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Non si tratta di basket, nonostante ormai tutti parlino di A2. Parliamo di calcio. Ed esattamente, si parla della seconda serie italiana, meglio nota come Serie B. Sempre un po’ snobbata, sottovalutata e non considerata all’altezza dei grandi palcoscenici che offre la Serie A. Negli ultimi anni il trend si è quasi invertito: la Serie B accoglie un bacino di tifosi in molte piazze più ampio di quello della Serie A. Bari, Salerno, Avellino e Cesena sono le piazze più calde che, ormai da anni, militano stabilmente in Serie B: una media costante di 10.000 tifosi ogni match e tanti sostenitori sempre presenti in trasferta. Piazze che, se si considerassero soltanto le presenze sugli spalti, non meriterebbero la Serie B.

Curva del Bari

Quest’anno chiamarla semplicemente Serie B o seconda divisione italiana, è veramente difficile. Un campionato che trasuda di storia, piazze prestigiose e curve che sono pronte a riempirsi ogni weekend. La Serie B 2017-2018 accoglierà 20 squadre che nella loro storia hanno disputato anche la Serie A, con soltanto Virtus Entella e Cittadella che non hanno mai partecipato ad un campionato di massima serie.

Le matricole terribili

La Serie C ha consegnato alla cadetteria quattro piazze calde, ambiziose e storiche: Parma, Foggia, Venezia e Cremonese. Quattro squadre che vengono da promozioni esaltanti e vantano alle spalle società che tenteranno la scalata verso la Serie A. Il Parma di D’Aversa ha già messo a segno i primi colpi di mercato portando in Emilia giocatori del calibro di Siligardi, Dezi, Di Gaudio e Gagliolo, per citarne qualcuno, e il duo Faggiano-D’Aversa ha nel mirino il triplo salto, dalla D alla A in tre anni.

Sogno che cova anche la deliziosa Venezia con SuperPippo Inzaghi alla guida dei veneti, che tornano in B dopo 11 anni: in silenzio, e dietro le quinte, lavora Giorgio Perinetti, specializzato in promozioni. C’è il Foggia poi, che dopo 19 anni con Giovanni Stroppa torna a calcare campi di B ed ora sogna ad occhi aperti, perché la storia recente ha lasciato una convinzione: le neo-promosse in Serie B sono le più temibili, rodate e con una marcia in più degli altri.

Dulcis in fundo, c’è la Cremonese: la squadra di Attilio Tesser lo scorso anno ha compiuto un’impresa incredibile riuscendo a riprendere in classifica l’Alessandria, che sembrava promossa in B da mesi. I grigiorossi hanno messo a segno qualche colpo che in Serie B può fare la differenza ma i lombardi partono a fari spenti, con l’obiettivo di lasciare tutti a bocca aperta.

Curva del Foggia
Nel segno della Z: Zeman e Zamparini (ri)vogliono la A

Ci ha pensato anche la Serie A a rendere il campionato di B più affascinante, costringendo alla retrocessione Palermo, Pescara ed Empoli. Il Palermo, nonostante la permanenza di Zamparini, si candida prepotentemente per la pronta risalita in A. In panchina c’è Tedino, ex allenatore del Pordenone, all’esordio in B ma esponente di idee tattiche affascinanti ed innovative: il suo Pordenone ha sfiorato la promozione in cadetteria.

Non può passare inosservato il boemo, Zdenek Zeman alla guida del Pescara. Gli abruzzesi dallo scorso anno hanno cominciato a costruire una squadra che rispecchi a pieno le ormai note idee zemaniane. La prima giornata offre già un incrocio nostalgico: proprio il boemo contro il suo Foggia, una delle tante sfide che la Serie B settimana dopo settimana sarà pronta a sfornare.

L’Empoli è, tra le tre retrocesse, la squadra che parte a fari spenti. Un giovane allenatore, Vivarini, ed un ambiente distrutto da una retrocessione inaspettata. Toccherà al mister, attraverso il suo calcio propositivo, rilanciare le ambizioni biancoazzurre.

Zdenek Zeman, allenatore del Pescara
Benvenuti in B, campioni!

Sarà una Serie B anche da campioni del mondo. All’esordio sia Fabio Grosso, alla guida del Bari, che Filippo Inzaghi, con il suo Venezia. L’ex terzino della nazionale rappresenta una vera e propria scommessa del direttore sportivo Sogliano che ha scelto un profilo giovane per riscattare la stagione deludente dello scorso anno. Prima esperienza tra i professionisti per l’ex tecnico della Primavera della Juventus, che sta provando ad imprimere il suo ‘credo‘ ai biancorossi: fraseggio veloce, ricerca del possesso palla e squadra corta.

