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Secondo un sondaggio britannico del 2011, la vita comincia intorno ai 40 anni: più acciacchi, ma anche più felicità e meno stress. Quel traguardo tondo Francesco Totti lo ha superato da nove mesi, lui che ha visto la luce il 27 settembre 1976, e che per l’ex capitano della Roma (quanto è ancora strano, definirlo così) rappresenta un necessario punto di ripartenza. Il primo da fissare senza un pallone tra i piedi, ma con il proprio futuro in mano.

Francesco Totti contrastato da Cataldi in Roma-Genoa 3-2, 28 maggio 2017
Francesco Totti contrastato da Cataldi in Roma-Genoa 3-2, 28 maggio 2017
E ora?

La mente torna necessariamente al 28 maggio 2017: Spalletti lo lancia nella mischia sul punteggio di 1-1 nella partita dell’Olimpico contro il Genoa, sfida vinta per 3-2 dai giallorossi nel finale ma che per lunghi, interminabili minuti stava risuonando come l’ennesima beffa, con un pari contro un avversario privo di obiettivi che avrebbe di fatto costretto la Lupa ai preliminari di Champions League 2017/2018. Tutto era quasi passato in secondo piano: il tempo quel giorno nella Capitale si era cristallizzato. Come se fosse necessario godersi ogni singolo istante di quei 40 minuti di Totti, gli ultimi di una carriera infinita.

E ora? Se lo sono chiesti in milioni, Francesco per primo. Ora cosa accadrà? Nei cassetti di Trigoria c’è un accordo privato: 600mila euro netti all’anno per 6 stagioni da dirigente. Ma, a due giorni dall’inizio della “seconda vita” di Totti, quella che avrà il via l’1 luglio, di questo avvenire dietro la scrivania non v’è certezza.

Francesco Totti accoglie il nuovo ds della Roma Rodriguez Verdejo Monchi a Trigoria
Francesco Totti accoglie il nuovo ds della Roma Rodriguez Verdejo Monchi a Trigoria
Pensieri Monchi?

A volte, basta una maiuscola in meno per alterare un pensiero, un’emozione.  Rodriguez Verdejo Monchi è il nuovo direttore sportivo della Roma, chiamato a Trigoria per rilanciare le ambizioni europee del club e far anche quadrare i conti: tra i suoi primi compiti, però, c’è stato anche quello di far chiarezza con Totti sul futuro del numero 10. Non in campo, ma al suo fianco: almeno, così avrebbe voluto il dirigente che a Siviglia ha fatto faville. Francesco è incuriosito dalla possibilità di apprendere la professione e i segreti del mestiere da un professionista del livello di Monchi. Al tempo stesso, però, i suoi restano pensieri…monchi, con la minuscola: incompleti, ancora galleggianti. Tra la possibilità di entrare nell’area tecnica giallorossa, con un ruolo da distinguere con chiarezza e con Eusebio Di Francesco, amico ed ex compagno di squadra, ad allenare la Prima Squadra. E la volontà di correre ancora dietro un pallone, lontano dall’Europa e dalle radici: la tentazione di un altro anno in campo, ma non con la maglia di un club italiano, è ancora forte per il 10. E dopo le proposte dell’amico Nesta da Miami, quelle degli Emirati Arabi e della Cina, ne è arrivata una dal Giappone, sponda Tokyo Verdy, nobile decaduta del calcio nipponico un tempo facente capo al colosso Kawasaki e attualmente al terzo posto della J-League 2, la serie B nostrana.

Francesco Totti indica il futuro

Dica 10

Da un lato sarei orgoglioso se la Roma dovesse ritirare la maglia numero 10, tuttavia verrebbe magari distrutto il sogno di un ragazzo di poter vestire la maglia indossata un tempo da Totti. Una cosa è certa: per portare questo numero nella Roma è necessaria una forte personalità.

