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Manchester City's Argentinian defender Nicolas Otamendi (R) celebrates scoring their second goal during the English Premier League football match between Manchester United and Manchester City at Old Trafford in Manchester, north west England, on December 10, 2017. / AFP PHOTO / Oli SCARFF / RESTRICTED TO EDITORIAL USE. No use with unauthorized audio, video, data, fixture lists, club/league logos or 'live' services. Online in-match use limited to 75 images, no video emulation. No use in betting, games or single club/league/player publications. / (Photo credit should read OLI SCARFF/AFP/Getty Images)

Boring, boring Serie A? L’adagio spesso accompagnato oltremanica negli ultimi anni al massimo campionato italiano, vinto nelle ultime sei stagioni dalla Juventus, rischia concretamente di accompagnarsi alla Premier League edizione 2017/2018. Il “mandante” sull’assassinio del campionato a due turni dal giro di boa è Pep Guardiola, gli esecutori giocano a Manchester e vestono la maglia del City.

Dica 15

Il numero 15, nella smorfia, tanto in voga in quella Napoli calcistica gradita all’allenatore catalano (chi non ricorda i complimenti smielati rivolti a Sarri e la sua truppa in tempi recenti, in particolare a cavallo dei successi su Mertens e compagni in Champions League?) indica “o’guaglione“. Appunto, il ragazzo: già, perchè i Citizens, oltre ad avere qualità, hanno dalla loro un’età media relativamente bassa, 27 anni, che passa per i 20 anni di Sanè e i 21 di Gabriel Jesus, stelline di qualità internazionale che affiancano il già elevato tasso tecnico di De Bruyne, Sterling, David Silva e Aguero. 15 sono però anche le vittorie consecutive infilate dal 26 agosto ad oggi dal team di Guardiola: non accadeva dai tempi dell’Arsenal, detentore di 14 successi di fila a cavallo tra le stagioni 2001/2002 e 2002/2003. In Premier League solo l’Everton (1-1 al City of Manchester Stadium) è riuscito a rosicchiargli punti, mentre in Europa l’unica squadra che ha avuto ragione degli inglesi è stato lo Shaktar Donetsk in quel di Kharkiv. Sconfitta indolore, con Otamendi e compagni saldamente in vetta al girone.

L’estate dei 200 milioni

Che per il Manchester City, oggi primo con 49 punti dopo 17 partite, non sarebbe stata una stagione come le altre lo si era inteso dagli investimenti in sede di calciomercato estivo: quasi 250 milioni di euro per comprare Walker, Mendy, Danilo, Ederson Moraes e Bernardo Silva. Nessuna stella, e più di qualcuno aveva storto il naso: “Ma che combina Pep?”. Ecco, cosa sta combinando. Il suo City gioca con un 4-1-4-1 in  grado di schierare almeno cinque calciatori offensivi contemporaneamente. Il terzino sinistro è Delph, di professione mediano. Un film visto con Kimmich al Bayern Monaco e con Mascherano, diventato un centrale difensivo, al Barcellona in passato. Due difensori centrali di ruolo, un mediano come Fernandinho e libero spazio alla fantasia. Così è nata la squadra nella quale segnano tutti, e tanto: Aguero (10 gol) e poi Sterling e Gabriel Jesus (9 e 8 reti).

Migliora con il tempo: Pep come il vino

La prima parte di stagione sta confermando una tendenza già denotata nelle precedenti esperienze da allenatore di Pep Guardiola: la seconda stagione è sempre meglio della prima in quanto a trofei sollevati. Così, dopo aver chiuso i suoi primi 12 mesi in Premier League con una bacheca vuota e le risate dei detrattori all’orizzonte, ora il suo City ha già 49 punti in classifica, che lo scorso anno avrebbero garantito l’ottavo posto a fine campionato. I suoi uomini vincono da più di 100 giorni e forse sono anche autori del miglior calcio europeo. Sicuramente il più efficace.

