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Tutti si aspettavano molto da me, ma all’inizio non sono riuscito a esprimermi come volevo, anche per un infortunio. Da quando c’è Gattuso sono più motivato, mi ha spiegato che i miei problemi non erano nei piedi ma nella testa, mi ha detto di rilassarmi e mi ha motivato

Parole e musica di Hakan Calhanoglu, numero 10 del Milan approdato a San Siro con le stimmate di potenziale leader tecnico -pagato 22 milioni di euro più 5 di bonus- passato per un’estate di promesse, un autunno da bocciato e rinato in inverno. Dall’approdo di Rino Gattuso sulla panchina del Milan, la vita dell’ex calciatore del Bayer Leverkusen: o meglio, la sua avventura con il Milan ha avuto finalmente il via. Dopo tre mesi di apprendistato, pagati a caro prezzo.

Seconda stella a sinistra, quello è il cammino

Già, perché la sensazione è che finalmente Hakan, viandante del rettangolo verde nel primo trimestre in rossonero, abbia finalmente trovato la propria mattonella in campo: chiedere per conferme a Parolo, Marusic e Bastos, fatti ammattire nell’ultimo turno di campionato contro la Lazio. Gattuso lo vuole vedere alto a sinistra, nel tridente: trequartista decentrato, quasi un’esigenza per bypassare il salto dalla Bundesliga alla Serie A. Dalle linee alte del calcio tedesco a quelle strette del calcio italiano, occorreva un cambio di prospettiva per valorizzare uno dei talenti più lucenti del panorama continentale fino a qualche anno fa.

Gattuso, da buon mediano di professione, sa bene quanto possano randellare i centrocampisti del calcio italiano. Così, a partire dalla trasferta di Firenze, ha chiesto ad Hakan di dirottare a sinistra le sue giocate. Da quella mattonella il turco può puntare l’uomo, scambiare con Bonaventura in triangoli ad alta qualità e cercare la conclusione in porta senza eccessive pressioni. D’altro canto, nelle sue corde c’è sempre stata la giocata risolutrice dell’azione, che fosse un gol o un assist. Le ultime tre stagioni in Germania avevano anche certificato una crescita esponenziale a livello europeo, concretizzata dai numeri: in tre anni al Bayer Leverkusen Calhanoglu aveva raccolto 115 presenze, 28 gol e 29 assist.

(Tre)quarti di nobiltà

Il nome Hakan significa nobile, di altissima gara; figlio esaltato.

Se “nomen omen” è un concetto valido anche dalle parti del Bosforo, la famiglia Calhanoglu è stata profetica quando si è trattato di dare un nome a questo talento nato nel 1994: trequartista alle spalle delle punte, così come mezzala in un 4-3-3, interno in un 4-4-2 o ancora fantasista e addirittura esterno in un 4-2-3-1. Classe e versatilità al tempo stesso: così era presentato Hakan al suo approdo in Italia. Nelle prime prestazioni, schierato da Montella come interno di centrocampo, però, il numero 10 era rimasto un’autentica incompiuta: poco dinamico per poter scalare come richiesto dall’allenatore, troppo lontano dalla porta per poter cercare la soluzione personale. Sette prove da titolare, quattro panchine e appena una rete – nel 4-1 esterno al Chievo – e due assist. Soprattutto, una qualità delle giocate che rasentavano livelli elementari. Il caso ha voluto che i (tre)quarti di nobiltà del turco di Mannheim dovessero incrociare la rabbia agonistica che è nel cuore di Rino Gattuso per poter tornare alla luce.

Da Ozil a Gattuso

Prima del suo approdo in Serie A, Hakan aveva inquadrato più volte il suo idolo in campo: Mesut Ozil, numero 11 dell’Arsenal con il quale Calhanoglu condivide anche una certa discontinuità di rendimento, palesata nelle sue stagioni in Germania. Per combattere questo limite, Gattuso ha voluto dosarne l’impiego all’alba della sua avventura: un quarto d’ora nella sconfitta contro l’Atalanta, mezz’ora abbondante con gol sul campo della Fiorentina e tre presenze senza essere mai sostituito nelle tre partite vinte contro Crotone, Cagliari e Lazio: una striscia che mancava da quasi un anno dalle parti della Milano rossonera. E non diteci che è un caso.