Due anni fa, sulle colonne del settimanale tedesco Kicker, Totti così rispondeva a chi gli chiedeva di un ritiro della sua maglia dalla scelta di quelle indossabili in seno alla Roma. Un ritiro ufficiale, ad oggi, non c’è stato, ma il romanticismo e la moneta portano a una considerazione univoca: nessuno vestirà la 10 giallorossa, almeno nella stagione 2017/2018. Resta la più venduta del club, trend che difficilmente muterà nei prossimi mesi. Da parte sua, Totti appare disinteressato alla vicenda: dovesse arrivare un fuoriclasse, sarebbe il primo a volergliela cedere, assicurano gli amici. Tra i calciatori già in organico, invece, la destinerebbe volentieri a Dzeko. Le sue attenzioni, oggi, più che alla maglia, sono rivolte alla società: vuole avere un ruolo operativo, reale, che possa valorizzarne l’esperienza di uomo di campo e il plusvalore di uomo della Roma.

Francesco Totti e Ilary Blasi

Anno zero

Chi gli è vicino, assicura che oggi Totti si stia godendo i piccoli piaceri di una vita “normale”. Un piatto di pasta in più, un riposo senza sveglie assillanti. In una parola: relax. Come quello comunicato da Mykonos, in Grecia. Sui social l’ex capitano (aridaje, quanto è strano) della Roma ha postato una foto con sua moglie Ilary Blasi e i figli Cristian (11 anni), Chanel (10) e Isabel, un solo anno, che siede sulle ginocchia della mamma.

 

Una bellissima vacanza tra famiglia e amici in un posto stupendo! Mykonos rocks! 😎

Pubblicato da Francesco Totti su Martedì 27 giugno 2017

Un quadretto quasi simbolico del legame con le cose semplici di un campione che probabilmente non avrà repliche, dentro e fuori dal campo. Il vertice con la dirigenza della Roma è all’orizzonte, poi sarà tempo di tornare in vacanza: in ogni caso il ritiro di Pinzolo, dal 7 al 14 luglio tra le Dolomiti sarà comunque il primo senza Totti dal 1993 ad oggi. Francesco, intanto, medita e si riposa: pronto per scrivere una nuova vita. Non più da Pupone.

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L‘ultima sconfitta subita allo stadio Olimpico, contro la Lazio dell’ex compagno di squadra Inzaghi, ha sancito il definitivo tramonto delle ambizioni di rilancio dell’Inter del Mancini-bis. Dopo l’avvio sui generis con tanto di malcelate mire scudetto e il successivo ritorno sulla terra con rimodulazione degli obiettivi con vista Champions, gradualmente si è arrivati all’amara realtà di un quarto posto ancora da blindare a due giornate dalla fine. Una regressione rispetto alla quale neanche Roberto Mancini, dopo l’ultima sconfitta, ha saputo nascondere lo sconforto.

mancini

L’impatto è stato pietoso – è andato giù duro davanti alle telecamere -, l’atteggiamento totalmente sbagliato. Molti di loro devono capire che l’Inter è l’Inter. L’obiettivo era il terzo posto e dopo quella partenza era alla portata. Ma non ci siamo riusciti perché siamo lacunosi in cattiveria, qualità e ultimo passaggio. La squadra è giovane, però poi il tempo passa e quest’anno ci sta che avessero bisogno di tempo per migliorare. All’inizio quando eravamo più coperti la squadra subiva meno. Gli italiani? Abbiamo bisogno di giocatori tecnicamente validi che ci aiutino a migliorare, poi se sono italiani o no cambia poco. Siamo stati troppo bravi all’inizio e abbiamo ingannato la gente“.