Al Barcellona Pep era diventato allenatore nel 2008, a 37 anni, scelto da Joan Laporta come allenatore della prima squadra. L’annata si chiuse con la vittoria di Coppa del Re, Liga e Champions League (ricordate la vittoria sul Chelsea nella semifinale che rese “celebre” l’arbitro Ovrebo?). Avvio sprint? E non avevate visto il resto. Secondo anno avviato con Supercoppa di Spagna e Supercoppa europea,  proseguito con il Mondiale per club e concluso con la vittoria della Liga. Una serie proseguita fino al 2012, anno dei saluti da allenatore più vincente della storia blaugrana con quattordici trofei in quattro anni.

Stesso film l’anno successivo al Bayern Monaco: cede al Borussia Dortmund in Supecoppa di Lega, ma vince la Supercoppa Europea contro il Chelsea e la Coppa del Mondo per Club, laureandosi per tre anni di fila campione di Germania. Senza però mai sollevare la Champions in Baviera. Una progressione incompleta, dal retrogusto amaro assaporato nel primo anno di Premier.

Corsa finita?

Quarantanove gol fatti e 10 subiti nelle ultime 15 gare. In Premier League i numeri del Manchester City spaventano tutti: basti pensare che negli ultimi cinque anni nessuna vincitrice del titolo ha avuto un vantaggio pari o superiore a quello detenuto oggi dai Citizens sulla seconda classificata, lo United di Mourinho. +7 per il Chelsea dello scorso anno, e risalendo alla stagione 2012/2013 si registrano il +10 del Leicester, il +8 del Chelsea, addirittura un +2 del City (2013/2014, allenava Mancini) e un +9 dello United. Gli avversari di oggi giurano di credere ancora alla vittoria finale, anche se le parole di un assertore dell’ottimismo come Mou riecheggiano nell’aria:

“Undici punti sono undici punti anche in un campionato ultracompetitivo come la Premier: è una distanza importante”

Se non è un’ammissione di inferiorità, poco ci manca: la sensazione è che l’ultimo treno per riaprire la Premier League possa arrivare già prima di Natale. Anzi, tra poche ore: in casa City arriva il Tottenham, quinto tra le squadre più odiate d’Inghilterra in sondaggi di un anno fa. Scommettiamo che in tanti tiferanno Spurs per un giorno?

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Quando è atterrato a Fiumicino a fine luglio, per molti tifosi romanisti Alexander Kolarov era solamente un ex terzino della loro rivale cittadina più vicino ai 32 che ai 31. Un giocatore per molti sul viale del tramonto, tanto che qualcuno scriveva sui social frasi come “Ci siamo ridotti a pagare la pensione ai laziali. Oltretutto ai tempi della sua militanza con la Lazio aveva anche segnato in un derby vinto dai biancazzurri per 4-2 ed era uno dei giocatori più rappresentativi della rosa, uno di quelli che i tifosi apprezzavano di più.

Dopo l’esperienza vincente al City (2 campionati, 2 Coppe di Lega, un Community Shield e una Coppa d’Inghilterra conquistate con i Citizens), reduce da una stagione in cui Guardiola lo ha quasi sempre fatto giocare da centrale sinistro della difesa a 3, Kolarov ha accettato di tornare in Italia e vestire proprio la maglia della squadra di cui per diversi anni è stato avversario nei derby all’ombra del Colosseo.

Un acquisto non gradito a tanti romanisti e in controtendenza con quelli soliti di Monchi, sempre propenso a prendere calciatori giovani dal grande potenziale (i vari Pellegrini, Under, Karsdrop, oltre alla lista chilometrica di talenti lanciati a Siviglia) e quasi mai giocatori ultratrentenni con tanto chilometraggio.  Una tendenza che si riscontra sempre più spesso anche nel lavoro di altri direttori sportivi, ma che non deve rappresentare un limite.

