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Germania

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C’è una frase che Gary Lineker, storico bomber inglese degli anni ’80 e ora apprezzato commentatore, che riassume abbastanza bene il peso che la Germania ha sempre avuto in ogni manifestazione calcistica tra Nazionali: “Il calcio è un gioco semplice: 22 uomini rincorrono un pallone per 90 minuti, e alla fine la Germania vince. Ovviamente si tratta di una frase iperbolica, pronunciata dopo la semifinale persa ai rigori ai Mondiali di Italia ’90 (esattamente 27 anni fa, visto che quella partita si giocò il 4 luglio), ma che riassume al meglio le qualità di una squadra che in un modo o nell’altro riesce sempre ad arrivare in fondo ai tornei a cui partecipa. La vittoria in Confederation Cup è solo l’ultimo dei grandi risultati raggiunti, a 3 anni di distanza dal Mondiale dominato in Brasile e dopo un’Europeo in cui ha raggiunto per l’ennesima volta almeno una semifinale.

Una costanza incredibile, che ora sembra aver acquisito anche a livello di giovanili. L’Under 21 è riuscita a portare a casa l’Europeo di categoria battendo in finale la Spagna nettamente favorita, visto che poteva contare su giocatori di livello assoluto come Saul, Asensio, Deulofeu e la rivelazione Dani Ceballos. E pensare che fino alla metà degli anni 2000 l’unico risultato di un certo valore dell’Under 21 era il secondo posto all’Europeo del 1982, in mezzo a tante qualificazioni mancate o uscite ai quarti di finale. Dal 2008 però qualcosa è cambiato: le vittorie agli Europei Under 19 del 2008 (contro l’Italia) e quella del 2009 dell’Under 17 (che poi negli anni successivi è arrivata in finale anche nelle edizioni 2011, 2012 e 2015), seguite da quella dell’Under 21 nel 2009 e la semifinale del 2015 (con in mezzo la vittoria della Nazionale maggiore in Brasile), hanno sancito il successo di un cambiamento radicale iniziato ai primi anni del 2000, quando i vivai tedeschi non riuscivano a creare giocatori giovani pronti per i livelli più alti.

Il modello precedente non funzionava più, bisognava cambiare, e la Federazione tedesca ha scelto di ripartire proprio dai giovani, le fondamenta di un movimento calcistico. I club sono stati letteralmente obbligati a investire sui settori giovanili, e chi non voleva adeguarsi metteva a rischio anche la propria licenza (gli investimenti totali sui vivai, da quando è iniziata la riforma sono superiori al miliardo di euro, tanto per far capire la serietà di quest’azione). Sono nati poi 366 centri federali, distribuiti su tutto il territorio, in cui i ragazzi dagli 11 ai 14 anni provenienti dalle zone limitrofe (al massimo 40 km, per far si che non dovessero spostarsi per lunghe distanze per raggiungere un centro) si allenano una volta a settimana, focalizzandosi su aspetti come tecnica individuale e tattica. Anche gli allenatori che si occupano di questi ragazzi sono formati al meglio, e così facendo i talenti migliori non sfuggono e riescono ad emergere molto più facilmente.

germania conf cup 2

La Germania campione in Confederation Cup è molto diversa da quella che buttò fuori l’Italia di Conte ai rigori: i vari Neuer, Boateng, Hummels, Howedes,  Kroos, Khedira e il trio d’attacco Muller-Ozil-Gomez (senza contare gli infortunati cronici Gotze e Reus) non sono stati convocati, per dar spazio a nomi emergenti che si sono messi in mostra nel corso dell’ultimo anno. Molti di loro, per l’età che hanno, potevano essere anche convocati agli Europei Under 21, tanto per far capire di che potenza di fuoco stiamo parlando.

Mathias Ginter, Benjamin Henrichs, l’universale Joshua Kimmich, Niklas Süle (protagonista con l’Hoffenheim e già acquistato dal Bayern), Julian Brandt, Emre Can, Leon Goretzka e il bomber Timo Werner (21 gol in 31 partite col sorprendente Lipsia, 3 in Confederation come i compagni Stindl e Goretzka), il più giovane calciatore a raggiungere 100 presenza nella storia della Bundesliga, a 20 anni e 203 giorni. Titolarissimi nei loro club, questi giovani campioni non hanno fatto sentire in alcun modo la mancanza del blocco titolare, giocando un calcio gradevole e mettendo in mostra qualità che li hanno fatti conoscere anche a chi magari non li aveva mai visti giocare in Bundesliga. A loro andranno quasi certamente ad aggiungersi alcuni dei campioni europei Under 21 in carica come il funambolo Gnabry, il metronomo Dahoud e talenti come Max Meyer e Yannick Gerhardt, già pronti per dire la loro anche a livello superiore.

germania under 21 campione

Se una volta la Germania era la squadra cinica, anche un po’ brutta a vedersi, che in qualche modo riusciva ad arrivare sempre in fondo, oggi grazie al lavoro della Federazione è diventata una squadra che gioca bene e un modello di integrazione e valorizzazione del talento che ha pochi eguali al mondo. I risultati sono sotto gli occhi di tutti, e in prospettiva c’è un gruppo in grado di tenere alto il nome della Nazionale tedesca per ancora molti anni.