Se è vero che gli intermediari del giocatore hanno anche respinto la corte del Red Bull Lipsia nelle ultime ore del calciomercato invernale, è altrettanto visibile un post-it virtuale sull’armadietto di “Cala”, come alcuni compagni lo chiamano, a Milanello. Si legge “scusate il ritardo”, nel linguaggio internazionale del dio pallone. Il 2018, per lui e per il Milan, dovrà essere l’anno di una decisa sterzata. Crescendo insieme, anche nella precisione sotto porta: rivedere l’errore commesso nel secondo tempo della semifinale di Coppa Italia contro la Lazio per conferme. Via il fioretto, avanti di spada: per conquistare San Siro, Hakan sta imparando la ricetta.

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Donnarumma; Conti, Musacchio, Bonucci, Rodriguez; Borini, Biglia, Kessié, Calhanoglu; Kalinic, André Silva. Al 31 agosto 2017 un ipotetico 11 fatto solo di nuovi acquisti in casa Milan avrebbe potuto schierarsi così: una campagna acquisti, la prima attuata dal Milan cinese, dai contorni faraonici, che con la regia del duo Fassone-Mirabelli avrebbe dovuto fornire a Vincenzo Montella una macchina in grado di correre alla velocità delle principali pretendenti al titolo. Sogni di mezza estate. La cifra spesa (194,5 milioni di euro diventati 244,5 considerando i riscatti di Kessié, Borini e Kalinic) è stata sorprendente, mentre quella incassata dalle cessioni è stata inferiore di quasi 7 volte: ma andiamo con ordine. Oggi Montella non è più in panchina e il Diavolo è ottavo, a 18 punti dal primo posto.

E allora, ecco 200 milioni di buone ragioni per i quali il gruppo oggi in mano a Gattuso, come i tre schiaffi presi dall’Hellas Verona (definita da Ringhio una “figura di me**a”) confermano, sta ampiamente deludendo. E il quarto posto, obiettivo minimo di stagione, sembra troppo lontano.

Difesa…senza attenuanti

24 reti al passivo in 17 giornate, una in più del Bologna e una in meno dell’Udinese, addirittura due di troppo rispetto al Genoa quartultimo. Nel reparto che avrebbe dovuto “spostare gli equilibri” si salvano in pochi tra i nuovi arrivati: inutile negare che ci si attendesse molto di più da Leonardo Bonucci. Il centrale arrivato dalla Juventus in estate e atteso leader del gruppo rossonero, come la fascia di capitano ha confermato. Pagato 42 milioni di euro, in campo in 23 occasioni, il 30enne di Viterbo non è ancora guida del reparto e raramente ha raggiunto la sufficienza. Peggio ha fatto Matias Musacchio: il difensore argentino ex Villarreal, inseguito da anni nella Milano rossonera, appare tenero per giocare a 4 e poco portato per la linea a 3. Il ripescaggio di Zapata dimostra i suoi impacci.

Chi invece sfiora la sufficienza è Ricardo Rodriguez: il laterale mancino svizzero, autore della prima rete stagionale in Europa League, ha convinto in fase offensiva, faticando nella linea a 4. La sostituzione nell’intervallo a Verona è il manifesto della sua flessione. Sull’altra corsia, la destra, invece, trovava posto il rimpianto principale della stagione rossonera: Andrea Conti, il cui crociato è andato ko a settembre durante una partitella in famiglia. Sei mesi fuori e piani (tattici) da cambiare, con addio al 3-5-2.

Centrocampo: AAA leader cercansi

Mens sana in corpore sano, si dice. Nell’encefalogramma del Milan di oggi, però, chi dovrebbe guidare le operazioni sembra avere le idee quantomeno offuscate. L’ex Lazio Lucas Biglia, arrivato in rossonero per prendere il governo delle operazioni dopo le stagioni con luci e ombre targate Riccardo Montolivo, seguito da Locatelli e Sosa nel corso della scorsa stagione, tra prestazioni opache e infortuni oggi siede malinconicamente in panchina. 16 partite complessive tra campionato ed Europa League, media-voto inferiore alla sufficienza e poca luce sulla manovra rossonera.