Il ds giallorosso si è fiondato su Kolarov perché in in una squadra che vuole puntare ai vertici non c’è solo bisogno di talenti da far crescere, ma anche di calciatori di esperienza che sanno cosa significhi giocare per vincere.  E finora ha avuto ragione, alla grande. Kolarov è, insieme a Dzeko, l’unico ad aver giocato tutte le partite tra campionato e Champions (solo una non intera, quella con l’Udinese) e oltre a rappresentare un argine per gli esterni avversari riesce ad essere decisivo anche nella fase offensiva, tanto che Espnfc si chiede se il suo possa essere considerato come il trasferimento dell’anno in Serie A.

La domanda che fino a pochi mesi fa sarebbe sembrata quantomeno ridicola, oggi ha tutto il diritto di essere formulata. I suoi 3 gol (due su punizione in campionato, che sono valsi 6 punti, e quello fantastico segnato al Chelsea in Champions League) e i 3 assist smazzati ai compagni sono stati decisivi per i risultati dei giallorossi, così come la sua continuità di rendimento in un ruolo difficile, in cui la squadra è stata falcidiata dagli infortuni.

Tutto questo è solo la parte più visibile dell’apporto che Kolarov sta dando alla Roma. Il suo innesto ha avuto un ruolo fondamentale soprattutto nel lavoro di tutti i giorni della squadra, quello che non passa in tv ma che alla fine fa la differenza, perché la sua straordinaria etica lavorativa alza l’asticella negli allenamenti. Di Francesco ne ha parlato qualche giorno fa, definendolo un esempio per tutti i calciatori, giovani e non, per la meticolosità nella preparazione di una partita e per la cura del suo corpo, che lo ha portato ad essere (a quasi 32 anni, ricordiamolo) quello che attualmente è uno dei calciatori più incisivi della Serie A.

In diverse partite è stato il calciatore della Roma a giocare più palloni (il record sono i 115 nella partita vinta a San Siro con il Milan), che insieme al lavoro “da terzino” ne fanno un interprete top del ruolo, capace di essere allo stesso tempo regista e stantuffo di fascia, assistman (miglior giallorosso per occasioni create, 17) e difensore efficace (è anche il secondo per il numero di eventi difensivi ogni 90 minuti).

Un calciatore completo come pochi, che ha saputo completarsi nell’esperienza inglese e aggiungere una fase difensiva di alto livello al proprio bagaglio, dimostrando un’apertura mentale e una duttilità non comuni (altrimenti con Guardiola non avrebbe mai giocato). Quest’anno è tornato al ruolo in cui lo abbiamo conosciuto al meglio nella sua prima versione italiana e nonostante un’età diversa sembra non aver perso quasi nulla della capacità di spinta che aveva quando era più giovane, oltre ad esser migliorato in tutto il resto.

Kolarov oggi è uno dei calciatori giallorossi più apprezzati e un punto di riferimento per tutti nell’ambiente. Altro che ex laziale a cui pagare la pensione, Alexandar a quasi 32 anni è ancora uno dei migliori terzini d’Europa e vuole vincere come non mai.

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In Premier League sembra arrivato finalmente il momento della sfida tra i due allenatori più vincenti della storia del calcio contemporaneo. Josè Mourinho e Pep Guardiola, dopo un anno in cui il campionato è scomparso abbastanza velocemente dai radar di entrambi, quest’anno sembrano pronti a battagliare fino all’ultima giornata per giocarsi la vittoria del titolo inglese.

La prospettiva, in questo momento, è quella di uno scontro fino all’ultima giornata tra il City allenato dal tecnico catalano e lo United guidato dal mago portoghese. Paolo Condò, in un bellissimo libro, li ha definitii duellanti, andando a sottolineare come gli incroci tra le squadre guidate da questi due geniali interpreti del ruolo di allenatore non siano mai delle semplici partite, ma veri e propri scontri tra filosofie e personalità opposte e ugualmente vincenti. Addirittura la rivalità tra i due viene definita “materiale da film“, e paragonata a “un franchise cinematografico“, e a guardar bene queste definizioni risultano tutt’altro che esagerate.