“22 uomini rincorrono un pallone per 90 minuti, e alla fine la Germania vince”. E oggi diverte anche.

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Stasera, alle ore 20, la Germania sfiderà il Cile per la seconda giornata del Gruppo B di Confederations Cup. Nonostante il commissario tecnico Joachim Löw abbia convocato una squadra sperimentale, lasciando tutti i big a casa, i tedeschi sono comunque i favoriti per la vittoria del torneo in corso di svolgimento in Russia e alla prima giornata, pur fra qualche passaggio a vuoto di troppo, hanno confermato una qualità media ben al di sopra degli standard generali. È possibile che questo ricambio generazionale porti alla nascita di un nuovo ciclo che sia già competitivo fra un anno ai Mondiali di Russia 2018?

Australia-Germania Confederations Cup

RIVOLUZIONE CONTINUA

Il doppio fallimento fra Mondiali del 1998 ed Europei del 2000, avvenuto con una squadra composta per la maggior parte da giocatori di almeno trent’anni, ha spinto la Germania a riformare il settore giovanile in maniera decisa e produttiva. Ci sono voluti alcuni anni di transizione (quelli che la FIGC teme ostacolando questo processo anche in Italia) ma poi i risultati sono diventati evidenti: la Bundesliga oggi è un campionato che produce giocatori a ripetizione, già pronti per il calcio di alto livello, e la Mannschaft negli ultimi dieci anni ha beneficiato di questa situazione potendo sempre contare su un gruppo forte, solido e competitivo. La rosa che ha vinto i Mondiali in Brasile tre anni fa non è ancora nella fase discendente della carriera (a parte alcuni totem come Philipp Lahm e Miroslav Klose, che però hanno già abbandonato il calcio giocato) ma questo non ha impedito al CT Löw, in carica dal 2006 ma in federazione dal 2004, di andare oltre e fare un ulteriore passo in avanti: da diversi mesi si sapeva che in Russia sarebbero andati i volti nuovi del fussball tedesco e la lista dei convocati di maggio è stata solo in parte una sorpresa. Che sul campo già rende.

Germania Confederations Cup

VINCERE ANCHE SENZA I MIGLIORI

Manuel Neuer, Mats Hummels, Jérôme Boateng, Sami Khedira, Toni Kroos, Mesut Özil, Thomas Müller, Mario Gómez. Questi i titolari fissi della Germania che sono stati lasciati a casa, una scelta condivisa e anticipata. Fra un anno, salvo infortuni, ci saranno tutti, ma per il test della Confederations Cup si è deciso di puntare su altri giocatori che potranno a breve entrare in pianta stabile nelle rotazioni del CT. Ben sette dei convocati iniziali (Diego Demme è poi stato escluso per infortunio e non rimpiazzato, alla pari di Leroy Sané, sono in ventuno a disposizione) non avevano ancora una sola presenza in nazionale, da Amin Younes (finalista con l’Ajax in Europa League) a Kerem Demirbay (strappato alla Turchia) passando per Sandro Wagner, che nel frattempo ha fatto tripletta a San Marino. La nuova Germania ora poggia su Julian Draxler, capitano a ventiquattro anni, leader di un centrocampo dove hanno fatto passi da gigante Sebastian Rudy (nuovo acquisto del Bayern come Niklas Süle, entrambi provengono dall’Hoffenheim arrivato quarto) e dove si è già imposto Leon Goretzka, in gol all’Australia così come Lars Stindl. In difesa Shkodran Mustafi, Antonio Rüdiger della Roma e Jonas Hector son già rodati, in attacco Timo Werner confermerà quanto di buono fatto a Lipsia.

