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Si può passare in due settimane dagli applausi di buona parte dei calciofili italiani per l’orgoglio mostrato nel corso dello scialbo pareggio a reti bianche dell’Italia contro la Svezia, costata la partecipazione ai Mondiali 2018, con quel “Che mi fai entrare a fare? Metti un attaccante” rivolto all’ex ct azzurro Giampiero Ventura in piena partita, alla gogna mediatica per uno schiaffo in pieno volto rifilato a un avversario? La risposta è sì, se ti chiami Daniele De Rossi e la tua carriera è fatta di (tanti) onori e (pochi) momenti da dimenticare.

Vedo rosso

Schiaffone in faccia a un avversario a palla lontana, rigore ed espulsione. Il cartellino rosso incassato a Marassi, con conseguente calcio di rigore trasformato dal numero 10 del Genoa e due punti persi dalla formazione di Eusebio Di Francesco, è stata la quindicesima espulsione in carriera per De Rossi (in Serie A solo Ledesma e Paolo Cannavaro hanno fatto peggio): 12 di questi allontanamenti in partita sono arrivati con la maglia della Roma, due sono invece arrivati in Nazionale. A stupire, nel post-partita di Genoa-Roma 1-1, sono state però le modalità scelte da DDR per scusarsi:

L’episodio mi lascia dispiaciutissimo. Ci stavamo strattonando, poco da dire. Ho sbagliato e ho trovato quello che si è buttato: è andata così. Contro la Lazio, con Parolo e Bastos ce le eravamo date di santa ragione sui corner, sempre, ma non era accaduto niente. Chiedo scusa a mister, compagni e tifosi.

Un’ammissione di colpa netta, ma incrinata dal tentativo di individuare un colpevole: quel Gianluca Lapadula che si “è buttato”. Già, l’attaccante del Grifone è andato giù, vero, ma dopo aver incassato uno schiaffo. Lo stesso che molti tifosi della Roma hanno sentito in pieno volto nel vedere il loro capitano gettare al vento un successo che avrebbe rappresentato per i giallorossi la quattordicesima vittoria esterna consecutiva in Serie A. Salterà quindi le partite contro Spal e Chievo Verona, ma i numeri della carriera sono preoccupanti: il regista ha già accumulato 37 turni di stop per espulsioni o prove video. Quasi un intero campionato.

Da McBride a Lapadula, braccia alte e testa bassa

Della rassegna di colpi proibiti rifilati da De Rossi agli avversari di turno si potrebbe stilare una mini-classifica: a guidare l’elenco resta sempre il gomito alto su Brian McBride, attaccante degli USA, costato un profondo taglio all’altezza dello zigomo per l’americano e quattro turni di squalifica nei Mondiali 2006, chiusi con il ritorno in campo in finale e il calcio di rigore realizzato nella vittoria sulla Francia.

Altri casi in cui Daniele De Rossi ha visto rosso? Pugno a Srna dello Shaktar Donetsk in Champions League nel 2011, ceffone a Mauri nel derby d’andata della stagione 2011/2012, entrata a forbice su Chiellini in Juventus-Roma e il gancio in pieno mento a Icardi nell’annata 2013/2014. Fino all’espulsione che forse ha fatto più male in giallorosso: match di ritorno dei preliminari di accesso alla Champions League 2016/2017, piede a martello su Maxi Pereira in occasione di Roma-Porto con espulsione diretta e rovinosa eliminazione dei giallorossi. Daniele, però, si è sempre rialzato: testa bassa per ricevere il perdono della sua gente e prestazioni gagliarde in campo.

Dal Genoa a Genova

Eppure proprio contro il Genoa, nell’ultima domenica di maggio 2017, Daniele De Rossi aveva vissuto una delle domeniche più esaltanti ed emozionanti degli ultimi tempi in giallorosso: vittoria al fotofinish, accesso diretto ai gironi della Champions League in corso e rete. Il tutto nel giorno dell’addio al calcio di Francesco Totti.

Francesco e Daniele: due volti della stessa medaglia, la Capitale, uniti dalla carriera con una sola maglia sul petto, dall’amore viscerale per la Roma e dalla capacità di dimenticare in fretta gli errori. Così, al momento dell’avvicendamento nel ruolo di capitano giallorosso e del passaggio da “Capitan Futuro” a “Capitan Presente”, da De Rossi ci si attendeva una definitiva maturazione, a 34 anni compiuti.  Mai più colpi di testa. Purtroppo l’agonismo, la sua caratteristica maggiore che spesso e volentieri si è rivelata un pregio, lo ha tradito a Genova.