Inzaghi e Grosso con la maglia della nazionale
Tra sorprese e certezze

Da un lato il Carpi di Antonio Calabro e dall’altro il Frosinone di Moreno Longo. Antonio Calabro per molti tifosi della B sarà sconosciuto, viene dalla Virtus Francavilla ed è nato a Galatina, provincia di Lecce. Modello? Antonio Conte, non uno qualunque. Ha condotto la Virtus Francavilla dall’Eccellenza alla Serie C, qualificandosi l’anno scorso per i play-off di Serie C come quinto e venendo eliminato, dopo un doppio pareggio, dalla corazzata Livorno. Un calcio aggressivo, intenso e, fino ad oggi, vincente, con il Carpi che ha deciso di puntare su di lui per il dopo-Castori. Il primo risultato, arrivato in Coppa Italia, non può che essere ben augurante: 4-0 al Livorno e, dopo aver dominato dall’Eccellenza alla Serie C, arriva il banco di prova della Serie B. Molti parlano di lui come un predestinato, ora sarà il campo ad emettere l’ultima sentenza.

Antonio Calabro, nuovo allenatore del Carpi

La certezza non può che essere il Frosinone, squadra che l’anno scorso ha sfiorato la promozione in A, e che vanta una società ricca ed ambiziosa, guidata dal presidente Stirpe. La scelta di Moreno Longo, ex allenatore della Pro Vercelli, segna l’inizio di  un nuovo progetto, che riparte, però, da solide basi: Ciofani, Dionisi, Maiello, Krajnc e Soddimo. Confermata, quasi in toto, la squadra che l’anno scorso per lunghi tratti ha dominato il campionato di Serie B.

Non ci resta che attendere, i presupposti sono ottimi ed i tifosi attendono con trepidante attesa la prima giornata che, probabilmente, rimarrà nella storia. Calore, passione e storia. Ed è solo la seconda divisione italiana. Anzi, forse è meglio non chiamarla così. Siete ancora in tempo: salite sulla giostra!

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Ci son voluti 19 anni, ma alla fine il Foggia ha di nuovo raggiunto la serie B. Il 2-2 di Fondi è stato sufficiente per la matematica promozione da parte dei rossoneri, allenati da un ex Milan, Giovanni Stroppa, così come il Venezia che pure ha raggiunto la serie cadetta grazie all’ex Diavolo Filippo Inzaghi. Due piazze prestigiose, insomma, riassaporeranno l’anno prossimo la seconda serie. E riempiranno gli stadi, di questo potete starne certi.

La cronaca parla di uno stadio di Fondi invaso da fan foggiani – 1.200 quelli presenti – e di un Foggia che in vantaggio per 2-0 a poco dal termine si è distratto, pensando al bagno di spumante e di folla che l’attendeva, permettendo ai padroni di casa di riagguantare un insperato 2-2. Il punto era comunque sufficiente ai dauni per staccare definitivamente il Lecce che, per il quarto anno su cinque, dovrà invece passare dalle forche caudine dei play off. Una promozione lungamente attesa, quella del Foggia, da un’intera città, solo sfiorata lo scorso anno.

Foggia in B

Già, la stagione 2015/2016 sembrava in qualche modo difficile da replicare. Il Benevento promosso direttamente, il Foggia sconfitto solo nelle finali play off dal Pisa, dopo che già nel 2008 era stato l’Avellino nelle finali a far male ai pugliesi. Il giocattolo pare rompersi, anche per l’addio del condottiero Roberto De Zerbi in una città che molto si affeziona agli allenatori innovativi. E invece, con Giovanni Stroppa, è andata ancora meglio: serie B diretta. Che la festa abbia inizio!

È lontano il 7 giugno 1998, quando il ko contro la Salernitana significava retrocessione in Lega Pro. Il Foggia aveva vissuto anche stagioni esaltanti in serie A, con Zdenek Zeman e il suo sigaro in panchina, con Baiano, Signori e compagnia cantante a infilare banderillas nel ventre delle grandi. Ma parevano lontani quei bellissimi anni di spregiudicatezza provinciale. Ci sono state pure luci in questi 19 anni, intendiamoci, ma tante ombre anche, con fallimenti, risalite, lacrime e finali perse.

signori baiano rambaudi

A tanti faceva gola il Foggia, passato nelle mani di Franco Sensi e di Giorgio Chinaglia. Che chissà, forse pensavano che il miracolo del boemo fosse replicabile. Ma è come se si volessero rivivere gli anni ’60 senza giradischi e ideali: impossibile. È stato un Foggia di allenatori dotti e capaci, come Pasquale Marino e Giuseppe Giannini. Di revival, vedi il ritorno di Zeman. Ma di poche capriole in avanti. Anche perché, tra il 2000 e il 2010, la Società ha visto la proprietà cambiare come il vento sul mare.