In chiusura di interviste, però, il tecnico nerazzurro ha provato ad aggiustare il tiro e ad essere almeno in parte costruttivo: “La stagione è stata comunque positiva e mi auguro che si sia trattato solo di un episodio” ha aggiunto volgendo lo sguardo al futuro. E proprio i piani di rilancio del club rappresentano un grosso punto interrogativo, specie alla luce dei possibili vincoli imposti dal fair play finanziario. Chi resta e chi andrà ceduto? Difficile dirlo adesso, ma al tirar delle somme i pezzi pregiati  eventualmente monetizzabili rispondono ai nomi di Icardi, Brozovic, Handanovic e Murillo.  L’attaccante sarebbe forse il più complicato da sostituire: i bomber da 15-20 gol a stagione chi ce li ha, se li tiene (o dovrebbe); sugli altri fronti si può discutere.

In ogni caso, Mancini non ha tutti i torti: qualcosa di positivo c’è e potrebbe fungere da base per il futuro. In primis, Perisic e Kondogbia: i due acquisti, tra i più costosi dell’ultimo mercato di serie A, hanno impiegato un po’ a integrarsi nei ritmi di gioco nostrani, ma la loro crescita nella seconda parte di stagione non è passata inosservata. Lo stesso dicasi di Eder: inserirsi in un sistema complesso come l’Inter, per giunta a stagione in corso, non è affatto facile; questo scorcio di campionato gli servirà da rodaggio per il prossimo anno. Molto bene anche Miranda, un po’ meno Murillo che, dopo un ottimo avvio, è stato protagonista di un’involuzione che fa in parte temere sulla sua capacità di imporsi ad alti livelli.

biglia

Completamente bocciato, infine, il centrocampo senza un regista: Medel e Felipe Melo sono elementi di lotta e non di governo (con il secondo che dovrebbe chiudere a fine stagione la sua esperienza in nerazzurro), Kondogbia sa fare le due fasi ma non eccelle in quella di costruzione, Brozovic è un ottimo incursore; in questo scenario, dunque, serve come il pane un elemento alla Biglia della Lazio, o in alternativa quel Banega del Siviglia che l’Inter sembra avere già in mano per il prossimo campionato. Bocciati anche Ljajic e probabilmente Jovetic, sembra prossimo l’arrivo di Candreva e in aggiunta occorrerà dare una rinfrescata agli esterni, soprattutto difensivi, dove quest’anno la squadra non ha trovato né sbocchi, né continuità di impiego per nessuno degli effettivi a disposizione.

Nuova rivoluzione in arrivo? Chi può dirlo. Di sicuro c’è che Mancini è l’unico tecnico che potrebbe riuscire a ottenerla anche nelle attuali condizioni di ristrettezze.

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Nell’economia europea, ma possiamo tranquillamente parlare di quella mondiale, ci sono due aziende che stupiscono per la gestione delle proprie risorse. Perché sono due esempi da tenere bene a mente, non necessariamente da imitare o seguire, di certo da esportare in altri contesti che non siano solo quello calcistico. Il Manchester City e, soprattutto, il Bayern Monaco hanno già scelto e presentato l’allenatore per la prossima stagione, eppure hanno ben in mente quali sono gli obiettivi di quella in corso. Immaginate che nell’azienda dove lavorate l’amministratore delegato, o il direttore finanziario, abbia già annunciato che a giugno andrà via. Cosa succederebbe? La risposta giusta è: dipende. Dipende soprattutto dai valori dell’azienda, dalla programmazione, da come ogni singolo dipendente percepisce, o meglio è portato a percepire, quella realtà.

Bayern-Guardiola

Si è sentito spesso, in questi giorni, dire che “in Italia non sarebbe possibile“. Probabilmente è vero, soprattutto nel mondo del calcio dove l’allenatore, sempre sulla graticola, ha al contempo una forte necessità di sentirsi continuamente legittimato dalla società e dagli stessi tifosi. In questo City e Bayern rappresentano un’eccellenza europea, e non solo perché scelgono il meglio (si dirà “semplice, con un budget illimitato“) ma perché pur lasciando carta bianca agli allenatori, chiedono agli stessi di sposare la filosofia del club. Che viene sempre e comunque prima. José Mourinho è un grandissimo allenatore, di sicuro un vincente, che ha messo però sempre sé stesso avanti al club. In molti casi lasciando dietro di sé squadre da rifondare, o spogliatoi pericolosi come polveriere. Inter, Real Madrid e Chelsea su tutti, e nel calcio moderno questo inizia ad essere un particolare non di poco conto.