Che futuro?

Anche Eusebio Di Francesco, il suo allenatore, gli ha spiegato che non è più un ragazzino e che è il capitano della Roma. Tecnologia Var o no, il cartellino rosso è stata una costante negativa in una carriera di livello comunque molto elevato per uno degli interpreti più moderni nel ruolo di “volante”. Il gladiatore di Ostia avrebbe avuto tutti i numeri per diventare il più forte centrocampista difensivo del mondo,  ma nonostante 117 presenze in Nazionale e 574 caps con la Roma (è il calciatore giallorosso che conta più presenze e gol in nazionale) la sensazione è rimasta quella di un potenziale non sfruttato al 100%.

Il suo contratto con la Roma scadrà nel 2019 e forse sarà allora che De Rossi, dopo l’addio alla Nazionale, potrebbe lasciare il calcio, almeno quello italiano: ormai a fine carriera, è difficile pensare che il suo carattere possa cambiare. Più facile pensare, almeno dopo il “rosso” di Marassi, che a cambiare sia l’idea di calcio del numero 16: i gesti vigliacchi, che speravi potessero sfuggire all’arbitro, non sono più ammessi. Questo Daniele lo ha imparato sulla sua pelle.

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E ora chiamatela ‘Zona Inter’. Non nel senso di modulo, ma nel senso che la squadra di Luciano Spalletti è la più prolifica della serie A nell’ultimo quarto d’ora. In molti casi mortifera, a lancette del cronometro che stanno per arrivare al 90′, come nell’ultima in casa con il Genoa. Il Grifone che pensa ormai di farla franca, poi arriva il testone di D’Ambrosio ed è 1-0.

Dalla zona Cesarini alla zona Inter, insomma, il passo è breve. Su 12 realizzazioni in sei giornate, la formazione meneghina ben 8 volte ha colpito negli ultimi 15 minuti. E la cosa può essere vista e analizzata da due punti di vista almeno. L’Inter mantiene calma e lucidità necessarie a colpire l’avversario anche quando i minuti scorrono, dall’alto di una sorta di consapevolezza: siamo più forti e prima o poi un gol lo facciamo. Oppure, di riffa e di raffa e anche con un po’ di fortuna, un pallone nella rete entra. E poco importa se fin lì il gioco è stato farraginoso, se Handanovic ha rischiato, eccetera eccetera…

Qualcuno, visto anche che il giorno di Inter-Genoa e delle elezioni tedesche era lo stesso, ha paragonato questa Inter di Luciano Spalletti ad Angela Merkel. Ossia: vince, ma non convince. Il che è sufficiente, per ora, a tenersi stretto il terzo posto ad appena due punti dalla vetta (colpa del pari a Bologna, anche allora con un gol, su rigore, nell’ultimo quarto d’ora).

Altro dato da non dimenticare è che le reti segnate in zona Inter sono praticamente sempre pesanti perché l’Inter ha la miglior difesa d’Italia finora: appena due gol subiti. Una cassaforte. Certo non è questa l’Inter che pensava di modellare Spalletti, più propenso allo spettacolo che al risultato. Ma, alla fine, a questa squadra sono proprio i risultati che sono mancati nelle ultime stagioni. Dunque, va bene così, no? I puristi del calcio storceranno del naso, come del resto fanno i tifosi a San Siro fino al 75′. Poi, siccome ormai il golletto nel finale non è più un caso, una strana elettricità pervade lo stadio dal 76′ in poi. Quasi chiamando la rete. Insomma, i fischi (finora riservati ai singoli e e non alla squadra) paiono sempre essere vicini vicini. Una prodezza, di Icardi, Perisic o D’Ambrosio, è sufficiente per trasformare quei fischi in applausi e olè. Perché tutto il mondo è paese, dai, e pure quelli del loggione del Meazza, che neanche si accontentavano talvolta delle prodezze del Fenomeno Ronaldo o che criticavano lo stregone Mourinho. Insomma, anche quelli con la puzza sotto il naso, alla fine se ne vanno a casa contenti. Per un’altra vittoria arrivata in zona Inter.

E poi siamo al paradosso alla Catalano. Che cambia se segni al 1′ o al 90′? Sempre tre punti sono! Solo che se segni subito e poi amministri, sei una squadra matura. Se segni al 90′, sei una squadra che fatica tanto e risolve solo grazie alla dea bendata.