I foggiani hanno intanto smesso di innamorarsi perdutamente. Non della squadra, non della maglia che queste sono fedi incrollabili, ma degli uomini che venivano, coltivavano e poi se ne andavano, lasciando i campi alla mercé dei capricci meteorologici. Certo, quando torna la donna della tua vita, il primo amore, neanche le vedi le rughe e i chili di troppo che nel frattempo si sono accumulati. Così, con Pasquale Casillo di nuovo alla guida della nave, Peppino Pavone in cabina di regia e Zdenek Zeman a far rifare i gradoni a semi sconosciuti e giovani sbarbati, la voglia di fare di nuovo l’amore viene. Così, stagione 2010/2011, lo ‘Zaccheria’ torna ad accendersi d’amore acceso. Quello è il triumvirato della serie A, vuoi vedere che…

Zeman

Effettivamente, quel Foggia distribuisce gol come caramelle, ma ne prende pure tanti. Filosofia zemaniana, si dirà, ed è così: far divertire, a costo di non essere efficaci. Così, il Foggia di Insigne, Sau e Farias sfiora solo i play off. Il miracolo non si ripete, il diluvio universale non salva nessuno del triumvirato. Anzi. Il Foggia si salva sul campo, l’anno successivo, ma in estate manca l’iscrizione e riparte dai Dilettanti. Le bandiere e le trombette vengono riposte. Prima che un nuovo amore si affacci all’orizzonte, con la faccia di Roberto De Zerbi. Piace il suo calcio, lo ‘Zaccheria’ è spesso pieno, la squadra è di nuovo in Lega Pro. La Società è nelle mani dei fratelli Sannella e Curci. Sana.

De Zerbi però è un gioiellino che, dopo la finale persa con il Pisa, fa le valigie a caccia di successi altrove. E allora? E allora arriva Stroppa. E il Foggia ha la miglior difesa del girone C, con soli 27 gol al passivo (questa sì che è una primizia in casa rossonera), e il miglior attacco (67 gol segnati). Più pratico della versione precedente, forse pure meno spettacolare, ma di nuovo in serie B. E pazienza se a Fondi è sfumato il record di undici vittorie consecutive. Ai tifosi, anche a quelli innamorati degli eccessi, questa volta pure il 2-2 vale un tuffo nella fontana. Un giro sulla giostra.

Non possiamo non elencarli, in chiusura, gli eroi foggiani che hanno ubriacato di nuovo un’intera città, che molto vive di calcio e che ha passato una notte insonne, nelle piazze a festeggiare e ad attendere il ritorno della squadra dalla trasferta in terra laziale. Dal portiere ex Bari Enrico Guarna (uno striscione tutto per lui, ‘Occidentali’s Guarna’) al giovane Alan Empereur, a Giuseppe Loiacono, una bandiera che è risalita dalla serie D fino alla B, a Tommaso Coletti e all’ex Toro Matteo Rubin. A centrocampo Antonio Vacca, capitan Cristian Agnelli e Francesco Deli, già sui taccuini di diverse squadre di serie A. Davanti lo spagnolo Miguel Angel Maza e Fabio Mazzeo, capocannoniere del girone C con 19 reti, l’ex bambino prodigio Vincenzo Sarno, Cosimo Chiricò e Matteo Di Piazza, arrivato dal Vicenza e fondamentale per la promozione.

L’anno prossimo l’obiettivo non potrà che essere uno soltanto: la promozione in serie A. Ok, piano con i proclami, ma a Foggia il calore dei tifosi è tale che non puoi non pensarci. Così come immaginare che lo ‘Zaccheria’ sarà il dodicesimo uomo. Proprio come quando Baiano e Signori facevano impazzire Juventus, Milan e Inter.

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Qualcuno non riuscirà nemmeno ad entrare, allo Zaccheria. Perché a Foggia hanno questo strano vizio di innamorarsi delle squadre che giocano bene. In verticale, aggredendo gli spazi. È così, è un meme, dai tempi del boemo. E siccome sono abituati a riconoscerlo, quello spettacolo, lo capiscono da subito, quando può essere l’anno giusto. O quasi. Perché quando Zeman decise che era arrivato il momento di far partire Signori, Baiano, Rambaudi e tutti gli altri, qualcuno gli sradicò persino le porte. Lui non fece una piega. Chiese di mettere tutto a posto e iniziò l’allenamento. E stupì ancora, con un gruppo di carneadi. Anche quest’anno le cose non erano iniziate benissimo, ma poi è stato un crescendo di emozioni, fino alla partita contro il Lecce. Un gol “impossibile” di Riverola ha finito di asfaltare i salentini e regalare questa finale ai rossoneri.