Mourinho ha vinto ovunque col suo calcio verticale e pragmatico, e grazie al suo modo di entrare sotto pelle ai calciatori ha spremuto sempre il 110% del loro potenziale. Guardiola, grazie ad un mix tra il calcio totale olandese e il possesso palla a livelli celestiali, ha inventato il tiki taka e dato vita a quella che forse è la squadra più forte di tutti i tempi.

Due personaggi così diversi sono nati praticamente nello stesso ambiente, in quel Barcellona di cui Pep è stato bandiera in campo e che poi ha portato in cima al mondo e in cui Mou ha militato per alcuni anni da allenatore in seconda (ha cominciato come braccio destro di Bobby Robson, dopo un passato di calcio giocato praticamente inesistente). Mentre il Porto di Josè arrivava in cima all’Europa, Pep muoveva i primi passi da capo allenatore al Barcellona B, poi forse l’evento che ha generato la rivalità tra i due: la panchina blaugrana è vacante, il portoghese sembra essere l’indiziato numero uno a sostituire Rijkard. Guardiola stesso lo indica come possibile successore del tecnico olandese, ma alla fine la dirigenza sceglie di affidare proprio a lui il ruolo di capo allenatore. Una sceneggiatura quasi cinematografica, che ha continuato ad alimentarsi negli anni successivi

Quella scelta dirigenziale Mourinho in fondo non l’ha mai digerita (anche se Guardiola non c’entra direttamente) e da quel momento è un susseguirsi di duelli verbali e sul campo. Il primo incrocio è in occasione della Champions del 2010, prima nei gironi e poi in semifinale, con quella corsa liberatoria di Mou sul prato del Camp Nou che assume molti più significati di una semplice esultanza per un’impresa sportiva. I “Clasicos” spagnoli con vittorie spesso tonanti del Barça, quasi sempre ingiocabile anche per una corazzata come il Real, hanno alzato l’asticella dello scontro, fino al famoso dito nell’occhio del portoghese ai danni di Tito Vilanova (allora secondo di Guardiola, scomparso pochi anni fa a causa di un maledetto tumore) dopo l’ennesimo trofeo perso ai danni dei blaugrana (in quel caso la Supercoppa di Spagna).

Il duello è proseguito anche quando i due erano in campionati differenti, con il solito Mou ad accendere la scintilla con dichiarazioni sempre pungenti (tipo nel 2014, quando disse che “se nella vita fai una cosa che ti piace, non perdi i capelli: e Guardiola è calvo. A Pep non piace il calcio”, oppure poco dopo la vittoria della Premier del 2015, quando disse in conferenza stampa: “avrei potuto scegliere di allenare un’altra squadra, in un paese dove diventare campioni è più facile: invece ho scelto il campionato più difficile in Europa”. Riferimento neanche tanto velato alle vittorie di Guardiola al Bayern).

L’anno scorso, quando si sono ritrovati a Manchester, tutti pensavano che la Premier dovesse da subito diventare una questione tra loro due. Alla fine invece United e City sono arrivati molto dietro il Chelsea di Conte. Ma il ritorno in vetta era solo questione di tempo, viste anche le disponibilità finanziarie praticamente illimitate dei due club.

Lo United, che comunque a portato a casa il “triplete” minore (Europa League, Community Shield e Supercoppa inglese) ha raddrizzato la mira sul mercato e, complice l’infortunio di Ibrahimovic (che a 36 anni non può più essere l’unico in grado di risolvere le partite) ha scelto di puntare sul devastante Lukaku e sulla solidità di Matic, due giocatori che hanno migliorato in modo esponenziale le prestazioni della squadra. Guardiola ha rifatto la difesa acquistando Mendy, Walker e Danilo, oltre al promettente portiere Ederson, ha preso il talentuoso Bernardo Silva e ha lanciato definitivamente il fenomenale Gabriel Jesus in avanti. Centinaia di milioni spesi, ma se i risultati seguiranno quelli di questi primi mesi di stagione non saranno stati soldi buttati.

Ex aequo in vetta in Premier League dopo la quinta giornata, entrambe con 13 punti, 16 gol fatti e 2 subiti. Un andamento quasi a specchio, anche se come al solito il modo di ottenere i risultati è molto diverso. Ultimamente gli animi tra Mou e Guardiola sembrano essersi placati, ma se le premesse sono queste il duello (anche verbale) sembra destinato a riaccendersi molto presto.