Al Barcellona tutto questo non accade, e Guardiola è figlio di questa mentalità. Quella che ha lasciato in eredità Johann Cruijff, e che rappresenta la stella polare della società catalana. L’hanno inseguita Guardiola, Vilanova, Luis Enrique, lo stesso Rijkaard in tempi non sospetti. Chi ha provato a rivoluzionarla, facendo di testa sua, come Antic e Robson, non è stato amato, ed ha vinto meno di quanto avrebbe potuto (l’inglese aveva il miglior Ronaldo).

Al Bayern è diverso: non c’è stato un allenatore a tracciare la strada, anche se l’impronta di Van Gaal, ad un certo punto della storia del club, è stata molto più importante di quanto non dicano gli almanacchi. Ma questo Bayern è il prodotto dell’aziendalismo procedurale di Rummenigge e Beckenbauer, di una schiera di saggi del pallone che però hanno maturato, chissà dove (sarebbe materia di studio), competenze manageriali di altissimo livello. Tanto da essere venerati dalle banche, che solitamente quando sentono il parlare di squadre di calcio, scappano.

cruyff

Nessuna paura quindi ad annunciare un nuovo allenatore (Ancelotti) a novembre, il vecchio saprà comunque cosa fare. D’altronde la bravura di chi si occupa di risorse umane è anche capire cosa, in una negoziazione, conviene ad entrambe le parti. È il metodo Getting More di Stuart Diamond, quello utilizzato da Google: se a fine stagione ci separiamo e se lo vogliamo entrambi, potremo raggiungere risultati migliori: win-win. Questa riflessione, e non la banale scaramanzia, ha portato il Bayern sul tetto d’Europa nel 2013 con Heynckes. Questo linguaggio, che non piacerebbe ad altri allenatori, piace tantissimo a Pep Guardiola che è un inquieto e vive di cambiamenti, e attraverso i cambiamenti matura. Ha lasciato il Barcellona per la Germania, lascerà il Bayern per l’Inghilterra, non mi meraviglierebbe vederlo un giorno Presidente della Catalunya, perché questo è il suo DNA. Questo è Guardiola, un allenatore ancora giovanissimo, un uomo dai mille interessi, eppure straordinariamente focalizzato sul presente.

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Il suo futuro è al City. Altra storia, più recente, certamente affascinante. Roberto Mancini è stato il primo a portare un certo tipo di mentalità. Lui che qualche mese prima (era Marzo) aveva detto in conferenza stampa “penso sarà la mia ultima stagione all’Inter” e si era giocato il posto. Pellegrini ha ereditato una squadra forgiata e cresciuta, che certamente non vorrà perdere l’opportunità di rendere ancora una volta la vita difficile a Guardiola. Perché se dovesse ricominciare ancora da una Champions vinta, allora sì che la strada sarebbe in salita. Ma non è scaramanzia, è programmazione.

Carlo Ancelotti

E City e Bayern lo sanno così bene che tracceranno la strada. Anche perché potranno contare su risorse pronte e preparate. È finita l’epoca in cui un allenatore deve allenare. Da uomini così ci si aspetta leadership, impatto immediato sull’ambiente, una comunicazione dirompente. Guardiola avrà 6 mesi per affinare il suo già ottimo inglese, Ancelotti lo stesso tempo per studiare il tedesco, fare lezioni private, adattarsi ad uno stile di vita molto impegnativo per un italiano. Non è più tempo di improvvisare. Le società moderne vivono il presente programmando il futuro. Benvenuti nel 2016, in Germania e Inghilterra.