Stindl Wagner Australia-Germania

Qualche minimo dubbio resta. In porta Bernd Leno all’esordio con l’Australia ha fatto due papere colossali e non ha sfruttato la chance di sostituire Neuer, a livello generale aver snobbato la Confederations Cup (per dare riposo ai titolari la versione ufficiale) potrebbe portare a qualche ripercussione e in più molti dei giocatori andati in Russia sarebbero stati convocabili per gli Europei Under-21 in Polonia. Quest’ultimo dato si spera che possa essere pagato sabato nella gara contro l’Italia, decisiva per la qualificazione alle semifinali dopo quanto accaduto ieri, ma è scontato che nel lungo periodo la scelta di rinnovare oggi darà i suoi frutti.

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ph. Cristiano Carriero

A volte faccio un sogno: siamo nel 1990 e si gioca la finale dei Mondiali a Roma. La colonna sonora di questo sogno è una canzone di Edoardo Bennato e Gianna Nannini, fa più o meno così “Arriva un brivido e ti trascina via, e sciogli in un abbraccio la follia“, e si chiama Notti Magiche. È la finale che tutti hanno previsto: da una parte ci sono Vialli, Giannini, Donadoni e un ragazzo di Palermo con gli occhi spiritati, di nome fa Totò e di cognome Schillaci, e tutto ciò che tocca, in quei trenta giorni, diventa gol. E poi c’è Walter Zenga, che non ha subito nemmeno un gol al Mondiale, figurati se può aver sbagliato un’uscita. Dall’altra parte ci sono loro, i tedeschi: ci sono gli interisti Matthäus, Brehme e Klinsmann, c’è Rudi Voeller e un monumentale Klaus Augenthaler.

Italia - mondiali 1990

Inno tedesco, nessuno fischia. C’è rispetto, un pizzico di timore, loro ci guardano negli occhi perché sentono che è la volta buona. Fino a quando non parte l’inno di Mameli e lo stadio Olimpico si colora di bianco, rosso e verde. Non c’è uno spettatore senza una bandiera. Non c’e un italiano che in quel momento non abbia qualcosa di azzurro addosso. È in quel momento che penso che quella finale la vinceremo. Ma quando siamo favoriti, e non capita spessissimo, se c’è una cosa che può andare storta, state tranquilli che andrà storta. E così succede che io mi sveglio, nel cuore della notte. E c’è una cosa che non mi torna: ma sì, quella finale l’ha giocata l’Argentina! Una Albiceleste tra le più cattive e sporche mai viste. La classe di Maradona che illumina Caniggia e Dezotti, un centrocampo di picchiatori come Basualdo, Brown e Batista.

Ci ripenso spesso a quell’Italia-Germania che non si è giocata mai. Perché noi giocheremo la finale per il terzo posto a Bari, nella mia Bari, con delle facce che non oso raccontare. Non che siano mancate occasioni per ricordare che questa partita non è mai un’amichevole. Se dovessi scegliere tre fotografie direi nell’ordine: Rivera abbracciato al palo dello Stadio Atzeca, con Albertosi che gli grida cose che non si possono riferire. L’urlo di Tardelli, e non credo ci sia bisogno di aggiungere altro. Grosso che apre le braccia e con l’espressione di chi è passato di lì per caso dice “Non ci credo“. Sono tre fotografie che non ingialliscono mai, che conservano i loro eroi per sempre giovani e forti, immortali. Gianni Rivera che fa passare il pallone del pareggio tedesco tra il palo e la sua pancia, protesa verso un goffo tentativo di respinta. Troppo poco nobile per lui difendere e respingere un pallone. E mentre il mondo gli crolla addosso, lui sta già pensando a quello che farà dopo.

italia-germania 4-3

Un capolavoro, per essere precisi. Perché il gol del 4 a 3 di Italia-Germania è un’equazione esatta. Rivera calcola che Maier, il portiere tedesco è proteso in tuffo per difendere il grande spazio del palo lontano. E lui che fa? Decide con lucida follia di chiudere l’angolo e beffare il portiere nello spazio piccolo. Quello da cui lui sta scappando. E lo fa. Ora, i tedeschi tendono a minimizzare quella partita, di certo non la annoverano tra le partite del secolo (per la targa dell’Atzeca è la partita del secolo), ma per noi italiani quella semifinale è un qualcosa che sta tra il sogno e la realtà, e infatti si gioca a tarda ora, e molti bambini chiedono ai genitori il permesso per poter stare svegli. Ottenendolo ogni volta che, grazie alla loro presenza, l’Italia va in vantaggio. È un continuo andare e tornare dalla cameretta. “Vai, è finita”. “Resta, la vinciamo”. Quella partita è paragonabile solo alla notte del primo uomo sulla luna.

Non va sulla luna Tardelli, ma ci manda in estasi, nella noche del Bernabeu, quella in cui Rossi diventa per sempre Pablito e Pertini fa cenno al Re di Spagna che “No, stavolta non ci riprendono“.