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Per la terza volta in due anni e mezzo Barcellona e Manchester City si affrontano in Champions League, ma stavolta la sfida del Camp Nou avrà un sapore speciale. Il valore aggiunto è facile da individuare: Pep Guardiola torna nel suo stadio, dov’è diventato un grandissimo sia da calciatore negli anni Novanta sia da allenatore a partire dalla stagione 2008-2009, quando stupì tutti vincendo il Triplete da debuttante con un calcio da antologia. Non è la prima da avversario per il catalano, che già aveva sperimentato la situazione nell’andata delle semifinali di Champions League 2014-2015 (perdendo 3-0 col Bayern), ma la sua presenza rende ancora più avvincente la sfida più interessante della fase a gironi.

Pep Guardiola al Manchester City

OCCASIONE DI RISCATTO

La trasferta del Camp Nou per Guardiola arriva nel primo momento di difficoltà della sua esperienza inglese. Dopo dieci vittorie consecutive iniziali, contando tutte le competizioni, i Citizens sono incappati in due pari (3-3 col Celtic, sempre rimontando lo svantaggio, e 1-1 sabato contro l’Everton, sbagliando due rigori) e una sconfitta con il Tottenham (2-0). In Premier League l’Arsenal ha eguagliato il City in vetta, mentre il Barça ha sfruttato il mezzo passo falso in Champions per proseguire a punteggio pieno, perciò il match di domani sera vale molto in ottica primo posto, perché un successo dei padroni di casa garantirebbe un’ipoteca sul girone.

A punire gli inglesi sono stati più che altro alcuni episodi, anche se non ha affatto convinto la formazione sperimentale dell’ultima uscita, un 3-5-1-1 rivedibile e tutt’altro che impermeabile, ma è scontato che per sfidare Lionel Messi e soci (rientrati alla grande con un 4-0 al Deportivo La Coruña che ha riscattato il 4-3 prima della sosta in casa del Celta Vigo) ci sarà lo schieramento migliore, con i vari Sergio Agüero, Kevin De Bruyne, Raheem Sterling (il giocatore che ha usufruito maggiormente dell’arrivo di Guardiola) e David Silva pronti a far male e una difesa di sicuro più organizzata. Gli ingredienti per una gara scintillante ci sono tutti.

Il gol di Lionel Messi in Barcellona-Bayern Monaco del 2015

NEMICO PER UNA NOTTE

Luis Enrique e Pep Guardiola si conoscono alla perfezione, di certo non potranno esserci segreti. Compagni in blaugrana dal 1996 al 2001, quando Pep passò al Brescia, poi colleghi dal 2008 al 2011, con il primo nuovo tecnico della squadra B perché il secondo era stato promosso con i grandi, senza contare anni di condivisione delle convocazioni con la Spagna. I precedenti della stagione 2014-2015 dicono una vittoria a testa, ma in realtà il vincitore fu Luis Enrique, perché il 3-0 dell’andata al Camp Nou, immortalato dal gol fenomenale di Lionel Messi per il momentaneo 2-0, valse di fatto la qualificazione alla finale poi vinta sulla Juventus e rese inutile il 3-2 del ritorno all’Allianz Arena. Anche lo score fra Barcellona e Manchester City pende dalla parte catalana, con quattro successi su altrettanti incroci negli ottavi 2013-2014 e 2014-2015, perciò a Guardiola toccherà una sfida ancor più elettrizzante: sconfiggere la statistica e il proprio passato, per dimostrare ancora una volta di essere il migliore. È solo la terza giornata dei gironi, ma la posta in palio sarà molto superiore.

