermare il suo straordinario momento di forma?

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E ora chiamatela ‘Zona Inter’. Non nel senso di modulo, ma nel senso che la squadra di Luciano Spalletti è la più prolifica della serie A nell’ultimo quarto d’ora. In molti casi mortifera, a lancette del cronometro che stanno per arrivare al 90′, come nell’ultima in casa con il Genoa. Il Grifone che pensa ormai di farla franca, poi arriva il testone di D’Ambrosio ed è 1-0.

Dalla zona Cesarini alla zona Inter, insomma, il passo è breve. Su 12 realizzazioni in sei giornate, la formazione meneghina ben 8 volte ha colpito negli ultimi 15 minuti. E la cosa può essere vista e analizzata da due punti di vista almeno. L’Inter mantiene calma e lucidità necessarie a colpire l’avversario anche quando i minuti scorrono, dall’alto di una sorta di consapevolezza: siamo più forti e prima o poi un gol lo facciamo. Oppure, di riffa e di raffa e anche con un po’ di fortuna, un pallone nella rete entra. E poco importa se fin lì il gioco è stato farraginoso, se Handanovic ha rischiato, eccetera eccetera…

Qualcuno, visto anche che il giorno di Inter-Genoa e delle elezioni tedesche era lo stesso, ha paragonato questa Inter di Luciano Spalletti ad Angela Merkel. Ossia: vince, ma non convince. Il che è sufficiente, per ora, a tenersi stretto il terzo posto ad appena due punti dalla vetta (colpa del pari a Bologna, anche allora con un gol, su rigore, nell’ultimo quarto d’ora).

Altro dato da non dimenticare è che le reti segnate in zona Inter sono praticamente sempre pesanti perché l’Inter ha la miglior difesa d’Italia finora: appena due gol subiti. Una cassaforte. Certo non è questa l’Inter che pensava di modellare Spalletti, più propenso allo spettacolo che al risultato. Ma, alla fine, a questa squadra sono proprio i risultati che sono mancati nelle ultime stagioni. Dunque, va bene così, no? I puristi del calcio storceranno del naso, come del resto fanno i tifosi a San Siro fino al 75′. Poi, siccome ormai il golletto nel finale non è più un caso, una strana elettricità pervade lo stadio dal 76′ in poi. Quasi chiamando la rete. Insomma, i fischi (finora riservati ai singoli e e non alla squadra) paiono sempre essere vicini vicini. Una prodezza, di Icardi, Perisic o D’Ambrosio, è sufficiente per trasformare quei fischi in applausi e olè. Perché tutto il mondo è paese, dai, e pure quelli del loggione del Meazza, che neanche si accontentavano talvolta delle prodezze del Fenomeno Ronaldo o che criticavano lo stregone Mourinho. Insomma, anche quelli con la puzza sotto il naso, alla fine se ne vanno a casa contenti. Per un’altra vittoria arrivata in zona Inter.

E poi siamo al paradosso alla Catalano. Che cambia se segni al 1′ o al 90′? Sempre tre punti sono! Solo che se segni subito e poi amministri, sei una squadra matura. Se segni al 90′, sei una squadra che fatica tanto e risolve solo grazie alla dea bendata.

Ora è d’obbligo far seguire alle parole i numeri. Ecco la sequela di reti dopo il 75′ da parte della Beneamata. Il 3-0 alla Fiorentina dell’esordio è facile, al punto che la rete di Perisic al 79′ è solo il terzo squillo, con la doppietta di Icardi che aveva già indirizzato la partita nei primi 15′ (toh, che strano). Alla seconda, c’è la trasferta a Roma con i giallorossi: se è vero che Icardi pareggia al 67′, è altrettanto vero che i tre punti la squadra dell’ex Luciano Spalletti se li va a prendere proprio nei fatidici 15′ finali, con Icardi al 77′ e Vecino all’87’.

Alla terza c’è la Spal in casa: tutto facile, no? Sì e no: Icardi la sblocca su rigore al 27′, ma Perisic scaccia i fantasmi con il 2-0 all’87’. Alla quarta ecco la trasferta sul campo del Crotone, altro 2-0 per i nerazzurri: all’82’ Skriniar, al 92′ Perisic e il piatto è servito. Altri tre punti arrivati alla fine, dunque.

Alla quinta, a Bologna, arriva il primo stop per l’Inter: è 1-1, con i rossoblù che mettono sotto per larghi tratti l’Inter, andando anche in vantaggio con Verdi, ma ci pensa bomber Icardi, su rigore al 77′, a portare a casa un punto. La magia si ripete contro il Genoa, che si chiude bene in difesa e sfiora anche la rete, ma poi arriva il calcio d’angolo, la testa di D’Ambrosio, l’1-0 che ormai non stupisce più: questa squadra resta sempre sul pezzo. Concentrata.

Sapete come sarebbe la classifica dell’Inter fino al 75′? I nerazzurri avrebbero appena 9 punti, a -9 dalla vetta. Sapete, invece, se le partite durassero solo quel quarto d’ora? Calcolo facile. L’Inter sarebbe a punteggio pieno, con 18 punti nel carniere. Ecco perché questa è ora ufficialmente ‘Zona Inter’. Non resta che capire se gli avversari, da adesso in poi, rimarranno concentrati anche loro, contro Icardi e compagni, fino all’ultimo. Perché la paura fa 90′. Ma a volte anche solo 75′. Per gli altri, ovvio, non per Luciano Spalletti.