Ora è d’obbligo far seguire alle parole i numeri. Ecco la sequela di reti dopo il 75′ da parte della Beneamata. Il 3-0 alla Fiorentina dell’esordio è facile, al punto che la rete di Perisic al 79′ è solo il terzo squillo, con la doppietta di Icardi che aveva già indirizzato la partita nei primi 15′ (toh, che strano). Alla seconda, c’è la trasferta a Roma con i giallorossi: se è vero che Icardi pareggia al 67′, è altrettanto vero che i tre punti la squadra dell’ex Luciano Spalletti se li va a prendere proprio nei fatidici 15′ finali, con Icardi al 77′ e Vecino all’87’.

Alla terza c’è la Spal in casa: tutto facile, no? Sì e no: Icardi la sblocca su rigore al 27′, ma Perisic scaccia i fantasmi con il 2-0 all’87’. Alla quarta ecco la trasferta sul campo del Crotone, altro 2-0 per i nerazzurri: all’82’ Skriniar, al 92′ Perisic e il piatto è servito. Altri tre punti arrivati alla fine, dunque.

Alla quinta, a Bologna, arriva il primo stop per l’Inter: è 1-1, con i rossoblù che mettono sotto per larghi tratti l’Inter, andando anche in vantaggio con Verdi, ma ci pensa bomber Icardi, su rigore al 77′, a portare a casa un punto. La magia si ripete contro il Genoa, che si chiude bene in difesa e sfiora anche la rete, ma poi arriva il calcio d’angolo, la testa di D’Ambrosio, l’1-0 che ormai non stupisce più: questa squadra resta sempre sul pezzo. Concentrata.

Sapete come sarebbe la classifica dell’Inter fino al 75′? I nerazzurri avrebbero appena 9 punti, a -9 dalla vetta. Sapete, invece, se le partite durassero solo quel quarto d’ora? Calcolo facile. L’Inter sarebbe a punteggio pieno, con 18 punti nel carniere. Ecco perché questa è ora ufficialmente ‘Zona Inter’. Non resta che capire se gli avversari, da adesso in poi, rimarranno concentrati anche loro, contro Icardi e compagni, fino all’ultimo. Perché la paura fa 90′. Ma a volte anche solo 75′. Per gli altri, ovvio, non per Luciano Spalletti.

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Sabato scorso Moise Kean, il giorno dopo Pietro Pellegri. Millennials all’assalto. Il primo ha segnato la prima rete di un classe 2000 in uno dei cinque campionati europei principali, battuto meno di 24 ore dopo dal secondo, che al 3′ ha bucato Szczesny nell’Olimpico imbandierato per Francesco Totti.

Di Kean se n’è parlato già parecchio. Gioca nella Juventus, di ruolo fa l’attaccante. Ha trovato spiccioli di spazio quest’anno grazie all’infortunio di Pjaca. È stato il primo classe 2000 a esordire in serie A e il primo a farlo pure in Champions League. Di Pietro Pellegri si è parlato un po’ meno, ma adesso di sicuro diventerà motivo di chiacchiere. E non solo da bar. Anche lui attaccante, del Genoa, un fisico imponente (188 centimetri) per quello che è praticamente un bambino, anagraficamente parlando, essendo nato nel 2001. A poco più di 16 anni (16 anni e due mesi, più esattamente), segnando contro la Roma, è diventato il terzo giocatore più giovane a far gol in serie A nella storia (davanti a lui soltanto Amadei e Rivera). E scusate se è poco…

Saranno loro la futura coppia d’attacco di una Nazionale italiana ancora tutta da inventare? Può darsi. Kean, a Bologna, prima di infilare di testa Da Costa, aveva fatto già vedere discreti numeri defilato a destra; Pellegri, fin quando è rimasto in campo, si è dimostrato fastidioso per Manolas e Fazio, due che certo non hanno niente da imparare. Pellegri aveva debuttato in serie A nel dicembre dello scorso anno: classe 2001 vuol dire che è nato quando Totti vinceva lo scudetto con la Roma. Non poteva che far gol nel Totti-day, insomma.

Pellegri gol

Una storia che ha anche altro da raccontare, quella di Pellegri. Dopo il gol, è corso verso la panchina, ma non per abbracciare Juric che lo aveva lanciato dal primo minuto, bensì suo papà, collaboratore dell’allenatore genoano.