Che classe Sandro Pertini. Gli mandavamo le lettere come si faceva con Babbo Natale.

Non ci potranno riprendere nemmeno nel 2006, quando si gioca a casa loro, anzi nel loro fortino (Dortmund), in uno stadio dove nessuno è mai passato prima. Nel nostro dna c’è spesso la beffa, il contropiede, l’attesa. Ma in quella semifinale se c’è una squadra che merita di andare in vantaggio è l’Italia. Ai supplementari attacchiamo, colpiamo una traversa clamorosa con Zambrotta, un palo con Gilardino. Sembra un’agonia destinata a chiudersi ai rigori, poi arriva un calcio d’angolo. E una melodia che tutti gli italiani conoscono a memoria “Palla tagliata, messa fuori, c’è Pirlo…”. Poi arriva lui, si chiama Grosso e urlerà al mondo che non ci crede.

Noi andiamo a Berlino, loro restano per l’ennesima volta a scuotere la testa. C’è solo un uomo che applaude e invita a crederci ancora: è Klinsmann, fa l’allenatore ma sa benissimo che non c’è più nulla da fare. Si rifaranno all’ultimo europeo, in una partita che avevamo ripreso con grande coraggio e che perderemo solo ai rigori dopo aver assaggiato, questa volta sì, il sapore della beffa, l’ennesima che stavamo per infliggergli. Oggi sarà solo un’amichevole, ma in fondo tra Italia e Germania c’è sempre qualcosa da raccontare.

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È finalmente giunta l’ora dell’appuntamento più atteso dell’anno per quanto riguarda lo sport in generale: poco dopo la mezzanotte italiana fra venerdì e sabato al Maracanã di Rio de Janeiro prenderà il via la cerimonia d’apertura dei Giochi della XXXI Olimpiade (la ventottesima realmente disputata, le edizioni 1916, 1940 e 1944 sono saltate a causa della guerra), con le gare che andranno avanti fino al 21 agosto.

Prima dell’avvio ufficiale dei Giochi c’è però una disciplina che inaugura l’evento brasiliano: è il calcio, che oggi fa il suo debutto con la prima giornata del torneo femminile e domani vedrà in campo le squadre maschili. Rispetto a quanto accade di solito il calcio non è lo sport dominante: storicamente alle Olimpiadi sono altre le discipline che interessano maggiormente, ma nonostante ciò la corsa alla medaglia d’oro sarà senz’altro avvincente, come accaduto quattro anni fa a Londra dove a sorpresa il Messico superò proprio il Brasile nella finale di Wembley. Tempo di una rivincita o di un’altra delusione per la Seleção?

Neymar.

ULTIMA CHIAMATA PER IL RISCATTO

Dopo il fragoroso fallimento alla Copa América Centenario il Brasile ha un’occasione più unica che rara per rifarsi: vincere l’oro olimpico in casa e al Maracanã sarebbe il modo migliore per riprendersi dopo le tante (troppe) batoste degli ultimi anni, nonché una prima assoluta visto che la Seleção non ha mai conquistato l’oro, con tre argenti e due bronzi come migliori risultati a cinque cerchi. Saltato inevitabilmente Carlos Dunga il Brasile non riparte dal nuovo CT Tite bensì da Rogério Micale, tecnico dell’Under-20 finita seconda ai Mondiali in Nuova Zelanda un anno fa: toccherà quindi a lui cercare di sfatare una tradizione negativa, riportare i verdeoro ai fasti di un tempo e rilanciare il movimento calcistico del paese, ai suoi minimi storici.

Per non fallire pure quest’appuntamento l’unica vera grande stella di questa generazione brasiliana, Neymar, ha rinunciato alla Copa América con la nazionale maggiore per essere ancora una volta il leader del gruppo olimpico, com’era accaduto quattro anni fa in Inghilterra: assieme a lui nel tridente ci saranno i due prospetti più interessanti del paese, Gabriel Jesus (nuovo acquisto del Manchester City) e Gabigol (conteso da Inter e Juventus).

Dire che la nazionale olimpica sia più forte di quella vista due mesi fa negli Stati Uniti non è poi così sbagliato: oltre all’attacco invidiabile, la rosa è completa più o meno in tutti i reparti, dalla difesa (dove spicca l’ex Roma Marquinhos) al centrocampo con il più esperto Renato Augusto (uno dei tre fuoriquota, con Neymar e il portiere Weverton) e Walace del Grêmio, senza dimenticare Felipe Anderson (che ha fortemente voluto la convocazione rischiando lo scontro con Lotito) e Rafinha Alcántara, figlio di Mazinho. Basterà?