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L’ultimo inglese accolto con tanto calore all’ombra della Mole, seppure post mortem, era stato Roald Dahl, celebrato nel Salone del Libro 2016 nel centenario dalla sua nascita: non sappiamo se Joe Hart abbia mai letto alcune opere dello sceneggiatore e scrittore originario di Llandaff come “Il grande ascensore di cristallo” o  “Le streghe”. Di certo in tanti a Torino attendono di vedere nelle parate del 29enne di Shrewsbury quel “dito magico”, per restare nella bibliografia di Dahl, che spesso negli ultimi anni è mancato, in particolare sotto la guida dell’attuale Ct della Nazionale Giampiero Ventura.

Nel podio delle operazioni dal maggior impatto mediatico del calciomercato italiano nell’estate 2016, il portiere della Nazionale dei Tre Leoni, scartato da Guardiola, che gli ha preferito Caballero prima di acquistare Bravo dal Barcellona, perché “poco adatto per impostare l’azione con i piedi”, viene appena dopo Pogba e Higuain: Torino caput mundi per una stagione. Così, ai colpi bianconeri, il duo Cairo-Petrachi ha replicato con questo acquisto last minute: prestito con stipendio milionario (ma gli altri tre milioni li pagheranno i Citizens) e Hart ha rifatto le valigie per l’Italia, destinazione molto gradita se si pensa che ha scelto Firenze per le sue nozze.

Joe Hart con l'Inghilterra

Le porte del Belpaese dopo otto stagioni al Manchester City, condite da due Premier League vinte, un Community Shield, due Coppe di Lega e una Coppa d’Inghilterra sollevate e la trafila in prestito tra Tranmere, Blackpool e Birmingham. Uno scenario inimmaginabile, fino a qualche giorno prima che Guardiola si insediasse sulla lussuosa panchina dell’Etihad Stadium. 302 partite in Premier League, 39 in Champions League, e 63 in Nazionale racconterebbero di un portiere di statura internazionale: condizionale d’obbligo, se pensiamo che, eccezion fatta per Peter Shilton, Gordon Banks e David Seaman, raramente l’Inghilterra è stata patria di grandi portieri.

Con Hart i problemi sembravano risolti. Sembravano. Perché dopo aver fatto vedere grandi cose ha iniziato ad inanellare una lunga serie di errori, fino a perdere il posto tre stagioni fa in favore di Pantilimon. Lui non si è scomposto e quando è ritornato a difendere la porta dei Blues di Manchester non ha più dato adito a polemiche. Impeccabile, deciso e decisivo. “Una persona molto solare, un amicone, sempre pronto a scherzare con tutti”. Unico difetto? In ferie, ama alzare un po’ il gomito, come raccontano i gestori dei locali notturni di Manchester.

Joe Hart

Plastico tra i pali, meno abile nelle uscite alte, spauracchio per gli avversari dagli 11 metri. Su 42 rigori, Hart ne ha parati 13: questo significa che una volta su tre l’estremo difensore ora del Toro neutralizza il penalty avversario. Una “vittima” famosa? Leo Messi, respinto sul dischetto nel febbraio 2015, gara di andata degli ottavi di Champions League tra Barcellona e Manchester City. La sua fama, però, presenta anche un rovescio della medaglia: celebri sono su Youtube i video che raccolgono alcune papere di questo gigante biondo, tra cui una che lo “canzona” sull’eco di Benny Hill. Intanto un primo record l’ha collezionato senza mettere piede in campo: lui forse non lo sa, ma Hart sarà il primo portiere inglese a giocare nel nostro massimo campionato.

Nonostante l’Inghilterra sia la culla del football e gli inglesi siano stati i fondatori del calcio in Italia, sono pochi i connazionali di Hart ad aver militato nei nostri club: appena 25 inglesi in più di 100 anni e, prima del classe 1987, solamente due portieri britannici hanno cercato fortuna in Italia, ma si giocava la serie A pre-girone unico. Si tratta di James Spensley, che ha militato nelle fila del Genoa a fine Ottocento, e Hoberlin Hood, suo coevo milanista.  Una rarità, così come sono stati rari i calciatori inglesi che hanno ben figurato in Italia. Ci penserà l’ex City a ‘vendicare’ i suoi connazionali. Almeno così si augurano dalle parti di Torino, sponda granata.