Nell’ultimo turno di serie A, abbiamo avuto il piacere di assistere ad altri giovanotti che hanno avuto tempo e spazio per farsi notare. Come Luca Crosta, al debutto assoluto tra i professionisti con il Cagliari. Ruolo: portiere. Vittima: Carlos Bacca. L’attaccante del Milan si è fatto parare il rigore dal portierino al 63′. Ma anche nel primo tempo Crosta aveva deviato sulla traversa una conclusione ravvicinata del colombiano. E fino al 90′ ha dato sfoggio di sicurezza e sfrontatezza. Classe ’98, Crosta rischia di essere già un ‘vecchietto’ rispetto a Kean e Pellegri.

Altri baby debuttanti degli ultimi ’90: Hagi junior con la Fiorentina e Spizzichino per la Lazio. Non hanno inciso come gli altri tre, ma può darsi che ne sentiremo ancora parlare.

Per chi non lo sapesse, Kean è di Vercelli, ma ha iniziato con la maglia del Torino prima di rimanere affascinato da Vinovo e diventare dunque juventino. È nato il 28 febbraio del 2000 da genitori ivoriani. Moise Bioty Kean e il pallone praticamente nella culla, poi ecco Don Bosco, Asti e Torino. A dieci anni diventa della Juve, l’anno prossimo potrebbe andare in Olanda a giocare con continuità, con lo Zwolle. Nel frattempo, ha passato un anno intero facendo la spola tra Primavera e prima squadra, diventando molto amico di Stefano Sturaro. È un idolo dei social, con 250 mila follower. Ama la musica hip hop ed è molto amico con Shade, tifoso della Juve celebre per le sue rime.

Kean gol

Pietro Pellegri è genovese doc. Nato il 17 marzo del 2001, è cresciuto nel Genoa. Il 30 aprile del 2017 l’esordio al ‘Luigi Ferraris’ contro il Chievo Verona. Come Kean, fa stabilmente parte della Nazionale italiana Under 17. Nel campionato Primavera, in questa stagione, ha segnato 7 gol. Contro giocatori che a volte hanno anche 3-4 anni più di lui. Il presidente del Genoa, Enrico Preziosi, ha usato un paragone impegnativo per l’attaccante: Il prossimo Messi? Si chiama Pellegri. Ma spero non mi senta, altrimenti si monta la testa”.

Pellegri e Kean, Kean e Pellegri. All’estero, sono sulle agende di diversi top team. Soprattutto a Londra e Manchester, dove gli scout li tengono sotto controllo da quando avevano 14 anni. Il genoano è rappresentato da Beppe Riso, l’uomo che lo ha accompagnato a firmare il primo contratto da professionisti il 17 marzo scorso, al compimento del 16esimo anno d’età; Kean, invece, è rappresentato addirittura da Mino Raiola. E non ha ancora rinnovato con la Juventus.

Diversi, insomma, saranno forse anche i loro destini: Pellegri è il Genoa, per dirla come i tifosi della Roma a proposito di Francesco Totti. È nato a Pegli, dove c’è il centro sportivo. Il padre ha giocato nel settore giovanile rossoblù, per tornarci nel 2006 dove prima è stato accompagnatore della Primavera e ora è team manager. Chissà se il Genoa riuscirà a trattenerlo. E chissà se la Juventus riuscirà a tenere Kean.

Due interrogativi. E una certezza: entrambi – se non sprecheranno il loro talento facendo o credendosi già star – ai Mondiali del 2022 o del 2026 o del 2030 potrebbero essere grandi protagonisti.

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Inter e Genoa, Genoa e Inter: due campionati paralleli. In particolare negli ultimi mesi in cui le due squadre hanno perso, annaspato, subito le critiche e le contestazioni dei tifosi, cambiato (inutilmente) allenatori. Certo, la classifica è diversa: i nerazzurri sono quasi a metà della graduatoria, il Grifone deve ancora conquistarsi la salvezza, avendo appena due punti sul Crotone a 180′ dalla fine.

Ma se analizziamo il percorso di nerazzurri e rossoblù scopriamo affinità impreviste. Entrambe hanno raggiunto uno dei punti più alti battendo in casa la Juventus capolista. In particolare il Genoa, che ha trionfando 3-1 a Marassi, si è ubriacato di questo successo. Era il 27 novembre 2016: 3-0 dopo i primi 45′, roba da non crederci e Juric nuovo eroe del ‘Luigi Ferraris’. Da quel momento, ha vinto solo tre partite la formazione ligure, cambiando allenatore – Mandorlini al posto di Juric – e poi richiamando il tecnico che era partito ad agosto.