Oribe Peralta nella finale delle Olimpiadi 2012 Messico-Brasile.

LE AVVERSARIE PIÙ ACCREDITATE

Può essere l’Argentina l’ostacolo principale verso l’oro brasiliano? Per tradizione sì, per come la Selección si è avvicinata ai Giochi un po’ meno. Si è arrivati al rischio di un vergognoso ritiro, perché fino a inizio luglio non c’era né un CT (dopo le dimissioni di Gerardo Martino è stato nominato lunedì Edgardo Bauza, ma in Brasile ci sarà Julio Olarticoechea, campione del mondo in Messico nel 1986) né una squadra, perché molti giocatori non hanno avuto il permesso dai rispettivi club e c’era la possibilità di non raggiungere il numero minimo. Alla fine la situazione è rientrata a fatica e nei diciotto sono rientrati alcuni talenti di assoluto valore, come Ángel Correa dell’Atlético Madrid, Giovanni Simeone (figlio del Cholo) e Jonathan Calleri chiamato in extremis, più il nuovo acquisto del PSG Giovani Lo Celso in mezzo al campo e il portiere Gerónimo Rulli.

Anche il Messico campione in carica ha molte carte in regola per confermarsi. Della squadra che superò 2-1 il Brasile a Wembley ne è rimasto solo uno ma si tratta del fuoriquota Oribe Peralta, colui che realizzò i due gol della finale. Fra i più giovani c’è l’imbarazzo della scelta in quanto a qualità, perché il duo del Pachuca composto da Erick Gutiérrez e soprattutto Hirving Lozano, campioni della Liga MX, è destinato a una grande carriera e il possente difensore centrale César Montes si è messo in luce con il Monterrey, non solo perché fino a giugno vestiva l’insolita (almeno per chi non segue il calcio messicano) maglia numero 286.

Fra le sudamericane la Colombia vuol sfruttare il calo delle due big già visto a livello di club (l’Independiente Santa Fe ha vinto la Copa Sudamericana, l’Atlético Nacional si è aggiudicato la settimana scorsa la Copa Libertadores e ha mandato in Nazionale il bomber di semifinali e finali Miguel Borja, ex Livorno, e il pilastro di centrocampo Sebastián Pérez) per diventare una rivelazione, ma non avrà il talentissimo Marlos Moreno per via del suo passaggio al City, tra le europee la Germania ha un campione del mondo (Matthias Ginter), i gemelli Lars e Sven Bender, la coppia dello Schalke 04 Leon Goretzka e Max Meyer e l’altro grande talento Julian Brandt.

Un gradino sotto la Svezia campione degli Europei Under-21 (c’è Robin Quaison del Palermo e non molto altro), mentre il Portogallo si presenta senza nessun trionfatore in Francia ma con un gruppo già rodato da anni di Under-20 e Under-21. Vedere una delle altre nazioni in fondo sarebbe un grosso exploit.

Jonathan Calleri, attaccante dell'Argentina.

Si parte alle 18 di giovedì con Iraq-Danimarca, poi il calendario prevede gare fino alla sera del 20 agosto, quando al Maracanã si chiuderà il sipario con la finalissima. Non avrà l’appeal di Mondiali ed Europei, visto che ci partecipano formazioni Under-23 con i fuoriquota, e non essendo competizione FIFA non c’è l’obbligo di rilascio da parte delle squadre di club, però vincere l’oro ai Giochi olimpici ha un valore inestimabile.

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Grande rivincita o finale anticipata? Guardando solo al campo, la serie di definizioni per giocare in anticipo Francia-Germania, seconda semifinale di Euro 2016, sembrerebbero ridursi a queste due: ma la partita degli opposti, tra gli indigeni con il nasino all’insù e i migranti del pallone con l’animo da panzer, è un manuale di storia, di territori contesi e paure recenti. Basti fare un salto nel tempo di circa 140 anni: siamo al tramonto della guerra franco-prussiana, Guglielmo I è a capo dell’impero tedesco – costituito dopo la sconfitta imposta a Sedan alla Francia – e dei suoi 25 Länder. Il governo centrale, costituito da cancelliere, imperatore e stato maggiore, disponeva di tutti i poteri, coadiuvato dal consiglio federale. Nel 1870 mise la Francia in condizioni di dichiarare guerra alla Prussia e a Sedan la sconfisse, facendo nascere il Reich tedesco (la corona di imperatore Guglielmo I la riceve addirittura a Versailles). La Germania si annette l’Alsazia e la Lorena.