Joe Hart con il City

Quella di Hart appare una scelta romantica. La scelta di un guascone inglese arrivato forse troppo presto in cima al calcio continentale e con una voglia matta di rimettersi in gioco dopo aver vinto tanto: per farlo ha scelto una società che, al netto del blasone e della storia, non vince un trofeo dal 1993 (Coppa Italia) e negli ultimi 30 anni ha fatto la spola tra serie A e serie B. Aveva offerte da mezza Europa: avrebbe potuto restare in patria, al Sunderland, o giocarsi una maglia con l’Atletico Madrid. No. Joe ha scelto una squadra di media serie A che non gioca nemmeno le coppe europee, che di solito i top player li cede – da Immobile a Darmian fino a Bruno Peres e Glik – ma che quest’anno ha in panchina un leader come Sinisa Mihajlovic. Un leone per il portiere dei Tre Leoni.

Ha scelto la foschia torinese, Hart, tanto simile allo smog industriale di Manchester, permettendo al Toro di mettere in bacheca un colpo prestigioso su scala internazionale che mancava dai tempi di Rafael Martin Vazquez, il castigliano triste del quale calcisticamente si invaghì anche l’avvocato Gianni Agnelli.

Joe Hart al Torino

Il periodo nero vissuto da Hart è però un potenziale turning point della carriera. In Italia, intanto, i suoi estimatori non mancano: uno è sull’altra sponda del Po e risponde al nome di Gigi Buffon, che prima della doppia sfida di Champions League tra la Juventus e il Manchester City, nell’autunno 2015, lo ha omaggiato collocandolo tra i migliori portieri del mondo. Dell’incrocio tra Italia e Inghilterra in Euro 2012, invece, ricordiamo la parata decisiva su una girata da posizione ravvicinata dell’allora compagno di squadra Balotelli, ma anche le parole di Andrea Pirlo, che spiegò di aver optato per il cucchiaio dal dischetto per punirne l’atteggiamento irriverente.

Scorrendo però l’almanacco mentale dell’ultimo decennio di Premier, scopriamo che spesso e volentieri l’ultima linea di difesa è stata assegnata alla legione straniera: da Schmeichel a Van Der Sar fino a Čech, De Gea e Curtois, passando per Barthez e Lehmann. Una vera e propria “maledizione del portiere inglese”: come non scegliere la città che secondo la tradizione esoterica si troverebbe al vertice del triangolo di magia bianca e di magia nera per riscattarsi? Il cuore Toro è pronto a battere per un portiere inglese. Ah, “cuore” in inglese si scrive “heart”, ma si legge “Hart”. Più di una semplice coincidenza.

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Nell’economia europea, ma possiamo tranquillamente parlare di quella mondiale, ci sono due aziende che stupiscono per la gestione delle proprie risorse. Perché sono due esempi da tenere bene a mente, non necessariamente da imitare o seguire, di certo da esportare in altri contesti che non siano solo quello calcistico. Il Manchester City e, soprattutto, il Bayern Monaco hanno già scelto e presentato l’allenatore per la prossima stagione, eppure hanno ben in mente quali sono gli obiettivi di quella in corso. Immaginate che nell’azienda dove lavorate l’amministratore delegato, o il direttore finanziario, abbia già annunciato che a giugno andrà via. Cosa succederebbe? La risposta giusta è: dipende. Dipende soprattutto dai valori dell’azienda, dalla programmazione, da come ogni singolo dipendente percepisce, o meglio è portato a percepire, quella realtà.