Ivan Juric alla sua presentazione

L’Inter ha vinto 2-1 in rimonta contro la Juve il 18 settembre a San Siro e sembrava l’alba di un campionato pieno di soddisfazioni, con in panchina l’olandese De Boer. Poi è cambiato tutto, in serie A e in Europa con l’eliminazione dall’Europa League. È saltato il tecnico, sostituito dal pragmatico Stefano Pioli, che ha esordito pareggiando il derby il 20 novembre (2-2) e poi ha infilato una serie di risultati utili che permettono, oggi, alla Beneamata, di non doversi crucciare addirittura di una possibile retrocessione.

Via anche Pioli dopo la disarmante prestazione di Genova contro il Genoa (toh!) ed ecco Stefano Vecchi, l’uomo della Primavera, che, però, ha iniziato con il piede sbagliato, lasciando i tre punti al Sassuolo in casa. La curva li chiama ‘Indegni’, i giocatori non vedono l’ora che sia estate. Per l’ennesima stagione che doveva essere del riscatto e si è rivelata una delle peggiori dal Triplete in poi. Da metà marzo a metà maggio, l’Inter ha viaggiato con una media punti da ultima in classifica.

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Dunque, Genoa e Inter in comune hanno più di qualcosa. Anche se, a dire il vero, in Liguria dobbiamo aggiungerci pure un particolare: la squadra fatta e disfatta a gennaio da un Enrico Preziosi che, ormai, non ha più neanche un amico in curva. Ripetiamo: due punti sulla terzultima, il Crotone, che fino a poche settimane fa era dato ormai per spacciato. All’orizzonte, il confronto interno con il Torino, da vincere senza ‘se’ e senza ‘ma’, il che potrebbe anche voler dire salvezza. Ma senza festeggiamenti, immaginiamo.

Da fine campionato in poi Inter e Genoa prenderanno strade diverse. I cinesi di Suning hanno promesso investimenti massicci sul mercato per costruire la squadra che deve puntare a vincere (ma quante volte l’abbiamo sentito pure sotto la gestione Moratti salvo poi ritrovarsi a fine anno con un pugno di mosche in mano e tanti miliardi spesi?). Il Genoa cerca padrone, ma al momento nessuno si è fatto avanti per rilevare la proprietà. O meglio: le voci sono tante, ma di concreto c’è poco o nulla.

Da vedere anche chi si prenderà la responsabilità di allenare in due piazze bravissime a bruciare pure gli allenatori. Luciano Spalletti all’Inter? Chissà. Nella Genova rossoblù bisognerà prima risolvere le beghe societarie: quasi impossibile proseguire con Preziosi. E allora chi? Un socio forte, tipo Aldo Spinelli, che qui ha lasciato buoni e cattivi ricordi prima di dedicarsi al Livorno? Lui ha smentito. Forse Alberto Zangrillo, conosciuto per essere il medico personale di Silvio Berlusconi? Prima, però, c’è da prendersi la salvezza naturalmente. E mica in tanti sono ottimisti.

Preziosi vattene

Ecco, Inter e Genoa differiscono per la questione societaria. In casa nerazzurra, la situazione se non altro è chiara, con un proprietario forte come Suning che, però, ora deve tirare fuori i soldi, stare più vicino alla squadra e dimostrare di non essere nel mondo del calcio solo per questioni speculative. Chiaro che per entrambi i club interessi di più il futuro, a questo punto. I tifosi premono, espongono striscioni di scherno, sono indignati, svuotano le curve. Come sono lontani i tempi in cui il Genoa divertiva e se ne andava addirittura in Europa e l’Inter sollevava al cielo la Champions League.

Naturalmente, non ne abbiamo ancora parlato, ma era implicito: le rose verranno rivoluzionate. A caccia di quell’alchimia che faccia di nuovo la differenza. Bisognerà pure riacquistare il pubblico, desolatamente deluso, benché la San Siro nerazzurra abbia fatto segnare le presenze più alte di media della stagione in serie A. Ma siamo sempre lì: le aspettative erano ben altre. I tifosi hanno sottoscritto gli abbonamenti sognando di dar fastidio a tutti, compresa la Juventus. Gli altri, a loro volta, hanno gioito nei piedi di Simeone jr., il ‘Cholito’, assoluto protagonista al banchetto contro la Juve, e non solo. Ma anche lui, poi, calato inaspettatamente. Da lui, in estate, si presume arriveranno soldi destinati al mercato e questa, tutto sommato, è l’unica buona notizia: aver valorizzato un giocatore che è arrivato senza trombe e proclami.