PARIS, FRANCE - MARCH 29: Antoine Griezmann and Paul Pogba of France speak before taking a free kick on goal during the International Friendly match between France and Russia held at Stade de France on March 29, 2016 in Paris, France. (Photo by Dean Mouhtaropoulos/Getty Images)

Terre di confine: anche Marsiglia, sede del Velodrome, a suo modo lo è. Distesa tra il porto e gli accenni di banlieu, tra una nobiltà con tracce antiche e una modernità dai contrasti acuti. Ma torniamo in Alsazia e Lorena: perché il contrasto Francia-Germania nasce lì, in queste regioni grandi più o meno quanto l’Umbria, incastonate tra Francia, Svizzera e Germania. La battaglia delle frontiere – questa serie di scontri combattuti nel primo mese di guerra sul confine tra Germania, Francia e Belgio del sud – fu tra le più brevi e sanguinose del conflitto. Il 22 agosto, in sole due ore, morirono 24 mila francesi.

Terra lunga e stretta: una parte dell’esercito tedesco era alle prese con la resistenza finale della città belga, un’altra, più a sud, si trovava a fare i conti con i francesi. E di Strasburgo e dintorni i galletti non si sono mai scordati. Il numero della rivista parigina L’Illustration, del 15 agosto 1914, mostrava in copertina un soldato che sorreggeva una ragazza. L’uno rappresentava la Francia, l’altra l’Alsazia: il loro abbraccio la speranza della rivincita. Da più di quarant’anni Parigi sognava di riappropriarsi di queste terre, vittime della loro stessa posizione: regioni di frontiera, l’Alsazia e la Lorena avevano fatto parte prima del Sacro Romano Impero, poi del regno di Luigi XIV, infine del Reich tedesco.

Strasburgo, capoluogo dell'Alsazia
Strasburgo, capoluogo dell’Alsazia

Bismarck realizzò un’intesa di tipo conservatore, tra le classi dominanti di quel periodo: gli “Junker” (aristocrazia agraria, che occupava posti di rilievo nell’esercito e nella pubblica amministrazione) e gli industriali. Low unisce i Muller e i Mustafi, i nobili del calcio e gli operai della difesa: “Ce la giochiamo contro un Paese intero, ma siamo abituati” ha spiegato alla vigilia, evadendo le domande sulle assenze di Hummels, Khedira e Gomez. “Siamo la Germania, non possiamo permetterci rimpianti” il pensiero filtrato dalla conferenza stampa dell’atletico allenatore tedesco.

Deschamps, dal canto suo, ha spostato la pressione sugli sfidanti, anche se la Francia, come all’Europeo del 1984 e al Mondiale del 1998, ha iniziato il torneo casalingo con l’obiettivo di vincerlo: “Nessuno può riscrivere la storia – ha spiegato il Ct dei Bleus, conferma in tasca anche in caso di eliminazione – ma i giocatori possono scriverne una nuova pagina. È una partita che si gioca senza pensare al passato. Il passato non conta. Sono convinto che i miei ragazzi credano in loro stessi”.

Sanno che nel carrozzone causato dall’Europeo a 24 squadre, chi supera la prova del Velodrome ha buone chances di sollevare la coppa: pretattica arguta in conferenza stampa, consapevole della legge di mercato di questa competizione. L’eccesso di offerta peggiora la qualità. Allora, meglio utilizzare la carta della pazienza: quella di chi sa affondare con i talenti in casa francese, quella di chi incassa pochissimo (una rete, il rigore di Bonucci) e prende gli avversari per sfinimento nelle stanze teutoniche.

È una grande classica del calcio mondiale, Francia-Germania. Le nazioni si sono affrontate 27 volte, con nove vittorie dei tedeschi e 12 dei francesi. Le quattro sfide a una fase finale si sono concluse con un successo dei transalpini, un pareggio e due vittorie della Germania, la più recente delle quali è stata l’1-0 ai quarti di finale di Coppa del Mondo FIFA 2014. Mondiale. Aggettivo non casuale, visto che le due selezioni si sono affrontate in partite ufficiali sempre e solo nella manifestazione iridata: nella Coppa del Mondo del 1958, fu la Francia di Just Fontaine ad aggiudicarsi il match per il terzo posto con il risultato di 6-3, mentre poi è stata sempre la Germania ad avere la meglio. In quella finalina per il terzo posto, i tedeschi lasciarono fuori ben sei titolari, così che la Francia potè scatenarsi e segnarne addirittura sei. Quattro gol furono messi a segno proprio da Fontaine, che si laureò capocannoniere del Mondiale 1958 con 13 reti (nessuno prima e nessuno da allora, è riuscito a far meglio del bomber francese).