Bayern-Guardiola

Si è sentito spesso, in questi giorni, dire che “in Italia non sarebbe possibile“. Probabilmente è vero, soprattutto nel mondo del calcio dove l’allenatore, sempre sulla graticola, ha al contempo una forte necessità di sentirsi continuamente legittimato dalla società e dagli stessi tifosi. In questo City e Bayern rappresentano un’eccellenza europea, e non solo perché scelgono il meglio (si dirà “semplice, con un budget illimitato“) ma perché pur lasciando carta bianca agli allenatori, chiedono agli stessi di sposare la filosofia del club. Che viene sempre e comunque prima. José Mourinho è un grandissimo allenatore, di sicuro un vincente, che ha messo però sempre sé stesso avanti al club. In molti casi lasciando dietro di sé squadre da rifondare, o spogliatoi pericolosi come polveriere. Inter, Real Madrid e Chelsea su tutti, e nel calcio moderno questo inizia ad essere un particolare non di poco conto.

Al Barcellona tutto questo non accade, e Guardiola è figlio di questa mentalità. Quella che ha lasciato in eredità Johann Cruijff, e che rappresenta la stella polare della società catalana. L’hanno inseguita Guardiola, Vilanova, Luis Enrique, lo stesso Rijkaard in tempi non sospetti. Chi ha provato a rivoluzionarla, facendo di testa sua, come Antic e Robson, non è stato amato, ed ha vinto meno di quanto avrebbe potuto (l’inglese aveva il miglior Ronaldo).

Al Bayern è diverso: non c’è stato un allenatore a tracciare la strada, anche se l’impronta di Van Gaal, ad un certo punto della storia del club, è stata molto più importante di quanto non dicano gli almanacchi. Ma questo Bayern è il prodotto dell’aziendalismo procedurale di Rummenigge e Beckenbauer, di una schiera di saggi del pallone che però hanno maturato, chissà dove (sarebbe materia di studio), competenze manageriali di altissimo livello. Tanto da essere venerati dalle banche, che solitamente quando sentono il parlare di squadre di calcio, scappano.

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Nessuna paura quindi ad annunciare un nuovo allenatore (Ancelotti) a novembre, il vecchio saprà comunque cosa fare. D’altronde la bravura di chi si occupa di risorse umane è anche capire cosa, in una negoziazione, conviene ad entrambe le parti. È il metodo Getting More di Stuart Diamond, quello utilizzato da Google: se a fine stagione ci separiamo e se lo vogliamo entrambi, potremo raggiungere risultati migliori: win-win. Questa riflessione, e non la banale scaramanzia, ha portato il Bayern sul tetto d’Europa nel 2013 con Heynckes. Questo linguaggio, che non piacerebbe ad altri allenatori, piace tantissimo a Pep Guardiola che è un inquieto e vive di cambiamenti, e attraverso i cambiamenti matura. Ha lasciato il Barcellona per la Germania, lascerà il Bayern per l’Inghilterra, non mi meraviglierebbe vederlo un giorno Presidente della Catalunya, perché questo è il suo DNA. Questo è Guardiola, un allenatore ancora giovanissimo, un uomo dai mille interessi, eppure straordinariamente focalizzato sul presente.

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Il suo futuro è al City. Altra storia, più recente, certamente affascinante. Roberto Mancini è stato il primo a portare un certo tipo di mentalità. Lui che qualche mese prima (era Marzo) aveva detto in conferenza stampa “penso sarà la mia ultima stagione all’Inter” e si era giocato il posto. Pellegrini ha ereditato una squadra forgiata e cresciuta, che certamente non vorrà perdere l’opportunità di rendere ancora una volta la vita difficile a Guardiola. Perché se dovesse ricominciare ancora da una Champions vinta, allora sì che la strada sarebbe in salita. Ma non è scaramanzia, è programmazione.

Carlo Ancelotti

E City e Bayern lo sanno così bene che tracceranno la strada. Anche perché potranno contare su risorse pronte e preparate. È finita l’epoca in cui un allenatore deve allenare. Da uomini così ci si aspetta leadership, impatto immediato sull’ambiente, una comunicazione dirompente. Guardiola avrà 6 mesi per affinare il suo già ottimo inglese, Ancelotti lo stesso tempo per studiare il tedesco, fare lezioni private, adattarsi ad uno stile di vita molto impegnativo per un italiano. Non è più tempo di improvvisare. Le società moderne vivono il presente programmando il futuro. Benvenuti nel 2016, in Germania e Inghilterra.