Suning

Tanto per chiudere il cerchio, non è detto che Simeone non finisca per accomunare ancora una volta i due club. Da una parte, il figlio, dall’altra magari il padre. Uno in campo, l’altro in panchina. Ma queste sono storie che vanno al di là, al momento. Sogni. Che uno rimanga, che l’altro arrivi. Di sogni, purtroppo, i tifosi di Genoa e Inter ne hanno fatti anche troppi negli anni, svegliandosi sempre troppo presto. Ora sarà il caso di programmare, con gli uomini giusti nei posti giusti: saranno in grado di farlo?

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Da un lato una tifoseria che chiede l’addio del presidente e sostiene il proprio allenatore a suon di hashtag, dall’altro una proprietà che dopo anni complicati si gode la meglio gioventù, spesso e volentieri pescata nei mercati dell’Est. Genova a due volti, non più con “quella faccia un po’ così” che cantava Paolo Conte: nel calcio funziona così. Da una parte la sponda rossoblù, quella del Genoa che trema osservando una classifica che non è drammatica solo grazie alla tardiva rincorsa del Crotone, ma preoccupa. Di fronte una Sampdoria che guarda i rivali dall’alto e si gode un progetto che dopo anni di tentativi, cambi di rotta e correzioni in corsa oggi mostra il suo profilo migliore.

Ivan Juric, di nuovo sulla panchina del Genoa

La paura che ci fa quel mare scuro

Allora, forse serve proprio Paolo Conte per comprendere vizi e virtù del capoluogo ligure, quando si tratta di parlare di calcio. O almeno, potrebbe bastare per raccontarlo: già, perché non è un caso se il Genoa oggi si trova invischiato nelle sabbie mobili della zona-retrocessione, con un solo punto di vantaggio sull’Empoli e cinque sul Crotone, che oggi accompagnerebbe Palermo e Pescara in serie B. Gli addii invernali di Rincon, accasatosi alla Juventus, e di Pavoletti (direzione Napoli) sono stati solo gli ultimi di un lungo elenco. Tra i pali c’è Amelia, passato dal Ferraris prima di andare al Milan; in difesa sono partiti negli anni Criscito e Bocchetti, ammaliati dai rubli russi, Sokratis, oggi colonna del Borussia Dortmund, e Ranocchia, ad oggi il secondo trasferimento in uscita più costoso nella storia del Genoa dietro Milito.

A centrocampo ecco Thiago Motta, oggi al Psg, Boateng, uno dei tanti affari nati e cresciuti sull’asse che lega la Milano rossonera e la Genova rossoblù, Bertolacci e Iago Falque. Passando al reparto avanzato, ecco i pezzi da 90, come i milioni di euro più o meno incassati dalle cessioni di questi nomi celebri: Milito e Palacio (entrambi passati all’Inter), El Shaarawy (Milan), Destro, Toni, Immobile, Paloschi e Gilardino. Senza considerare Lavezzi, acquistato nel 2004, ma che mai è stato fatto esordire. Tre anni dopo a portarlo in Italia fu il Napoli.

Grandi talenti, raramente rimpiazzati adeguatamente e spesso partiti a metà stagione: un piano con i suoi inconvenienti, palesati in questi mesi. Così si è verificata una situazione complicata in cui Ivan Juric la scorsa estate, al momento di salutare un Crotone in festa per riabbracciare il suo Genoa, non ipotizzava nemmeno di trovarsi.

Preziosi, patron del Genoa

E abbiamo il sole in piazza rare volte

Eppure, nel girone di andata il Grifone sembrava veleggiare verso la parte sinistra della classifica. È sufficiente riavvolgere il nastro e tornare al 27 novembre 2016: 3-1 alla Juventus al Ferraris, con la Vecchia Signora dilaniata da un tritacarne di muscoli e tattica. E tutti a salutare il messianico Juric e Giovanni Simeone, autore di una doppietta che sembrava poterlo rivelare al calcio italiano: poi una metamorfosi senza fine, spiegata dai numeri.

Al giro di boa, il Genoa era tredicesimo con 23 punti (14 in più rispetto al Crotone diciottesimo), mentre nella seconda parte del campionato sono stati racimolati appena 7 punti. Solo il Pescara ha fatto peggio: ironia della sorte, la squadra che il 19 febbraio, infliggendo un 5-0 senza riserve all’Adriatico al Genoa, aveva portato al cambio di allenatore, con l’arrivo di Andrea Mandorlini in panchina. Scelta rigettata dopo meno di due mesi, con il Juric-bis. Fino allo psicodramma sportivo affrontato domenica scorsa contro il Chievo: primo tempo chiuso in vantaggio e con un rigore sbagliato (da Simeone) all’attivo, ripresa densa di timori e ospiti a segno due volte, con Bastien e Birsa. Per un ko inspiegabile, a sentire l’allenatore croato quasi in lacrime:
“Da allenatore non me la spiego. Non cerchiamo scuse: ho paura della B, il calcio è così”.
A fissare dei paletti e indicare la via per uscire dalla crisi ci ha pensato il presidente Enrico Preziosi. La decisione presa è quella di un ritiro fiume: da domani sino a domenica 14 maggio quando il Genoa giocherà a Palermo. E indietro non si torna, ha assicurato il patron.