Così, se l’ingegno manca, i muscoli non possono supplire a sufficienza: per conferme, chiedere a Franck Kessié, centrocampista dalla forza devastante che nella prima parte di stagione spaccava in due la mediana a Bergamo che ha ceduto il passo alla sua copia stanca, appannata dalla tanta corsa in una rosa allestita senza un suo alter ego. L’ivoriano resta comunque a cavallo della sufficienza, merce rara nel Milan edizione 2017/2018. Lo stesso non si può dire per Hakan Calhanoglu: in 19 apparizioni, pochi lampi (gol a Chievo e Austria Vienna) e una collocazione tattica indefinita per il turco di Germania, che potrebbe addirittura tornare sul mercato a gennaio

Attacco: tra i 60 milioni di Kalinic e André Silva, vince…Cutrone

Così, se quel numero 10 sulle spalle di Calhanoglu ha spesso evocato la nostalgia de tifosi rossoneri “orfani” di Rui Costa e altri fantasisti di primo piano passati nel terzo millennio su sponda Milan, anche il 7 vestito da Nikola Kalinic avrà evocato in più di qualcuno il doveroso paragone con Shevchenko. L’attaccante prelevato in estate dalla Fiorentina in prestito oneroso (5 milioni) con obbligo di riscatto a 20 milioni, dopo che la società aveva cercato top players come Aubameyang e Cavani,  sin qui sta vivendo la sua peggiore stagione “italiana”. La miseria di 4 reti in campionato,  messe a segno contro Udinese, Chievo e Benevento, fa la somma con i dati statistici: tira in porta meno di una volta a partita, fa calciare i compagni (1,6 conclusioni a partita) ma nel 4-3-3 modellato da Montella prima e Gattuso poi, oggi è la triste controfigura di un centravanti, e l’uscita dal campo a testa bassa al “Bentegodi” è il ritratto della sua prima parte di stagione.

Chi invece segna, ma solo in Europa League, è il portoghese André Silva, pagato quasi 40 milioni: 6 gol nel gruppo, 2 nei preliminari e ancora a secco in Serie A. Dottor Jekyll e mister Hyde, invitato a studiare “alla Inzaghi” da Montella e a crescere tatticamente da Gattuso.

Per informazioni potrebbero rivolgersi a Fabio Borini, arrivato al Milan da esterno offensivo e oggi alternativa tra i terzini: laddove non può la classe, prova ad arrivarci con i muscoli. L’implosione dell’attacco, almeno, ha permesso di scoprire Patrick Cutrone: 20 anni a gennaio e 8 reti stagionali (3 in serie A), è la bella sorpresa. Una delle poche di questo Milan che non ingrana. E non è stato pagato neanche un euro.

Il pomo della discordia

Nell’elenco degli acquisti abbiamo escluso Antonio Donnarumma. Una scelta dettata dal fatto che Donnarumma sr., ritornato in rossonero in estate al termine di una “chiacchierata” trattativa, da molti collegata al rinnovo del contratto di Antonio, non ha ancora esordito in partite ufficiali. Eppure, tra i tanti volti forse è quello più rappresentativo nella campagna di rafforzamento 2017/2018. Già, perché la domanda che i tifosi si ponevano al suo arrivo (“Siamo sicuri che possa essere utile?”) oggi è la stessa che viene rivolta a più di qualche interprete in rosa. Da dieci a zero. Sotto l’albero di Natale il Milan confida di trovare una svolta, decisa. Senza dover attendere il capodanno…cinese, che nel 2018 si festeggia il 16 febbraio. Potrebbe essere troppo tardi.

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Qualcuno non riuscirà nemmeno ad entrare, allo Zaccheria. Perché a Foggia hanno questo strano vizio di innamorarsi delle squadre che giocano bene. In verticale, aggredendo gli spazi. È così, è un meme, dai tempi del boemo. E siccome sono abituati a riconoscerlo, quello spettacolo, lo capiscono da subito, quando può essere l’anno giusto. O quasi. Perché quando Zeman decise che era arrivato il momento di far partire Signori, Baiano, Rambaudi e tutti gli altri, qualcuno gli sradicò persino le porte. Lui non fece una piega. Chiese di mettere tutto a posto e iniziò l’allenamento. E stupì ancora, con un gruppo di carneadi. Anche quest’anno le cose non erano iniziate benissimo, ma poi è stato un crescendo di emozioni, fino alla partita contro il Lecce. Un gol “impossibile” di Riverola ha finito di asfaltare i salentini e regalare questa finale ai rossoneri.