Celebre resta la semifinale del 1982, quando il match si concluse sul 3-3, per poi vedere i tedeschi trionfare ai rigori: nella mente di tutti, però, restò soprattutto il terribile impatto tra il portiere teutonico Harald Schumacher e Patrick Battiston, con quest’ultimo che rimase a terra privo di sensi. In quei momenti si temette il peggio, mentre il calciatore francese veniva trasportato fuori dal campo in barella con Michel Platini che gli teneva la mano: i Bleus , sconvolti, non riuscirono a mantenere il vantaggio ed in finale contro l’Italia ci andarono i tedeschi.

La sfida si ripropose in semifinale nel 1986 (2-0 per la Germania), mentre due anni fa, ai quarti di finale di Brasile 2014, furono ancora i teutonici ad imporsi per 1-0, con rete decisiva del difensore Mats Hummels, grande assente della contesa di questa sera. I numeri raccontano però anche altro: le due squadre sono quelle ad aver disputato più semifinali continentali in assoluto (otto per la Germania, cinque per la Francia – come l’Italia), e tra quelle ad aver vinto più titoli (tre a due per i tedeschi), nonché due delle squadre che hanno preso parte al maggior numero di edizioni (dodici per la Germania e nove per la Francia).

Germania-Francia 1-0, Mondiali 2014
Considerando anche le amichevoli, però, il bilancio è favorevole alla Francia: 12 vittorie, 6 pareggi e 9 successi tedeschi. Entrambe le squadre hanno messo a segno 43 reti negli scontri diretti: il primo nel 1931 a Colombes (1-0 per la Francia), l’ultimo nel novembre 2015 a Saint-Denis (2-0 per la Francia), nella notte che verrà tristemente ricordata per gli attentati parigini. Dopo quella sera nulla è stato come prima, nel calcio così come nella quotidianità di ognuno di noi.

Pochi, pochissimi ricordano il finale di quella sfida (2-0 per la Francia con gol di Olivier Giroud e André-Pierre Gignac), ma tutti hanno in mente il boato in avvio di partita, alle 21.20, inconsapevoli di essere all’alba di una notte drammatica, per Parigi e il mondo occidentale. In tanti hanno parlato dell’ultimo precedente negli spogliatoi di Bayern Monaco (Manuel Neuer, Jérôme Boateng, Joshua Kimmich, Mario Götze, Thomas Müller, Kingsley Coman), Juventus (Sami Khedira, Patrice Evra e Paul Pogba) e Arsenal (Mesut Özil, Laurent Koscielny e Olivier Giroud). La vita e il calcio tendono però a spingere i ricordi sempre un po’ più in là. Oggi non si tratta di un’amichevole, come otto mesi fa. In ballo c’è un posto in finale. Ah, Sedan e Marsiglia distano 900 chilometri: poco meno dello spazio che separa Parigi e Berlino. C’è un mondo intero nella notte del Velodrome.

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Non c’è due senza tre? Purtroppo non sempre l’antico adagio lascia sul viso un sorriso: chiedere conferma a Nicola Rizzoli, leader del quintetto arbitrale italiano completato dagli assistenti Elenito Di Liberatore e Mauro Tonolini e dagli addizionali Daniele Orsato e Antonio Damato. Il fischietto nato il 5 ottobre 1971 dovrà “accontentarsi” di dirigere la semifinale tra Francia e Germania, in programma giovedì 7 alle 21: di fronte i padroni di casa e i campioni del mondo in carica. Una sfida che in tanti, tantissimi tra le giacche nere del globo sognerebbero di dirigere: Rizzoli e la sua squadra avrebbero però preferito non tornare a Marsiglia, dove già avevano diretto al Velodrome l’1-1 tra Inghilterra e Russia nella prima giornata della fase a gironi, frenare a 3 il numero di direzioni nella kermesse (Portogallo-Austria e Francia-Irlanda gli altri due incontri arbitrati) e volare direttamente a Parigi per la finalissima.