Ora potete salutare le vostre famiglie perché per due settimane lavoreremo e basta.

Muriel decisivo nel derby

Un po’ randagi ci sentiamo noi

Se a Pegli, quartier generale del Genoa, cercano di uscire dalla crisi, a Bogliasco, sede degli allenamenti della Sampdoria, questa parola è ormai chiusa nel dimenticatoio. Merito del vento dell’Est: è di lì che arrivano alcuni dei talenti più in vista tra quelli allenati da Marco Giampaolo.

Da Schick, valutato oggi 25 milioni di euro e appetito dalle Grandi d’Europa, passando per Skriniar, Linetty, con puntatina in Belgio per Praet e correzione invernale con Bereszynski. Un manipolo di soldati talentuosi, tutti Under 25, che uniti a Torreira, prelevato già durante la scorsa stagione dal Pescara e lasciato crescere in riva all’Adriatico, oggi compongono la spina dorsale di una delle squadre più giovani del calcio italiano, corroborata anche dai risultati: decimo posto in cassa, salvezza registrata con largo anticipo e un buon ruolino di marcia nel girone di ritorno.

Merito di un 4-3-1-2 fluido, che Giampaolo ha impostato ricalcando i canoni di Empoli, ereditati da Maurizio Sarri: impostazione che parte dai centrali difensivi, interni di centrocampo a trazione anteriore, punte molto vicine e un play basso che tocca centinaia di palloni a partita. Senza dimenticare picchi di esperienza garantiti da Viviano, Silvestre, Regini, Barreto, Muriel e Quagliarella.

Massimo Ferrero, presidente Sampdoria

Genova, ha i giorni tutti uguali

Non più. Almeno su sponda blucerchiata. Almeno da quando alla proprietà c’è Massimo Ferrero (decaduto dalla carica presidenziale per gli effetti del caso Livingston). La sensazione è che, in questo periodo di vacatio legis alle spalle del trio Juventus-Roma-Napoli, per la Sampdoria sia tempo di decidere cosa fare da grande, approfittando magari del restyling orientale avviato dalle parti di Milano.

Dalla retrocessione in serie B, datata 2011, sono passati sotto i ponti un 14esimo posto, un 12esimo posto, una settima piazza e una salvezza conquistata con qualche turno di anticipo nella scorsa stagione. Giampaolo, intanto, sta già pensando al futuro e dividendo l’organico tra promossi, rimandati e bocciati. In entrata, i profili sondati sono giovani e stranieri: da Borne Sosa, terzino classe ’98 della Dinamo Zagabria, ad alcuni prospetti argentini. Di certo, si riparte da un dato: tra tutte le squadre dei cinque maggiori campionati europei, la Sampdoria oggi è 35esima per età media più bassa. Risultato non di secondo piano, andando oltre il primato senza discussioni di Germania e Francia, le cui squadre occupano ben 8 delle prime 10 posizioni.

In attesa di cogliere indicazioni dalla classifica finale, nel futuro in comune Genoa e Samp sono da mesi al lavoro per regalare all’impianto di Marassi un volto nuovo, per le tribune quasi un puzzle ispirato al Westfalenstadion, lo stadio del Borussia Dortmund, per i distinti ad Anfield Road, impianto che ospita le partite del Liverpool, e per gli sky-box al Franchi di Firenze. Genova per noi. Ma anche per tutti gli altri.

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I cinque gol (a zero) dell’Atalanta a Marassi sono un po’ la pietra tombale su una stagione che, dalla vittoria con la Juventus in poi, è stata disastrosa per il Genoa. Enrico Preziosi va alla deriva insieme alla squadra che si salverà solo perché questo campionato di serie A ha tre squadre mediocri, che batteranno il record negativo di punti alla 38esima giornata. È sufficiente?

No, la Curva Nord lo ha chiaramente manifestato proprio mentre Gasperini – l’ex, toh – prendeva a schiaffi la storia rossoblù. Preziosi da qualche mese fa sapere che è pronto a farsi da parte: “Accontenteremo i genoani. Vogliono che non ci sia io? Allora verrà qualcun altro. E se verrà qualcuno, buona fortuna, io continuo ad andare avanti. Ma cercherò di accontentarli, sarà poi il tempo a giudicare”.