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Sulla panchina dei satanelli siete un ex talento, mai esploso, in realtà. Donadoni lo aveva messo inaspettatamente fuori squadra a Lecco. Roberto De Zerbi deve solo smussare alcuni “angoli” particolarmente spigolosi del suo carattere, ma ha saputo costruire un gruppo vincente. Lo ha voluto con insistenza. Non buttare mai la palla neanche nelle situazioni più difficili e ingarbugliate. Giocare a un tocco. Usare la testa. Un ritorno al bel gioco. Con una differenza sostanziale rispetto al boemo. Ha il coraggio e l’umiltà di cambiare modulo e schemi se le cose non vanno. Probabilmente farà il doppio salto, perché a Crotone lo hanno già adocchiato per sostituire Juric. Ma non c’è tempo per pensare a queste cose, perché oggi alle 18 si gioca una finale troppo importante. Per lui e per una città che aspetta da 18 anni.

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Vorrei essere nei panni del quarto uomo, perché trattenere l’ardore di due allenatori come De Zerbi e Ringhio Gattuso, sarà pressoché impossibile, ma certamente uno spettacolo. Strano il calcio, quando mette di fronte due personaggi così diversi. Robertino scende sempre in campo in tuta e si sbraccia. Cammina avanti e indietro, consumando l’area tecnica. E non lo diresti mai che da calciatore non ha mantenuto tutte le promesse perché era una talento purissimo, ma leggermente indolente. Dandy al punto giusto, prima di togliere gli scarpini e indossare la polo di ordinanza.

Tutto il contrario di Ringhio, una carriera che non ha bisogno di presentazioni e aggettivi, perché dice tutto il palmarés, imbarazzante, di successi. Non sarebbe blasfemo ricordare che tra De Zerbi e Gattuso i piedi migliori li ha certamente il primo. Ma se Ligabue canta che “…anni di fatiche e botte e vinci caso mai i Mondiali…” un motivo deve pur esserci. Entrambi, nelle conferenze stampa, sono uno spettacolo. Parlano bene, sanno come vanno le cose con i giornalisti, hanno il fuoco e la testa.

E Gattuso non ha mai dimenticato l’umiltà, il valore del sacrifico e dal ripartire dalle retrovie. Anche quando ha iniziato a fare l’allenatore, prima in Svizzera e poi con Zamparini e ad un certo punto ha deciso che in fondo scendere in Lega Pro, specie in una piazza come Pisa, non era un’idea così malvagia. Anche perché le esperienze con Sion, Palermo e Creta rischiavano di bruciarlo prima ancora di iniziare. Magari la squadra non è spettacolare, ma vallo a dire ai tifosi che hanno visto 4 gol in una finale, e adesso andranno a Foggia, con lo spirito del loro allenatore a difendere tutto ciò che c’è da difendere. Provate a chiedere a Ringhio, cosa ne pensa del “cholismo“, e vi ricorderà come ha vinto la Champions e la Coppa del Mondo. Messi da parte gli orrendi (in senso metaforico e fashion) abiti di Palermo, adesso “si va a Foggia con l’elmetto“. Ringhio se la gioca sul suo terreno, quello della battaglia. E conoscendolo, non vedrà l’ora di mettere piede nella bolgia dello Zaccheria.

Peccato per le restrizioni, per il Viminale, per i rischi, una partita così si poteva giocare tranquillamente davanti a 50.000 spettatori. Ne sarebbe valsa la pena, per vedere la grinta di Mannini, la potenza di Edgar Cani, gli uno due tra Sarno (propio lui, il bambino per il quale il Torino di Moggi spese 1 miliardo del vecchio conio) e il bomber Iemmello, un altro che sente già odore di Serie A. Ma soprattutto la grinta di questi due allenatori, così simile e così diversi. Uno votato alla tecnica, all’insegnare calcio, a deliziare il pubblico, l’altro alla bagarre, alla concretezza, alla fisicità. Entrambi, comunque, dediti allo spettacolo. “Alleno una città” è la frase preferita di De Zerbi, “Contro tutto e tutti” quella di Gattuso. Se potessi, vorrei vivere questa finale nell’area tecnica, tra Ringhio che sbraccia e De Zerbi che fa la maratona. Pronti a vederli scattare, per entrare in campo ad esultare. Con buona pace degli amanti del Bon Ton. Qui si fa sul serio, qui ci si gioca la serie B: buon divertimento, e vinca il migliore.