Rizzoli durante Francia-Irlanda

Evidentemente, che l’Italia non dovesse essere in finale era scritto nel libro magico del dio pallone. Per Rizzoli non è stato così tempo di maturare uno storico “triplete”, da inserire nella propria bacheca accanto alla finale dl Mondiale brasiliano, dove era stato scelto per la finalissima fra Argentina e Germania, diventando il terzo fischietto italiano dopo Gonella e Collina a raggiungere questo traguardo: nella classifica degli arbitri tricolore che avevano diretto una finale di Champions League, con la direzione del derby tedesco fra Bayern Monaco e Borussia Dortmund a maggio 2013 era invece diventato il numero 6, seguendo Lo Bello, Agnolin, Lanese, Braschi e ancora Collina. Negli ultimi due anni, 2014 e 2015, è stato eletto dall’Iffhs come miglior arbitro del mondo. Per tacere della finale di Europa League 2010, Atletico Madrid-Fulham, e delle finali di Coppa Italia e di Supercoppa italiana dirette nei confini patrii.

Nicola Rizzoli, finale 2013

Nato a Mirandola, architetto per passione, la lettura per hobby, arbitro quasi per caso. E nel passato di sua moglie, Sara, la curva del Bologna. E pensare che a Nicola, quando giocava all’ala destra, i direttori di gara che oggi lo guardano come un modello non erano proprio…simpatici. «Mi incavolavo sempre con gli arbitri – ricordava in un’intervista alla Gazzetta dello Sport 11 anni fa – così un giorno decisi di imparare bene il regolamento per poter rispondere e mi sono iscritto al corso. Il bello è che al test d’ingresso mi chiesero dove volevo arrivare e io barrai il primo livello nazionale, senza saperlo». Senza sapere che nel 2016 il suo nome sarebbe stato sinonimo di eccellenza per tanti.

Equilibrato e disponibile al dialogo coi giocatori, nel 2006 è stato anche eletto presidente della Sezione AIA di Bologna, carica alla quale però ha rinunciato un anno dopo per concentrarsi sul lavoro tecnico: la curva, però, era nel suo destino. Maggio 2001, Messina-Catania, derby sentito di C1. Diretta su RaiSportSat. 2000 tifosi ospiti rimasti fuori dallo stadio riuscivano ad accedere con la forza ai bordi del terreno di gioco: impossibile giocare, tifosi peloritani infuriati. E Rizzoli che fa? Chiama il capo ultrà della formazione di casa. Persona determinata, corpulenta. Entra nello spogliatoio e Rizzoli gli fa: «Vedi tu se si può giocare, sennò andiamo tutti a casa». Risultato? La partita si svolge, il capo ultrà se la “gode” da bordo campo e Rizzoli promosso in Can B su proposta del dirigente arbitrale Maurizio Mattei.

RIO DE JANEIRO, BRAZIL - JULY 13: Sergio Aguero of Argentina is shown a yellow card by referee Nicola Rizzoli after a challenge on Bastian Schweinsteiger of Germany during the 2014 FIFA World Cup Brazil Final match between Germany and Argentina at Maracana on July 13, 2014 in Rio de Janeiro, Brazil. (Photo by Martin Rose/Getty Images)

Dagli errori, sia chiaro, non è stato esente nemmeno lui. In tanti gliene ricordano, ma non gli hanno certo tarpato le ali: pensiamo al rigore assegnato nel 2012 alla Juventus in Supercoppa contro il Napoli o al gol annullato a Bergessio del Catania contro i bianconeri pochi mesi dopo in campionato, quando era stato criticato all’estero e crocifisso in patria, nonostante l’appoggio dei vertici arbitrali nostrani. O ancora, quando nell’aprile 2008, durante un Udinese-Roma, incassò senza battere ciglio, gli insulti ripetuti di Totti. La personalità, però, non gli fa difetto, chiedere conferme a Rino Gattuso: durante un Milan-Udinese di qualche anno fa, “Ringhio” era ancora più energico del solito. Entrate irruente, tackle duri, proteste accese. «Se fischiassi ogni volta che si avvicina un po’ di più a un avversario, rimarrei senza aria nei polmoni a metà del primo tempo» diceva di lui Rizzoli. Così, su un fallo non concesso ai rossoneri e di fronte alle proteste di Gattuso, l’ex architetto gli rifila una spallata. Il numero 8 resta interdetto, lo guarda e gli dice: «È per questo che mi piaci, Rizzo!».

Moderato ma deciso, duro ma disposto al dialogo: anche con le telecamere, del quale è stato uno dei primi fautori. E scavando nel suo album dei ricordi, lo si scopre in un cameo nel docufilm “Il cielo capovolto di Cristiano Governa ed Emilio Marrese”, prodotto dalla Cineteca di Bologna, dove interpreta la parte di un tifoso che, commentando la designazione di Concetto Lo Bello a dirigere lo spareggio Bologna-Inter del 7 giugno 1964 valido per lo scudetto, pronuncia la battuta “Non ho mai capito che gusto ci sia nel far l’arbitro!”. L’ha capito, l’ha capito…