Il tempo, vero. Che permette all’imprenditore dei giocattoli di essere comunque ancora considerato uno dei migliori presidenti del Genoa. Un presidente che, però, troppo spesso ha considerato proprio il Grifone un giocattolo, da smantellare e ricostruire ogni anno, due volte all’anno. A giugno e poi nel mercato di riparazione. Troppo per chi c’è in panchina, per chi c’è in campo e per chi sta in curva. Il patto fiduciario ormai si è rotto, i tifosi non accettano più Preziosi. Quegli stessi tifosi che qualche anno fa avevano obbligato i giocatori a togliersi la maglia perché indegni di indossarla. Questa volta vanno oltre, direttamente nella stanza dei bottoni. Vogliono che a cadere sia la testa del proprietario. Ma questo Genoa a chi può andare in mano?

Alejandro Gomez a segno in Genoa-Atalanta 0-5

In epoca più o meno recente, la squadra rossoblù ha vissuto autentici drammi – non solo la retrocessione – presidenti che si sono arresi come Spinelli, che hanno malmenato la Società come Dalla Costa e Scerni. Altri numeri uno sono stati amati e poi odiati: Berrino e Fossati, per esempio. La gente del Genoa è passionale, è stanca di stagioni in cui non si raggranella nulla e, quando succede, non si va in Europa per questioni che esulano dai risultati calcistici (con Preziosi è accaduto anche questo).

Il Genoa è in cattive acque, pure finanziariamente. Al 31 dicembre 2015 aveva 69,7 milioni di ricavi e 92,8 milioni di costi, 24,4 milioni di plusvalenze e un risultato netto negativo di 10,5 milioni. I debiti netti erano di 76,3 milioni di euro, il patrimonio netto pari a -8,8 milioni. Preziosi ha versato dieci milioni di euro, evitando l’obbligatorio aumento di capitale previsto dal codice civile quando le perdite superano il terzo del capitale sociale. Al 31 dicembre 2016, grazie alle plusvalenze dovute alle cessioni di Perotti e Mandragora, dovrebbero esserci delle correzioni. Le plusvalenze per le cessioni di Pavoletti e Rincon, invece, andranno conteggiate nel 2017. Con una situazione di bilancio critica, chi si prenderà l’onere di rilevare il Genoa da Preziosi? L’uomo che, comunque, negli anni ha ricapitalizzato per 157 milioni di euro. Ma che adesso naviga a vista. ‘Milano Finanza’ fa notare come entro la fine di giugno Preziosi dovrebbe liquidare il socio cinese ‘Ocean Gold Global’, ossia Michael Lee, l’uomo che corse sotto la gradinata genoana a Reggio Emilia, versandogli tra i 108 e i 110 milioni di euro. Sostituendolo con un altro socio, forse italo–americano.

Preziosi vattene

E ancora: Preziosi dovrà affrontare il debito di 70–80 milioni di euro, fatto a suo tempo con Carige, all’epoca della gestione Berneschi. La banca pretende un rientro a breve. I debiti ci sono pure con l’Erario: 40 milioni residui. Insomma, non è proprio una situazione idilliaca per rilevare la Società, a meno che non arrivi qualche munifico tycoon. Prima di tutto, Enrico Preziosi dovrebbe uscire davvero allo scoperto, dicendo quanto valuta oggi il Genoa Spa. Perlomeno a chi è interessato (ma c’è qualcuno?). La Società fa parte della Fingiochi, holding che controlla tutte le altre società di Preziosi.

Ricapitolando: Preziosi–tifosi è muro contro muro. La squadra in campo è penosa. All’orizzonte non ci sono compratori e le contestazioni della piazza non aiutano. Preziosi può restare, ma a quali condizioni? Un anno da separati in casa, con la curva vuota? A quel punto, sarebbe difficile anche la salvezza visto che proprio Marassi è l’uomo in più. C’è chi dice che il patron punti proprio alla B, per servirsi del famoso paracadute. Negli occhi rimangono le scene di Genoa-Atalanta: i tifosi che seguono gli ultimi minuti con le spalle rivolte al campo. Gli striscioni: ‘Il Genoa non ha padroni’, ‘Il Genoa è dei genoani‘. Il lenzuolo bianco con la faccia di Preziosi e il simbolo del divieto. Divieto. O forse senso unico.