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Sulla panchina dei satanelli siete un ex talento, mai esploso, in realtà. Donadoni lo aveva messo inaspettatamente fuori squadra a Lecco. Roberto De Zerbi deve solo smussare alcuni “angoli” particolarmente spigolosi del suo carattere, ma ha saputo costruire un gruppo vincente. Lo ha voluto con insistenza. Non buttare mai la palla neanche nelle situazioni più difficili e ingarbugliate. Giocare a un tocco. Usare la testa. Un ritorno al bel gioco. Con una differenza sostanziale rispetto al boemo. Ha il coraggio e l’umiltà di cambiare modulo e schemi se le cose non vanno. Probabilmente farà il doppio salto, perché a Crotone lo hanno già adocchiato per sostituire Juric. Ma non c’è tempo per pensare a queste cose, perché oggi alle 18 si gioca una finale troppo importante. Per lui e per una città che aspetta da 18 anni.

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Vorrei essere nei panni del quarto uomo, perché trattenere l’ardore di due allenatori come De Zerbi e Ringhio Gattuso, sarà pressoché impossibile, ma certamente uno spettacolo. Strano il calcio, quando mette di fronte due personaggi così diversi. Robertino scende sempre in campo in tuta e si sbraccia. Cammina avanti e indietro, consumando l’area tecnica. E non lo diresti mai che da calciatore non ha mantenuto tutte le promesse perché era una talento purissimo, ma leggermente indolente. Dandy al punto giusto, prima di togliere gli scarpini e indossare la polo di ordinanza.

Tutto il contrario di Ringhio, una carriera che non ha bisogno di presentazioni e aggettivi, perché dice tutto il palmarés, imbarazzante, di successi. Non sarebbe blasfemo ricordare che tra De Zerbi e Gattuso i piedi migliori li ha certamente il primo. Ma se Ligabue canta che “…anni di fatiche e botte e vinci caso mai i Mondiali…” un motivo deve pur esserci. Entrambi, nelle conferenze stampa, sono uno spettacolo. Parlano bene, sanno come vanno le cose con i giornalisti, hanno il fuoco e la testa.

E Gattuso non ha mai dimenticato l’umiltà, il valore del sacrifico e dal ripartire dalle retrovie. Anche quando ha iniziato a fare l’allenatore, prima in Svizzera e poi con Zamparini e ad un certo punto ha deciso che in fondo scendere in Lega Pro, specie in una piazza come Pisa, non era un’idea così malvagia. Anche perché le esperienze con Sion, Palermo e Creta rischiavano di bruciarlo prima ancora di iniziare. Magari la squadra non è spettacolare, ma vallo a dire ai tifosi che hanno visto 4 gol in una finale, e adesso andranno a Foggia, con lo spirito del loro allenatore a difendere tutto ciò che c’è da difendere. Provate a chiedere a Ringhio, cosa ne pensa del “cholismo“, e vi ricorderà come ha vinto la Champions e la Coppa del Mondo. Messi da parte gli orrendi (in senso metaforico e fashion) abiti di Palermo, adesso “si va a Foggia con l’elmetto“. Ringhio se la gioca sul suo terreno, quello della battaglia. E conoscendolo, non vedrà l’ora di mettere piede nella bolgia dello Zaccheria.

Peccato per le restrizioni, per il Viminale, per i rischi, una partita così si poteva giocare tranquillamente davanti a 50.000 spettatori. Ne sarebbe valsa la pena, per vedere la grinta di Mannini, la potenza di Edgar Cani, gli uno due tra Sarno (propio lui, il bambino per il quale il Torino di Moggi spese 1 miliardo del vecchio conio) e il bomber Iemmello, un altro che sente già odore di Serie A. Ma soprattutto la grinta di questi due allenatori, così simile e così diversi. Uno votato alla tecnica, all’insegnare calcio, a deliziare il pubblico, l’altro alla bagarre, alla concretezza, alla fisicità. Entrambi, comunque, dediti allo spettacolo. “Alleno una città” è la frase preferita di De Zerbi, “Contro tutto e tutti” quella di Gattuso. Se potessi, vorrei vivere questa finale nell’area tecnica, tra Ringhio che sbraccia e De Zerbi che fa la maratona. Pronti a vederli scattare, per entrare in campo ad esultare. Con buona pace degli amanti del Bon Ton. Qui si fa sul serio, qui ci si gioca la serie B: buon divertimento, e vinca il migliore.